Le origini di Mora Ossi si perdevano nelle diverse etnie del suo intricato albero genealogico. Il padre era italiano naturalizzato figlio di una cilena di origini ebree e di un calabrese immagrato negli states, che aveva vissuto a lungo in una riserva indiana. Sua madre era svedese, figlia di un biondissimo vichingo e di una immigrata eritrea. Al mattino, alla luce del sole, il naso piccolo e leggermente all'insù, il fondo chiaro degli occhi nocciola, mostravano chiaramente le origini nordiche. E alla sera gli occhi neri come i folti capelli la rendevano un miscuglio tra una danzatrice di tango argentino e una fiera donna masai.
Era d'animo gentile, attenta al prossimo, rispettosa e altruista fino all'eccesso, e ricordo di come si infuriava trasformandosi nel peggiore dei camionisti quando nel traffico qualche imprudente commetteva l'errore di esagerare con il clacson. Anche con la vita in generale aveva un approccio prudente, quasi mite. Le piaceva che le cose restassero al proprio posto, che tutto fosse in ordine. Prima di lasciare che un qualunque evento modificasse le sue abitudini rifletteva a lungo, ponderava, calcolava le ripercussioni per sè e per gli altri. Ed era davvero uno spettacolo nei suoi frequenti momenti di cambiamento. Iniziava con il modificare la colazione, abitudine a cui era legatissima, poi cominciava a spostare i mobili in casa, tagliava i capelli, mollava il fidanzato, prendeva strade diverse per andare al lavoro, e se non riusciva a cambiare strada cambiava lavoro.
Quando cominciava una cosa nuova era piena di timore reverenziale. Cercava di imparare da chiunque la circondasse con umiltà, colma di un'insicurezza che inteneriva. Questo suo entusiamo poi, la determinazione, la fiducia in se stessa, finivano per contagiare chi le stava vicino.
Era riservata e schiva anche nelle relazioni personali. Distaccata, quasi glaciale. E arrossiva come una bimba appena scorgevi una delle tante intense piccole tempeste emotive che ogni giorno le si agitavano dentro. Se le facevi un complimento poi, ti guardava come se l'avessi invasa, violata, arrossiva genuinamente modesta, e magari replicava con un luccichio malizioso di compiacimento negli occhi.
L'arrossire era una sua prerogativa. Ricordo che lo faceva sistematicamente quando mi mordeva eccitata, sussurrando che le piaceva lasciare dei segni sul suo uomo.
Si, forse ho le idee un po' confuse. Forse i miei ricordi mi ingannano. Forse... già... forse suo padre non aveva affatto vissuto in una riserva pellerossa, ma con un gruppo di mormoni fondamentalisti.
















