Aurelio aveva avuto fin da bambino una capacità fuori dal comune. Ci sono persone che più di altre sanno percepire gli altri, sentirne le emozioni. La chiamano sensibilità, empatia, capacità di immedesimazione. Aurelio sfuggiva a qualunque definizione. Lui, soprattutto nelle giornate terse, specialmente nelle ore in cui il giorno e la notte si danno il cambio, vedeva le persone circondate da variopinti aloni irrequieti che gli svelavano le emozioni più recondite. Ricordava con grande emozione tutti i freddi tramonti invernali e le fresche albe estive che gli avevano regalato spettacoli al cui cospetto l'aurora boreale sarebbe parsa un banale fuoco pirotecnico. Quante volte aveva osservato l'intensità dei desideri disegnare rosse ferite cangianti sul giallo pacato del sè. Quante volte aveva visto quella luce impallidire in preda alla stanchezza, colorarsi dell'azzurro tenue della serenità e dell'arancio della gioia, o esplodere nel rosso cupo della rabbia. E quanto trovava inquietanti quelle fumose striature blu, verde cupo, nero, segno di rancori persistenti e dolori irrisolti.
Aurelio si appassionava a quelle luci come alle persone che le generavano, gioiva nel vedere come la sua vicinanza e il suo calore avessero il potere di colorarle e farle vorticare, si rattristava quando, per gli strani meccanismi che governano i rapporti, era costretto a vederle divenire scure e cupe. E poi quando due persone si avvicinavano davvero, nell'aura di ognuno si vedeva chiaramente un piccolo frammento di quella dell'altro. Era minuscolo ma assolutamente simile all'originale, una parte di sè ospitata in un modo esterno enorme e familiare. Le ridotte dimensioni non lo avevano mai preoccupato. Aveva sempre pensato che nella vita altrui siamo sempre molto più piccoli di quanto immaginiamo. Importanti talvolta, ma sempre e comunque piccoli.
Comunque sia, aveva imparato ad accettare le regole del gioco delle luci, o almeno tutte tranne una. Le persone si allontanano per tanti motivi, a volte per difesa, a volte perché presi da nuove emozioni, altre volte semplicemente perché il tempo ci porta via. Aurelio, ogni volta che vedeva sparire se stesso dalla luce di una persona che gli era stata vicina, e soprattutto quando sentiva spegnersi dentro la luce di un altro, non poteva fare a meno di provare un profondo dolore. Gli sembrava che tutte quelle piccole parti di noi fossero destinate a estinguersi, si sentiva in colpa per non aver saputo mantenere i legami, per non aver accettato il dolore ed essersi lasciato tirare sul terreno insidioso del distacco, per non aver resistito ed essere fuggito, per il non sapere mai esattamente cosa volesse ma solo cosa non fosse disposto a concedere.
Per questo quel giorno aveva esitato a lungo. Lei era una vecchia zingara dall'aspetto arcigno e quando gli si era avvicinata lui aveva pensato ai soliti santini o portafortuna. Con sorpresa crescente si era prima reso conto che non proiettava alcun alone attorno a sè, e poi l'aveva ascoltata sciorinare con voce gracchiante la sua singolare proposta: Voleva liberarlo del suo dono. Mentre lei lo osservava in silenzio con uno sguardo enigmatico e antico, aveva pensato a cosa avrebbe significato per lui, si era lasciato tentare dalla possibilità di non assistere più a quelle piccole morti. Poi però aveva rifiutato.
Da allora non l'ho più rivisto. Fece giusto in tempo a raccontarmi la sua strana avventura prima di partire per chissà dove. Ogni tanto però, nelle sere invernali, torno con la mente ad Aurelio e alla domanda che da allora lo accompagna nei miei pensieri: il dubbio che la vista e la consapevolezza, osannate virtù in tutte le culture, siano alla fine solo uno strano scherzo del destino.
















