Si chiamava Antonio Onto, ma tutti lo chiamavano Antonto. Perché era stupido. Di quella rara stupidità genuina e bonaria stile Forrest Gump. Antonto non avrebbe mai fatto male ad una mosca anche se fin da bambino era stato continuamente perseguitato dallo scherno dei ragazzi del quartiere.E' strano come la sensibilità d'animo spesso viaggi su binari completamente indipendenti rispetto ad altre facoltà dell'intelletto. Antonto percepiva chiaramente la diversità che lo caratterizzava. E la sua stupidità non gli impediva di soffrire degli scherzi continui, e soprattutto del rifiuto che gli si opponeva come un muro impenetrabile quando cercava di stabilire un legame con i suoi simili.
E allora Antonto legava con gli animali. Aveva una dote particolare per questo. Quasi sentissero che fosse un loro simile, non c'era cane o gatto o uccello che non si lasciasse avvicinare. E lui ne era orgoglioso. Ti capitava di vederlo arrivare con una lucertola che gli si arrampicava in testa e con un sorriso da un orecchio all'altro. Forse perché questa sua stranezza era l'unica cosa che gli permetteva di avere l'attenzione degli altri senza che fosse per qualche brutto tiro.
Ricordo quando Gina, una delle ragazze più carine della scuola, con la sua inconsapevole bellezza sedicenne, gli disse che avrebbe voluto vederlo fare i suoi giochetti con un leone o una tigre. Lui restò un po' pensieroso. Ci metteva sempre lunghi minuti a riflettere. Sembrava avere una marcia in meno rispetto a noialtri, una sorta di zavorra. Quando ormai tutti i presenti stavano pensando ad altro, si allontanò di corsa sorridendo.
Io ebbi il terribile sospetto e lo dissi agli altri. Ne risero, ma io, non riuscendo a scrollarmi di dosso la sensazione di pericolo, mi misi ad inseguirlo. Quando entrai nello zoo aveva già scavalcato la prima recinzione delle tigri. Immediatamente una piccola folla si accalcò allarmata attorno alla gabbia. Io gli urlavo di uscire, di non fare sciocchezze, ma lui niente. Sorrideva. Aprì il cancelletto della recinzione interna ed entrò.
I miei ricordi si confondono nel tempo e nell'emozione del momento. Forse le tigri erano sazie, forse erano drogate, ma di fatto gli si fecero vicine con fare sonnolento e curioso, ma senza nessuna apparente aggressività. Stava allungando la mano sull'enorme testa di un grosso maschio per accarezzarlo quando il custode intervenne portandolo fuori. Ricordo ancora quello che mi disse.
- Non pericoloso. Sono stupidi ma no cattivi. Non capiscono come noi. Se parli piano però capiscono e vogliono bene a te. A me mi piace quando mi vogliono bene.
Da lì a poco mi trasferii con la mia famiglia e non lo rividi più ma ancora oggi, ogni tanto, mi chiedo se qualcuno abbia provato a parlargli piano.
















