Dei giapponesi, oltre agli occhi a mandorla, aveva anche la compostezza e la discrezione. E quel senso di responsabilità e di onore assoluto che solo loro riescono a vivere con tale ottusa intensità. E non mettetevi a fare i pignoli dicendo che Chen è un nome cinese. Cosa volete ne sapessimo a vent'anni dei nomi cinesi e giapponesi.
Chen non rompeva i maroni a nessuno. Mai una volta che l'abbia sentito biasimare fedifraghi, ipocriti, bugiardi o coglioni. Lui si faceva i fatti suoi e semplicemente, sempre con la solita aderenza assoluta ai suoi principii, faceva quello che credeva giusto.
Certo sulla gente faceva uno strano effetto. Si sa, molti si specchiano negli altri. E più l'altro è sporco, più si vedono puliti. Chi si specchiava in Chen si vedeva rimandare impietosamente la sua immagine nuda e cruda. Se eri uno stronzo e passavi la serata con lui, anche senza parlare (come i giapponesi, Chen parlava poco), alla fine ti sentivi uno stronzo doppio. Se ti sorrideva anche triplo.
Con le donne aveva qualche problema. Appena dubitava un attimo di quello che sentiva le lasciava. Mi raccontò che cominciava a sentirsi responsabile del dolore che rischiava di infliggere già prima di provarci. E Durante il primo bacio cominciava ad avvertire la responsabilità di come avrebbe reagito lei quando si sarebbero lasciati.
Insomma era una catena di responsabilità che rischiava di bloccarlo in ogni suo gesto. E infatti si bloccò. Un giorno si sedette in casa per terra nella posizione del loto, e restò così per quattro mesi. Immobile. Non c'era verso di scuoterlo in alcun modo. I genitori chiamarono fior di medici che, stupefatti, dovettero ammettere che stava benissimo nonostante non mangiasse e bevesse (e cagasse). Il suo cuore faceva un battito ogni trenta minuti, e lui, come un animale in letargo, restava lì seduto con gli occhi chiusi e un sorriso appena accennato.
Dopo i quattro mesi si alzò come niente fosse e hiese a sua madre una fetta di pane e nutella. Me lo ricordo benissimo, sua madre chiamò i suoi amici più stretti. In città c'ero solo io (era estate e studiavo per un esame) e corsi a casa sua.
- Chen! - gli dissi, mentre mangiava il suo pane - cazzo, Chen, ti sei ripreso!
- Già - disse lui laconico con macchie di nutella sulle labbra.
- Ma spiegami... come mai ti sei fermato così?
- Avevo bisogno di riflettere sulla catena di eventi che dipendono da ogni mio gesto. Ho fatto un esercizio. Ho pensato a tutto quello che con ogni probabilità sarebbe successo in seguito al mio risveglio.
- E ci andavano quattro mesi?
- Ho ricostruito gli eventi, giorno dopo giorno, fino alla nascita del mio secondo nipotino.
- Ommadonna! E cosa hai risolto?
- Nulla!
- Lo vedi che sentirsi così tanto responsabile non serve?
- Al contrario! - rispose lui - è fondamentale. L'unica differenza è che adesso sono pronto ad assumerle, le mie responsabilità.
Detto questo uscì e ricominciò a vivere esattamente come faceva prima. Ma a sentire lui (a guardarlo non si notava differenza), molto più felice.
















