-
Lo so, padre, lo so. E’ che davvero non riesco. Vede, quando mi trovo in quelle
situazioni mi prende una cosa qui e… e mi cambia i pensieri. Ecco! E’ proprio
così! Mi cambia i pensieri!
-
Guarda Mario, lo sai che errare è umano ma perseverare… Non puoi venire tutte
le domeniche qui a raccontare che ti sei pentito, e poi riprendere il lunedì
come se niente fosse.
-
Ha ragione, ha ragione. Ma vede, quando io ritorno a casa e trovo mia moglie
nel letto e quell’angelo di bambina che già dorme nell’altra stanza, mi sento
morire. Mi perdoni padre! La prego mi perdoni!
-
Non sono io che devo perdonarti, lo sai. Su, và adesso, recita quattro Ave
Maria e un Padre Nostro e cerca di non ricadere nei tuoi errori.
-
Grazie padre, grazie!
Padre
Raffaello esce dal confessionale e guarda Mario che si dirige sul fondo della
chiesa. Indossa un bell’abito scuro che mette in risalto il fisico sportivo. Camminando
si mette a posto la giacca, stringe il nodo alla cravatta, e passa accuratamente
in rassegna i fedeli in attesa della messa. Il prete riesce a cogliere almeno
tre fugaci sguardi d’intesa con altrettante pie parrocchiane. Poi lo sguardo di
Mario incontra il suo. Il sorriso abbozzato e abbronzato si trasforma in una
leggera smorfia d’imbarazzo, e lui si affretta a inginocchiarsi un po’
goffamente per la penitenza.
Padre
Raffaello si avvia in sacrestia per indossare i paramenti. Ha la nausea. Una
specie di peso sembra agitargli la colazione nello stomaco. Qualche mese fa non
sarebbe stato così. Ascoltare Mario con le sue incorreggibili scappatelle
ricche di particolari non lo avrebbe turbato. Adesso però qualcosa è cambiato.
Le sue confessioni sono diventate un supplizio.
In
sacrestia va a sciacquarsi il viso con acqua gelata. E’ un piccolo bagnetto di
servizio con poca luce e pieno di cianfrusaglie. Lo specchio di fronte al
lavabo è uno di quei vecchi affari di plastica con piccoli sportellini di fianco.
E’ inclinato su un lato e il quadrato storto che incornicia il suo viso
riflesso, sembra renderlo ancora più grottesco. Un vecchio, pensa. Un patetico
vecchio prete.
La
messa ormai è giunta al termine e Padre Raffaello è sollevato. La nausea ha
ripreso a torturarlo e adesso è accompagnata da un intenso bruciore di stomaco.
-
Corpo di Cristo.
-
Amen.
-
Corpo di Cristo.
-
Amen.
Mario
si presenta all’altare con sorriso ebete e beato. Avrà circa cinquant’anni ma l’aspetto
curato gliene leva almeno cinque. Padre Raffaello ha un moto di fastidio nel
vederlo, ma si ripete che in fondo è solo un povero figlio di Dio. E poi due o
tre persone più indietro c’è lei.
Ha
gli occhi bassi e cammina lentamente, assorta. Una ciocca sfugge dalla coda di
cavallo danzandole davanti al viso. Indossa jeans con scarpe da ginnastica e
una maglia di cotone morbida ed abbondante, ma l’abbigliamento privo di
qualsiasi ostentazione non nasconde la sensualità che emana dalle sue movenze
leggere, anzi la enfatizza. E a giudicare dalle occhiate maschili che coglie
tra i fedeli, non è l’unico a pensarlo.
I
loro sguardi si incontrano solo per un attimo brevissimo prima che lei li
rivolga nuovamente a terra, ma è sufficiente a fargli sentire una specie di
lama affilata e rovente che gli si infila nel petto. Il suo cuore inizia a
battere forte in attesa di quello che ormai è divenuto una specie di rito
profano nel cuore del sacro.
Come
da ormai tre mesi, prendendo l’ostia, lei sfiora con le labbra umide e con la
punta della lingua il suo dito di sacerdote.
Si
alza ancora una volta con la testa piena delle immagini confuse dei suoi sogni.
Sono pieni di sensazioni tattili, corpi caldi e bocche umide, ma non riesce a
metterli a fuoco. Solo un’immagine gli resta impressa e lo tortura. E’ davanti
ad uno specchio, vestito di un elegante abito blu identico a quello che Mario indossa spesso, con cravatta e camicia bianca, e prova piacere
a guardarsi, si piace.
-
Posso preparare qualcosa?
Trasale.
Non è abituato a trovarsi Matilde in casa di primo mattino. La guarda con una
punta di fastidio. Indossa la solita gonna color cachi sotto il ginocchio, i
suoi mocassini mogano, e una camicia bianca spessa abbottonata quasi fino alla
gola. I capelli impeccabilmente raccolti dietro la nuca e il fisico robusto, da
massaia abituata al duro lavoro, le conferiscono una perfetta immagine da
perpetua.
-
Come mai sei già qui? Che ore sono? – le chiede un po’ brusco.
-
Sono le undici – risponde lei esitante. Lavora in casa sua da anni ma continua
a parlargli sempre come se provasse soggezione.
-
Posso preparare qualcosa? – chiede di nuovo.
-
No grazie, sto uscendo – risponde lui avviandosi alla porta.
- continua -
Un don (prima parte)
15 aprile 2009 ore 12:4110742208
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Lo so, padre, lo so. E’ che davvero non riesco. Vede, quando mi trovo in quelle
situazioni mi prende una cosa qui e… e mi cambia i pensieri. Ecco! E’ proprio
così! Mi cambia i pensieri!
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Guarda Mario, lo sai che errare è umano ma perseverare… Non puoi venire tutte
le domeniche qui a raccontare...

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15/04/2009 12:41:59
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Commenti
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PeSSima.DiSpeTTosa76 15 aprile 2009 ore 16:25
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