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giovedì 14 gennaio 2010

Dall'alto (seconda parte)

Scritto da Ack13 12.11

Le immagini della vecchia adesso sono nitide. La domanda su chi potesse essere si affaccia prepotente alla mente ma perde subito forza. Adesso vuole soprattutto ricordare. E ricorda che quella maledetta era rimasta a guardarlo con il suo ghigno immobile, e lui si era voltato per entrare nel portone. Un conato prepotente però lo aveva bloccato. Gli sembra di risentire la pressione acida in gola e il liquido aspro che gli invade bocca e narici. Aveva vomitato l’anima.
Aveva anche avuto paura, aveva pensato di essere stato drogato. Quando lei aveva cominciato ad avvicinarsi si era subito rintanato nell’androne chiudendo dietro di sé la porta a vetri. Da lì l’aveva vista chinarsi a rovistare nella pozza ancora calda, e poi tirare fuori qualcosa che aveva accuratamente ripulito con la maglia prima di riporla tra le pieghe del vestito. Dopo un’ultima veloce occhiata se ne era andata via. Gli era sembrato di sentirla ridacchiare.
Non ha idea di cosa sia capitato davvero, non capisce nemmeno come mai la cosa non gli affolli la testa di dubbi e domande. In realtà prova scarso interesse, come quella sera del resto. Era andato a dormire senza parlarne con nessuno e senza nemmeno pensarci troppo. E quello stato un po’ distaccato l’aveva accolto anche al mattino, nonostante si sentisse bene e in perfetta forma.

- Sei pronto? – dice l’sms di Mary.
- Vai pure, vado in ufficio con la mia macchina – risponde lui, e subito il telefono squilla.
- Sei arrabbiato per ieri sera? Mi spiace, è solo che…
- Tranquilla, avevi ragione, e non sono arrabbiato. Sto dicendo davvero.
- Ma non guidi da sei mesi!
- Già, spero che la macchina parta. Adesso scusami ma sono in ritardo, ci sentiamo dopo.

Si era mosso a suo agio nel traffico cittadino sentendosi un po’ stupido per aver tentennato tanto. Ricorda che aveva anche parcheggiato in seconda fila per prendere un caffè nel suo bar preferito, prima di dirigersi verso il centro.
Ancora è confuso dalla naturalezza con cui ha accettato tutti quei cambiamenti. Nessuna paura, nessuna immagine dell’incidente che lo aveva bloccato, nessuna soddisfazione o senso di rivalsa sui suoi stessi timori. Si era semplicemente rimesso a guidare come se non avesse mai smesso.
Anche entrando in ufficio non aveva avvertito la solita oppressione, quella che sembrava ricordargli ogni mattina quanto ostile fosse quel luogo…

- Ah, è qui ingegnere, il dottor Rossi vuole vederla – gli dice la segretaria di Giorgio appena lo vede entrare, e lui si dirige direttamente verso il suo ufficio.
- Finalmente sei qui! Volevo parlarti un attimo della fusione. C’è una presentazione di dettaglio da fare al comitato domani ma ci sono un po’ di punti che non capisco nel modello che mi hai passato.
- Vuol dire che farò la presentazione io.
- Come?
- Si, ho pensato che è arrivato il momento di prendermi le mie responsabilità. Ti ringrazio perché come capo sei stato davvero comprensivo, so che queste rogne toccano a me.
- S… si… certo, è solo che mi sembrava…
- Domani hai detto, vero? Se mi giri la convocazione mi organizzo subito.

L’aveva colto di sorpresa lasciandolo a bocca aperta, ma doveva impedirgli di reagire. Così aveva subito mandato un’email all’assistente dell’amministratore delegato, in cc tutti quei personaggi che da sempre cercava accuratamente di evitare, proponendo l’agenda e chiedendo conferma su orario e luogo. Anche questo era stato però un gesto meccanico, senza alcuna ansia. In realtà dopo averlo desiderato ed evitato in tutti i modi, adesso che si sentiva in grado di farlo non ne aveva nessuna voglia. Ci aveva pensato su un paio di minuti, poi aveva chiamato Gianni e gli aveva chiesto di fare lui la presentazione, tagliando corto sulle sue perplessità da bravo ragazzo.
Poco dopo era arrivata la telefonata di Mary.

- Ciao, volevo sapere come stavi, stamattina ti ho sentito strano, è andata bene in macchina?
- Ho trovato un po’ di traffico ma per il resto tutto ok.
Breve silenzio.
- Senti… ho pensato, per stasera, che potremmo andare in quel ristorante vegetariano che ti piace tanto…
- Quello che tu invece non sopporti?
Ancora silenzio.
- Già… è un posto tranquillo e secondo me dobbiamo parlare. Ieri sera mi sembra di avere esagerato…
Non è abituato a sentirla così remissiva. Non sa se rallegrarsene o esserne infastidito. A dire il vero non sa nemmeno se gli interessa sul serio.
- Va bene. A che ora?
- Alle nove direi, adesso prenoto. Passo a prenderti alle…
- No, grazie, ci vediamo lì.
- Ok, come preferisci...
- Ciao.
- … ciao.

Era stata una giornata piatta e apatica, quasi fosse immerso in un liquido oleoso. La frenesia, le intuizioni da seguire con l’energia di un bambino, l’ansia costante e l’inevitabile soluzione che arrivava sempre prima che fosse troppo tardi, a risolvere tanto i problemi reali quanto quelli derivanti dalle sue stranezze. Era tutto svanito. Si era sforzato di leggere tra le righe delle migliaia di comunicati che teneva aperti sul suo PC, ma quella foresta intrigante in cui orientarsi alla ricerca dei suoi personali tesori, era divenuta una semplice interminabile lista di parole vuote.
E ancora una volta la vera cosa incredibile è che non provava la minima inquietudine. Anche adesso, lassù, analizza i fatti e ricorda ma non riesce ad essere turbato. Turbata invece lo era certamente stata Mary quella sera a cena…

- Sei strano, cos’hai?
- Io? Niente, mi sembra.
- Sono qui a scusarmi, a dirti che cercherò di aiutarti a risolvere i tuoi problemi, che ho capito che ti amo, e tu non batti ciglio. Sei distante, freddo.
- E’ solo che non mi sento molto bene.
- Ma cazzo! Lo capisci che ci ho pensato molto e non è stato facile per me decidermi a dirti queste cose? Ti interessa o no?
I suoi occhi sono lucidi di emozione, è molto tempo che non li vede così. Immagina come devono essere nervose adesso le sue gambe sotto il tavolo. Gli piacciono le sue gambe ma il resto continua a scivolargli via, non riesce a focalizzarlo.
- Mi spiace ma in questo momento non riesco a prestare attenzione. Non so, è come se…
- Vaffanculo! – sibila lei alzandosi brusca e avviandosi verso l’uscita.

Aveva finito di mangiare solo, con calma, un po’ sorpreso da Mary e da se stesso ma incapace di fare qualunque cosa. Poi gli era venuta voglia di salire in cima alla torre dei grandi magazzini, e così si era ritrovato lì a guardare quello spettacolo muto.
Si avvicina al bordo e prova ad immaginare come sia cadere di sotto. Gli sembra incredibile come solo due giorni prima sarebbe stato terrorizzato e ora invece la cosa lo lascia totalmente indifferente. Pensa a tutto quello che perderebbe facendo quel salto, ma non trova nulla che davvero lo trattenga. Mary, il lavoro che ama, gli amici, tutta la sua vita gli appare distante e sfuocata. Scavalca la ringhiera e chiude gli occhi anticipando la sensazione di caduta, cercando il brivido che lo attende.
Niente. Anche quel gesto estremo gli sembra irrilevante e privo di interesse. Ritorna sul terrazzo e si avvia verso l’ascensore, la camminata assente e distratta.
Nell’ombra gli sembra di sentire la risata di una vecchia che cigola come una vecchia porta, ma la cosa non gli interessa. Andrà a casa, a dormire, e domani si vedrà.

martedì 12 gennaio 2010

Dall'alto (prima parte)

Scritto da Ack13 12.11

Le luci della città sono uno spettacolo mozzafiato ma le guarda senza trovarvi granché di interessante. Sente dietro ad ognuna di quelle lucciole un uomo al volante, sotto ognuna di quelle piccole candele la casa di una famiglia allegra nell’aria di festa o la solitudine della cucina di un pensionato, ma la cosa gli appare irrilevante. Sono pensieri che fa meccanicamente, quasi fossero di un altro.
E’ confuso, non riesce a fare mente locale, a ricordare cosa ci faccia lì, ma allo stesso tempo avverte una lontana sensazione di urgenza, unico barlume di emotività, di cui non riesce a capire l’origine. Devo ricordare, devo ricordare, ripete tra sé, e lentamente alcune immagini cominciano a fluire, umide della nebbia che gli affolla la testa.

- Io non riesco proprio a capirti – gli dice Gianni.
C’è molta gente e la sala è troppo riscaldata. I vetri sono bagnati dalla condensa e l’aria ha un odore umido, pesante.
- Cos’è che non riesci a capire? – risponde allentandosi il nodo della cravatta con una smorfia di insofferenza.
- Quell’imbecille di Giorgio! Quando hai proposto questa acquisizione ha remato contro con tutte le sue forze. Ti ha spalato addosso tanta di quella merda…
- Cristo in questo posto non si respira!
- … e adesso è lì a raccogliere gli applausi per l’”intuizione geniale”.
- Dovrebbero aprire un po’ le finestre… ho bisogno di una boccata d’aria.
Esce di fretta, ansioso di tornare a respirare. Gianni lo segue.
- Non capisco come riesci a sopportarlo.
Adesso, con l’aria fredda e pungente dell’esterno, le cose vanno meglio.
- Sai come sono fatto… non mi piace parlare in pubblico, stare al centro dell’attenzione.
- Ho capito, ma un piccolo sforzo potresti pure farlo, quantomeno per levargli dalla faccia quel sorriso ipocrita del cazzo.
- Mi sembri Mary!

Mary. Mary gli torna in testa con la forza delle sue cosce morbide e tese. Chissà come ha potuto farsele uscire di mente. Ricorda che gli piace toccarle, soprattutto d’estate quando non porta le calze. Quando vanno in macchina è una specie di intimo rito. Lei al volante lo terrorizza guidando come una matta e imprecando contro qualunque ostacolo. A volte è certo che lo faccia di proposito, una specie di vendetta femminile per il fatto che dopo l’incidente preferisca far guidare lei. Lui le accarezza le gambe nervose partendo dal ginocchio e spingendosi fino all’orlo delle mutandine e poi ritorna indietro, lentamente. La cosa la rilassa un po’. Non quella sera però. Quella sera faceva freddo e aveva le calze ed era più infuriata che mai e le sue mani non l’aiutavano affatto…

- ‘fanculo levati dalle palle morto di sonno!
Le ruote stridono per l’accelerata e lui stringe la maniglia dello sportello destro. Ha la mano sinistra sul suo ginocchio, immobile, e il contatto con il nylon gliela fa sudare leggermente.
- Ma guarda questa imbecille!
- Mary… - dice liberandole il ginocchio – ma se andassimo un po’ più tranquilli? Alla fine non abbiamo tutta questa fretta.
- Mi sembri fin troppo tranquillo. Se vuoi però puoi provare a guidare tu in mezzo a questa massa di pecore inferocite dallo shopping natalizio.
La frenata è abbastanza brusca da attivare il blocco della cintura di sicurezza.
- Ahi! Ma che cavolo…
- Quello sta uscendo – si limita a dire lei facendo sibilare la retromarcia.
L’entrata del centro commerciale è vestita a festa. E’ uno di quei posti con il soffitto altissimo e i negozi sui vari piani a balconate. Le pedane mobili vanno su e giù incrociando i festoni e le decorazioni, e nella piazzetta in mezzo, tra le bancarelle dei prodotti gastronomici, c’è un recinto con un trenino per bimbi che gira in mezzo a renne di peluche in un paesaggio artico bianco polistirolo. La gente si affolla tra le vetrine e lui prova una sorta di vertigine.
- Non mi sento molto bene…
- E ti pareva! Altro che salire in cima alla torre a guardare la città…
- Dai, non prendertela, perché non ce ne andiamo in quel bar tranquillo giù in fondo? Quello con i tavolini separati da paraventi. Ricordi quella volta che avevamo bevuto e io ti ho…
- Sono venuta qui perché dobbiamo ancora comprare dei regali. Se ti dà fastidio la confusione vai ad aspettarmi in macchina.

Si, adesso ricorda bene. Era andato davvero in macchina, sollevato di potersi sottrarre al senso di oppressione che regnava lì dentro, ma lei era tornata con delle trombe che sfioravano il pavimento. Aveva cominciato ad elencargli tutti i problemi dovuti alle sue fobie. La lentezza della sua carriera pur di evitare le riunioni importanti, le feste inquinate dalla claustrofobia, la tour Eiffel vista dal basso, il viaggio a Cuba saltato per la paura di volare. Lui era rimasto muto a sorbirsi la sfuriata, le mani rigorosamente a posto, ma la rabbia di Mary era cresciuta mescolandosi alla frustrazione. Cercava un appiglio per esplodere, sarebbe bastata una sua sola parola, e lui si era guardato bene dal dirla.
Nonostante avessero deciso di cenare a casa di lei, si era ritrovato con il cuore in gola sotto il suo portone, con il terrore che fosse l’ultima volta che la vedeva, e il rumore brusco dell’auto lontana come unico saluto. Poi quella voce sibilante, quasi parte dello stridere delle gomme.

- Giovanotto...
Trasale, non ha visto la vecchia uscire dal vicolo e venirgli vicino. Sembra avere più di cent’anni. Il volto rugoso si rattrappisce sulle gengive vuote in una specie di ghigno, circondato dalle ciocche stoppose che sfuggono allo scialle annodato in testa. Gli occhi però sono senza età, vigili e profondi come la notte che la circonda.
- Sembri triste giovanotto. I ho rimedi per tutte le tristezze.
- Già, ma dubito che l’abbia per la mia – risponde abbozzando un sorriso. Le dà a parlare solo per dissimulare il disagio che gli ha causato la sua apparizione.
- Io compro tristezza e vendo felicità…
- Si, si, ma magari un’altra volta – dice avviandosi verso il portone.
- … vendo coraggio e compro paura. – conclude lei, e il modo in cui dice “paura” gli fa venire in mente uno schiaccianoci che frantuma una noce.
Si volta.
- Come ha detto?
I suoi occhi scintillano e il ghigno sembra aprirsi sornione. Se mostrasse denti affilati invece che quella caverna scura non ne resterebbe sorpreso.
- Questo. – continua versando un liquido scuro in un bicchierino – Tu lo bevi e la paura va via.
In un altro momento l’idea non lo sfiorerebbe nemmeno, quantomeno per l’aspetto vischioso del liquido e la sporcizia del bicchiere, ma quella sera peggio non può davvero andare.
- E cosa vuole in cambio?
- Solo la tua paura. Quella che andrà via – dice porgendo il bicchiere.
Dopotutto gli costerà al massimo un’afta, si dice trangugiando il liquido. Non è nemmeno così male, una specie di Jagermeister un po’ andato.

martedì 10 novembre 2009

Fotografie

Scritto da Ack13 12.56

Era freddo. Non il freddo spietato e pungente dell’inverno. Un freddo inatteso, umido. Giulia camminava nel parco stretta nelle braccia, i passi soffici sul tappeto di foglie appena cadute, e la macchina ondeggiava sulla tracolla quasi nervosamente, impaziente di congelare quello spettacolo.
Il contrasto tra il legno reso scuro dall’umidità e il giallo intenso del fogliame era amplificato dai raggi del sole in un’atmosfera quasi surreale. Il modo in cui gli alberi si denudavano per sopravvivere all’inverno, la grazia con cui le foglie sembravano accettare il sacrificio, le erano sempre sembrati un meccanismo spietato e struggente.
Un fiammifero usato, un pezzo di legno bianco con la testa nera, galleggiava sul quel mare giallo e ruggine. Poco più in là ce n’era un altro, e un altro ancora. Senza nemmeno pensarci lasciò la strada sterrata per inseguire quella debole scia di piccoli fuochi spenti.
Era ancora piuttosto lontana quando lo vide. Istintivamente gli puntò contro lo zoom. Un ragazzo magro seduto su una panchina incurante del freddo. Il giaccone, troppo largo per lui, era aperto su una felpa grigia dal collo slargato che gli lasciava scoperta la gola. La barba rivelava tre o quattro giorni di incuria, come i capelli, spettinati, e gli occhi segnati da occhiaie profonde. La faccia però era pulita.
Prese un fiammifero, lo accese, e restò a guardare la piccola esplosione di calore. Poi tirò fuori un pezzo di carta da una scatola che aveva di fianco. Gli diede fuoco lentamente, tenendolo con la punta delle dita finché non fu costretto a gettarlo via. Restò a guardarlo in terra per qualche secondo, poi prese un altro fiammifero. Giulia non poté evitare di scattare proprio mentre la fiammella si allargava, e guardò subito sul piccolo monitor il risultato. Era assorto, e i suoi occhi sembravano guardare molto oltre la fiamma su cui erano puntati. Si avviò in silenzio verso di lui.
- Ho seguito la scia dei tuoi fiammiferi – disse quando fu ad un paio di metri dalla panchina.
Il ragazzo le rivolse uno sguardo interrogativo e distratto. Non sembrava troppo sorpreso, oppure semplicemente la sua attenzione era rivolta altrove, in quello stesso mondo che sembrava guardare attraverso le fiammelle.
- Scusa se ti disturbo. Giravo per il parco per fare delle foto e tutti quei fiammiferi sparsi in giro mi hanno incuriosita.
La guardò di nuovo, questa volta mettendo a fuoco, poi abbozzò una risata stanca.
- Sei in giro a fare delle foto?
- Si, è una vecchia passione.
Di nuovo l’abbozzo di risata.
- Lo trovi buffo?
- No per carità. E’ solo che è una coincidenza curiosa. Io comunque mi chiamo Andrea – rispose tendendo la mano.
- Giulia – disse lei avvicinandosi, e l’occhio le cadde sulla scatola posata sulla panchina.
Era piena di fotografie. Ecco cosa bruciava, mio Dio.
Strinse la sua mano fredda e asciutta con un senso vago di apprensione, andando con la mente alle centinaia di immagini che tappezzavano il suo piccolo appartamento, quasi per controllare che fossero al sicuro.
- Ma… stai bruciando delle foto? – disse tradendo un tono di allarme nella voce.
- In realtà tutte le foto degli ultimi tre o quattro anni.
- E come mai? – insistette lei brusca. Era quasi un crimine.
- Non è così facile da spiegare… guarda qui – rispose lui prendendo un fiammifero dalla scatola e accendendolo – tu scatti una foto alla fiamma proprio mentre esplode, bellissima. Poi la guardi e riguardi tutte le volte che vuoi. Il tuo vero soggetto però, era questo – concluse mostrandole il bastoncino ormai scuro e contorto.
- E basta questo per distruggere quello che è stato?
- Calma – sorrise lui – perché non ti siedi?
Il legno della panchina era freddo e umido come la giornata. Posò sulle gambe la macchina fotografica e si strinse nelle braccia guardando davanti a sé, con aria compunta, come chi si aspetta delle scuse.
- E’ una cosa che faccio da sempre… – riprese lui – le foto mi richiamano dei ricordi che sono diversi dai ricordi che ho.
- Forse perché in realtà hai dimenticato – disse Giulia voltandosi verso di lui.
- Forse. O forse sono quelli nelle foto che sono sbagliati. Le foto sono… sono come la locandina di un film, anzi, come un singolo fotogramma. Non rendono l’idea di quello che è successo. Questa è una fissa che ho fin da bambino. Mai una volta che facessi un disegno pulito, da mostrare a mio padre quando rientrava la sera. Puntualmente le mie navi spaziali iniziavano a combattere, i guerrieri sparavano, esplodevano le bombe… e alla fine restava uno scarabocchio.
Si voltò verso di lei e la sorprese distratta, intenta a sbirciare una foto che spiccava in cima al mucchio.
- Vuoi guardarla? – si sentì dire Giulia sentendo il sangue che affluiva alle guance.
- No… cioè… si, a dire il vero sono curiosa… e… scusami…
- Non ti preoccupare, tieni.
Era una ragazza con i capelli castani mossi dal vento. Era vestita con un abito estivo, leggero, e sorrideva con gli occhi leggermente strizzati per proteggersi dal sole. Sullo sfondo una collina brulla che avrebbe potuto essere in Grecia o da qualche parte nel sud Italia. Era bella e sembrava felice. Di nuovo il senso di apprensione, come poteva riuscire a darle fuoco?
- Siamo stati un paio di mesi assieme. L’estate di due anni fa.
- Mi fai venire l’ansia… quello che hai vissuto con questa persona è una parte di te. Anche se non è stato l’amore della tua vita, anche se è stata una cosa veloce. Mi fa troppo strano che tu abbia voglia di distruggerla.
- Non voglio mica bruciare lei, solo un simbolo che non le rende giustizia.
- Ma se dimentichi, come fai a sapere se le rende giustizia o no?
- La giustizia è proprio lì, dimenticare se si era destinati a dimenticare – riprese lui alzando un pochino la voce - Siamo tutti presi a rianimare passati morti e sepolti… folli amori, viaggi incredibili, feste del secolo, amicizie solide come il granito... e magari invece tutto quello che ci resta di quei momenti è una foto. E le sensazioni distorte che riusciamo a richiamare guardandola.
- Madonna che angoscia! – sbottò lei con un macigno che ormai le chiudeva la bocca dello stomaco – Può anche essere come dici tu, ma se questi simboli ti toccano così profondamente da volerli distruggere – disse agitandogli la foto quasi sotto il naso – forse significano qualcosa di più di come la racconti.
- Certo. Solo che quello che richiamano non è quello che è stato, ma quello che mi sarebbe piaciuto fosse. Posso riavere la mia foto?
- C… come?
- La foto. Me la ridai per favore?
- V… vuoi bruciarla? – disse lei alzandosi.
- Si.
- No.
- No cosa?
- Non voglio che la bruci.
- La foto è mia, non credi che abbia il diritto di fare quello che voglio?
- No – disse ancora lei indietreggiando di un passo.
Andrea si alzò anche lui.
- Non essere assurda! Questa cosa non ha nessun senso.
- Dalla a me! Per te in fondo è la stessa cosa. Se vuoi liberatene dalla a me.
- Giulia, dammi la foto – sibilò lui facendo un passo avanti.
Per tutta risposta lei prese a correre giù dalla piccola collinetta. Cercava di tenere la macchina ferma contro il fianco e stringeva la foto nell’altra mano. Non poteva prenderla. Non poteva bruciarla. Non era giusto.
Dopo un centinaio di metri si fermò ansimando, non aveva sentito alcuna presenza alle spalle, e guardò verso la collinetta. Andrea era rimasto a pochi passi dalla panchina. Da lontano sembrava ancora più magro rispetto ai vestiti che indossava.
- Non ti appartiene! – urlò – Il passato non appartiene a nessuno!
Giulia strinse ancora più forte la foto ormai spiegazzata, poi lo vide stringersi nel giaccone ed avviarsi nella direzione opposta.

***

L’appartamento era piccolo, camera e cucina e un bagno lungo e stretto. La camera era piena zeppa di fotografie incollate alle pareti su cartoncini neri. Spiccava sulla destra una serie di scatti di una colata lavica che avanzava, lenta, dando alle fiamme un albero, poi coprendo una vecchia masseria, infine avvolgendo di fumo una vigna sul fianco di una collina. Sotto c’era uno stagno assolato e popolato di anatre che subito accanto cominciavano ad alzarsi in volo nel cielo grigio. Dopo ancora lo stesso stagno era deserto, coperto per metà da una coltre di neve.
Tutte sembravano fermare e dilatare un attimo di transizione, il momento tra quello che c’era e quello che sarebbe stato.
L’angolo era pieno di foglie gialle leggere nel vento e tronchi scuri ben piantati in terra. Tra loro sorrideva stropicciata la bella ragazza rubata ad Andrea. Subito sopra, lui. Seduto sulla panchina guardava chino oltre la fiammella, fuori dalla cornice, verso la donna che voleva bruciare.

martedì 13 ottobre 2009

Sul prato

Scritto da Ack13 18.51

L’erba è umida sotto i vestiti ma non gli interessa. Adesso sta bene, a parte quel leggero mal di pancia. Guarda il cielo mattutino, azzurro intenso, e le poche nuvole che a mezzogiorno lasceranno il posto alla solita foschia da schifo che avvolge Milano. Se c’è una cosa, è che questa città ha un clima di merda. Meglio forse di vent’anni fa, ma sempre una merda.
Il sole supera la cima dell’abete di fronte ferendogli gli occhi, e porta la mano sul viso per proteggersi. Fa male. Con una smorfia si guarda le nocche livide e scorticate e un ghigno gli si apre sulla faccia, scoprendo i denti scuri nel taglio della bocca attraversato da leggeri filamenti vischiosi.
Quel piccolo bastardo figlio di troia. Sono delle bestie senza onore e senza famiglia. Dimmi tu se è normale che vengono qui a romperci le balle, e invece di rispettarci e ringraziarci fanno tutti i loro porci comodi. Questa volta però gliel’ho fatta vedere, figa!
Al solo pensarci lo assale di nuovo la furia. Quel bastardo cagava nel parco dove poi ci vanno a giocare i bambini. Cagava nel parco, porca troia, vi rendete conto?
Ricorda la sensazione dura dei pugni sulla testa, ricorda la faccia che cedeva ai colpi e diventava molle come un sacco da boxe. Di nuovo il sorriso. E poi di nuovo la smorfia. La mano gli fa un male cane ma il dolore gli piace quasi, come fosse il biglietto che ha dovuto pagare per far capire a quel negro di merda come ci si comporta. Gli dà più noia il mal di pancia.
Sente un sasso che spinge contro la schiena ma non si muove, fanculo il sasso. Si sta così bene stesi sul prato, sembra che la stanchezza venga assorbita dalla terra. E l’odore dell’erba gli ricorda quand’era bambino e giocava nei campi, a Brugherio che allora era aperta campagna. E assieme all’odore dell’erba adesso c’è la puzza di merda!
Quando ha deciso di partecipare alle ronde l’ha fatto solo per accontentare Gigi, suo cognato. Non hanno i coglioni, son solo capaci di parlare. Quando c’è da fare qualcosa di serio si cagano addosso e corrono a chiamano la pula. Noi dobbiamo solo guardare, se succede qualcosa dobbiamo avvisare le forze dell’ordine… tutte cazzate! E nel frattempo questi si mangiano la città.
La pancia adesso gli manda una fitta intensa. Stai a vedere che alla fine gli toccherà cagare nel parco pure a lui, ride tra sé, e gli parte un accesso di tosse che gli smuove le interiora. Cazzo, è così stanco che solo a tossire gli esplode una foresta di dolori in tutto il corpo.
Colpa degli amici del negretto. Erano in due e l’hanno messo sotto per bene prima che gli capitasse tra le mani quel pezzo di legno, ma ci va altro che due balordi senza patria per metterlo giù. Gli torna in mente lo schiocco che ha fatto il naso di quello alto quando l’ha colpito con il bastone, e rivede lo sguardo spaurito di quell’altro quando si è ritrovato solo. Adesso ti faccio vedere io, ha ringhiato sollevando la mazza. Il flash del luccichio della lama, poi di nuovo la tosse, convulsa, che interrompe il filo dei ricordi. Si passa la manica sulla bocca maledicendo quel bastardo, e vede il rosso cupo del sangue misto al muco. Allora porta una mano alla pancia, dove gli fa male, e scopre l’umido appiccicaticcio attorno al bruciore vivo della ferita.
Brutta carogna, pensa mentre un brivido gli parte lungo la schiena soffermandosi a formicolare dove preme il sasso. E chissà se c’è davvero un sasso poi, che il sasso gli sembra di averlo dentro la schiena, in corrispondenza della ferita che adesso pulsa davanti.
In alto, sull’abete, una cornacchia osserva la scena incuriosita. Vede la figura distesa sull’erba, e la chiazza scura che gli si allarga sull’addome disegnando una specie di fiore vermiglio sulla maglietta imbrattata di terra.
Un’altra cornacchia si aggiunge alla prima e lui viene sfiorato da un brivido più intenso, più profondo e inquieto. Prova ad alzarsi raccogliendo tutte le forze ma riesce appena a tirare sul il busto, per ricadere pesantemente sull’erba soffice. Adesso però non sente alcun male.

venerdì 11 settembre 2009

Domani

Scritto da Ack13 10.31

Era steso nel letto e guardava il soffitto buio con le mani sotto la testa. Il problema non era nelle sue giornate. Certo c’era il lavoro ingordo e quel gran rompipalle di Giulio, il suo capo, ma c’erano anche gli aperitivi e gli sguardi sotto cui si poteva sperare un sorriso, il calcetto, i week-end con gli amici. No, non erano i suoi giorni a tenerlo sveglio. Era piuttosto una questione di prospettiva. Pensare a quello scorrere leggero, con i giorni gemelli che marciavano verso il futuro sempre più piccoli, gli chiudeva la bocca dello stomaco.
Se inciampasse quello più vicino rotolerebbero tutti, pensò sorridendo, e quell’immagine gli accese una scintilla di rinnovata energia. Si, pensò, basterebbe cambiare qualcosa domani, basterebbe un unico vero piccolo punto di rottura. Provò un moto di impazienza, avrebbe voluto provarci subito, ma la sensazione di avere lì, a portata di mano, le chiavi di quel meccanismo complesso e contorto, in qualche modo lo tranquillizzava. Si girò di lato, le mani cominciarono a formicolare per la postura e gli sembrò che un’ombra lo sfiorasse, ma passò in fretta. Pur non avendo alcuna idea del come, si addormentò con la consapevolezza che l’indomani sarebbe stato il suo giorno.

Lo svegliò il trillo del telefono. Subito i pensieri corsero alla sera prima. Ignorarlo potrebbe essere un buon modo per cominciare, si disse prendendo il cellulare che insisteva molesto nei suoi richiami. Guardò il display.
– Si? – rispose provando ad impostare la voce impastata di sonno.
– Ah, certo Giulio… si guarda, sono in leggero ritardo perché avevo delle cose da sbrigare in casa, ma fra mezz’ora sono in ufficio e vengo subito da te... si, si, sto già uscendo, stai tranquillo.

In ufficio lo accolse la solita valanga di rogne. Giulio era nero perché il nuovo direttore marketing l’aveva tagliato fuori per l’ennesima volta, Grazia, la sua segretaria, cavalcava empaticamente l’umore del capo sputando veleno al minimo pretesto, e come se non bastasse quella carogna che doveva passargli i dati per il comitato del pomeriggio non rispondeva al telefono.
Il delirio durò fino all’ora di pranzo quando si rintanò in ufficio esausto. Girovagando su Internet capitò su un sito di annunci di lavoro. Una società irlandese cercava un direttore commerciale, settore energie rinnovabili. La posizione sembrava ritagliata su di lui. Molte volte aveva fantasticato di trasferirsi all’estero ma non ci aveva mai provato. E l’Irlanda evocava prati verdi e odore di birra scura. Certo provarci non vuol dire riuscirci ma è meglio di niente, si disse con in testa l’eco lontana dei pensieri della notte. Scrisse i suoi dati, allegò il CV, e condì tutto con una lettera di presentazione asciutta e professionale. Esitò sul pulsante di invio assaporando il gesto.
– Vieni a pranzo con me? Ho bisogno di parlarti della riunione di oggi – Giulio non aveva bussato e l’interrogativo era solo questione di buona educazione. Bloccò il computer lasciando in primo piano la pagina con la candidatura. Se ne sarebbe occupato dopo.

Il pomeriggio fu peggio della mattina. La riunione si rivelò un estenuante sterile conflitto di potere. Alla fine Giulio schiumava di rabbia e lui era svuotato. Nulla di fatto ovviamente, e fu costretto a restare in ufficio fino alle nove per preparare l’aggiornamento che ci sarebbe stato l’indomani.

Per fortuna aveva un aperitivo in centro. La gente, le chiacchiere con gli amici, la musica, riuscirono a scrollargli di dosso la pessima giornata. A mezzanotte, brillo e stanchissimo, prese la metro per tornare a casa.
Una ragazza ascoltava l’Ipod tenendosi ad una maniglia. Sembrava che l’appiglio fosse l’unico suo legame con questo mondo, e lo sguardo perso altrove le donava una certa bellezza malinconica.
– A vederti viene la curiosità di sapere dove sei – fantasticò di dirle, e la scena risuonò in una specie di deja vu. Poi il treno si fermò e lei scese portandosi dietro quell’atmosfera.

Arrivato a casa si spogliò e si mise a letto, ma una strana inquietudine prese a lottare con la stanchezza. Si mise a guardare il soffitto al buio, le mani dietro la nuca, cercando di capire cosa lo turbava. No, non erano i suoi giorni. A parte Giulio e il lavoro, non erano poi così male. Era più una questione di prospettiva, era il vederli impilati verso il futuro, uguali uno dietro l’altro, ad angosciarlo. Se inciampasse quello più vicino rotolerebbero tutti, pensò sorridendo, e bastò quello a riaccendere la speranza.
Si voltò di lato. Gli sembrò quasi che le mani formicolanti allungassero un’ombra scura su di lui, ma si limitò a muovere le dita per liberarsi della sensazione spiacevole. Bastava un unico vero piccolo punto di rottura dopotutto. Si addormentò con la consapevolezza che l’indomani sarebbe stato il suo giorno.

giovedì 27 agosto 2009

La panchina

Scritto da Ack13 14.38

La panchina
Nei suoi ricordi era lucida e levigata. Gli assi arrotondati erano stati verniciati da poco e i jeans quasi ci scivolavano sopra. Loro erano lì, con in mano dei gelati che protestavano per la poca attenzione ricevuta, lasciando scivolare copiose lacrime zuccherine.
– Sai di fragola – aveva detto lui passandosi la lingua sulle labbra.
– Non ho preso la fragola – aveva sorriso lei provando a consolare il cono con una leccata, ignara dell’effetto che quel semplice gesto aveva scatenato in lui – e nemmeno tu.
E giù a ridere. Senza un vero motivo che non fosse la voglia di ridere, fino a mescolare lacrime e gelato fuso.

Si chiamava Giulia.

Erano passati otto anni da quell’estate. Aveva incontrato altre ragazze da allora, e gli piaceva pensare che fossero anche molte, ma tutte erano finite nel solito ciclostile. Ogni inizio immerso nell’euforia degli inizi, poi dal piacere cominciavano a fiorire i dubbi, e infine impietosa arrivava la consapevolezza.
Odiava sentire il calore delle emozioni che si attenuava. Ogni volta si ascoltava sperando di sentir crescere quel peso nel petto, ogni volta sognava di sentirlo esplodere in possenti risate senza senso. Ogni volta, con frustrazione crescente, lo sentiva invece alleggerirsi finché decideva di cercare quelle risate in occhi diversi.

Suo nonno diceva che la vita non è un sentiero di campagna in cui ad ogni incrocio puoi fermarti e pensare alla strada da prendere, ma un’autostrada da percorrere senza freni. Le svolte giuste devi riconoscerle al volo, con l’istinto, perché non è possibile invertire la marcia.
Beh, aveva dimostrato che a costo di guidare contro mano si può tornare indietro.
Ricordava bene quando aveva cominciato a cercarla. Era stato per gioco, una curiosità intrigante ma farcita di dubbi. Aveva scherzato a lungo con la terribile idea che fosse diventata una mostruosa cicciona.
Adesso, dopo più di un anno, così vicino al risultato, sentiva il peso di tutte le energie investite. Era diventata una cosa seria.

– Marco?
La voce alle spalle lo distolse dai suoi pensieri.
– Giulia! – disse andandole incontro con il cuore che batteva a mille.
Gli occhi di lei erano lucidi per l’emozione. I tratti erano più maturi, ma se possibile era ancora più bella. Si scambiarono un bacio sulla guancia, impacciati.
– Ti va un gelato? – chiese lui ricercando inconsciamente l’antica alchimia.
Lei si limitò ad annuire approfittandone per studiare il suo viso.
“Il gelato”, piccola rivendita stagionale, era stato il loro punto di ritrovo per tutta quella lunga estate. Per le strade le ferite dell’inverno erano ancora visibili. Il lungomare era invaso dalla sabbia portata dal vento, e la poca gente in giro lavorava ai preparativi della nuova stagione sotto l’occhio stanco delle palme. Il caldo sole del pomeriggio però contrastava piacevolmente la brezza fresca che spirava dal mare.
– Allora? Raccontami qualcosa, come stai? – chiese lei.
Provò una punta di delusione. Era distante.
– Abbastanza bene. Ho cominciato economia… per il resto le solite cose… – rispose evasivo.
– Economia… e dove? Da te a Torino?
– Si, sai, mi sarebbe piaciuto andare fuori ma era troppo un casino con i miei.
Non aveva nessuna voglia di convenevoli, avrebbe voluto trovare un filo diverso, ma tutto quello che ne veniva fuori era quel crescente senso di disagio.
– Cavoli, è chiuso! – disse quasi sollevato di poter parlare d’altro.
In effetti “Il gelato” esibiva la sua serranda arrugginita alla piccola piazza deserta. Sembrava in quello stato da decenni. Una nuvola oscurò il sole e Giulia si strinse nelle braccia.
– Non fa niente, non fa tutto questo caldo. Ti va se continuiamo a camminare?
Si avviarono di nuovo verso il lungomare.
– Sono contenta di essere qui, anche se in questa stagione è tutto diverso – riprese lei – In questo posto ho passato uno dei periodi più belli della mia vita.
– Già, i posti che sei abituato a vedere pieni di gente, deserti fanno sempre un certo effetto.
– E gli altri? Hai ancora visto qualcuno?
– Per un po’ Gianni è uscito con la nostra compagnia a Torino, poi però ci siamo persi di vista.
Camminarono restando in silenzio per un po’.
– Ricordi quella panchina? – le chiese lui. Erano di nuovo vicino al piccolo parco.
– Figurati! Mai fatte tante risate in vita mia… fa strano pensare che siano passati tanti anni. Eravamo quasi dei bambini.
Nessun’altra sua storia era stata intensa come quella di quei bambini.
– Si forse eravamo bambini… però quello che abbiamo vissuto è stato… – lasciò la frase in sospeso voltandosi a guardarla.
– E’ stato molto bello – completò lei.
Finalmente ebbe voglia di toccarla. Il tempo passato a cercarla, le aspettative cresciute come rampicanti sgretolando i muri che avrebbero dovuto contenerle. Tutto stava convergendo in quell’unico gesto.
Cercò dentro di sé la voglia di ridere, ma si sentì come un bambino che continua a chiedere la stessa storiella, incapace di accettare che sia divertente solo la prima volta. Non avrebbe funzionato. La sensazione lo folgorò lucida e affilata.
Si allontanò da lei andando verso la panchina che li osservava orgogliosa della sua immutabilità. Quando si avvicinò però, la vernice era scrostata e i graffiti raccontavano storie e amori passati, segnandola come rughe.
Sembrava uno di quei buffi sogni di guerra che faceva ogni tanto. Tutto era perfetto, si sentiva una specie di Rambo, ma le pallottole facevano cilecca cadendo a pochi passi dal fucile.
– Fa freddo qui – disse lei senza avvicinarsi – che ne dici se andiamo a mangiare qualcosa?
– Ok – rispose avviandosi lui.
Dopo un centinaio di metri si voltò come se qualcuno l’avesse chiamato.
– Cosa c’è?
Aveva sentito delle risate. E adesso gli sembrava che ci fossero due figure sedute, una di fronte all’altra, allegre nella loro giovinezza. Provò un moto d’affetto.
– Niente – rispose – mi era sembrato di sentire un rumore.

giovedì 20 agosto 2009

Di notte (2)

Scritto da Ack13 19.15

Urlò in preda al terrore lanciandosi verso il comodino ma cadde rovinosamente. Cercò senza alzarsi l’interruttore dell’abat-jour, sentì il bicchiere d’acqua rovesciarsi e inzuppare le carte che stava leggendo prima di addormentarsi. In quell’attimo non poté fare a meno di pensare che quella sera era stato un black-out ad addomesticare l’insonnia ormai persistente. Sperò con tutto se stesso che fosse risolto. Quando finalmente la calda luce invase l’ambiente si voltò di scatto a guardare la stanza. Aveva il solito aspetto familiare. L’ometto con la vestaglia, nell’angolo, sembrava ridere sotto i baffi.

Cristo ho le allucinazioni, pensò più rincuorato che preoccupato, le gambe ancora ispide per la pelle d’oca. Devo fare qualcosa, devo fare qualcosa, prese a ripetere mentalmente. Domani lo dirò a Gina e andremo tutti e due da un analista. Non possiamo continuare così. Devo riprendere a dormire e lei deve smetterla di passare il tempo in quella camera. E dobbiamo parlare. La costringerò se necessario, ma dobbiamo riprendere a parlare.

Pensare al futuro lo aiutò a tranquillizzarsi, alla luce era tutto diverso, ed era proprio il futuro che entrambi dovevano recuperare.
Non ce l’avrebbe più fatta a riaddormentarsi quella notte. Si alzò deciso ad uscire, avrebbe cercato un bar dove prendere un caffè. Magari sarebbe andato fino all’autogrill sulla tangenziale, quello pieno di camion che non chiudeva mai.
Accese la luce della stanza e quella del corridoio, poi cominciò a togliersi di dosso il pigiama. Dopo dieci minuti era pronto. Si rese conto che nonostante l’ora tarda aveva spostato oggetti, aperto e chiuso cassetti, tossito rumorosamente. Si era perfino schiarito la voce più volte, tutto per non lasciar calare ancora il silenzio. Sulla soglia però non poté fare a meno di fermarsi ad ascoltare. I secondi scorrevano lentamente, uno… due… cinque… dieci… ma il silenzio restava tale. Si sentì incoraggiato, voleva dimostrare a se stesso che non aveva fretta, che non aveva paura. Erano passati quasi due minuti quando decise di muoversi.

Proprio in quel momento risuonò chiara e inequivocabile la risata argentina di suo figlio.

In realtà se lo aspettava. Non restò turbato questa volta. Il cuore batteva ancora forte ma si sentiva tranquillo. Tolse il giubbotto di tela leggera e lo appese all’attaccapanni, sfilò le scarpe riponendole con cura, poi andò incontro a quello che ormai era il suo destino.
Aprì la porta senza pensieri, preparato a tutto. Una fugace sensazione di rimpianto lo attraversò ma non riuscì nemmeno a metterla a fuoco. Di qualunque cosa si trattasse dopotutto, aveva ormai scarsa importanza.

Lo accolse una luce azzurrina soffusa e un vociare allegro, di festa. Tra le tante spiccava la voce di suo figlio. Entrò guardandosi attorno e un sorriso amaro gli si disegnò sul volto. Ne aveva sentito raccontare alcune volte. Un black-out può fare impazzire gli apparati elettronici, questione di picchi di tensione. Sua moglie doveva aver lasciato la videocassetta nel videoregistratore e la TV in stand-by. L’andare e tornare della corrente l’aveva fatta ripartire. Suo figlio in giardino con gli amici festeggiava il suo quindicesimo compleanno. L’ultimo.

Il traffico fuori si era assopito, e gli uccellini salutavano allegri la nascita del nuovo girono. Guardò per un po’ le risate e la vita che scorrevano sul video, poi non resistette e staccò la spina.

giovedì 20 agosto 2009

Di notte (1)

Scritto da Ack13 14.18

Il tonfo sordo lo svegliò di soprassalto facendolo scattare seduto sul letto. Si stava ancora sforzando di emergere dalle profondità vischiose del sonno, quando gli giunse la voce. La camera di suo figlio. Forse un oggetto caduto, cercò di tranquillizzarsi mentre un brivido gli partiva prepotente all’altezza delle spalle. Si, doveva aver ceduto un ripiano o qualcosa del genere, sul rumore non c’erano dubbi, ma la voce non poteva essere reale. Non poteva perché era quella di suo figlio.

Era estate e la finestra era aperta, l’avvolgibile lasciava filtrare piccoli fasci di luce lunare dai lampioni in strada. Cercò di vincere la fame d’aria e trattenne il fiato per ascoltare. Per fortuna alcune macchine, di sotto, gli concessero preziosi secondi di tregua. Il silenzio tornò lentamente, man mano che le auto si allontanavano, finché restò solo il tamburo prepotente del cuore nelle tempie. Tamburo che non gli impedì di cogliere di nuovo, questa volta più distintamente, la stessa inconfondibile voce.

Portò istintivamente le ginocchia al petto stringendole con le braccia. Chissà come mai sua moglie aveva deciso di partire per Roma da sua sorella proprio quella sera, chissà se adesso stava sognando, chissà se stava parlando almeno nel sonno. Un tempo sapeva tutto quello che faceva sua moglie di notte, aveva il sonno leggero. Ma era prima che cominciasse a passare le notti di là.
Di nuovo il traffico notturno lo sollevò al di sopra della nube scura che stava prendendo forma nella stanza, e i pensieri sconnessi cominciarono a confluire nei ricordi.

Erano passati solo due mesi ma sembrava così lontano… sua moglie lo rimproverava spesso allora. Lo trattava quasi come un bambino. Una battuta fuori luogo, un bicchiere di troppo, un apprezzamento indelicato. Aveva da ridire quasi su tutto.

Nella semioscurità il mento appoggiato alle ginocchia si deformò in una specie di sorriso.

L’aveva rimbrottato anche quel giorno in autostrada. Rivedeva la scena come fosse un film. Lui che guidava con la fretta di arrivare, lei accanto che continuava a dirgli di andare piano, e lui, suo figlio, nello specchietto, che guardava distrattamente fuori con le fedeli cuffiette infilate nelle orecchie. Non ricordava molto altro, solo un guardrail troppo vicino e quella strana sensazione di vuoto localizzata nel bassoventre, mentre la macchina volava nella scarpata.
Lei si era chiusa in un mutismo assoluto. Passava le giornate in camera di suo figlio a rovistare nella sua roba, leggere le sue cose, guardare vecchi video, e la notte si addormentava nel suo letto. Quante volte aveva provato a sfondare quel muro di silenzio prima di rinunciare, eppure erano passati solo due mesi... quanto potevano essere due soli mesi.

Ancora una volta il traffico fuori stava lasciando il posto al silenzio. Ormai sapeva che la voce sarebbe tornata. Sapeva che il suo destino lo aspettava in quella stanza vuota. Per un momento ebbe l’impulso di alzarsi e andargli incontro di corsa, coraggioso come un antico cavaliere, ma il corpo semplicemente non rispose. Era inchiodato a quel letto.

Vide minuscole lucine verdi che danzavano nel buio. Non gli capitava da quando era bambino. Si svegliava in piena notte spaventato e guardando nell’oscurità vedeva fluttuare le lucine. Ogni tanto girovagavano e basta, ma altre volte prendevano la forma della paura vista in qualche film. Belfagor, squali, fantasmi, o vampiri con la faccia di Bela Lugosi. Quando succedeva urlava e sua mamma veniva a tranquillizzarlo. Se andava bene passava il resto della notte nel lettone, a riempirsi le narici dell’odore più buono del mondo.

Le lucine cominciarono a confluire nell’angolo più buio della stanza. Un buio strano, così intenso che sembrava voler ingoiare tutto il resto. Una folata di vento sibilò attraverso le imposte e gli sembrò che un sussurro strisciasse fuori da quell’angolo.

– Assassino.

Strizzò gli occhi per cercare di penetrare l’oscurità e gli sembrò di distinguere una sagoma esile che lo fissava con occhi neri pieni d’odio.
– Cara, sei tu? – disse ad alta voce incurante di quanto fosse assurda quella possibilità.
Silenzio.
Si preparò mentalmente ad un movimento. Immaginò sua moglie, seria e contrita come al solito, che veniva fuori dal suo nascondiglio. La immaginò camminare con quel passo ormai greve nel suo abito scuro.
Il vento sibilò ancora e l’immagine trasfigurò nella sua mente. Il viso divenne bianco come un lenzuolo, la pelle si tese evidenziando gli zigomi e sollevando le labbra scure in un ghigno quasi feroce, gli occhi affondarono nelle orbite lasciando solo due buchi vuoti mentre sulla fronte si apriva una linea scura e sagomata, la stessa che erano stati costretti a vedere all’obitorio quando avevano salutato per l’ultima il loro unico figlio.

- continua -

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Ack13

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"Mi sforzo... ma mi viene da ridere... "motto" mi ricorda troppo "morto" detto da Catarella."

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