Gino abitava in provincia. In una provincia lontana. Così lontana che era lontana anche nel tempo. Il suo paese era uno dei pochi che ancora si muoveva a ritmi immutati ormai da decenni. Gino era la mascotte, l'ultimo nato. Aveva infatti solo sessant'anni. Conduceva la sua vita da bimbo campagnolo scorrazzando per i prati a caccia di lucertole, e giocando a palla in cortile dove la signora Zita, ormai novantaquattrenne, si incazzava puntualmente minacciando di tagliargli il pallone perché il rumore era insopportabile, anche se era sorda come una campana.
Gino si era sempre rifiutato di andare a vivere altrove dicendo che quel posto gli piaceva troppo, che non avrebbe potuto starne lontano. In realtà a tenerlo lì era Giulia. Una giovinetta graziosa di soli sessantadue anni e centosessantadue chili, che lui amava da sempre.
Giulia però, pur trovandolo simpatico e carino, non gli aveva mai concesso nulla. Il suo cuore apparteneva al granitico Girolamo, il macellaio del paese. Nonostante avesse superato i settanta, Girolamo poteva staccare la testa ad un bue con un colpo di mannaia. Giulia puntualmente, ogni due giorni, svaligiava la macelleria sospirando in attesa di uno sguardo, di un cenno che non arrivava mai.
Girolamo circa venti anni prima, aveva vissuto un momento un po' difficile. Erano mancati, nell'arco di poche settimane, sua madre Gigliola, suo padre Giacomo, sua sorella Giacinta, suo fratello Gianni, il suo cane Geco, e le sue sette galline Gia, Gioia, Galla, Gardenia, Goderonzola, Gugliermetta e Gargarismia, così detta per lo strano modo di fare coccodè che ricordava appunto un risciacquare di bocca. Gli era rimasta solo la sua capra Geppa. Alcuni maldicenti, con macabra ironia, raccontavano che in realtà in quel triste periodo il macellaio fosse riuscito a risollevare la nota crisi del suo negozio poiché, stranamente, era stato sempre fornitissimo di carne fresca. Solo cattiverie. In realtà aveva sofferto tanto, così tanto che si era legato alla sua capra in modo forse un po' troppo ossessivo.
Ormai Geppa era morta, ma da allora Girolamo aveva amato solo le sue capre, che aveva continuato a battezzare, appunto, Geppa. E loro lo avevano sempre ricambiato con gioia.
Geppa tredicesima però, la sua ultima capra, non aveva voluto saperne. Lui le aveva fatto una cotta spietata ma senza successo. Se le regalava mazzi di fiori enormi, lei si lamentava che li trovava indigesti. Se le portava del fieno, diceva che era allergica. Nemmeno le minacce di farla finire sulla brace avevano potuto smuoverla dal suo sdegnoso contegno.
La verità è che per problemi di imprinting, Geppa tredicesima si era innamorata perdutamente di Gigolò, un cane bastardo e infido figlio di un pastore maremmano e di una troia del basso appennino. Il massimo di attenzione che lui le dava era una dolorosa azzannata sul culo quando era di buon umore.
Già, Gigolò era un cane con seri problemi comportamentali dovuti ai maltrattamenti subiti da cucciolo. Era aggressivo e irascibile, e ovviamente aveva disturbi della sessualità. L'unica creatura che per il suo andi leggiadro e spensierato, forse indotto dalla sua giovane età (interiore), lo aveva davvero conquistato, era Gino. Quando si trovava al suo cospetto perdeva, spandendole in giro, pisciatine di eccitamento. E scodinzolava tirando su il labbro come a ridere, mentre strisciava pancia a terra.
Ormai sono passati tanti anni e Prima Gigolò, poi Geppa, poi Girolamo, poi Giulia e per ultimo Gino sono tutti morti. Ironia della sorte, nessuno di loro ha nemmeno assaggiato l'amore che inseguiva. Alcuni però giurano che ancora oggi nei prati dei monti attorno al piccolo paesino, in alcune notti di luna piena, sia possibile assistere ad un comico girotondo di uomini e bestie che si inseguono l'un l'altro senza prendersi quasi mai. Solo ogni tanto infatti la capretta sembra raggiungere il cane, ma dopo un ringhio e un "beeeeee" tutto torna come prima.
















