No, nonostante il nome nessuno l'avrebbe preso l'angelo della morte, ma più d'uno avrebbe giurato che era proprio il principe dei seduttori. Ismael Solo Bones, Samael per la gente del quartiere, era figlio di Henry James Bones, un ex-militare degli Stati Confederati dell'Ovest e di Hadija Ab'neg, una delle tante maghrebbine che ormai popolavano il distretto 12.Era alto con lunghi capelli neri come il buio, e neri erano anche i suoi occhi, ed era di una bellezza intensa e mutevole. Magari alla luce verdarancio del tramonto poteva apparire come un maestoso e virile guerriero d'altri tempi, per divenire un giovane gentile e dai lineamenti quasi femminei con il sorgere della luna. Non che io cogliessi tutte queste sfumature. Per me e i miei amici era soprattutto l'invidiabile conquistatore di bellissime donne irraggiungibili, ma così capitava di sentirlo descrivere dalle decine di ragazze che nel quartiere anelavano un suo sguardo.
Noi tutti fantasticavamo sulle sue avventure, giocavamo a immaginare quante donne avesse collezionato, e a quali inimmaginabili giochi si fossero prestate. Già, non bastavano certo la povertà e le mutazioni dovute all'immensa discarica che da sempre era il nostro parco giochi, a spegnere le nostre fantasie adolescenziali. E lui era l'incarnazione di quelle voglie tanto prepotenti quanto fumose e vaghe erano le immagini che le accompagnavano. Quei sogni di corpi intrecciati, di seni morbidi, di labbra ansiose, erano per lui realtà e divenivano, attraverso di lui, realtà per noi.
Samael era quindi un simbolo, e il simbolo, come spesso accade, nascondeva l'uomo. Non ci chiedevamo, allora, come potesse essere totalmente immune da qualsiasi forma di insicurezza quando era a contatto con le donne. Che fossero giovani e avvenenti o vecchie e grinzose, non aveva nemmeno quella piccola infinitesimale incertezza che fa battere il cuore più forte, che lascia assaporare la conquista, che spesso costituisce l'embrione di un futuro amore.
No, allora non potevamo capire che Samael non aveva paura perché non poteva amare, o non poteva amare perché non aveva alcuna paura. Il suo sguardo eternamente affacciato altrove, la malinconia di cui era intriso ogni suo gesto, erano per noi parte del suo fascino. E ricordo che quando quell'estate scoprimmo quello che lui reputava il vero segreto della sua capacità di seduzione, sgranammo gli occhi e ne ridemmo a crepapelle, e forse lo ammirammo ancora di più.
Samael era anche lui frutto delle mutazioni di collina 6. Un piccolo mostro come tanti altri mostri generati dai residui chimici della grande discarica. Solo che invece che un arto deforme, una gobba, un viso mostruoso, a lui era stato donato un osso. Una falange dove avrebbe dovuto esserci tutt'altro, un desiderio sostituito da un atto di volontà, l'impossibilità di vivere appieno l'enorme energia di millenni di dubbi ancestrali e timori adolescenziali.
Scoprimmo il suo segreto scoprendo lui quell'estate, quando, presi in quella incredibile avventura, ci descrisse il sogno di onnipotenza di ogni uomo come la più grande delle dannazioni.
Ma questa è un'altra storia.
















