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Dall'alto (prima parte)

Ack13 12 gennaio 2010 ore 12.10
Le luci della città sono uno spettacolo mozzafiato ma le guarda senza trovarvi granché di interessante. Sente dietro ad ognuna di quelle lucciole un uomo al volante, sotto ognuna di quelle piccole candele la casa di una famiglia allegra nell’aria di festa o la solitudine della cucina di un pensionato, ma la cosa gli appare irrilevante. Sono pensieri che fa meccanicamente, quasi fossero di un altro.
E’ confuso, non riesce a fare mente locale, a ricordare cosa ci faccia lì, ma allo stesso tempo avverte una lontana sensazione di urgenza, unico barlume di emotività, di cui non riesce a capire l’origine. Devo ricordare, devo ricordare, ripete tra sé, e lentamente alcune immagini cominciano a fluire, umide della nebbia che gli affolla la testa.

- Io non riesco proprio a capirti – gli dice Gianni.
C’è molta gente e la sala è troppo riscaldata. I vetri sono bagnati dalla condensa e l’aria ha un odore umido, pesante.
- Cos’è che non riesci a capire? – risponde allentandosi il nodo della cravatta con una smorfia di insofferenza.
- Quell’imbecille di Giorgio! Quando hai proposto questa acquisizione ha remato contro con tutte le sue forze. Ti ha spalato addosso tanta di quella merda…
- Cristo in questo posto non si respira!
- … e adesso è lì a raccogliere gli applausi per l’”intuizione geniale”.
- Dovrebbero aprire un po’ le finestre… ho bisogno di una boccata d’aria.
Esce di fretta, ansioso di tornare a respirare. Gianni lo segue.
- Non capisco come riesci a sopportarlo.
Adesso, con l’aria fredda e pungente dell’esterno, le cose vanno meglio.
- Sai come sono fatto… non mi piace parlare in pubblico, stare al centro dell’attenzione.
- Ho capito, ma un piccolo sforzo potresti pure farlo, quantomeno per levargli dalla faccia quel sorriso ipocrita del cazzo.
- Mi sembri Mary!

Mary. Mary gli torna in testa con la forza delle sue cosce morbide e tese. Chissà come ha potuto farsele uscire di mente. Ricorda che gli piace toccarle, soprattutto d’estate quando non porta le calze. Quando vanno in macchina è una specie di intimo rito. Lei al volante lo terrorizza guidando come una matta e imprecando contro qualunque ostacolo. A volte è certo che lo faccia di proposito, una specie di vendetta femminile per il fatto che dopo l’incidente preferisca far guidare lei. Lui le accarezza le gambe nervose partendo dal ginocchio e spingendosi fino all’orlo delle mutandine e poi ritorna indietro, lentamente. La cosa la rilassa un po’. Non quella sera però. Quella sera faceva freddo e aveva le calze ed era più infuriata che mai e le sue mani non l’aiutavano affatto…

- ‘fanculo levati dalle palle morto di sonno!
Le ruote stridono per l’accelerata e lui stringe la maniglia dello sportello destro. Ha la mano sinistra sul suo ginocchio, immobile, e il contatto con il nylon gliela fa sudare leggermente.
- Ma guarda questa imbecille!
- Mary… - dice liberandole il ginocchio – ma se andassimo un po’ più tranquilli? Alla fine non abbiamo tutta questa fretta.
- Mi sembri fin troppo tranquillo. Se vuoi però puoi provare a guidare tu in mezzo a questa massa di pecore inferocite dallo shopping natalizio.
La frenata è abbastanza brusca da attivare il blocco della cintura di sicurezza.
- Ahi! Ma che cavolo…
- Quello sta uscendo – si limita a dire lei facendo sibilare la retromarcia.
L’entrata del centro commerciale è vestita a festa. E’ uno di quei posti con il soffitto altissimo e i negozi sui vari piani a balconate. Le pedane mobili vanno su e giù incrociando i festoni e le decorazioni, e nella piazzetta in mezzo, tra le bancarelle dei prodotti gastronomici, c’è un recinto con un trenino per bimbi che gira in mezzo a renne di peluche in un paesaggio artico bianco polistirolo. La gente si affolla tra le vetrine e lui prova una sorta di vertigine.
- Non mi sento molto bene…
- E ti pareva! Altro che salire in cima alla torre a guardare la città…
- Dai, non prendertela, perché non ce ne andiamo in quel bar tranquillo giù in fondo? Quello con i tavolini separati da paraventi. Ricordi quella volta che avevamo bevuto e io ti ho…
- Sono venuta qui perché dobbiamo ancora comprare dei regali. Se ti dà fastidio la confusione vai ad aspettarmi in macchina.

Si, adesso ricorda bene. Era andato davvero in macchina, sollevato di potersi sottrarre al senso di oppressione che regnava lì dentro, ma lei era tornata con delle trombe che sfioravano il pavimento. Aveva cominciato ad elencargli tutti i problemi dovuti alle sue fobie. La lentezza della sua carriera pur di evitare le riunioni importanti, le feste inquinate dalla claustrofobia, la tour Eiffel vista dal basso, il viaggio a Cuba saltato per la paura di volare. Lui era rimasto muto a sorbirsi la sfuriata, le mani rigorosamente a posto, ma la rabbia di Mary era cresciuta mescolandosi alla frustrazione. Cercava un appiglio per esplodere, sarebbe bastata una sua sola parola, e lui si era guardato bene dal dirla.
Nonostante avessero deciso di cenare a casa di lei, si era ritrovato con il cuore in gola sotto il suo portone, con il terrore che fosse l’ultima volta che la vedeva, e il rumore brusco dell’auto lontana come unico saluto. Poi quella voce sibilante, quasi parte dello stridere delle gomme.

- Giovanotto...
Trasale, non ha visto la vecchia uscire dal vicolo e venirgli vicino. Sembra avere più di cent’anni. Il volto rugoso si rattrappisce sulle gengive vuote in una specie di ghigno, circondato dalle ciocche stoppose che sfuggono allo scialle annodato in testa. Gli occhi però sono senza età, vigili e profondi come la notte che la circonda.
- Sembri triste giovanotto. I ho rimedi per tutte le tristezze.
- Già, ma dubito che l’abbia per la mia – risponde abbozzando un sorriso. Le dà a parlare solo per dissimulare il disagio che gli ha causato la sua apparizione.
- Io compro tristezza e vendo felicità…
- Si, si, ma magari un’altra volta – dice avviandosi verso il portone.
- … vendo coraggio e compro paura. – conclude lei, e il modo in cui dice “paura” gli fa venire in mente uno schiaccianoci che frantuma una noce.
Si volta.
- Come ha detto?
I suoi occhi scintillano e il ghigno sembra aprirsi sornione. Se mostrasse denti affilati invece che quella caverna scura non ne resterebbe sorpreso.
- Questo. – continua versando un liquido scuro in un bicchierino – Tu lo bevi e la paura va via.
In un altro momento l’idea non lo sfiorerebbe nemmeno, quantomeno per l’aspetto vischioso del liquido e la sporcizia del bicchiere, ma quella sera peggio non può davvero andare.
- E cosa vuole in cambio?
- Solo la tua paura. Quella che andrà via – dice porgendo il bicchiere.
Dopotutto gli costerà al massimo un’afta, si dice trangugiando il liquido. Non è nemmeno così male, una specie di Jagermeister un po’ andato.
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Le luci della città sono uno spettacolo mozzafiato ma le guarda senza trovarvi granché di interessante. Sente dietro ad ognuna di quelle lucciole un uomo al volante, sotto ognuna di quelle piccole candele la casa di una famiglia allegra nell’aria di festa o la solitudine della cucina di un...
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