Dopo
lunghe settimane di nebbia e pioggia, l’estate sembrava esplosa. Alì camminava
svelto, la pesante borsa a tracolla, e si godeva il sole sulla pelle. Tutto
andava per il verso giusto. Quella mattina perfino la camera squallida e i suoi
tre coinquilini disordinatamente addormentati gli avevano trasmesso calore e
familiarità. E dire che li conosceva appena.
Camminava
e ripeteva mentalmente il breve itinerario che lo aspettava: a piedi fino alla
stazione di Cernusco, tre fermate fino a Gobba, poi il cambio e altre due per
Cologno.
Arrivato
in stazione comprò il suo biglietto extraurbano e scese verso il binario.
L’orologio sul marciapiede segnava le otto e cinque ma le poche persone
conferivano al tutto un’atmosfera da mattino presto. Il suo appuntamento era
alle dieci e sorrise tra sé. Il tempo speso in attesa delle cose importanti non
è mai tempo perso, diceva suo nonno.
Si
appoggiò al muro portando la borsa sull’altra spalla per non posarla in terra.
Poco lontano c’era una vecchina con un enorme carrello per la spesa, di quelli tipo
trolley di tela cerata. Con la diffidenza che gli anziani riservano al primo
caldo, indossava abiti invernali, ma il viso circondato dai capelli
bianchissimi era fresco e rilassato. Incrociò il suo sguardo e lo sorprese con
un sorriso. Un altro segno per la sua giornata, inspirò profondamente la sua
soddisfazione e con essa l’odore dei binari. Era odore di stazione vera, di
libertà. Non quello di città umido e malsano che sembra ricordarti che non
andrai lontano da quelle gallerie attorcigliate su se stesse.
Quando
alle otto e venticinque si avvertì lo sferragliare della locomotiva, ormai il
mattino presto era stato portato via dalle persone efficienti e indaffarate che
ormai affollavano il marciapiede. Il treno si avvicinò insolitamente lento, quasi
sopportasse a fatica il suo stesso peso, ma la gente in attesa reagì con
un’inaspettata frenesia concitata. Tra spintoni e gomitate Alì raggiunse una
delle porte, e all’apertura fu investito da una folata calda e intrisa di
odori. Il treno era già pieno, tanto che per entrare bisognava spingere
indietro di forza il muro di passeggeri all’ingresso.
Alle
sue spalle la folla premeva con foga, ognuno solo contro tutti, come un pollaio
in cui gli animali si beccano per l’unico chicco di mais. Alì, infastidito e
quasi disgustato da quella lotta fuori programma, decise di tirarsi indietro. Dopotutto
il suo tempo gliene conferiva la forza. Si fece largo a fatica e con un misto
di rabbia e sollievo strappò la sua borsa dal groviglio umano ritornando a
respirare.
Quando
il treno si allontanò, con lui erano rimaste almeno trenta persone. Tra loro la
vecchina, che adesso indossava una curiosa espressione meditabonda. Vederla
così imperturbabile lo aiutò a ritrovare compostezza e buonumore.
Il
secondo treno arrivò alle otto e quaranta. Anche questo era piuttosto
affollato, ma non tanto da rendere necessario lottare per salirvi. Sulla soglia
Alì scorse con la coda dell’occhio la fantasia a quadri del trolley, e si fece
da parte per far salire la vecchina. Lei parve a disagio, quasi imbarazzata, ma
sgambettò in fretta a dispetto dell’età, portandosi in fondo al vagone. Nessuno
le cedette il posto e lei si mise in piedi nell’angolo, entrambe le mani sulla
vistosa borsa.
Alì
fissò con un punta di rimprovero un ragazzo che restava stravaccato proprio
accanto a lei, le cuffiette ben infilate nelle orecchie. L’assurdo contrasto
tra la sorridente sottomissione che gli italiani offrivano alle donne, e l’assenza
di rispetto per gli anziani, era uno dei misteri dell’occidente. Quando incrociò
il suo sguardo vuoto e strafottente però distolse il suo. Niente problemi, non in
quel giorno, e poi non dimenticava mai di essere in un paese straniero.
Il
caldo aumentava, amplificato dalla ressa e dal tetto scuro del vagone. Si portò
verso uno dei finestrini e provò ad aprirlo senza riuscirci.
–
Sono bloccati per l’aria condizionata – gli disse un signore con gli occhiali,
asciugandosi la fronte con un fazzoletto.
–
Già, peccato che l’aria condizionata non funzioni – disse un altro – ormai
siamo proprio allo sfascio. In questo periodo poi…
–
Eh, ormai viaggiare con i mezzi pubblici è un’impresa. – riprese quello con gli
occhiali – Sa, mio cognato che lavora in comune mi ha detto che ormai sono ai
ferri corti. Non si mettono d’accordo e questi, dopo lo sciopero della
settimana scorsa, non contenti, hanno deciso di applicare alla lettera il
regolamento. Rifiutano gli straordinari, rispettano i limiti al millesimo, e al
minimo problema incrociano le braccia adducendo rischi alla sicurezza.
–
Glielo farei rispettare io il regolamento! – disse ancora l’altro – la verità è
che non hanno voglia di lavorare. Sono abituati troppo bene, e a farne le spese
è la povera gente che invece a lavorare ci deve andare sul serio.
Era
la grande colpa dell’occidente: la gente aveva perso l’identità comune. Se
andava bene c’erano ferrovieri e passeggeri, fruttivendoli e macellai,
altrimenti solo Antonio Rossi e Mario Bianchi. Nel suo paese non era così. Loro
non solo erano un tutt’uno, ma un tutt’uno che ogni giorno cresceva diventando
imponente. Nella scuola che aveva frequentato prima della partenza per
l’Italia, tra un addestramento e l’altro, si era parlato a lungo di come la
forza dell’islam fosse nella conservazione dei propri principii originari,
quegli stessi principii che tutti loro sarebbero stati chiamati un giorno a difendere.
Ebbe un moto di orgoglio pensando che forse quel giorno era arrivato.
Una
voce metallica lo distolse dai suoi pensieri.
–
Ci scusiamo per il disagio, ma per motivi tecnici questo treno si fermerà nella
stazione di Vimodrone. Tutti i passeggeri sono pregati di scendere. Ripeto…
–
Scusa, che ore sono? – chiese Alì al signore con gli occhiali mentre la voce
metallica si ripeteva.
–
Le nove meno dieci – rispose quello scuotendo la testa rassegnato.
Fece
ancora mente locale al tragitto. Era vicino, mancava solo una fermata a Gobba,
ce l’avrebbe fatta. Arrivando a Vimodrone e vedendo la calca che gremiva il
marciapiede però, si sentì deglutire a vuoto.
-continua-
Metropolitana
18 giugno 2009 ore 14:2610920857
Dopo
lunghe settimane di nebbia e pioggia, l’estate sembrava esplosa. Alì camminava
svelto, la pesante borsa a tracolla, e si godeva il sole sulla pelle. Tutto
andava per il verso giusto. Quella mattina perfino la camera squallida e i suoi
tre coinquilini disordinatamente addormentati gli avevano...

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18/06/2009 14:26:59
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PeSSima.DiSpeTTosa76 18 giugno 2009 ore 16:30
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