Da non prendere sul serio http://blog.chatta.it/ack13/ Ultimi post inseriti da Ack13 it-IT Thu, 06 May 2010 09:08:59 GMT Sat, 11 Feb 2012 22:04:24 GMT 5 Chatta RSS Generator http://www.rssboard.org/rss-specification Da non prendere sul serio | Blog 90 90 http://blog.chatta.it/ack13/ http://blog.chatta.it/images/ack13/logo.jpg Questo sono io... http://blog.chatta.it/ack13/post/questo-sono-io-.aspx ... ]]> Thu, 06 May 2010 09:08:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11574481/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/questo-sono-io-.aspx Mio video... http://blog.chatta.it/ack13/post/mio-video-.aspx Non è un capolavoro, però la musica è vera :-)
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Tue, 27 Apr 2010 17:46:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11557864/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/mio-video-.aspx
La talpa (seconda parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/la-talpa-seconda-parte-.aspx Era stato nel costante esercizio di quella passiva osservazione che ad un certo punto si era reso conto di quella specie di prodigio. Senza occhiali non riusciva a distinguere quasi nulla ma le persone, così sfumate ed evanescenti, assumevano forme meravigliose. I colori dei vestiti si mescolavano a quello della carnagione, dei capelli, in una specie di fiamma intensa e fluttuante. Vedeva la loro aura, la loro essenza.
Ad un certo punto aveva preso a girare con gli occhiali molto bassi sul naso in modo tale che quando gli capitava di vedere qualcuno che attirava la sua attenzione, poteva guardarlo fuori dalla spessa montatura e vederne i colori. Gli era capitato diverse volte che ragazze belle e delicate si trasformassero in fiamme scure e violente, e al contrario che tipi dall’aspetto truce si rivelassero invece delle delicate fiammelle ondulate dai colori caldi.
Ormai era convinto che quella sua menomazione si fosse portata dietro un dono e che attraverso quel dono sarebbe stato in grado di riconoscere finalmente la sua anima gemella, una donna capace di vederlo oltre ogni apparenza.
Naturalmente non aveva parlato a nessuno di questa cosa. Se solo sua madre l’avesse visto andare in giro senza l’ausilio degli occhiali, seppure per pochi secondi, gli avrebbe piantato su un casino infinito.

Notò che una ragazza alta e bionda, magra nei suoi jeans di marca, gli stava venendo incontro. Riuscì a scorgerne i lineamenti delicati, nordici, e subito chinò il capo per vederla davvero. Era bella. Il suo incedere sicuro e sinuoso faceva tremolare una fiammella rosata e delicata al centro della quale sembrava ardere un cuore rosso e pulsante. Lei gli passò oltre e non seppe resistere alla tentazione di voltarsi per vederla da dietro. Nel momento stesso in cui si rigirò per continuare la sua passeggiata un’esplosione di dolore gli investì il volto.
- Cazzo, ma guardi dove vai? - disse una voce irritata che proveniva da un enorme fuoco blu notte che vibrava minaccioso.
Si toccò il naso dolorante e si ritrovò una sensazione umida tra le dita. La sua mano sembrava una bandiera rossa che volteggiava al tramonto. Cercò di tamponare il sangue con il fazzoletto e si chinò a tastare il terreno cercando gli occhiali. Erano in pezzi, chissà quale specie di bufalo lo aveva investito.
Sentì il tocco gelido del panico farsi strada tra i suoi pensieri, attorno le auree sfumate continuavano a muoversi veloci sospese sul marciapiede. Poi gli venne in mente che aveva visto una fermata del tram subito prima di notare la ragazza. Doveva essere pochi metri indietro.
Si mise in piedi mettendo in tasca gli occhiali rotti e ritornò con cautela sui suoi passi, finché non intravide la nuvoletta gialla della palina.
- Mi scusi, ho rotto gli occhiali e non ci vedo molto bene. Mi avvertirebbe quando arriva l’uno per favore?
- Certo, si figuri - rispose una voce da anziana signora da un fuocherello giallo spento tendente al beige.
Ritornare a casa sua sarebbe stato troppo difficile ma la sua vecchia casa era in un portone giusto di fronte alla fermata di Via Stradella. Sebbene la cosa non gli piacesse affatto sarebbe andato da sua madre.
Il tram era affollato ma riuscì a restare nei pressi del gabbiotto del conducente, una fiammella verdognola tentennante, a cui chiese di avvertirlo quando arrivavano in Via Stradella. E’ proprio vero che nel momento del bisogno si supera ogni timore. Quando si fu tranquillizzato, la presa confortante della maniglia nella mano destra, assistette allo spettacolo più intensamente struggente della sua esistenza.

Dalle porte in coda era entrata l’aura più incredibile che avesse mai visto. Era cangiante e morbida, passava dal giallo intenso al blu elettrico, per poi chiudersi in cima con uno sbuffo porpora che sfiorava il soffitto del tram. Lo colse una frenesia mai provata prima. Doveva andarle vicino, doveva parlarle, era lei, era certo che fosse lei, lo sentiva nel profondo del suo essere.
Dimenticò ogni prudenza e cominciò a farsi largo tra tutte quelle fiammelle che ormai gli sembravano spente. Ci mise un po’. Ogni tanto la perdeva di vista ma poi ritornava visibile come se niente potesse oscurarla. L’aveva quasi raggiunta quando il tram si fermò e lei scese. C’era molta gente e cominciò a farsi largo spintonando tra le proteste più o meno colorite degli altri passeggeri.
Finalmente scese anche lui. Subito si guardò intorno.
Niente.
Si sforzò di guardare meglio ma il marciapiede sembrava popolato unicamente da fiamme senza carattere. Quando il tram ripartì, come una visione, lei ricomparve. Era dall’altra parte della strada, evidentemente aveva attraversato appena scesa, e si muoveva allontanandosi con una certa fretta. Non ci pensò due volte, era lei, doveva essere lei. Si lanciò al suo inseguimento.
Il dolore fu acuto ma lo sentì solo per una frazione di secondo, poi tutto fu buio.
Riaprì gli occhi che era steso per terra. Un capannello di fiamme variopinte lasciava appena intravedere l’azzurro intenso del cielo, l’unica luce che riusciva a vedere anche senza occhiali. Sentiva un dolore lancinante alla schiena, in basso, e non riusciva a muovere neppure un muscolo. Poi nel capannello si affacciò lei.
Nonostante il male sorrise felice. Lo sapeva, era venuta a prendersi cura di lui, era lei, ne era certo. Con uno sforzo immane riuscì a sollevare un braccio per attirare la sua attenzione.
- Sshhh… eee… ii… tttu - riuscì a biascicare appena.
- Ciccino! - urlo lei - Ciccino mio! Oddio, chiamate un’ambulanza, presto! Oddio ma cosa hai combinato, come hai fatto, presto! Chiamate un’ambulanza.
Di colpo gli venne in mente il terribile abito a strisce azzurro e oro e la sua piega sempre precisa, rossa di un rosso esagitato, fuori luogo per una signora della sua età.
- Mmmm… maaammm… mmma? - riuscì a dire prima di sprofondare di nuovo nel buio.


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Mon, 29 Mar 2010 16:07:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11499038/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/la-talpa-seconda-parte-.aspx
La talpa (prima parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/la-talpa-prima-parte-.aspx Guardò rassegnato l’immagine rimandata dallo specchio. La canotta bianca lo segnava sotto le ascelle lasciando venir fuori due gelatinosi rivolti di grasso, e non riusciva a impedire alla pancia e a quel seno quasi femminile di formare morbide pieghe ondulate che tendevano il cotone.
Si avvicinò allo specchio per esaminare un nuovo brufolo che ostentava la chiara punta irritata sulla fronte, poi si tolse di nuovo gli occhiali. L’odiosa immagine di pesce palla ridiventò un evanescente acquerello luminoso.
Squillò il telefono.
- Ciao Ciccino sono la mamma…
Sollevò gli occhi al soffitto spoglio.
- Ciao mamma…
- Come sta il mio cucciolo?
See, di ippopotamo cieco, pensò tra sé.
- Sto bene mamma… mi hai chiamato solo ieri sera.
- Lo so, lo so, volevo sapere se vieni a pranzo. Oggi è sabato e ho fatto l’arrosto di maiale, quello che ti piace tanto.
L’immagine della canottiera gli balenò in testa sovrapposta a quella di un maialino roseo e grassoccio, e per un attimo ebbe l’impulso di mettere giù fracassando l’apparecchio. Veloce e fugace gli balenò in mente l’immagine del telefono in frantumi, e poi a seguire, l’energia che correva lungo il cavo per esplodere scompigliando la testa sempre in piega di lei.
- No mamma grazie, ho delle cose da fare oggi.
Due secondi di silenzio, poi la voce quasi rotta dalla commozione.
- Va bene, però mi raccomando…
- Ho quasi quarant’anni mamma – l’interrupe lui - stai tranquilla. Ci sentiamo domani, ok?
- Va bene, ciao Ciccino mio, ciao...
Mise giù.
Non riusciva più a reggerla. Ormai bastava la sua semplice vista, se di vista si poteva parlare, a dargli un vago senso di nausea. E la sua cucina sempre linda, i suoi pavimenti tirati a lucido… bleah. Guardò con una certa soddisfazione le pentole sporche ammassate nel lavabo. Chissà come aveva fatto suo padre, pace all’anima sua, a sopportarla per tutti quegli anni. Ovunque fosse in quel momento certamente se la spassava sollevato.

In strada c’era un bel sole primaverile. Dopo il lungo inverno ci voleva proprio e gli restituì un pizzico di buonumore. Decise di passeggiare fino a parco Sempione nonostante la distanza, al limite sarebbe ritornato in tram.
La gente in strada era tutta disinvolta. Coppie affettuose, amici che ridevano parlando di chissà quale ragazza dai capelli lunghi e biondi, signore frettolose verso lo shopping, anziani che portavano a passeggio il cane più vecchio di loro. Tutti a loro agio, tranquilli nei propri corpi. La sua immagine rimandata dalle vetrine invece sembrava mostrare la sua voglia di interagire, di avere qualcuno, che si era accumulata nella pancia gonfia.
Sapeva che sua madre non aveva colpe, era semplicemente fatta così, gli voleva bene e aveva sempre agito in buona fede. Non riusciva però a togliersi dalla testa che senza di lei sarebbe stato certamente diverso. Ricordava ancora, quando era bambino, quell’aspetto meravigliosamente selvatico degli altri ragazzini che giocavano nel parco a due passi da casa sua. Jeans a brandelli, scarpe da ginnastica sporche e distrutte dai calci alla palla, capelli riccioluti e incrostati, mani nere. Lui era l’unico vestito di tutto punto e con la riga a lato, e indossava costantemente quei maledetti scarponcini semicorrettivi che gli stringevano la caviglia costringendolo a correre come un gorilla impedito.
Avere una donna, la sua prima donna, era adesso un bisogno talmente profondo da dominare buona parte della sua esistenza. Eppure continuava a ripetersi che sarebbe volentieri morto solo pur di non trovarsi mai accanto una donna come sua madre.
I suoi problemi peraltro non si limitavano all’altro sesso. Ogni volta che si trovava a parlare con una persona che non conosceva, non poteva fare a meno di scorgere il fastidio sotterraneo con cui questa si soffermava sul suo aspetto. La cosa lo bloccava. Era riuscito ad abituarsi all’ambiente di lavoro, con enorme fatica, facilitato dal fatto che le sue mansioni da contabile prevedevano pochissime interazioni, ma anche il fare la spesa nel solito supermercato, una volta alla settimana, gli costava enorme fatica.

- continua -
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Fri, 26 Mar 2010 12:19:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11494598/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/la-talpa-prima-parte-.aspx
Dall'alto (seconda parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/dall-alto-seconda-parte-.aspx Aveva anche avuto paura, aveva pensato di essere stato drogato. Quando lei aveva cominciato ad avvicinarsi si era subito rintanato nell’androne chiudendo dietro di sé la porta a vetri. Da lì l’aveva vista chinarsi a rovistare nella pozza ancora calda, e poi tirare fuori qualcosa che aveva accuratamente ripulito con la maglia prima di riporla tra le pieghe del vestito. Dopo un’ultima veloce occhiata se ne era andata via. Gli era sembrato di sentirla ridacchiare.
Non ha idea di cosa sia capitato davvero, non capisce nemmeno come mai la cosa non gli affolli la testa di dubbi e domande. In realtà prova scarso interesse, come quella sera del resto. Era andato a dormire senza parlarne con nessuno e senza nemmeno pensarci troppo. E quello stato un po’ distaccato l’aveva accolto anche al mattino, nonostante si sentisse bene e in perfetta forma.

- Sei pronto? – dice l’sms di Mary.
- Vai pure, vado in ufficio con la mia macchina – risponde lui, e subito il telefono squilla.
- Sei arrabbiato per ieri sera? Mi spiace, è solo che…
- Tranquilla, avevi ragione, e non sono arrabbiato. Sto dicendo davvero.
- Ma non guidi da sei mesi!
- Già, spero che la macchina parta. Adesso scusami ma sono in ritardo, ci sentiamo dopo.

Si era mosso a suo agio nel traffico cittadino sentendosi un po’ stupido per aver tentennato tanto. Ricorda che aveva anche parcheggiato in seconda fila per prendere un caffè nel suo bar preferito, prima di dirigersi verso il centro.
Ancora è confuso dalla naturalezza con cui ha accettato tutti quei cambiamenti. Nessuna paura, nessuna immagine dell’incidente che lo aveva bloccato, nessuna soddisfazione o senso di rivalsa sui suoi stessi timori. Si era semplicemente rimesso a guidare come se non avesse mai smesso.
Anche entrando in ufficio non aveva avvertito la solita oppressione, quella che sembrava ricordargli ogni mattina quanto ostile fosse quel luogo…

- Ah, è qui ingegnere, il dottor Rossi vuole vederla – gli dice la segretaria di Giorgio appena lo vede entrare, e lui si dirige direttamente verso il suo ufficio.
- Finalmente sei qui! Volevo parlarti un attimo della fusione. C’è una presentazione di dettaglio da fare al comitato domani ma ci sono un po’ di punti che non capisco nel modello che mi hai passato.
- Vuol dire che farò la presentazione io.
- Come?
- Si, ho pensato che è arrivato il momento di prendermi le mie responsabilità. Ti ringrazio perché come capo sei stato davvero comprensivo, so che queste rogne toccano a me.
- S… si… certo, è solo che mi sembrava…
- Domani hai detto, vero? Se mi giri la convocazione mi organizzo subito.

L’aveva colto di sorpresa lasciandolo a bocca aperta, ma doveva impedirgli di reagire. Così aveva subito mandato un’email all’assistente dell’amministratore delegato, in cc tutti quei personaggi che da sempre cercava accuratamente di evitare, proponendo l’agenda e chiedendo conferma su orario e luogo. Anche questo era stato però un gesto meccanico, senza alcuna ansia. In realtà dopo averlo desiderato ed evitato in tutti i modi, adesso che si sentiva in grado di farlo non ne aveva nessuna voglia. Ci aveva pensato su un paio di minuti, poi aveva chiamato Gianni e gli aveva chiesto di fare lui la presentazione, tagliando corto sulle sue perplessità da bravo ragazzo.
Poco dopo era arrivata la telefonata di Mary.

- Ciao, volevo sapere come stavi, stamattina ti ho sentito strano, è andata bene in macchina?
- Ho trovato un po’ di traffico ma per il resto tutto ok.
Breve silenzio.
- Senti… ho pensato, per stasera, che potremmo andare in quel ristorante vegetariano che ti piace tanto…
- Quello che tu invece non sopporti?
Ancora silenzio.
- Già… è un posto tranquillo e secondo me dobbiamo parlare. Ieri sera mi sembra di avere esagerato…
Non è abituato a sentirla così remissiva. Non sa se rallegrarsene o esserne infastidito. A dire il vero non sa nemmeno se gli interessa sul serio.
- Va bene. A che ora?
- Alle nove direi, adesso prenoto. Passo a prenderti alle…
- No, grazie, ci vediamo lì.
- Ok, come preferisci...
- Ciao.
- … ciao.

Era stata una giornata piatta e apatica, quasi fosse immerso in un liquido oleoso. La frenesia, le intuizioni da seguire con l’energia di un bambino, l’ansia costante e l’inevitabile soluzione che arrivava sempre prima che fosse troppo tardi, a risolvere tanto i problemi reali quanto quelli derivanti dalle sue stranezze. Era tutto svanito. Si era sforzato di leggere tra le righe delle migliaia di comunicati che teneva aperti sul suo PC, ma quella foresta intrigante in cui orientarsi alla ricerca dei suoi personali tesori, era divenuta una semplice interminabile lista di parole vuote.
E ancora una volta la vera cosa incredibile è che non provava la minima inquietudine. Anche adesso, lassù, analizza i fatti e ricorda ma non riesce ad essere turbato. Turbata invece lo era certamente stata Mary quella sera a cena…

- Sei strano, cos’hai?
- Io? Niente, mi sembra.
- Sono qui a scusarmi, a dirti che cercherò di aiutarti a risolvere i tuoi problemi, che ho capito che ti amo, e tu non batti ciglio. Sei distante, freddo.
- E’ solo che non mi sento molto bene.
- Ma cazzo! Lo capisci che ci ho pensato molto e non è stato facile per me decidermi a dirti queste cose? Ti interessa o no?
I suoi occhi sono lucidi di emozione, è molto tempo che non li vede così. Immagina come devono essere nervose adesso le sue gambe sotto il tavolo. Gli piacciono le sue gambe ma il resto continua a scivolargli via, non riesce a focalizzarlo.
- Mi spiace ma in questo momento non riesco a prestare attenzione. Non so, è come se…
- Vaffanculo! – sibila lei alzandosi brusca e avviandosi verso l’uscita.

Aveva finito di mangiare solo, con calma, un po’ sorpreso da Mary e da se stesso ma incapace di fare qualunque cosa. Poi gli era venuta voglia di salire in cima alla torre dei grandi magazzini, e così si era ritrovato lì a guardare quello spettacolo muto.
Si avvicina al bordo e prova ad immaginare come sia cadere di sotto. Gli sembra incredibile come solo due giorni prima sarebbe stato terrorizzato e ora invece la cosa lo lascia totalmente indifferente. Pensa a tutto quello che perderebbe facendo quel salto, ma non trova nulla che davvero lo trattenga. Mary, il lavoro che ama, gli amici, tutta la sua vita gli appare distante e sfuocata. Scavalca la ringhiera e chiude gli occhi anticipando la sensazione di caduta, cercando il brivido che lo attende.
Niente. Anche quel gesto estremo gli sembra irrilevante e privo di interesse. Ritorna sul terrazzo e si avvia verso l’ascensore, la camminata assente e distratta.
Nell’ombra gli sembra di sentire la risata di una vecchia che cigola come una vecchia porta, ma la cosa non gli interessa. Andrà a casa, a dormire, e domani si vedrà.
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Thu, 14 Jan 2010 12:10:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11364663/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/dall-alto-seconda-parte-.aspx
Dall'alto (prima parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/dall-alto-prima-parte-.aspx E’ confuso, non riesce a fare mente locale, a ricordare cosa ci faccia lì, ma allo stesso tempo avverte una lontana sensazione di urgenza, unico barlume di emotività, di cui non riesce a capire l’origine. Devo ricordare, devo ricordare, ripete tra sé, e lentamente alcune immagini cominciano a fluire, umide della nebbia che gli affolla la testa.

- Io non riesco proprio a capirti – gli dice Gianni.
C’è molta gente e la sala è troppo riscaldata. I vetri sono bagnati dalla condensa e l’aria ha un odore umido, pesante.
- Cos’è che non riesci a capire? – risponde allentandosi il nodo della cravatta con una smorfia di insofferenza.
- Quell’imbecille di Giorgio! Quando hai proposto questa acquisizione ha remato contro con tutte le sue forze. Ti ha spalato addosso tanta di quella merda…
- Cristo in questo posto non si respira!
- … e adesso è lì a raccogliere gli applausi per l’”intuizione geniale”.
- Dovrebbero aprire un po’ le finestre… ho bisogno di una boccata d’aria.
Esce di fretta, ansioso di tornare a respirare. Gianni lo segue.
- Non capisco come riesci a sopportarlo.
Adesso, con l’aria fredda e pungente dell’esterno, le cose vanno meglio.
- Sai come sono fatto… non mi piace parlare in pubblico, stare al centro dell’attenzione.
- Ho capito, ma un piccolo sforzo potresti pure farlo, quantomeno per levargli dalla faccia quel sorriso ipocrita del cazzo.
- Mi sembri Mary!

Mary. Mary gli torna in testa con la forza delle sue cosce morbide e tese. Chissà come ha potuto farsele uscire di mente. Ricorda che gli piace toccarle, soprattutto d’estate quando non porta le calze. Quando vanno in macchina è una specie di intimo rito. Lei al volante lo terrorizza guidando come una matta e imprecando contro qualunque ostacolo. A volte è certo che lo faccia di proposito, una specie di vendetta femminile per il fatto che dopo l’incidente preferisca far guidare lei. Lui le accarezza le gambe nervose partendo dal ginocchio e spingendosi fino all’orlo delle mutandine e poi ritorna indietro, lentamente. La cosa la rilassa un po’. Non quella sera però. Quella sera faceva freddo e aveva le calze ed era più infuriata che mai e le sue mani non l’aiutavano affatto…

- ‘fanculo levati dalle palle morto di sonno!
Le ruote stridono per l’accelerata e lui stringe la maniglia dello sportello destro. Ha la mano sinistra sul suo ginocchio, immobile, e il contatto con il nylon gliela fa sudare leggermente.
- Ma guarda questa imbecille!
- Mary… - dice liberandole il ginocchio – ma se andassimo un po’ più tranquilli? Alla fine non abbiamo tutta questa fretta.
- Mi sembri fin troppo tranquillo. Se vuoi però puoi provare a guidare tu in mezzo a questa massa di pecore inferocite dallo shopping natalizio.
La frenata è abbastanza brusca da attivare il blocco della cintura di sicurezza.
- Ahi! Ma che cavolo…
- Quello sta uscendo – si limita a dire lei facendo sibilare la retromarcia.
L’entrata del centro commerciale è vestita a festa. E’ uno di quei posti con il soffitto altissimo e i negozi sui vari piani a balconate. Le pedane mobili vanno su e giù incrociando i festoni e le decorazioni, e nella piazzetta in mezzo, tra le bancarelle dei prodotti gastronomici, c’è un recinto con un trenino per bimbi che gira in mezzo a renne di peluche in un paesaggio artico bianco polistirolo. La gente si affolla tra le vetrine e lui prova una sorta di vertigine.
- Non mi sento molto bene…
- E ti pareva! Altro che salire in cima alla torre a guardare la città…
- Dai, non prendertela, perché non ce ne andiamo in quel bar tranquillo giù in fondo? Quello con i tavolini separati da paraventi. Ricordi quella volta che avevamo bevuto e io ti ho…
- Sono venuta qui perché dobbiamo ancora comprare dei regali. Se ti dà fastidio la confusione vai ad aspettarmi in macchina.

Si, adesso ricorda bene. Era andato davvero in macchina, sollevato di potersi sottrarre al senso di oppressione che regnava lì dentro, ma lei era tornata con delle trombe che sfioravano il pavimento. Aveva cominciato ad elencargli tutti i problemi dovuti alle sue fobie. La lentezza della sua carriera pur di evitare le riunioni importanti, le feste inquinate dalla claustrofobia, la tour Eiffel vista dal basso, il viaggio a Cuba saltato per la paura di volare. Lui era rimasto muto a sorbirsi la sfuriata, le mani rigorosamente a posto, ma la rabbia di Mary era cresciuta mescolandosi alla frustrazione. Cercava un appiglio per esplodere, sarebbe bastata una sua sola parola, e lui si era guardato bene dal dirla.
Nonostante avessero deciso di cenare a casa di lei, si era ritrovato con il cuore in gola sotto il suo portone, con il terrore che fosse l’ultima volta che la vedeva, e il rumore brusco dell’auto lontana come unico saluto. Poi quella voce sibilante, quasi parte dello stridere delle gomme.

- Giovanotto...
Trasale, non ha visto la vecchia uscire dal vicolo e venirgli vicino. Sembra avere più di cent’anni. Il volto rugoso si rattrappisce sulle gengive vuote in una specie di ghigno, circondato dalle ciocche stoppose che sfuggono allo scialle annodato in testa. Gli occhi però sono senza età, vigili e profondi come la notte che la circonda.
- Sembri triste giovanotto. I ho rimedi per tutte le tristezze.
- Già, ma dubito che l’abbia per la mia – risponde abbozzando un sorriso. Le dà a parlare solo per dissimulare il disagio che gli ha causato la sua apparizione.
- Io compro tristezza e vendo felicità…
- Si, si, ma magari un’altra volta – dice avviandosi verso il portone.
- … vendo coraggio e compro paura. – conclude lei, e il modo in cui dice “paura” gli fa venire in mente uno schiaccianoci che frantuma una noce.
Si volta.
- Come ha detto?
I suoi occhi scintillano e il ghigno sembra aprirsi sornione. Se mostrasse denti affilati invece che quella caverna scura non ne resterebbe sorpreso.
- Questo. – continua versando un liquido scuro in un bicchierino – Tu lo bevi e la paura va via.
In un altro momento l’idea non lo sfiorerebbe nemmeno, quantomeno per l’aspetto vischioso del liquido e la sporcizia del bicchiere, ma quella sera peggio non può davvero andare.
- E cosa vuole in cambio?
- Solo la tua paura. Quella che andrà via – dice porgendo il bicchiere.
Dopotutto gli costerà al massimo un’afta, si dice trangugiando il liquido. Non è nemmeno così male, una specie di Jagermeister un po’ andato.
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Tue, 12 Jan 2010 12:10:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11361070/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/dall-alto-prima-parte-.aspx
Fotografie http://blog.chatta.it/ack13/post/fotografie.aspx Il contrasto tra il legno reso scuro dall’umidità e il giallo intenso del fogliame era amplificato dai raggi del sole in un’atmosfera quasi surreale. Il modo in cui gli alberi si denudavano per sopravvivere all’inverno, la grazia con cui le foglie sembravano accettare il sacrificio, le erano sempre sembrati un meccanismo spietato e struggente.
Un fiammifero usato, un pezzo di legno bianco con la testa nera, galleggiava sul quel mare giallo e ruggine. Poco più in là ce n’era un altro, e un altro ancora. Senza nemmeno pensarci lasciò la strada sterrata per inseguire quella debole scia di piccoli fuochi spenti.
Era ancora piuttosto lontana quando lo vide. Istintivamente gli puntò contro lo zoom. Un ragazzo magro seduto su una panchina incurante del freddo. Il giaccone, troppo largo per lui, era aperto su una felpa grigia dal collo slargato che gli lasciava scoperta la gola. La barba rivelava tre o quattro giorni di incuria, come i capelli, spettinati, e gli occhi segnati da occhiaie profonde. La faccia però era pulita.
Prese un fiammifero, lo accese, e restò a guardare la piccola esplosione di calore. Poi tirò fuori un pezzo di carta da una scatola che aveva di fianco. Gli diede fuoco lentamente, tenendolo con la punta delle dita finché non fu costretto a gettarlo via. Restò a guardarlo in terra per qualche secondo, poi prese un altro fiammifero. Giulia non poté evitare di scattare proprio mentre la fiammella si allargava, e guardò subito sul piccolo monitor il risultato. Era assorto, e i suoi occhi sembravano guardare molto oltre la fiamma su cui erano puntati. Si avviò in silenzio verso di lui.
- Ho seguito la scia dei tuoi fiammiferi – disse quando fu ad un paio di metri dalla panchina.
Il ragazzo le rivolse uno sguardo interrogativo e distratto. Non sembrava troppo sorpreso, oppure semplicemente la sua attenzione era rivolta altrove, in quello stesso mondo che sembrava guardare attraverso le fiammelle.
- Scusa se ti disturbo. Giravo per il parco per fare delle foto e tutti quei fiammiferi sparsi in giro mi hanno incuriosita.
La guardò di nuovo, questa volta mettendo a fuoco, poi abbozzò una risata stanca.
- Sei in giro a fare delle foto?
- Si, è una vecchia passione.
Di nuovo l’abbozzo di risata.
- Lo trovi buffo?
- No per carità. E’ solo che è una coincidenza curiosa. Io comunque mi chiamo Andrea – rispose tendendo la mano.
- Giulia – disse lei avvicinandosi, e l’occhio le cadde sulla scatola posata sulla panchina.
Era piena di fotografie. Ecco cosa bruciava, mio Dio.
Strinse la sua mano fredda e asciutta con un senso vago di apprensione, andando con la mente alle centinaia di immagini che tappezzavano il suo piccolo appartamento, quasi per controllare che fossero al sicuro.
- Ma… stai bruciando delle foto? – disse tradendo un tono di allarme nella voce.
- In realtà tutte le foto degli ultimi tre o quattro anni.
- E come mai? – insistette lei brusca. Era quasi un crimine.
- Non è così facile da spiegare… guarda qui – rispose lui prendendo un fiammifero dalla scatola e accendendolo – tu scatti una foto alla fiamma proprio mentre esplode, bellissima. Poi la guardi e riguardi tutte le volte che vuoi. Il tuo vero soggetto però, era questo – concluse mostrandole il bastoncino ormai scuro e contorto.
- E basta questo per distruggere quello che è stato?
- Calma – sorrise lui – perché non ti siedi?
Il legno della panchina era freddo e umido come la giornata. Posò sulle gambe la macchina fotografica e si strinse nelle braccia guardando davanti a sé, con aria compunta, come chi si aspetta delle scuse.
- E’ una cosa che faccio da sempre… – riprese lui – le foto mi richiamano dei ricordi che sono diversi dai ricordi che ho.
- Forse perché in realtà hai dimenticato – disse Giulia voltandosi verso di lui.
- Forse. O forse sono quelli nelle foto che sono sbagliati. Le foto sono… sono come la locandina di un film, anzi, come un singolo fotogramma. Non rendono l’idea di quello che è successo. Questa è una fissa che ho fin da bambino. Mai una volta che facessi un disegno pulito, da mostrare a mio padre quando rientrava la sera. Puntualmente le mie navi spaziali iniziavano a combattere, i guerrieri sparavano, esplodevano le bombe… e alla fine restava uno scarabocchio.
Si voltò verso di lei e la sorprese distratta, intenta a sbirciare una foto che spiccava in cima al mucchio.
- Vuoi guardarla? – si sentì dire Giulia sentendo il sangue che affluiva alle guance.
- No… cioè… si, a dire il vero sono curiosa… e… scusami…
- Non ti preoccupare, tieni.
Era una ragazza con i capelli castani mossi dal vento. Era vestita con un abito estivo, leggero, e sorrideva con gli occhi leggermente strizzati per proteggersi dal sole. Sullo sfondo una collina brulla che avrebbe potuto essere in Grecia o da qualche parte nel sud Italia. Era bella e sembrava felice. Di nuovo il senso di apprensione, come poteva riuscire a darle fuoco?
- Siamo stati un paio di mesi assieme. L’estate di due anni fa.
- Mi fai venire l’ansia… quello che hai vissuto con questa persona è una parte di te. Anche se non è stato l’amore della tua vita, anche se è stata una cosa veloce. Mi fa troppo strano che tu abbia voglia di distruggerla.
- Non voglio mica bruciare lei, solo un simbolo che non le rende giustizia.
- Ma se dimentichi, come fai a sapere se le rende giustizia o no?
- La giustizia è proprio lì, dimenticare se si era destinati a dimenticare – riprese lui alzando un pochino la voce - Siamo tutti presi a rianimare passati morti e sepolti… folli amori, viaggi incredibili, feste del secolo, amicizie solide come il granito... e magari invece tutto quello che ci resta di quei momenti è una foto. E le sensazioni distorte che riusciamo a richiamare guardandola.
- Madonna che angoscia! – sbottò lei con un macigno che ormai le chiudeva la bocca dello stomaco – Può anche essere come dici tu, ma se questi simboli ti toccano così profondamente da volerli distruggere – disse agitandogli la foto quasi sotto il naso – forse significano qualcosa di più di come la racconti.
- Certo. Solo che quello che richiamano non è quello che è stato, ma quello che mi sarebbe piaciuto fosse. Posso riavere la mia foto?
- C… come?
- La foto. Me la ridai per favore?
- V… vuoi bruciarla? – disse lei alzandosi.
- Si.
- No.
- No cosa?
- Non voglio che la bruci.
- La foto è mia, non credi che abbia il diritto di fare quello che voglio?
- No – disse ancora lei indietreggiando di un passo.
Andrea si alzò anche lui.
- Non essere assurda! Questa cosa non ha nessun senso.
- Dalla a me! Per te in fondo è la stessa cosa. Se vuoi liberatene dalla a me.
- Giulia, dammi la foto – sibilò lui facendo un passo avanti.
Per tutta risposta lei prese a correre giù dalla piccola collinetta. Cercava di tenere la macchina ferma contro il fianco e stringeva la foto nell’altra mano. Non poteva prenderla. Non poteva bruciarla. Non era giusto.
Dopo un centinaio di metri si fermò ansimando, non aveva sentito alcuna presenza alle spalle, e guardò verso la collinetta. Andrea era rimasto a pochi passi dalla panchina. Da lontano sembrava ancora più magro rispetto ai vestiti che indossava.
- Non ti appartiene! – urlò – Il passato non appartiene a nessuno!
Giulia strinse ancora più forte la foto ormai spiegazzata, poi lo vide stringersi nel giaccone ed avviarsi nella direzione opposta.

***

L’appartamento era piccolo, camera e cucina e un bagno lungo e stretto. La camera era piena zeppa di fotografie incollate alle pareti su cartoncini neri. Spiccava sulla destra una serie di scatti di una colata lavica che avanzava, lenta, dando alle fiamme un albero, poi coprendo una vecchia masseria, infine avvolgendo di fumo una vigna sul fianco di una collina. Sotto c’era uno stagno assolato e popolato di anatre che subito accanto cominciavano ad alzarsi in volo nel cielo grigio. Dopo ancora lo stesso stagno era deserto, coperto per metà da una coltre di neve.
Tutte sembravano fermare e dilatare un attimo di transizione, il momento tra quello che c’era e quello che sarebbe stato.
L’angolo era pieno di foglie gialle leggere nel vento e tronchi scuri ben piantati in terra. Tra loro sorrideva stropicciata la bella ragazza rubata ad Andrea. Subito sopra, lui. Seduto sulla panchina guardava chino oltre la fiammella, fuori dalla cornice, verso la donna che voleva bruciare.
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Tue, 10 Nov 2009 12:55:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11237585/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/fotografie.aspx
Sul prato http://blog.chatta.it/ack13/post/sul-prato.aspx Il sole supera la cima dell’abete di fronte ferendogli gli occhi, e porta la mano sul viso per proteggersi. Fa male. Con una smorfia si guarda le nocche livide e scorticate e un ghigno gli si apre sulla faccia, scoprendo i denti scuri nel taglio della bocca attraversato da leggeri filamenti vischiosi.
Quel piccolo bastardo figlio di troia. Sono delle bestie senza onore e senza famiglia. Dimmi tu se è normale che vengono qui a romperci le balle, e invece di rispettarci e ringraziarci fanno tutti i loro porci comodi. Questa volta però gliel’ho fatta vedere, figa!
Al solo pensarci lo assale di nuovo la furia. Quel bastardo cagava nel parco dove poi ci vanno a giocare i bambini. Cagava nel parco, porca troia, vi rendete conto?
Ricorda la sensazione dura dei pugni sulla testa, ricorda la faccia che cedeva ai colpi e diventava molle come un sacco da boxe. Di nuovo il sorriso. E poi di nuovo la smorfia. La mano gli fa un male cane ma il dolore gli piace quasi, come fosse il biglietto che ha dovuto pagare per far capire a quel negro di merda come ci si comporta. Gli dà più noia il mal di pancia.
Sente un sasso che spinge contro la schiena ma non si muove, fanculo il sasso. Si sta così bene stesi sul prato, sembra che la stanchezza venga assorbita dalla terra. E l’odore dell’erba gli ricorda quand’era bambino e giocava nei campi, a Brugherio che allora era aperta campagna. E assieme all’odore dell’erba adesso c’è la puzza di merda!
Quando ha deciso di partecipare alle ronde l’ha fatto solo per accontentare Gigi, suo cognato. Non hanno i coglioni, son solo capaci di parlare. Quando c’è da fare qualcosa di serio si cagano addosso e corrono a chiamano la pula. Noi dobbiamo solo guardare, se succede qualcosa dobbiamo avvisare le forze dell’ordine… tutte cazzate! E nel frattempo questi si mangiano la città.
La pancia adesso gli manda una fitta intensa. Stai a vedere che alla fine gli toccherà cagare nel parco pure a lui, ride tra sé, e gli parte un accesso di tosse che gli smuove le interiora. Cazzo, è così stanco che solo a tossire gli esplode una foresta di dolori in tutto il corpo.
Colpa degli amici del negretto. Erano in due e l’hanno messo sotto per bene prima che gli capitasse tra le mani quel pezzo di legno, ma ci va altro che due balordi senza patria per metterlo giù. Gli torna in mente lo schiocco che ha fatto il naso di quello alto quando l’ha colpito con il bastone, e rivede lo sguardo spaurito di quell’altro quando si è ritrovato solo. Adesso ti faccio vedere io, ha ringhiato sollevando la mazza. Il flash del luccichio della lama, poi di nuovo la tosse, convulsa, che interrompe il filo dei ricordi. Si passa la manica sulla bocca maledicendo quel bastardo, e vede il rosso cupo del sangue misto al muco. Allora porta una mano alla pancia, dove gli fa male, e scopre l’umido appiccicaticcio attorno al bruciore vivo della ferita.
Brutta carogna, pensa mentre un brivido gli parte lungo la schiena soffermandosi a formicolare dove preme il sasso. E chissà se c’è davvero un sasso poi, che il sasso gli sembra di averlo dentro la schiena, in corrispondenza della ferita che adesso pulsa davanti.
In alto, sull’abete, una cornacchia osserva la scena incuriosita. Vede la figura distesa sull’erba, e la chiazza scura che gli si allarga sull’addome disegnando una specie di fiore vermiglio sulla maglietta imbrattata di terra.
Un’altra cornacchia si aggiunge alla prima e lui viene sfiorato da un brivido più intenso, più profondo e inquieto. Prova ad alzarsi raccogliendo tutte le forze ma riesce appena a tirare sul il busto, per ricadere pesantemente sull’erba soffice. Adesso però non sente alcun male.

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Tue, 13 Oct 2009 18:50:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11176928/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/sul-prato.aspx
Domani http://blog.chatta.it/ack13/post/domani.aspx Se inciampasse quello più vicino rotolerebbero tutti, pensò sorridendo, e quell’immagine gli accese una scintilla di rinnovata energia. Si, pensò, basterebbe cambiare qualcosa domani, basterebbe un unico vero piccolo punto di rottura. Provò un moto di impazienza, avrebbe voluto provarci subito, ma la sensazione di avere lì, a portata di mano, le chiavi di quel meccanismo complesso e contorto, in qualche modo lo tranquillizzava. Si girò di lato, le mani cominciarono a formicolare per la postura e gli sembrò che un’ombra lo sfiorasse, ma passò in fretta. Pur non avendo alcuna idea del come, si addormentò con la consapevolezza che l’indomani sarebbe stato il suo giorno.

Lo svegliò il trillo del telefono. Subito i pensieri corsero alla sera prima. Ignorarlo potrebbe essere un buon modo per cominciare, si disse prendendo il cellulare che insisteva molesto nei suoi richiami. Guardò il display.
– Si? – rispose provando ad impostare la voce impastata di sonno.
– Ah, certo Giulio… si guarda, sono in leggero ritardo perché avevo delle cose da sbrigare in casa, ma fra mezz’ora sono in ufficio e vengo subito da te... si, si, sto già uscendo, stai tranquillo.

In ufficio lo accolse la solita valanga di rogne. Giulio era nero perché il nuovo direttore marketing l’aveva tagliato fuori per l’ennesima volta, Grazia, la sua segretaria, cavalcava empaticamente l’umore del capo sputando veleno al minimo pretesto, e come se non bastasse quella carogna che doveva passargli i dati per il comitato del pomeriggio non rispondeva al telefono.
Il delirio durò fino all’ora di pranzo quando si rintanò in ufficio esausto. Girovagando su Internet capitò su un sito di annunci di lavoro. Una società irlandese cercava un direttore commerciale, settore energie rinnovabili. La posizione sembrava ritagliata su di lui. Molte volte aveva fantasticato di trasferirsi all’estero ma non ci aveva mai provato. E l’Irlanda evocava prati verdi e odore di birra scura. Certo provarci non vuol dire riuscirci ma è meglio di niente, si disse con in testa l’eco lontana dei pensieri della notte. Scrisse i suoi dati, allegò il CV, e condì tutto con una lettera di presentazione asciutta e professionale. Esitò sul pulsante di invio assaporando il gesto.
– Vieni a pranzo con me? Ho bisogno di parlarti della riunione di oggi – Giulio non aveva bussato e l’interrogativo era solo questione di buona educazione. Bloccò il computer lasciando in primo piano la pagina con la candidatura. Se ne sarebbe occupato dopo.

Il pomeriggio fu peggio della mattina. La riunione si rivelò un estenuante sterile conflitto di potere. Alla fine Giulio schiumava di rabbia e lui era svuotato. Nulla di fatto ovviamente, e fu costretto a restare in ufficio fino alle nove per preparare l’aggiornamento che ci sarebbe stato l’indomani.

Per fortuna aveva un aperitivo in centro. La gente, le chiacchiere con gli amici, la musica, riuscirono a scrollargli di dosso la pessima giornata. A mezzanotte, brillo e stanchissimo, prese la metro per tornare a casa.
Una ragazza ascoltava l’Ipod tenendosi ad una maniglia. Sembrava che l’appiglio fosse l’unico suo legame con questo mondo, e lo sguardo perso altrove le donava una certa bellezza malinconica.
– A vederti viene la curiosità di sapere dove sei – fantasticò di dirle, e la scena risuonò in una specie di deja vu. Poi il treno si fermò e lei scese portandosi dietro quell’atmosfera.

Arrivato a casa si spogliò e si mise a letto, ma una strana inquietudine prese a lottare con la stanchezza. Si mise a guardare il soffitto al buio, le mani dietro la nuca, cercando di capire cosa lo turbava. No, non erano i suoi giorni. A parte Giulio e il lavoro, non erano poi così male. Era più una questione di prospettiva, era il vederli impilati verso il futuro, uguali uno dietro l’altro, ad angosciarlo. Se inciampasse quello più vicino rotolerebbero tutti, pensò sorridendo, e bastò quello a riaccendere la speranza.
Si voltò di lato. Gli sembrò quasi che le mani formicolanti allungassero un’ombra scura su di lui, ma si limitò a muovere le dita per liberarsi della sensazione spiacevole. Bastava un unico vero piccolo punto di rottura dopotutto. Si addormentò con la consapevolezza che l’indomani sarebbe stato il suo giorno.

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Fri, 11 Sep 2009 10:30:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11103458/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/domani.aspx
La panchina http://blog.chatta.it/ack13/post/la-panchina.aspx Nei suoi ricordi era lucida e levigata. Gli assi arrotondati erano stati verniciati da poco e i jeans quasi ci scivolavano sopra. Loro erano lì, con in mano dei gelati che protestavano per la poca attenzione ricevuta, lasciando scivolare copiose lacrime zuccherine.
– Sai di fragola – aveva detto lui passandosi la lingua sulle labbra.
– Non ho preso la fragola – aveva sorriso lei provando a consolare il cono con una leccata, ignara dell’effetto che quel semplice gesto aveva scatenato in lui – e nemmeno tu.
E giù a ridere. Senza un vero motivo che non fosse la voglia di ridere, fino a mescolare lacrime e gelato fuso.

Si chiamava Giulia.

Erano passati otto anni da quell’estate. Aveva incontrato altre ragazze da allora, e gli piaceva pensare che fossero anche molte, ma tutte erano finite nel solito ciclostile. Ogni inizio immerso nell’euforia degli inizi, poi dal piacere cominciavano a fiorire i dubbi, e infine impietosa arrivava la consapevolezza.
Odiava sentire il calore delle emozioni che si attenuava. Ogni volta si ascoltava sperando di sentir crescere quel peso nel petto, ogni volta sognava di sentirlo esplodere in possenti risate senza senso. Ogni volta, con frustrazione crescente, lo sentiva invece alleggerirsi finché decideva di cercare quelle risate in occhi diversi.

Suo nonno diceva che la vita non è un sentiero di campagna in cui ad ogni incrocio puoi fermarti e pensare alla strada da prendere, ma un’autostrada da percorrere senza freni. Le svolte giuste devi riconoscerle al volo, con l’istinto, perché non è possibile invertire la marcia.
Beh, aveva dimostrato che a costo di guidare contro mano si può tornare indietro.
Ricordava bene quando aveva cominciato a cercarla. Era stato per gioco, una curiosità intrigante ma farcita di dubbi. Aveva scherzato a lungo con la terribile idea che fosse diventata una mostruosa cicciona.
Adesso, dopo più di un anno, così vicino al risultato, sentiva il peso di tutte le energie investite. Era diventata una cosa seria.

– Marco?
La voce alle spalle lo distolse dai suoi pensieri.
– Giulia! – disse andandole incontro con il cuore che batteva a mille.
Gli occhi di lei erano lucidi per l’emozione. I tratti erano più maturi, ma se possibile era ancora più bella. Si scambiarono un bacio sulla guancia, impacciati.
– Ti va un gelato? – chiese lui ricercando inconsciamente l’antica alchimia.
Lei si limitò ad annuire approfittandone per studiare il suo viso.
“Il gelato”, piccola rivendita stagionale, era stato il loro punto di ritrovo per tutta quella lunga estate. Per le strade le ferite dell’inverno erano ancora visibili. Il lungomare era invaso dalla sabbia portata dal vento, e la poca gente in giro lavorava ai preparativi della nuova stagione sotto l’occhio stanco delle palme. Il caldo sole del pomeriggio però contrastava piacevolmente la brezza fresca che spirava dal mare.
– Allora? Raccontami qualcosa, come stai? – chiese lei.
Provò una punta di delusione. Era distante.
– Abbastanza bene. Ho cominciato economia… per il resto le solite cose… – rispose evasivo.
– Economia… e dove? Da te a Torino?
– Si, sai, mi sarebbe piaciuto andare fuori ma era troppo un casino con i miei.
Non aveva nessuna voglia di convenevoli, avrebbe voluto trovare un filo diverso, ma tutto quello che ne veniva fuori era quel crescente senso di disagio.
– Cavoli, è chiuso! – disse quasi sollevato di poter parlare d’altro.
In effetti “Il gelato” esibiva la sua serranda arrugginita alla piccola piazza deserta. Sembrava in quello stato da decenni. Una nuvola oscurò il sole e Giulia si strinse nelle braccia.
– Non fa niente, non fa tutto questo caldo. Ti va se continuiamo a camminare?
Si avviarono di nuovo verso il lungomare.
– Sono contenta di essere qui, anche se in questa stagione è tutto diverso – riprese lei – In questo posto ho passato uno dei periodi più belli della mia vita.
– Già, i posti che sei abituato a vedere pieni di gente, deserti fanno sempre un certo effetto.
– E gli altri? Hai ancora visto qualcuno?
– Per un po’ Gianni è uscito con la nostra compagnia a Torino, poi però ci siamo persi di vista.
Camminarono restando in silenzio per un po’.
– Ricordi quella panchina? – le chiese lui. Erano di nuovo vicino al piccolo parco.
– Figurati! Mai fatte tante risate in vita mia… fa strano pensare che siano passati tanti anni. Eravamo quasi dei bambini.
Nessun’altra sua storia era stata intensa come quella di quei bambini.
– Si forse eravamo bambini… però quello che abbiamo vissuto è stato… – lasciò la frase in sospeso voltandosi a guardarla.
– E’ stato molto bello – completò lei.
Finalmente ebbe voglia di toccarla. Il tempo passato a cercarla, le aspettative cresciute come rampicanti sgretolando i muri che avrebbero dovuto contenerle. Tutto stava convergendo in quell’unico gesto.
Cercò dentro di sé la voglia di ridere, ma si sentì come un bambino che continua a chiedere la stessa storiella, incapace di accettare che sia divertente solo la prima volta. Non avrebbe funzionato. La sensazione lo folgorò lucida e affilata.
Si allontanò da lei andando verso la panchina che li osservava orgogliosa della sua immutabilità. Quando si avvicinò però, la vernice era scrostata e i graffiti raccontavano storie e amori passati, segnandola come rughe.
Sembrava uno di quei buffi sogni di guerra che faceva ogni tanto. Tutto era perfetto, si sentiva una specie di Rambo, ma le pallottole facevano cilecca cadendo a pochi passi dal fucile.
– Fa freddo qui – disse lei senza avvicinarsi – che ne dici se andiamo a mangiare qualcosa?
– Ok – rispose avviandosi lui.
Dopo un centinaio di metri si voltò come se qualcuno l’avesse chiamato.
– Cosa c’è?
Aveva sentito delle risate. E adesso gli sembrava che ci fossero due figure sedute, una di fronte all’altra, allegre nella loro giovinezza. Provò un moto d’affetto.
– Niente – rispose – mi era sembrato di sentire un rumore.

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Thu, 27 Aug 2009 14:37:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11071752/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/la-panchina.aspx
Di notte (2) http://blog.chatta.it/ack13/post/di-notte-2-.aspx
Cristo ho le allucinazioni, pensò più rincuorato che preoccupato, le gambe ancora ispide per la pelle d’oca. Devo fare qualcosa, devo fare qualcosa, prese a ripetere mentalmente. Domani lo dirò a Gina e andremo tutti e due da un analista. Non possiamo continuare così. Devo riprendere a dormire e lei deve smetterla di passare il tempo in quella camera. E dobbiamo parlare. La costringerò se necessario, ma dobbiamo riprendere a parlare.

Pensare al futuro lo aiutò a tranquillizzarsi, alla luce era tutto diverso, ed era proprio il futuro che entrambi dovevano recuperare.
Non ce l’avrebbe più fatta a riaddormentarsi quella notte. Si alzò deciso ad uscire, avrebbe cercato un bar dove prendere un caffè. Magari sarebbe andato fino all’autogrill sulla tangenziale, quello pieno di camion che non chiudeva mai.
Accese la luce della stanza e quella del corridoio, poi cominciò a togliersi di dosso il pigiama. Dopo dieci minuti era pronto. Si rese conto che nonostante l’ora tarda aveva spostato oggetti, aperto e chiuso cassetti, tossito rumorosamente. Si era perfino schiarito la voce più volte, tutto per non lasciar calare ancora il silenzio. Sulla soglia però non poté fare a meno di fermarsi ad ascoltare. I secondi scorrevano lentamente, uno… due… cinque… dieci… ma il silenzio restava tale. Si sentì incoraggiato, voleva dimostrare a se stesso che non aveva fretta, che non aveva paura. Erano passati quasi due minuti quando decise di muoversi.

Proprio in quel momento risuonò chiara e inequivocabile la risata argentina di suo figlio.

In realtà se lo aspettava. Non restò turbato questa volta. Il cuore batteva ancora forte ma si sentiva tranquillo. Tolse il giubbotto di tela leggera e lo appese all’attaccapanni, sfilò le scarpe riponendole con cura, poi andò incontro a quello che ormai era il suo destino.
Aprì la porta senza pensieri, preparato a tutto. Una fugace sensazione di rimpianto lo attraversò ma non riuscì nemmeno a metterla a fuoco. Di qualunque cosa si trattasse dopotutto, aveva ormai scarsa importanza.

Lo accolse una luce azzurrina soffusa e un vociare allegro, di festa. Tra le tante spiccava la voce di suo figlio. Entrò guardandosi attorno e un sorriso amaro gli si disegnò sul volto. Ne aveva sentito raccontare alcune volte. Un black-out può fare impazzire gli apparati elettronici, questione di picchi di tensione. Sua moglie doveva aver lasciato la videocassetta nel videoregistratore e la TV in stand-by. L’andare e tornare della corrente l’aveva fatta ripartire. Suo figlio in giardino con gli amici festeggiava il suo quindicesimo compleanno. L’ultimo.

Il traffico fuori si era assopito, e gli uccellini salutavano allegri la nascita del nuovo girono. Guardò per un po’ le risate e la vita che scorrevano sul video, poi non resistette e staccò la spina.

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Thu, 20 Aug 2009 19:14:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11057902/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/di-notte-2-.aspx
Di notte (1) http://blog.chatta.it/ack13/post/di-notte-1-.aspx
Era estate e la finestra era aperta, l’avvolgibile lasciava filtrare piccoli fasci di luce lunare dai lampioni in strada. Cercò di vincere la fame d’aria e trattenne il fiato per ascoltare. Per fortuna alcune macchine, di sotto, gli concessero preziosi secondi di tregua. Il silenzio tornò lentamente, man mano che le auto si allontanavano, finché restò solo il tamburo prepotente del cuore nelle tempie. Tamburo che non gli impedì di cogliere di nuovo, questa volta più distintamente, la stessa inconfondibile voce.

Portò istintivamente le ginocchia al petto stringendole con le braccia. Chissà come mai sua moglie aveva deciso di partire per Roma da sua sorella proprio quella sera, chissà se adesso stava sognando, chissà se stava parlando almeno nel sonno. Un tempo sapeva tutto quello che faceva sua moglie di notte, aveva il sonno leggero. Ma era prima che cominciasse a passare le notti di là.
Di nuovo il traffico notturno lo sollevò al di sopra della nube scura che stava prendendo forma nella stanza, e i pensieri sconnessi cominciarono a confluire nei ricordi.

Erano passati solo due mesi ma sembrava così lontano… sua moglie lo rimproverava spesso allora. Lo trattava quasi come un bambino. Una battuta fuori luogo, un bicchiere di troppo, un apprezzamento indelicato. Aveva da ridire quasi su tutto.

Nella semioscurità il mento appoggiato alle ginocchia si deformò in una specie di sorriso.

L’aveva rimbrottato anche quel giorno in autostrada. Rivedeva la scena come fosse un film. Lui che guidava con la fretta di arrivare, lei accanto che continuava a dirgli di andare piano, e lui, suo figlio, nello specchietto, che guardava distrattamente fuori con le fedeli cuffiette infilate nelle orecchie. Non ricordava molto altro, solo un guardrail troppo vicino e quella strana sensazione di vuoto localizzata nel bassoventre, mentre la macchina volava nella scarpata.
Lei si era chiusa in un mutismo assoluto. Passava le giornate in camera di suo figlio a rovistare nella sua roba, leggere le sue cose, guardare vecchi video, e la notte si addormentava nel suo letto. Quante volte aveva provato a sfondare quel muro di silenzio prima di rinunciare, eppure erano passati solo due mesi... quanto potevano essere due soli mesi.

Ancora una volta il traffico fuori stava lasciando il posto al silenzio. Ormai sapeva che la voce sarebbe tornata. Sapeva che il suo destino lo aspettava in quella stanza vuota. Per un momento ebbe l’impulso di alzarsi e andargli incontro di corsa, coraggioso come un antico cavaliere, ma il corpo semplicemente non rispose. Era inchiodato a quel letto.

Vide minuscole lucine verdi che danzavano nel buio. Non gli capitava da quando era bambino. Si svegliava in piena notte spaventato e guardando nell’oscurità vedeva fluttuare le lucine. Ogni tanto girovagavano e basta, ma altre volte prendevano la forma della paura vista in qualche film. Belfagor, squali, fantasmi, o vampiri con la faccia di Bela Lugosi. Quando succedeva urlava e sua mamma veniva a tranquillizzarlo. Se andava bene passava il resto della notte nel lettone, a riempirsi le narici dell’odore più buono del mondo.

Le lucine cominciarono a confluire nell’angolo più buio della stanza. Un buio strano, così intenso che sembrava voler ingoiare tutto il resto. Una folata di vento sibilò attraverso le imposte e gli sembrò che un sussurro strisciasse fuori da quell’angolo.

– Assassino.

Strizzò gli occhi per cercare di penetrare l’oscurità e gli sembrò di distinguere una sagoma esile che lo fissava con occhi neri pieni d’odio.
– Cara, sei tu? – disse ad alta voce incurante di quanto fosse assurda quella possibilità.
Silenzio.
Si preparò mentalmente ad un movimento. Immaginò sua moglie, seria e contrita come al solito, che veniva fuori dal suo nascondiglio. La immaginò camminare con quel passo ormai greve nel suo abito scuro.
Il vento sibilò ancora e l’immagine trasfigurò nella sua mente. Il viso divenne bianco come un lenzuolo, la pelle si tese evidenziando gli zigomi e sollevando le labbra scure in un ghigno quasi feroce, gli occhi affondarono nelle orbite lasciando solo due buchi vuoti mentre sulla fronte si apriva una linea scura e sagomata, la stessa che erano stati costretti a vedere all’obitorio quando avevano salutato per l’ultima il loro unico figlio.

- continua -
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Thu, 20 Aug 2009 14:17:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/11057327/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/di-notte-1-.aspx
Da "Dialoghi" di F.Eik http://blog.chatta.it/ack13/post/da-dialoghi-di-f-eik.aspx
Quando parlo dei miei dolori non lasciatevi ingannare dalla leggerezza. Il vero dolore non può essere comunicato con le parole.

Quando esterno i miei desideri prendetemi terribilmente sul serio. Sono intrisi del pudore di chi ha conosciuto l'effimero che governa la vita.


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Tue, 21 Jul 2009 12:19:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10996622/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/da-dialoghi-di-f-eik.aspx
Metropolitana (seconda parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/metropolitana-seconda-parte-.aspx Qualcuno continuava a guardare l’orologio, qualcun altro si portava verso il binario nella speranza di vedere il treno per poi ritirarsi deluso. Non ci sarebbero mai stati tutti e lo sapevano. Alì si sentiva di nuovo nel pollaio, ma questa volta era diverso. Questa volta la fame si faceva sentire.

Sul marciapiede di fronte, quasi deserto, un gruppo di addetti in uniforme blu discuteva allegramente. Ogni tanto lanciavano un’occhiata alla gente in attesa, ma senza il minimo segno di apprensione, come se al posto di due binari fossero separati da migliaia di chilometri. I più agitati cedettero alla tensione e si sentì urlare qualche “vergogna!” e “che indecenza!” ma senza che questo producesse effetto di sorta.

L’arrivo del treno fu annunciato dall’apprensione della folla. L’impazienza si trasformò in urgenza, gli sbuffi di noia cedettero il passo a sguardi diffidenti e mascelle serrate. Tra piedi pestati e sgomitate, tutti si portarono verso il bordo del marciapiede in una specie di frenesia generale. Qualcuno rischiò perfino di cadere di sotto, ma le discussioni furono zittite sul nascere dai vagoni che si fermavano.

Alì ebbe solo un breve attimo d’indecisione. Dopotutto quella mattina aveva già fatto la sua parte. Senza troppi complimenti si fece largo tra la ressa, raggiunse una delle porte  trascinandosi dietro la borsa, e sfondò di prepotenza la barriera umana che sembrava difenderla. All’interno erano letteralmente pressati, il caldo e i corpi rendevano l’aria irrespirabile, ma ce l’aveva fatta.

Le porte si chiusero dopo una lunga serie di tentativi falliti e il treno si mosse in una specie di moviola. I visi frustrati dei passeggeri rimasti a terra cominciarono a scorrere finestrini. Vedendo la vecchina Alì ebbe una punta di rammarico, ma lei incrociò il suo sguardo con un’enigmatica espressione quasi soddisfatta.   

 

A Cascina Gobba si fece largo di corsa tra la folla. Agitato com’era ci mise un po’ ad orientarsi e a raggiungere il binario. Non c’era quasi nessuno ed erano le dieci meno cinque. Sarebbe andato tutto bene.  

Sulla banchina c’era un altro gruppo di addetti ma la loro discussione era accesa. In tre o quattro, piuttosto giovani, sembravano voler convincere di qualcosa un collega più anziano che continuava a scuotere la testa. Indossava l’uniforme in modo impeccabile, quasi marziale, in contrasto con l’aspetto mite. Alì riuscì a cogliere solo il “non si fa così” con cui si staccò dal gruppetto dirigendosi verso lui e gli altri passeggeri.

 – Signori mi dispiace – cominciò a dire senza fermarsi – ma i treni verso Gessate sono stati sospesi.

– Come? – si lasciò sfuggire Alì con un tono di voce troppo alto, proprio mentre l’altoparlante cominciava a gracchiare.

– Attenzione, si avvisano tutti i passeggeri che per motivi tecnici tutti i treni verso Cologno e Gessate sono stati sospesi.

– Ecco, sente? – disse l’addetto indicando il soffitto in cemento.

– Non capisco… io devo andare a Cologno.

– Mi dispiace, non dipende da me.

– No! – esplose lui prendendolo per il bavero della giacca – Io devo andare a Cologno, è importante! Io devo andare a Cologno!

– Ma cosa fa, mi lasci!

– No, io devo andare a Cologno! – insistette alzando ancora la voce e continuando a strattonarlo, tanto che i presenti cominciarono ad avvicinarsi incuriositi.

L’addetto era turbato. Provò ad indietreggiare intimorito ma finì per perdere l’equilibrio. Cadde in terra,  la camicia fuori dai pantaloni e i sottili capelli grigi spettinati, con una smorfia di sofferenza dipinta sul  volto. A quattro zampe cercò di raggiungere il cappello che era rotolato poco lontano. 

Alì esitò di fronte a quella scena, ma non ebbe il tempo di fare null’altro. Un lampo all’occhio sinistro, seguito da un dolore intenso all’arcata sopracciliare, e si ritrovò in terra a sua volta. Gli altri addetti erano intervenuti in favore del collega, e adesso lo prendevano a calci mentre cercava di proteggersi il viso con le braccia. Tutto quello che riuscì a pensare fu che lì in basso l’odore di binari, quello  umido e malsano di ferrovia urbana, era molto più forte.

– Ehi, guardate qui! – sentì dire da uno di loro che aveva raccolto la sua borsa, prima che un calcio superasse le sue difese arrivandogli dritto e possente sulla mascella. Poi fu buio.

 

Si risvegliò in ospedale con ancora nel naso quell’odore insistente. Due poliziotti stazionavano sull’uscio della camera.

– Devo andare in bagno – chiese ad uno degli agenti. Questi lo squadrò, freddo nella sua divisa, poi si allontanò uscendo dalla stanza con la ricetrasmittente in mano. Quando rientrò gli fece un cenno con il capo.

Alzarsi fu un’esplosione di dolori, doveva averne prese tante, ma si fece forza e si avviò lungo il corridoio seguito a pochi passi dai due.

Passando accanto ad un’altra camera il televisore acceso attirò la sua attenzione. La vecchina del trolley, un sorriso soddisfatto sul volto rugoso, era intervistata da una giornalista di rai uno.

– Dice davvero? Siamo in diretta?

– Certo signora, gliel’ho detto – il sorriso della vecchina si allargò – ma torniamo a noi. Cosa può dirci dell’attentatore?

– All’inizio l’avevo scambiato per quel calciatore… come si chiama… ma poi ho subito pensato che qualcosa non andava. Era troppo gentile. L’ho pensato subito che doveva averci una bomba dentro quella borsa lì.

– E cosa ha fatto?

– Io? E cosa voleva che facessi!

– Quindi non ha avvertito lei il personale della metropolitana.

– No, per carità, ma lo avevo capito subito… era troppo gentile.

– Resta quindi ancora da chiarire la dinamica che ha portato i quattro addetti a scontrarsi con  Alì Yosef, questo il nome dell’indiziato in base alle prime dichiarazioni della polizia, sventando l’attentato. Ci faremo sentire per gli aggiornamenti, da Milano per ora è tutto.

La linea passò allo studio sul primo piano della giornalista, con la vecchina che si affacciava di lato per rientrare nell’inquadratura.

– Bene, e adesso le dichiarazioni del ministro degli interni.

Nonostante fosse ora di pranzo, il ministro sembrava essere stato buttato giù dal letto dall’emergenza. Era pallido e aveva due enormi occhiaie come chi ha lavorato per ore negandosi ogni riposo. Era seduto ad una scrivania gremita di microfoni.

– Non abbiamo ancora avuto modo di interrogare il sospetto ricoverato al San Raffaele, ma l’esplosivo che trasportava nella metropolitana avrebbe potuto causare una tragedia. – fece una pausa per sottolineare la drammaticità – Una tragedia evitata solo grazie all’efficienza e all’attaccamento al dovere dei nostri dipendenti pubblici. E non parlo di personale addestrato alla pubblica sicurezza, ma di semplici addetti al trasporto ferroviario urbano che, insospettiti dall’atteggiamento del giovane, sono interventi evitando il peggio.

Alì si mosse senza ascoltare il resto. Una stanchezza infinita gli si era rovesciata addosso offuscando perfino il dolore per i colpi presi. Si fermò ancora un attimo solo per rivolgere uno sguardo ai due agenti silenziosi poi, a testa bassa, riprese a ciabattare zoppicando verso il bagno. ]]>
Wed, 24 Jun 2009 17:23:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10934897/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/metropolitana-seconda-parte-.aspx
Metropolitana http://blog.chatta.it/ack13/post/metropolitana.aspx Dopo lunghe settimane di nebbia e pioggia, l’estate sembrava esplosa. Alì camminava svelto, la pesante borsa a tracolla, e si godeva il sole sulla pelle. Tutto andava per il verso giusto. Quella mattina perfino la camera squallida e i suoi tre coinquilini disordinatamente addormentati gli avevano trasmesso calore e familiarità. E dire che li conosceva appena.

Camminava e ripeteva mentalmente il breve itinerario che lo aspettava: a piedi fino alla stazione di Cernusco, tre fermate fino a Gobba, poi il cambio e altre due per Cologno.

Arrivato in stazione comprò il suo biglietto extraurbano e scese verso il binario. L’orologio sul marciapiede segnava le otto e cinque ma le poche persone conferivano al tutto un’atmosfera da mattino presto. Il suo appuntamento era alle dieci e sorrise tra sé. Il tempo speso in attesa delle cose importanti non è mai tempo perso, diceva suo nonno.

Si appoggiò al muro portando la borsa sull’altra spalla per non posarla in terra. Poco lontano c’era una vecchina con un enorme carrello per la spesa, di quelli tipo trolley di tela cerata. Con la diffidenza che gli anziani riservano al primo caldo, indossava abiti invernali, ma il viso circondato dai capelli bianchissimi era fresco e rilassato. Incrociò il suo sguardo e lo sorprese con un sorriso. Un altro segno per la sua giornata, inspirò profondamente la sua soddisfazione e con essa l’odore dei binari. Era odore di stazione vera, di libertà. Non quello di città umido e malsano che sembra ricordarti che non andrai lontano da quelle gallerie attorcigliate su se stesse. 

 

Quando alle otto e venticinque si avvertì lo sferragliare della locomotiva, ormai il mattino presto era stato portato via dalle persone efficienti e indaffarate che ormai affollavano il marciapiede. Il treno si avvicinò insolitamente lento, quasi sopportasse a fatica il suo stesso peso, ma la gente in attesa reagì con un’inaspettata frenesia concitata. Tra spintoni e gomitate Alì raggiunse una delle porte, e all’apertura fu investito da una folata calda e intrisa di odori. Il treno era già pieno, tanto che per entrare bisognava spingere indietro di forza il muro di passeggeri all’ingresso.

Alle sue spalle la folla premeva con foga, ognuno solo contro tutti, come un pollaio in cui gli animali si beccano per l’unico chicco di mais. Alì, infastidito e quasi disgustato da quella lotta fuori programma, decise di tirarsi indietro. Dopotutto il suo tempo gliene conferiva la forza. Si fece largo a fatica e con un misto di rabbia e sollievo strappò la sua borsa dal groviglio umano ritornando a respirare.

Quando il treno si allontanò, con lui erano rimaste almeno trenta persone. Tra loro la vecchina, che adesso indossava una curiosa espressione meditabonda. Vederla così imperturbabile lo aiutò a ritrovare compostezza e buonumore.

 

Il secondo treno arrivò alle otto e quaranta. Anche questo era piuttosto affollato, ma non tanto da rendere necessario lottare per salirvi. Sulla soglia Alì scorse con la coda dell’occhio la fantasia a quadri del trolley, e si fece da parte per far salire la vecchina. Lei parve a disagio, quasi imbarazzata, ma sgambettò in fretta a dispetto dell’età, portandosi in fondo al vagone. Nessuno le cedette il posto e lei si mise in piedi nell’angolo, entrambe le mani sulla vistosa borsa.

Alì fissò con un punta di rimprovero un ragazzo che restava stravaccato proprio accanto a lei, le cuffiette ben infilate nelle orecchie. L’assurdo contrasto tra la sorridente sottomissione che gli italiani offrivano alle donne, e l’assenza di rispetto per gli anziani, era uno dei misteri dell’occidente. Quando incrociò il suo sguardo vuoto e strafottente però distolse il suo. Niente problemi, non in quel giorno, e poi non dimenticava mai di essere in un paese straniero.

Il caldo aumentava, amplificato dalla ressa e dal tetto scuro del vagone. Si portò verso uno dei finestrini e provò ad aprirlo senza riuscirci.

– Sono bloccati per l’aria condizionata – gli disse un signore con gli occhiali, asciugandosi la fronte con un fazzoletto.

– Già, peccato che l’aria condizionata non funzioni – disse un altro – ormai siamo proprio allo sfascio. In questo periodo poi…

– Eh, ormai viaggiare con i mezzi pubblici è un’impresa. – riprese quello con gli occhiali – Sa, mio cognato che lavora in comune mi ha detto che ormai sono ai ferri corti. Non si mettono d’accordo e questi, dopo lo sciopero della settimana scorsa, non contenti, hanno deciso di applicare alla lettera il regolamento. Rifiutano gli straordinari, rispettano i limiti al millesimo, e al minimo problema incrociano le braccia adducendo rischi alla sicurezza.

– Glielo farei rispettare io il regolamento! – disse ancora l’altro – la verità è che non hanno voglia di lavorare. Sono abituati troppo bene, e a farne le spese è la povera gente che invece a lavorare ci deve andare sul serio.

Era la grande colpa dell’occidente: la gente aveva perso l’identità comune. Se andava bene c’erano ferrovieri e passeggeri, fruttivendoli e macellai, altrimenti solo Antonio Rossi e Mario Bianchi. Nel suo paese non era così. Loro non solo erano un tutt’uno, ma un tutt’uno che ogni giorno cresceva diventando imponente. Nella scuola che aveva frequentato prima della partenza per l’Italia, tra un addestramento e l’altro, si era parlato a lungo di come la forza dell’islam fosse nella conservazione dei propri principii originari, quegli stessi principii che tutti loro sarebbero stati chiamati un giorno a difendere. Ebbe un moto di orgoglio pensando che forse quel giorno era arrivato.

Una voce metallica lo distolse dai suoi pensieri.

– Ci scusiamo per il disagio, ma per motivi tecnici questo treno si fermerà nella stazione di Vimodrone. Tutti i passeggeri sono pregati di scendere. Ripeto…

– Scusa, che ore sono? – chiese Alì al signore con gli occhiali mentre la voce metallica si ripeteva.

– Le nove meno dieci – rispose quello scuotendo la testa rassegnato.

Fece ancora mente locale al tragitto. Era vicino, mancava solo una fermata a Gobba, ce l’avrebbe fatta. Arrivando a Vimodrone e vedendo la calca che gremiva il marciapiede però, si sentì deglutire a vuoto.

 

-continua-

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Thu, 18 Jun 2009 14:26:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10920857/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/metropolitana.aspx
Il bluesman http://blog.chatta.it/ack13/post/il-bluesman.aspx Ero seduto al tavolo quando lo vidi entrare con il suo sorriso beato sul viso da anziano. Lo sguardo era un po' spento, a metà fra l'ubriaco e l'affacciato altrove. Era piccolo e grassoccio, con le mani che ricordavano quasi quelle di un bambino, sebbene disegnate dal tempo e dalla vita di strada.
Senza smettere di sorridere posò sulla tavola una cartolina. C'era una sua foto in bianco e nero, una specie di Danny De Vito con occhiali scuri e cappello da cow boy, che lo definiva compositore e bluesman. Più sotto offriva serate per feste ed eventi vari, "internazionali e patronali", e chiariva che il suo guadagno dipendeva dalla nostra generosità. Portava al collo una vecchia chitarra acustica con la spalla sinistra mancante, una rarità perché costruita appositamente per un mancino, e da mancino la impugnava.
Cominciai a pregustare uno spettacolo inaspettato, l'artista puro e un po' maledetto che ha perso ogni cosa ma non la sua arte. Decisamente il blues gli avrebbe donato. Lo seguii con lo sguardo mentre prendeva posto al centro della sala, dimenticandomi per un attimo del cibo e della ragazza seduta di fronte a me, entrambi meritevoli di tutta la mia attenzione.
Le prime note mi procurarono un moto di delusione e fastidio. In realtà l'ometto non suonava affatto. Si limitava a pizzicare a caso le corde attutendo il suono con la mano destra, e biascicava una specie di nenia in una lingua sconosciuta. Cantò due diversi pezzi identici, poi cominciò il giro dei tavoli con quel sorriso lontano ancora stampato sulla faccia.
Bastò scambiare due parole con lui perchè il fastidio si dissipasse. Il suo modo di fare era gentile e bonario. Raccontò che ormai il mestiere da musicista era difficile, che aveva scritto a Gerry Scotti e anche ad Amici ma senza risposta. Mi domandai se, magari a furia di ripeterlo, credesse sul serio di essere un grande musicista, vivesse per davvero la sua vita da artista. Cercai invano degli spiccioli nel portafoglio, finché la mia accompagnatrice rafforzò la simpatia che mi ispirava tirando fuori un euro e mettendolo sul tavolo sorridendo.
Quando si fu allontanato la guardai, e per la prima volta notai il colore nocciola scuro dei suoi occhi. Nonostante avessimo chiacchierato a lungo e provassi per lei una spinta istintiva, era una sconosciuta. Pensai che lei probabilmente stava vivendo una serata diversa, che il locale dov'eravamo, la cittadella attorno, le nostre parole e la mia stessa persona avrebbero assunto per lei un senso differente e lontano, e mi sentii un po' più simile a quel buffo ometto con la chitarra.
Uscendo lei mi cedette scherzosamente il passo, ed io mi trovai nella piazza guardandomi attorno deluso nel trovarla deserta.  Avrei voluto sentire ancora una di quelle strambe canzoni. Accesi una sigaretta, e con lo sguardo rivolto alla fiamma tra le mani, pensai che tutto sommato avevo incontrato un autentico bluesman.

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Mon, 11 May 2009 09:29:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10819328/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/il-bluesman.aspx
Un don (seconda parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/un-don-seconda-parte-.aspx Quando entra in chiesa, di pomeriggio, il turbamento dei sogni ormai lo ha abbandonato. Nota che  qualcuno aspetta nel confessionale quindi vi si dirige.

- In nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo – recita come di rito, ma la voce dall’altra parte lo raggela.

- Padre, lei crede si possa commettere peccato amando?

No, lei no mio Dio, pensa sollevando gli occhi al cielo.

- Si può peccare in molti modi diversi – dice cercando di riprendere il controllo - L’amore non sempre è una giustificazione.

- Allora ho commesso peccato. Mi sono innamorata di un uomo che non posso avere, e il mio amore rischia di farlo soffrire.

- E sei pentita? Sei pronta a riparare, a tirarti indietro? – chiede avvertendo dietro alla sua domanda una voglia di sapere che esula i suoi doveri di sacerdote.

- No. – dice lei secca – No. Perché dentro di me sento che anche lui mi ama.

Don Raffaello sente un rivolo di sudore scivolargli lungo la schiena. Gli vengono i brividi.

- E cosa ti aspetti allora qui, al cospetto di Dio? – si sforza di dire con un’ombra di stanchezza nella voce.

- Non lo so – dice mesta lei – forse solo di toccare un sogno, ma i sogni sono sfuggenti.

Si alza di colpo ed esce dal confessionale. Il prete sente il suo passo che si allontana leggero sul selciato, ma si accorge di qualcosa rimasta incastrata lungo il bordo della finestrella, tra la cornice e la grata di legno. Prende il biglietto e legge la grafia minuta.

 

Questa sera tutti saranno alla festa in piazza

ma io resterò in casa, ad aspettare

 

Don Raffaello si siede di nuovo nel confessionale. Si sente incapace di fare qualunque cosa.  Quando ne esce ormai la luce del giorno è fioca e all’orizzonte vede radunarsi nubi scure. Ci sarà tempesta questa sera.

 

E’ lì fuori da oltre mezz’ora. Ha camminato a lungo prima di arrivarci. Ha guardato le strade e le case familiari, trasformate dalla pioggia battente in un paesaggio inconsueto, alieno. Ha anche incrociato diversi parrocchiani che si dirigevano in piazza dove un grande telone ospiterà la festa cittadina. Tra loro Mario. Camminava con sua moglie, o meglio la inseguiva mentre lei, la piccola figlia per mano, trottava a passo di marcia con il suo ombrellino sulla testa. In effetti la piccola è proprio un angelo, ha pensato don Raffaello. Mario, vedendolo arrivare, si è   sforzato di raggiungerle e di mettere un braccio attorno alle spalle di sua moglie. Poi gli ha offerto un saluto sorridente da bravo padre di famiglia. Vederlo recitare la sua vana commedia quotidiana gli ha strappato un sincero moto di compassione.

E’ lì fuori da mezz’ora e pensa. Pensa ai suoi ultimi anni, al suo essere sacerdote, a tutta quella gente che ormai fa parte della sua vita. Quando la vede affacciarsi fa una certa fatica a staccarsi dal corso dei pensieri e riprendere contatto con la realtà. Si scambiano una lunga occhiata. In realtà lui la vede bene nella stanza illuminata al primo piano, ma immagina che per lei non sia lo stesso, coperto com’è dall’ombra della strada e dall’ombrello.

Lei intuisce che sta succedendo qualcosa di definitivo. La vede voltarsi e sparire veloce dal riquadro della finestra. Poi la porta a vetri al pianterreno si illumina.

Quando esce in strada, senza alcun riparo dalla pioggia che continua a cadere copiosa, lui è già andato via.

 

Rincasa che è bagnato fradicio. Gli ombrelli non riescono mai a riparare del tutto quando piove in quel modo. Si accorge che la luce della cucina è accesa.

- Sei qui, vedo. Niente festa?

Matilde ha indosso il suo inappuntabile aspetto abituale. Evidentemente nemmeno le tempeste riescono a scalfirlo. 

- Non ho grande passione per la confusione.

- Già.

Lei raccoglie il soprabito e fa per indossarlo.

- Aspetta Matilde, ho bisogno di parlarti.

Si limita a guardarlo con il suo solito sguardo pieno di soggezione.

- Voglio scusarmi con te – continua lui – mi sono comportato come uno sciocco in questi ultimi tempi.

Matilde ha gli occhi lucidi e resta in silenzio, anche se il suo sguardo sembra dire che no, non c’è alcun bisogno di scuse, non con lei.

- Dopo tutto questo tempo, e dopo tutto quello che ha significato per me… mi spiace, mi spiace davvero. Tu sei l’unica testimone diretta dei miei tentativi di essere un buon sacerdote, e di come siano miseramente falliti, eppure sei qui.

- No! No! – si limita a dire allarmata lei scuotendo la testa, mentre ormai le lacrime scorrono leggere sulle gote arrossate.

- E’ la verità, cara Matilde. Come sacerdote ho fallito, ma forse sono ancora in tempo per salvare almeno un po’ la mia vita da uomo. Vieni qui.

Lei si avvicina e si lascia abbracciare. Sono passati molti anni da quella prima volta, e sebbene abbiano ripetuto quei gesti fino a renderli consueti, le sue mani addosso, il sapore della sua bocca, sono le uniche cose che danno un senso alla sua vita.

- Forse è giunto il momento di affrontare tutto questo – dice lui stringendola a sé – domani sarà un giorno importante.

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Thu, 16 Apr 2009 10:39:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10744637/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/un-don-seconda-parte-.aspx
Un don (prima parte) http://blog.chatta.it/ack13/post/un-don-prima-parte-.aspx - Lo so, padre, lo so. E’ che davvero non riesco. Vede, quando mi trovo in quelle situazioni mi prende una cosa qui e… e mi cambia i pensieri. Ecco! E’ proprio così! Mi cambia i pensieri!

- Guarda Mario, lo sai che errare è umano ma perseverare… Non puoi venire tutte le domeniche qui a raccontare che ti sei pentito, e poi riprendere il lunedì come se niente fosse.

- Ha ragione, ha ragione. Ma vede, quando io ritorno a casa e trovo mia moglie nel letto e quell’angelo di bambina che già dorme nell’altra stanza, mi sento morire. Mi perdoni padre! La prego mi perdoni!

- Non sono io che devo perdonarti, lo sai. Su, và adesso, recita quattro Ave Maria e un Padre Nostro e cerca di non ricadere nei tuoi errori.

- Grazie padre, grazie!

Padre Raffaello esce dal confessionale e guarda Mario che si dirige sul fondo della chiesa. Indossa un bell’abito scuro che mette in risalto il fisico sportivo. Camminando si mette a posto la giacca, stringe il nodo alla cravatta, e passa accuratamente in rassegna i fedeli in attesa della messa. Il prete riesce a cogliere almeno tre fugaci sguardi d’intesa con altrettante pie parrocchiane. Poi lo sguardo di Mario incontra il suo. Il sorriso abbozzato e abbronzato si trasforma in una leggera smorfia d’imbarazzo, e lui si affretta a inginocchiarsi un po’ goffamente  per la penitenza.

Padre Raffaello si avvia in sacrestia per indossare i paramenti. Ha la nausea. Una specie di peso sembra agitargli la colazione nello stomaco. Qualche mese fa non sarebbe stato così. Ascoltare Mario con le sue incorreggibili scappatelle ricche di particolari non lo avrebbe turbato. Adesso però qualcosa è cambiato. Le sue confessioni sono diventate un supplizio.

In sacrestia va a sciacquarsi il viso con acqua gelata. E’ un piccolo bagnetto di servizio con poca luce e pieno di cianfrusaglie. Lo specchio di fronte al lavabo è uno di quei vecchi affari di plastica con piccoli sportellini di fianco. E’ inclinato su un lato e il quadrato storto che incornicia il suo viso riflesso, sembra renderlo ancora più grottesco. Un vecchio, pensa. Un patetico vecchio prete.

 

La messa ormai è giunta al termine e Padre Raffaello è sollevato. La nausea ha ripreso a torturarlo e adesso è accompagnata da un intenso bruciore di stomaco.

- Corpo di Cristo.

- Amen.

- Corpo di Cristo.

- Amen.

Mario si presenta all’altare con sorriso ebete e beato. Avrà circa cinquant’anni ma l’aspetto curato gliene leva almeno cinque. Padre Raffaello ha un moto di fastidio nel vederlo, ma si ripete che in fondo è solo un povero figlio di Dio. E poi due o tre persone più indietro c’è lei.

Ha gli occhi bassi e cammina lentamente, assorta. Una ciocca sfugge dalla coda di cavallo danzandole davanti al viso. Indossa jeans con scarpe da ginnastica e una maglia di cotone morbida ed abbondante, ma l’abbigliamento privo di qualsiasi ostentazione non nasconde la sensualità che emana dalle sue movenze leggere, anzi la enfatizza. E a giudicare dalle occhiate maschili che coglie tra i fedeli, non è l’unico a pensarlo.

I loro sguardi si incontrano solo per un attimo brevissimo prima che lei li rivolga nuovamente a terra, ma è sufficiente a fargli sentire una specie di lama affilata e rovente che gli si infila nel petto. Il suo cuore inizia a battere forte in attesa di quello che ormai è divenuto una specie di rito profano nel cuore del sacro.

Come da ormai tre mesi, prendendo l’ostia, lei sfiora con le labbra umide e con la punta della lingua il suo dito di sacerdote.

 

Si alza ancora una volta con la testa piena delle immagini confuse dei suoi sogni. Sono pieni di sensazioni tattili, corpi caldi e bocche umide, ma non riesce a metterli a fuoco. Solo un’immagine gli resta impressa e lo tortura. E’ davanti ad uno specchio, vestito di un elegante abito blu identico a quello che Mario indossa spesso, con cravatta e camicia bianca, e prova piacere a guardarsi, si piace. 

- Posso preparare qualcosa?

Trasale. Non è abituato a trovarsi Matilde in casa di primo mattino. La guarda con una punta di fastidio. Indossa la solita gonna color cachi sotto il ginocchio, i suoi mocassini mogano, e una camicia bianca spessa abbottonata quasi fino alla gola. I capelli impeccabilmente raccolti dietro la nuca e il fisico robusto, da massaia abituata al duro lavoro, le conferiscono una perfetta immagine da perpetua.

- Come mai sei già qui? Che ore sono? – le chiede un po’ brusco.

- Sono le undici – risponde lei esitante. Lavora in casa sua da anni ma continua a parlargli sempre come se provasse soggezione.

- Posso preparare qualcosa? – chiede di nuovo.

- No grazie, sto uscendo – risponde lui avviandosi alla porta.


- continua -
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Wed, 15 Apr 2009 12:41:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10742208/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/un-don-prima-parte-.aspx
Lettera d'amore alla semi-sconosciuta http://blog.chatta.it/ack13/post/lettera-d-amore-alla-semi-sconosciuta.aspx

Dalla raccolta epistolare "lettere a chi forse non le leggerà ma se le leggesse sarei felice", di Iam Falstuff, edizioni Red&Blue - 1997 (la traduzione lascia un po' a desiderare).
Iam Falstuff è nato a New York nel 1956. Sebbene poco noto al grande pubblico, è piuttosto famoso negli ambienti della stampa indipendente di Londra dove vive ed opera dal 1976. La raccolta da cui è tratto questo scritto contiene una serie di lettere di fantasia e paradossali, sullo sfondo comune della comunicazione interpersonale. Tra le altre, "Lettera a mia madre cinque minuti prima che io nascessi", "Lettera a te che l'altro giorno quando ti ho incontrato ho cambiato strada", "Lettera di amicizia all'idiota".

 

mia cara,
un celebre teorema recita che "infinite scimmie messe a battere a caso sui tasti di una macchina per scrivere, produrranno almeno una copia dell'enciclopedia britannica. Da un certo punto di vista può essere una banalità: è ovvio che tentando e ritentando all'infinito si raggiungerà un risultato perfetto, come è ovvio che il principale limite di noi umani è proprio la finitezza. Questa bizzarra e rigorosa teoria tuttavia ha un risvolto assai interessante perché insinua la convinzione che il risultato perfetto, quell'unica remota combinazione di innumerevoli fattori, esista sempre.
Io da uomo non posso che interrogarmi su un corollario che mi consenta di rendere il teorema un tantino più umano. Qualcosa tipo "un certo numero di scimmie, accuratamente selezionate, potrebbero, se si avesse molta fortuna, scrivere qui e lì frammenti della guida TV". Anche qui la logica sfocia nella banalità, ma ugualmente i risvolti potrebbero essere assai interessanti per due motivi fondamentali. Il primo è che noi esseri umani abbiamo alcuni invidiabili strumenti che certamente potrebbero aiutarci nella selezione delle scimmie, il secondo che, vista la limitatezza della nostra esistenza, potremmo essere felici anche con un risultato imperfetto.

 

Vengo dunque a te. Questa mia ti sembrerà quantomento bizzarra, e devo dire che se non lo fosse avrebbe fallito il suo scopo. L'agire in modo bizzarro e in barba alle convenzioni che regolano i nostri rapporti sociali è uno degli strumenti di cui dicevo poc'anzi, sempre che si riesca a non finire internati. La chiave dell'agire secondo o contro le convenzioni, almeno per i sani di mente, risiede spesso nel proprio ego. Fare la figura dell'imbecille con una persona a cui vorremmo trasmettere un'immagine affascinante e di sostanza, è chiaramente una ferita narcisistica. E' quell'ego stesso tuttavia, spinto ancora un po' più in là, che può liberarci momentaneamente da queste restrizioni e portarci vicino a chi non lo sarebbe mai stato. Certo per riuscirci bisogna che l'altro sia inizialmente solo un oggetto di desiderio, bisogna evitare che l'empatia lo trasformi in una realtà concreta, bisogna saper trascurare il peso delle sue opinioni su di noi.

 

Spero tu abbia continuato a concedermi la tua fiducia andando avanti con la lettura. Dopotutto se sei almeno un po' come ho giocato ad immaginarti, troverai quantomeno divertente queste elucubrazioni, e arriveremo direttamente al secondo punto fondamentale: la persona fatta oggetto del nostro desiderio deve essere sconosciuta e distante, ma allo stesso tempo non può essere selezionata a caso. Innanzitutto se è attraente la cosa ci risparmierà una serie di beghe in alcuni futuri possibili, ma ovviamente il punto è un altro. Se non sarà abbastanza intelligente, ironica, profonda e bendisposta nei confronti di chi infrange le convenzioni, ci liquiderà in un battibaleno rispedendoci dritti in pancia al nostro ego. Solo l'istinto potrà portarci verso una persona di questo tipo. L'aver avuto modo di sfiorarla sarà tutta la conoscenza che ci sarà concessa, il resto sarà un atto di fede nelle nostre capacità.

 

Se hai deciso di arrivare fin qui e dedicarmi il tuo tempo così a lungo, sopportando peraltro l'antipatica e assolutamente involontaria analogia tra te e le scimmie del teorema, siamo davvero a buon punto. Non certo nella speranza concreta che io e te siamo fatti l'uno per l'altra, ma quanto meno per trasformare una impossibilità di fatto in una serie di infinitesime probabilità. Il tempo inoltre è il terzo ed ultimo fattore chiave. Spesso nella vita non si tratta di fare la scelta giusta ma di farla al tempo giusto. Io e te ci siamo appena intravisti e presto ci perderemo, l'eco delle tue emozioni, dei tuoi sogni e delle tue sconfitte, sebbene sul confine tra il percepito e l'immaginato, presto si estinguerà dentro di me traformando tutto questo in una imbarazzante stranezza.

 

Molto probabilmente tu sarai assolutamente disinteressata a tutto questo. Potresti aver letto fin qui solo per curiosità, potresti non aver preso sul serio questo gioco neanche per un momento, potresti trovarlo goffo e stupido oppure semplicemente potresti essere presa da altre emozioni e altri visi. E' parte integrante di questo meccanismo, dopotutto una scimmia che batte a caso su una tastiera, per quanto selezionata, scriverà quasi certamente parole senza senso.

 

Potrei però anche aver avuto fortuna, potresti sentire anche tu in quest'attino l'emozione di avere in mano la maniglia di una porta aperta sul futuro. In tal caso forse ti starai chiedendo cosa cercherei in quel luogo inesplorato. Beh, mi accontenterei di poco, mi basterebbe guardare la tua esistenza appena intravista mentre si trasforma in un infinito universo. Vorrei potermi scusare per averti vissuta solo come l'oggetto di un gioco e spiegarti quanto fosse necessario, mi piacerebbe trasformarti in amante o amica o moglie, adorarti o detestarti, lasciarti o farmi lasciare maledicendo il momento in cui ho messo in piedi questa cosa assurda, o semplicemente ridere con te di come avessi anche solo potuto immaginarti come mia donna.
 
In quella delicata speranza che si può nutrire solo per eventi estremamente improbabili, ti saluto con l'affetto che potrei provare per te.
Tuo semi-sconosciuto,

Iam

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Tue, 24 Mar 2009 10:41:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10678812/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/lettera-d-amore-alla-semi-sconosciuta.aspx
Comunicandi http://blog.chatta.it/ack13/post/comunicandi.aspx
Già, comunicare è difficile. Lin Chen, originario di Pechino, da trent'anni aveva una piccola bancarella e vendeva giocattoli di dubbia provenienza, binocoli, minitorce laser a altri ammenicoli rigorosamente "made in China". Negli ultimi vent'anni, cioè da quando di fronte alla sua bancarella aveva aperto una sede amministrativa della Toyota, Lin Chen si era guadagnato la simpatia di tutti i dipendenti italiani della società, prestandosi come lettore madrelingua nipponico. Lin Chen parlava un italiano fluente appena appannato da qualche elle di troppo, ma non conosceva nemmeno una parola di giapponese, e anzi il giapponese e i giapponesi gli stavano cordialmente sul culo. All'inizio, tra un "arigatò" e un "saionara", aveva provato a spiegare ai dipendenti avidi della lingua aziendale, che cinesi e giapponesi sono come lucciole e lanterne, scorze e fave, falli e falle. Poi si era rassegnato. Dopotutto mentre lui sorrideva annuendo e ripetendo a caso qualche parola sconosciuta, loro compravano qualcosa.

Comunicare è difficile anche quando ne dipende la nostra stessa vita. Vittorio era una persona buona, quasi troppo buona per essere vera. Pensava ormai di lasciare Ermenegilda da troppo tempo, ma era più forte di lui. Il solo immaginare la sua soffernza, la delusione, le lacrime, lo paralizzava. Quel giorno però era pronto, si era preparato, aveva scelto le parole con cura perché fossero chiare ma delicate, rispettose. Parlò a lungo come non aveva mai fatto in vita sua. Lei, muta, si limitò ad ascoltare, il viso chiaro quasi assente. Si separarono che lui aveva la morte nel cuore per il dolore inflitto, e lei rimuginava sul fatto che Anastasia aveva ragione: quel coglione le aveva proprio chiesto di sposarla.

Comunicare a volte è complicato nonostante non ci sia nessun interlocutore. Libero quella sera camminava piano verso casa e all'improvviso fu letteralmente fulminato da una consapevolezza lucida come diamante. Non era un pensiero, non aveva una qualsivoglia forma di linguaggio, ma le sensazioni erano così prepotenti da fargli percepire quella cosa come verità assoluta. Decise che doveva dirglielo. Doveva assolutamente farle capire che il piccolo non esclude il grande ma la presenza di un orizzonte non sempre implica l'impossibilità di guardare un fiore che hai tra i piedi. Doveva spiegarle che i grandi sono stati piccoli e spesso da piccoli erano anche migliori, che i piccoli hanno ancora in sè integre tutte le possibilità. Ma doveva anche riuscire a farle vedere come la loro vita resterebbe meravigliosa anche se smettessero di esistere in quell'istante, che crescere è solo una delle tante vie. Arrivato a casa quella prepotente sensazione era ormai sfumata lasciando il posto ad uno stato assorto e confuso. Pensò che le avrebbe parlato un'altra volta.
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Tue, 03 Feb 2009 19:28:59 GMT http://blog.chatta.it/ack13/10529253/view.aspx http://blog.chatta.it/ack13/post/comunicandi.aspx