- Altro che armata Brancaleone! – dice Mimmo a Franco.
- Già, bella manica di derelitti… ti è mai sorto il dubbio che sia tutta una cazzata?
- Non so – risponde Mimmo – Mi fido di Gandalfio… e diciamo che in questo periodo sto sperimentando personalmente l’effetto della loro magia.
Franco sorride come chi la sa lunga.
- Beh, prima o poi qualcuno doveva pure accalappiare quel tuo bel cuore sfuggente…
- Non dire stronzate… mi ha stregato e lo sai. Spero che passi presto.
- Passerà, passerà… ma chi se ne frega se è magia o no, insomma – replica Franco scheccando un po’ – Hai la fortuna di vivere un brivido vero… forte... ma cosa aspetti a buttarti!
Mimmo sente ancora quel malessere. Adesso è come una fitta al fianco. Cerca di cambiare discorso.
- E del nuovo cosa ne pensi? – gli chiede.
- Un bel maiale. Ma c’è qualcosa sotto che non riesco a capire, che mi sfugge.
Ebol li interrompe.
- Ragazzi. Non siamo lontani dall’albero. Pensavo di accamparci nella radura questa notte. Io potrei restare con i nostri amici e voi allungare il passo e cominciare a preparare il campo. Mimmo, tu potresti occuparti assieme a Ciccio del fuoco. Mafalda magari ci cucinerà qualcosa quando saremo lì. E tu Franco dovresti occuparti assieme a Seda di preparare dei giacigli per la notte. I nostri bimbi non hanno più le ossa di un tempo… ah, visto che ci sei, ti spiacerebbe scavare una latrina?
- Che culo – si lamenta Franco – a me sempre le cose più divertenti.
- Non lamentarti troppo – lo apostrofa Mimmo – dopotutto la latrina è ancora vuota… è già qualcosa, no?
Mentre gli altri si avviano veloci, Ebol affianca Giovannino mantre Natalino si affida alla guida di Mafalda.
- Allora, come procede? Tutto bene?
- Diciamo di si, adesso. Mi sembrate anche voi dei pazzi, ma non credo che tutto questo sia solo una messinscena per dimostrare la mia sanità mentale. Sai Ebol, non saprei dove andare se mi mettessero fuori dall’istituto. Ho sempre vissuto lì. Le uniche persone che conosco, tutti i miei amici, sono in quel posto. E non ho ancora ricevuto risposta alle mie lettere.
- Ahio! – fa Natalino. Seda vede Mafalda che se la ride sotto i baffi.
- Scusa Natalino, non avevo visto quel ramo sporgente – gli dice soffocando le risa.
- Certo che questa tua doppia natura è davvero strana… scrivere ad una rivista erotica e a Babbo Natale… scrivere cosa poi?
- Oh, preferirei non parlarne adesso. E’ una questione spinosa per me, ma sappi che l’erotismo, le lettere alla rivista… sono solo atteggiamenti che ho sviluppato perché mi rendevano simpatico. Non mi interessano affatto… non mi tira nemmeno più, figurati!
- Vuoi dire che hai finto per trentasei anni?
- Più o meno è così. Sai, quando cresci in un posto come quello, l’estrema fragilità che ti porti dietro può diventare un problema a lungo andare. Così è nato questo gioco che divertiva tutti all’istituto. Inservienti, infermieri… e anche gli altri pazienti. Ed è stato anche un modo per poter continuare senza problemi a chiedere invece quello a cui tengo davvero. Quello che ancora non mi è stato dato…
- Sei sicuro di non volerne parlare? Di quello che scrivevi nelle lettere per Santa Claus, intendo.
- Ahi! – fa ancora Natalino - ma allora lo fai apposta! Mi sono accorto che hai deviato subito prima che beccassi quest’altro ramo.
- Eddai Natalino, cosa vuoi che sia! E’ solo qualche rametto… d’altronde non rischi certo che ti accechi – ride Mafalda.
- Mafalda! – interviene seria Ebol – ti pregherei di essere gentile con Natalino.
- Uff… vabbè – sbuffa lei – non si può neanche fare uno scherzo innocente.
La bimba torna a rivolgersi a Giovannino.
- Dicevi?
- Vedi… è difficile da spiegare. Ero bambino ed era Natale. Io avevo tanto desiderato una bicicletta. Nonostante mio padre mi avesse detto e ridetto che sarebbe stato difficile, io non mi ero arreso e avevo scritto a Babbo Natale. Ebbi la bicicletta ma mia madre si ammalò quel Natale. Poco dopo morì. Da allora iniziai a sentire un peso qui nel petto. Un peso che mi impediva di fare quasi qualunque cosa. Andai avanti così per molto tempo, con estrema sofferenza. A venticinque anni mio padre, in punto di morte, mi confidò che quella bicicletta non me l’aveva comprata lui. Iniziai allora a scrivere a Babbo Natale chiedendogli spiegazioni. Chiedendo se la morte di mia madre fosse stato il prezzo per il capriccio egoista di un bambino.
Ebol si acciglia ma annuisce per farlo continuare.
- Riuscii per un po’ di anni a sopravvivere con quanto mi aveva lasciato mio padre, poi finii all’istituto. Lì vidi per caso uno dei primi numeri della rivista Play Guy. Mary Your era bellissima e le scrissi una lettera. Tutti ne ridevano e ci scherzavano, e presi a farlo abitualmente. Un giorno per Babbo Natale, per me… un giorno per Mary Your, per gli altri.
- Eccoci finalmente – dice Ebol interrompendo il discorso. Il fuoco è già acceso e tutti sono indaffarati nella preparazione del campo. C’è quasi aria di casa.
Ebol si separa dal gruppo e si avvicina all’albero magico. Lo accarezza. Poi si blocca atterrita. Non dice nemmeno una parola ma la tensione cala sul campo come se le nubi avessero coperto il sole. Lentamente tutti le si avvicinano fermandosi alle sue spalle. Lei smuove con la mano uno strato di polvere che sembra cenere, e appare una scritta incisa nella corteccia.
Continua con un gesto lento ad eliminare la polvere finché la scritta non è tutta chiara e leggibile.
Chiuso è l'accesso al mondo fatato
a chiuderlo furono maghi potenti
inutile è tutto, il portale è sbarrato
sfogatevi pure con punte e fendenti
"inutile è tutto" dire si puote
ma dirlo non dice ch'è vero sul serio
'ché mezzo dev'esserci e senza le ruote
per rompere incanto sia pur deleterio
siffatto il tuo gruppo non è consolante
schiuder richiede di amor compagnia
chi ama suo figlio chi ama l'amante
chi ama la bestia son tre e così sia
Tutti pendono dalle labbra della piccola fata.
- Abbiamo un problema. Un problema serio – si limita a dire lei.
















