Le immagini della vecchia adesso sono nitide. La domanda su chi potesse essere si affaccia prepotente alla mente ma perde subito forza. Adesso vuole soprattutto ricordare. E ricorda che quella maledetta era rimasta a guardarlo con il suo ghigno immobile, e lui si era voltato per entrare nel portone. Un conato prepotente però lo aveva bloccato. Gli sembra di risentire la pressione acida in gola e il liquido aspro che gli invade bocca e narici. Aveva vomitato l’anima.
Aveva anche avuto paura, aveva pensato di essere stato drogato. Quando lei aveva cominciato ad avvicinarsi si era subito rintanato nell’androne chiudendo dietro di sé la porta a vetri. Da lì l’aveva vista chinarsi a rovistare nella pozza ancora calda, e poi tirare fuori qualcosa che aveva accuratamente ripulito con la maglia prima di riporla tra le pieghe del vestito. Dopo un’ultima veloce occhiata se ne era andata via. Gli era sembrato di sentirla ridacchiare.
Non ha idea di cosa sia capitato davvero, non capisce nemmeno come mai la cosa non gli affolli la testa di dubbi e domande. In realtà prova scarso interesse, come quella sera del resto. Era andato a dormire senza parlarne con nessuno e senza nemmeno pensarci troppo. E quello stato un po’ distaccato l’aveva accolto anche al mattino, nonostante si sentisse bene e in perfetta forma.
- Sei pronto? – dice l’sms di Mary.
- Vai pure, vado in ufficio con la mia macchina – risponde lui, e subito il telefono squilla.
- Sei arrabbiato per ieri sera? Mi spiace, è solo che…
- Tranquilla, avevi ragione, e non sono arrabbiato. Sto dicendo davvero.
- Ma non guidi da sei mesi!
- Già, spero che la macchina parta. Adesso scusami ma sono in ritardo, ci sentiamo dopo.
Si era mosso a suo agio nel traffico cittadino sentendosi un po’ stupido per aver tentennato tanto. Ricorda che aveva anche parcheggiato in seconda fila per prendere un caffè nel suo bar preferito, prima di dirigersi verso il centro.
Ancora è confuso dalla naturalezza con cui ha accettato tutti quei cambiamenti. Nessuna paura, nessuna immagine dell’incidente che lo aveva bloccato, nessuna soddisfazione o senso di rivalsa sui suoi stessi timori. Si era semplicemente rimesso a guidare come se non avesse mai smesso.
Anche entrando in ufficio non aveva avvertito la solita oppressione, quella che sembrava ricordargli ogni mattina quanto ostile fosse quel luogo…
- Ah, è qui ingegnere, il dottor Rossi vuole vederla – gli dice la segretaria di Giorgio appena lo vede entrare, e lui si dirige direttamente verso il suo ufficio.
- Finalmente sei qui! Volevo parlarti un attimo della fusione. C’è una presentazione di dettaglio da fare al comitato domani ma ci sono un po’ di punti che non capisco nel modello che mi hai passato.
- Vuol dire che farò la presentazione io.
- Come?
- Si, ho pensato che è arrivato il momento di prendermi le mie responsabilità. Ti ringrazio perché come capo sei stato davvero comprensivo, so che queste rogne toccano a me.
- S… si… certo, è solo che mi sembrava…
- Domani hai detto, vero? Se mi giri la convocazione mi organizzo subito.
L’aveva colto di sorpresa lasciandolo a bocca aperta, ma doveva impedirgli di reagire. Così aveva subito mandato un’email all’assistente dell’amministratore delegato, in cc tutti quei personaggi che da sempre cercava accuratamente di evitare, proponendo l’agenda e chiedendo conferma su orario e luogo. Anche questo era stato però un gesto meccanico, senza alcuna ansia. In realtà dopo averlo desiderato ed evitato in tutti i modi, adesso che si sentiva in grado di farlo non ne aveva nessuna voglia. Ci aveva pensato su un paio di minuti, poi aveva chiamato Gianni e gli aveva chiesto di fare lui la presentazione, tagliando corto sulle sue perplessità da bravo ragazzo.
Poco dopo era arrivata la telefonata di Mary.
- Ciao, volevo sapere come stavi, stamattina ti ho sentito strano, è andata bene in macchina?
- Ho trovato un po’ di traffico ma per il resto tutto ok.
Breve silenzio.
- Senti… ho pensato, per stasera, che potremmo andare in quel ristorante vegetariano che ti piace tanto…
- Quello che tu invece non sopporti?
Ancora silenzio.
- Già… è un posto tranquillo e secondo me dobbiamo parlare. Ieri sera mi sembra di avere esagerato…
Non è abituato a sentirla così remissiva. Non sa se rallegrarsene o esserne infastidito. A dire il vero non sa nemmeno se gli interessa sul serio.
- Va bene. A che ora?
- Alle nove direi, adesso prenoto. Passo a prenderti alle…
- No, grazie, ci vediamo lì.
- Ok, come preferisci...
- Ciao.
- … ciao.
Era stata una giornata piatta e apatica, quasi fosse immerso in un liquido oleoso. La frenesia, le intuizioni da seguire con l’energia di un bambino, l’ansia costante e l’inevitabile soluzione che arrivava sempre prima che fosse troppo tardi, a risolvere tanto i problemi reali quanto quelli derivanti dalle sue stranezze. Era tutto svanito. Si era sforzato di leggere tra le righe delle migliaia di comunicati che teneva aperti sul suo PC, ma quella foresta intrigante in cui orientarsi alla ricerca dei suoi personali tesori, era divenuta una semplice interminabile lista di parole vuote.
E ancora una volta la vera cosa incredibile è che non provava la minima inquietudine. Anche adesso, lassù, analizza i fatti e ricorda ma non riesce ad essere turbato. Turbata invece lo era certamente stata Mary quella sera a cena…
- Sei strano, cos’hai?
- Io? Niente, mi sembra.
- Sono qui a scusarmi, a dirti che cercherò di aiutarti a risolvere i tuoi problemi, che ho capito che ti amo, e tu non batti ciglio. Sei distante, freddo.
- E’ solo che non mi sento molto bene.
- Ma cazzo! Lo capisci che ci ho pensato molto e non è stato facile per me decidermi a dirti queste cose? Ti interessa o no?
I suoi occhi sono lucidi di emozione, è molto tempo che non li vede così. Immagina come devono essere nervose adesso le sue gambe sotto il tavolo. Gli piacciono le sue gambe ma il resto continua a scivolargli via, non riesce a focalizzarlo.
- Mi spiace ma in questo momento non riesco a prestare attenzione. Non so, è come se…
- Vaffanculo! – sibila lei alzandosi brusca e avviandosi verso l’uscita.
Aveva finito di mangiare solo, con calma, un po’ sorpreso da Mary e da se stesso ma incapace di fare qualunque cosa. Poi gli era venuta voglia di salire in cima alla torre dei grandi magazzini, e così si era ritrovato lì a guardare quello spettacolo muto.
Si avvicina al bordo e prova ad immaginare come sia cadere di sotto. Gli sembra incredibile come solo due giorni prima sarebbe stato terrorizzato e ora invece la cosa lo lascia totalmente indifferente. Pensa a tutto quello che perderebbe facendo quel salto, ma non trova nulla che davvero lo trattenga. Mary, il lavoro che ama, gli amici, tutta la sua vita gli appare distante e sfuocata. Scavalca la ringhiera e chiude gli occhi anticipando la sensazione di caduta, cercando il brivido che lo attende.
Niente. Anche quel gesto estremo gli sembra irrilevante e privo di interesse. Ritorna sul terrazzo e si avvia verso l’ascensore, la camminata assente e distratta.
Nell’ombra gli sembra di sentire la risata di una vecchia che cigola come una vecchia porta, ma la cosa non gli interessa. Andrà a casa, a dormire, e domani si vedrà.
Aveva anche avuto paura, aveva pensato di essere stato drogato. Quando lei aveva cominciato ad avvicinarsi si era subito rintanato nell’androne chiudendo dietro di sé la porta a vetri. Da lì l’aveva vista chinarsi a rovistare nella pozza ancora calda, e poi tirare fuori qualcosa che aveva accuratamente ripulito con la maglia prima di riporla tra le pieghe del vestito. Dopo un’ultima veloce occhiata se ne era andata via. Gli era sembrato di sentirla ridacchiare.
Non ha idea di cosa sia capitato davvero, non capisce nemmeno come mai la cosa non gli affolli la testa di dubbi e domande. In realtà prova scarso interesse, come quella sera del resto. Era andato a dormire senza parlarne con nessuno e senza nemmeno pensarci troppo. E quello stato un po’ distaccato l’aveva accolto anche al mattino, nonostante si sentisse bene e in perfetta forma.
- Sei pronto? – dice l’sms di Mary.
- Vai pure, vado in ufficio con la mia macchina – risponde lui, e subito il telefono squilla.
- Sei arrabbiato per ieri sera? Mi spiace, è solo che…
- Tranquilla, avevi ragione, e non sono arrabbiato. Sto dicendo davvero.
- Ma non guidi da sei mesi!
- Già, spero che la macchina parta. Adesso scusami ma sono in ritardo, ci sentiamo dopo.
Si era mosso a suo agio nel traffico cittadino sentendosi un po’ stupido per aver tentennato tanto. Ricorda che aveva anche parcheggiato in seconda fila per prendere un caffè nel suo bar preferito, prima di dirigersi verso il centro.
Ancora è confuso dalla naturalezza con cui ha accettato tutti quei cambiamenti. Nessuna paura, nessuna immagine dell’incidente che lo aveva bloccato, nessuna soddisfazione o senso di rivalsa sui suoi stessi timori. Si era semplicemente rimesso a guidare come se non avesse mai smesso.
Anche entrando in ufficio non aveva avvertito la solita oppressione, quella che sembrava ricordargli ogni mattina quanto ostile fosse quel luogo…
- Ah, è qui ingegnere, il dottor Rossi vuole vederla – gli dice la segretaria di Giorgio appena lo vede entrare, e lui si dirige direttamente verso il suo ufficio.
- Finalmente sei qui! Volevo parlarti un attimo della fusione. C’è una presentazione di dettaglio da fare al comitato domani ma ci sono un po’ di punti che non capisco nel modello che mi hai passato.
- Vuol dire che farò la presentazione io.
- Come?
- Si, ho pensato che è arrivato il momento di prendermi le mie responsabilità. Ti ringrazio perché come capo sei stato davvero comprensivo, so che queste rogne toccano a me.
- S… si… certo, è solo che mi sembrava…
- Domani hai detto, vero? Se mi giri la convocazione mi organizzo subito.
L’aveva colto di sorpresa lasciandolo a bocca aperta, ma doveva impedirgli di reagire. Così aveva subito mandato un’email all’assistente dell’amministratore delegato, in cc tutti quei personaggi che da sempre cercava accuratamente di evitare, proponendo l’agenda e chiedendo conferma su orario e luogo. Anche questo era stato però un gesto meccanico, senza alcuna ansia. In realtà dopo averlo desiderato ed evitato in tutti i modi, adesso che si sentiva in grado di farlo non ne aveva nessuna voglia. Ci aveva pensato su un paio di minuti, poi aveva chiamato Gianni e gli aveva chiesto di fare lui la presentazione, tagliando corto sulle sue perplessità da bravo ragazzo.
Poco dopo era arrivata la telefonata di Mary.
- Ciao, volevo sapere come stavi, stamattina ti ho sentito strano, è andata bene in macchina?
- Ho trovato un po’ di traffico ma per il resto tutto ok.
Breve silenzio.
- Senti… ho pensato, per stasera, che potremmo andare in quel ristorante vegetariano che ti piace tanto…
- Quello che tu invece non sopporti?
Ancora silenzio.
- Già… è un posto tranquillo e secondo me dobbiamo parlare. Ieri sera mi sembra di avere esagerato…
Non è abituato a sentirla così remissiva. Non sa se rallegrarsene o esserne infastidito. A dire il vero non sa nemmeno se gli interessa sul serio.
- Va bene. A che ora?
- Alle nove direi, adesso prenoto. Passo a prenderti alle…
- No, grazie, ci vediamo lì.
- Ok, come preferisci...
- Ciao.
- … ciao.
Era stata una giornata piatta e apatica, quasi fosse immerso in un liquido oleoso. La frenesia, le intuizioni da seguire con l’energia di un bambino, l’ansia costante e l’inevitabile soluzione che arrivava sempre prima che fosse troppo tardi, a risolvere tanto i problemi reali quanto quelli derivanti dalle sue stranezze. Era tutto svanito. Si era sforzato di leggere tra le righe delle migliaia di comunicati che teneva aperti sul suo PC, ma quella foresta intrigante in cui orientarsi alla ricerca dei suoi personali tesori, era divenuta una semplice interminabile lista di parole vuote.
E ancora una volta la vera cosa incredibile è che non provava la minima inquietudine. Anche adesso, lassù, analizza i fatti e ricorda ma non riesce ad essere turbato. Turbata invece lo era certamente stata Mary quella sera a cena…
- Sei strano, cos’hai?
- Io? Niente, mi sembra.
- Sono qui a scusarmi, a dirti che cercherò di aiutarti a risolvere i tuoi problemi, che ho capito che ti amo, e tu non batti ciglio. Sei distante, freddo.
- E’ solo che non mi sento molto bene.
- Ma cazzo! Lo capisci che ci ho pensato molto e non è stato facile per me decidermi a dirti queste cose? Ti interessa o no?
I suoi occhi sono lucidi di emozione, è molto tempo che non li vede così. Immagina come devono essere nervose adesso le sue gambe sotto il tavolo. Gli piacciono le sue gambe ma il resto continua a scivolargli via, non riesce a focalizzarlo.
- Mi spiace ma in questo momento non riesco a prestare attenzione. Non so, è come se…
- Vaffanculo! – sibila lei alzandosi brusca e avviandosi verso l’uscita.
Aveva finito di mangiare solo, con calma, un po’ sorpreso da Mary e da se stesso ma incapace di fare qualunque cosa. Poi gli era venuta voglia di salire in cima alla torre dei grandi magazzini, e così si era ritrovato lì a guardare quello spettacolo muto.
Si avvicina al bordo e prova ad immaginare come sia cadere di sotto. Gli sembra incredibile come solo due giorni prima sarebbe stato terrorizzato e ora invece la cosa lo lascia totalmente indifferente. Pensa a tutto quello che perderebbe facendo quel salto, ma non trova nulla che davvero lo trattenga. Mary, il lavoro che ama, gli amici, tutta la sua vita gli appare distante e sfuocata. Scavalca la ringhiera e chiude gli occhi anticipando la sensazione di caduta, cercando il brivido che lo attende.
Niente. Anche quel gesto estremo gli sembra irrilevante e privo di interesse. Ritorna sul terrazzo e si avvia verso l’ascensore, la camminata assente e distratta.
Nell’ombra gli sembra di sentire la risata di una vecchia che cigola come una vecchia porta, ma la cosa non gli interessa. Andrà a casa, a dormire, e domani si vedrà.
