Yes, I’m with the Klan I

12 aprile 2019 ore 12:48 segnala
sailing...
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Perché tutto questo? che importa, in principio sembrava tutto così strano, insomma alquanto inusuale ma adesso non ci si fa quasi più caso. Se si potesse osservare il cielo in condizioni normali ci si potrebbe rendere conto che sia quel lasso di tempo che indichi il principio di un’alba ma non...
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12/04/2019 12:48:55
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La Lista di Natale II - Far fare un giro ai gemelli Gallo

29 marzo 2019 ore 16:39 segnala

Lo vedete anche voi che lavorare con questo tempo non sia il massimo, avrei bisogno di una vacanza ma desiderare è un talento innato, proprio dell’essere umano e invece lavorare non è una qualità, ad esso, completamente attribuibile. Ora, io ho un’agenda sempre piena e ritmi serrati macchéddiavolo, una volta o l’altra mollo tutto e vado sul serio in vacanza. Magari coglierò al volo l’occasione ed accetterò l’invito del Notaio, un paio di settimane di dolce far niente a temperature rigide e senza la fantastica possibilità di poter incontrare chicchessia, programma davvero invidiabile. Ad ogni modo, desiderare non porta alcuna pecunia ed avendo scarsa considerazione verso i sentimenti riesco a farmi tornare il buon umore solo quando… all’idea di quel metallo portentoso, onnipossente, un vulcano, un vulcano, un vulcano la mia mente incomincia a diventar…

Vincent e Vladimiro Gallo sono fratelli, non gemelli ma tanto inverosimilmente similari da sembrarlo, erano fratelli certo ma erano anche malerba, fratelli certo ma teste completamente parziali ed incapaci di qualsivoglia miglioramento, teste dure ah… ‘du’cozzi d’arenga, impossibile ragionarci, impossibile parlarci, due blocchi di marmo ripieni di merda e foderati di pomice. Se avessero avuto un cuore, questi, sarebbe stato un pozzo nero ribollente di liquami ed intasato. Nacquero senza particolari problemi pur originandone diversi, erano infatti figli illegittimi (di terzo o quarto o quinto letto e chi lo sa) del Barone Gallo, noto per la particolare predilezione delle governanti e delle cameriere alla legittima moglie che, vistasi non una ma due creature quali prove inconfutabili dell’infedeltà perniciosa del marito, si uccise nella vasca da bagno per la vergogna tagliandosi prima le vene e poi non sopportando (probabilmente) la vista del proprio sangue ammorbare l’acqua nella quale vi si trovasse, sparandosi un colpo in bocca con la quarantacinque rubata del consorte. Il colpo tuttavia causa mano non ferma (tendini recisi) e conseguente traiettoria non perfetta le perforò solo i tessuti molli del lato destro del viso strappandole l’orecchio e vari strati di tessuti e terminazioni lasciandola agonizzante e comunque sola ed annaspante a morire tra sofferenze ancora maggiori in quella cazzo di vasca. La violenta dipartita della baronessa cornuta al Barone, non fece molto caldo e nemmeno freddo, una volta infatti liquidatasi la moglie (in tutti i sensi) poté dedicarsi anima ma soprattutto corpo alla madre di Vincent e Vladimiro. I due figliastri vennero quindi prontamente riconosciuti diventando a tutti gli effetti baronetti e legittimi eredi.

Vincent nato prima era sempre stato tenuto al guinzaglio, non perché fosse un cane ma perché avesse lo stramaledetto vizio di mordere o meglio, azzannare chi gli capitasse a tiro, verso i sei anni divenuto del tutto incontrollabile, risparmiava solo la madre ed ovviamente il barone. Quando nacque Vladimiro tutti pensarono che anche lui sarebbe di diritto entrato nella cerchia degli intoccabili ma per Vincent, egli era solo una forma ed una fonte di inguaribile e perniciosa gelosia. Compiuti infatti due anni, trascorsi tra alti e bassi e botte continue da parte del fratello, si ritrovò seduto davanti una grande torta di compleanno con due candeline sopra. Il barone, libero ormai da stupidi oneri coniugali, aveva allestito una delle sale per festeggiare il secondogenito. Venne l’ora della torta e la madre aiutava il piccolo Vladimiro a dare ad ognuno dei presenti invitati una bella fetta di torta su di un piattino d’argento. Venne il momento di Vincent che stranamente, per tutta la mattina se ne era rimasto quieto, quieto ad osservare prima i preparativi per la festa per il fratello e poi la festa stessa. Non appena gli porse la torta e la manina del fratello gli fu a tiro, gli afferrò il polso liberandogli la presa dall’insulso dolce e diede un morso così forte da staccargli di netto il pollice sinistro. La prima ad urlare fu la baronessa acquisita tra lo stupore generale degli ospiti tutti, il secondo ad urlare fu il barone che si precipitò verso il figlio azzannatore non per picchiarlo ma per recuperare il pollice reciso che Vincent stesse allegramente masticando, il terzo ad urlare fu Vladimiro che più per lo stupore che l’effettivo dolore non si trovasse più un pollice. I bimbi si adattano facilmente ma questo Vladimiro non poteva saperlo e mentre il suo sangue sprizzava sul pavimento e sulla torta spiaccicata e sul suo candido vestitino, adesso piangeva completamente trasfigurato in viso. Nonostante la situazione alquanto surreale non si scatenò il panico e, fortunatamente, Vladimiro recuperò il pollice perché i dottori glielo riattaccarono.

Da quel giorno Vincent trascorse altri sei anni da recluso, tra severissimi istitutori e punizioni corporali. Il barone doveva e voleva inculcargli dei sani principi e soprattutto, cosa non meno importante che, gli arti del fratello minore fossero off-limits ai suoi denti. All’età di dodici anni finalmente rivide il sole, fu accompagnato in giardino per uno spuntino dove anche la madre ed il fratello vi si trovavano godendosi la bella giornata. Nonostante i sei anni trascorsi Vladimiro non fu proprio fortunato nemmeno quel giorno perché lo stesso pollice, questa volta, Vincent, glielo tranciò di netto con una tronchese e anche questa volta del tutto intenzionalmente. Seguì un altro periodo davvero fosco e terribile per Vincent ed un periodo di sofferenza per Vladimiro che però conservò lo stesso il pollice, i dottori fecero miracoli, sebbene con una mobilità molto ridotta, inutile dire che questa volta Vincent se la legò al dito, ah ah, e come si sa al destino non manca diarroica ironia.

A volte penso che le giornate siano troppo brevi e che ventiquattrore non siano affatto sufficienti, sarà questione di meridiani ma ottimizzare la luce viene alquanto difficile quando non si abbia il tempo nemmeno di gustarsi uno scotch come si deve. Fortunatamente Balestra ne ha in quantità, vedete è da lui che mi trovo, la prima visita di questa sera è stata casa sua o meglio il suo palazzo nel quale ha un ufficio ed una casa ufficialmente chiusa ma sempre calda ed accogliente ogni notte o giorno che serva. Non ti presenti a casa di Carmine come un fattorino, all’enorme tizio che ti apre la porta devi mostrare qualcosa di più che un semplice pacco ed un sorriso e così gli mostrai tutta la mia collezione di arnesi da cucina, ottimi per la carne ma anche per il pesce, lisci, a punta, seghettati, ricurvi, sottili, in molteplici forme ma con un unico denominatore comune, affilati, tremendissimamente affilati. Il guardio di porta rimase alquanto senza fiato quando glieli feci provare uno per uno, non che ciò mi stupisca ormai ma c’è stato un tempo nel quale possedessi anche una certa innocenza, avrei ceduto letteralmente un colpo di tosse bonaria in suffragio ma la routine ammazza l’arte e siccome è vero che io non sia costruttore è altrettanto vero che non abbia così tanti vincoli ambientali da rispettare. Lasciai il tizio a ricalibrare il tono monocromatico del pavimento in modo molto più caldo e consistente.

Fu solo quindici anni dopo che i due fratelli vennero portati al capezzale del barone agonizzante, lo scolo e la sifilide erano sempre stati del resto due punti fermi nella propria vita ormai agli sgoccioli. Il barone li osservò dal basso verso l’alto, uno di corporatura massiccia mentre l’altro magro come un chiodo, non vi riuscì di trovare alcuna somiglianza ma ciò non importava. I gemelli rimasero muti ad ascoltare ed il barone assegnò loro senza tante cerimonie dei compiti, poi delle buste e in ultimo, dopo averli dismessi con un cenno rimase a parlare con la loro madre a lungo prima di strozzarsi in un ultimo conato libidinoso col suo stesso sangue. Finalmente il Barone Gallo non fu più ed al suo posto, anche se sotto il vigile tutoraggio della baronessa, i gemelli Gallo iniziarono a farsi strada nel mondo. Per la verità ed a dirla tutta, il loro cammino assomigliava sempre più alla traccia profonda di distruzione e desolazione lasciata da un bulldozer radioattivo attraversando una cristalleria. Non ebbero mai problemi economici o remore o rimorsi ma sino a che la madre ebbe vita, entrambi i figli procedettero paralleli senza mai attaccarsi e/o mutilarsi ma riservando il loro meglio verso gli altri, malcapitanti malcapitati, sulla loro strada.

Non fu facile reperire Vincent. Idiota ma scaltro come una faina era, in fondo, solo un topo di colore leggermente diverso, era allora solo questione di formaggio e quale formaggio usare e come era solo un compito tra tanti. La trappola scattò a mezzanotte quando ignaro ma con una voglia insaziabile, Vincent, entrò da Carmine Balestra, noto strozzino e Pappa. Nonostante l’assenza di luce arrivò dritto davanti la porta dell’ufficio principale e la spalancò. Quante esistenze spezzate, quanti distrutti, quanti inguaribilmente ormai succubi e vittime… non importava perché Carmine non avrebbe più nociuto a nessuno ed il suo compare arrivava adesso di gran carriera. Rimase un po’ stranito quando vide me seduto sulla poltrona di Carmine e non Carmine e rimase un po’ più attonito quando indicai in bella mostra sui rendiconti ormai inzuppati il cazzo reciso di Carmine in bella vista. Mi si scagliò contro con quel verso tipico dei Gallo, un latrato succhiato col naso, un tozzo e rozzo sfiato di aria strozzata dalla saliva sovraprodotta, ottima iniziativa, lodevole persino ma non per questo molto ben congeniata. I capelli scuri corti e ispidi, la faccia distorta in una smorfia rosso acceso, la bocca spalancata e i denti, in gran parte marci in verità, prominenti. Non avevo né il tempo né la voglia di sporcarmi ulteriormente le mani e gli timbrai il cervello o quello che probabilmente ne era la consona posizione con una lega speciale in piombo, solo il meglio per elementi di questo tipo… Vincent, povero cazzone, non fece attempo nemmeno a riprendere fiato che volò all’indietro finendo steso attraverso la porta, non rantolò nemmeno ma sbattendosi uniformemente contro il pavimento si udirono nettamente due rumori, il tonfo del suo corpo e il tonfo più leggero quasi strascicato della sua testa o di ciò che ne rimanesse. Non dovevo preoccuparmi di Carmine perché la lavanderia sarebbe entrata presto in funzione tuttavia, Vincent era tutta un’altra storia. Me lo caricai in spalla e salii sul terrazzo attraverso una delle rampe esterne, anche da morto il dannato pesava come un accidente, novantacinquechili meno qualcosa di cervello, ma alla fine lo issai, lo posizionai in modo che rimanesse ben piantato in un angolo del terrazzo vista incrocio quarantametripiùinbasso ed attesi pazientemente l’arrivo del fratello.

Queste notti calde ed umide sono una malaria sanificante per la mia asma. Io lavoro meglio con il freddo ma non si può avere sempre ciò che si voglia ed un lavoro fatto bene necessita comunque di qualche sacrificio. Diedi un po’ di respiro ai miei polmoni assaporando una media stagionatura la cui fragranza si offrì lascivamente, come la migliore delle femmine ad ore del piano di sotto, ad ognuno dei miei alveoli, senza alcuna reticenza ed eruttando, bella questa, in un combusto adeguato. La notte prosegue il suo cammino, il più delle volte silenzioso ed intimo, il più delle volte ovattato, il più delle volte reciso brutalmente da fischi ed urla e sirene impazzanti. Non ho e non ho da chiedere una tariffa migliore per un lavoro notturno, non ho preferenze in fondo, non ho alcun pregiudizio ma se proprio fossi in condizione di scegliere la prossima volta, opterei per un palazzo dotato di ascensore. Osservo le auto, i loro fanali tagliare la tenebra, ascolto i passi di coloro infreddoliti che velocemente attraversano la strada incuranti della festa impazzante qui al piano di sopra, gente in ritardo o solo tagliata fuori o solo lasciata indietro dai ritmi forsennati della giornata appena trascorsa ed ancora dura a morire. Si ha sempre una mano stretta su di una corda da tirare, resta da vedere cosa stringa la corda che tu stia tirando. Vincent era la mia corda e tirando piano piano stringevo il cappio intorno al collo di Vladimiro. A volte mi stupisco della mia stessa semplicità nell’esporre concetti e dinamiche ben più complicati.

Vladimiro venne diverse volte quella notte, venne prima di tutto per sé, poi venne per la cugina della madre e poi venne da sé da me, perché per quanto odiasse il fratello, l’odio nei confronti del suo rapitore era di gran lunga superiore. Da Gallo qual’era non si preoccupò di suonare con la sordina o usare un guanto di velluto, venne da solo e iniziò ad aprirsi la strada piano dopo piano, porta dopo porta, facendo tanto di quel frastuono da risvegliare pure i morti… sfortunatamente non quelli in loco. Dieci minuti dopo era sul terrazzo anche lui e vedendo l’ombra del fratello proprio sul cornicione quasi a voler saltare si precipitò verso di lui. Fratelli ah, fratelli, correndo non si accorse della mia corda tesa e vi inciampò volando disteso sull’umido e freddo pietrato che era il rivestimento di questo ampio terrazzo. Qualcosa gli volò di mano quarantametripiùinbasso, qualcosa di pesante e di decisivo e così decisi che quella fosse l’ultima notte dei gemelli Gallo. Vladimiro era un fuscello, non ebbi difficoltà ad immobilizzarlo portandogli il braccio sinistro dietro la schiena e piegandogli il pollice nell’unica direzione impossibile, il distacco delle falangi fu sordo ma il suo grido... beh, il suo grido fu più che soddisfacente. Lo feci inginocchiare sul cornicione, gli caricai sopra il fratello e lo pungolai quel tanto da farlo andare gattoni, ansimante e sconvolto, lungo tutto il perimetro del terrazzo. Sì, potrebbe sembrare crudele ma sono stato pagato per fargli fare un giro e questo sto facendo, porto a fare un giro i gemelli Gallo.

Tu prendi e prendi e prendi ma prima o poi, MA PRIMA O POI questo è d’uopo, arriva un momento nel quale devi necessariamente pagare e non solo (per) ciò che hai preso ma anche tutti gli interessi. Sono state solo tre ore di lavoro, non il massimo vero ma nemmeno il necessario per far sì che la notte vada completamente sprecata, ho ancora un appuntamento al magazzino e credo che non vi mancherò.

Inutile dire che Vladimiro non completò mai il giro e stretto nella morsa ferale del fratello fece un salto per incontrarsi e scontrarsi definitivamente quarantametripiùinbasso con il fresco asfalto notturno, direte che non si sia mai troppo sicuri ma proprio in quel punto ed in quel momento un camion travolse quella massa informe dei gemelli Gallo sfilettandola come cefali andati a male. Degna nota calante per un blues, quello dei Gallo, mai parso all’altezza della partitura. Pochi istanti ancora e sarò al magazzino, dovrei affrettarmi ma ho ancora un sigaro in sospeso e passeggiare assaporandolo in piena notte è una cosa che non mi capiti così spesso. Pensateci la prossima volta che ve ne venga la voglia.

Il Notaio lo conoscete, la mia donna pure ed io… ed io che posso dire, sono un libero professionista, un ottimo professionista se è per questo e questo è il mio lavoro. Se aveste i giusti requisiti ed una causa, non importa se buona o congrua o derivante e se io dovessi servirvi e se poi io dovessi, casomai, accettarvi non esitate, chiamatemi, perché io sono Natale e questa è la mia lista:

La Lista di Natale:
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- Strappare un sorriso a Jenny Balletto
- Chiudere il rubinetto guasto di Zio Arpo
- Guardaroba nuovo per i coniugi Vastanelli
- Fare una visita di cortesia con fiori a corredo al Preside Baronilli
- Torta con sorpresa alla Famiglia Uncistretti
- Una revisione all’auto della Notabile Fortibassi
- Pranzo a base di pesce per la Famiglia Arubecchi
- Cassata con ciliegina per Don Bramante
- Taglio di capelli eccelso al Deputato Brassito

Due fatte, ne restano nove.
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Lo vedete anche voi che lavorare con questo tempo non sia il massimo, avrei bisogno di una vacanza ma desiderare è un talento innato, proprio dell’essere umano e invece lavorare non è una qualità, ad esso, completamente attribuibile. Ora, io ho un’agenda sempre piena e ritmi serrati...
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29/03/2019 16:39:53
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L’incantroppio II

21 marzo 2019 ore 16:05 segnala
Quanti sono sette anni? Forse sono pochi pochissimi, forse sono tanti, forse sono niente o sono una vita o sono solo di essa un adeguato principio… ma sette anni possono anche essere l’inizio di un percorso ancora più lungo oppure nulla. Le assi erano spesse una decina di centimetri e molto lunghe e sufficienti allo scopo, le sistemammo sovrapposte e avrei detto fossero resistenti ma, diamine, avevo solo sette anni e per i miei sette anni, quelle tavole di legno erano la cosa più dura e resistente del mondo. Sette anni sono sufficienti per farti un’idea della vita e come essa possa improvvisamente terminare? Credo proprio di no, tuttavia, sette anni sono anche un terribile e meraviglioso modo di giocare seriamente ed inconsapevolmente con quanto di più oscuro si celi ai margini, dietro ogni angolo.

Dreamin'on #5191: Deep into the forest, deep into the rain, running, walking, running, bleeding, I sense my blood's spilling all over, it’s too much, it’s too much. I took one bus and suddenly roads change into rivers, how the bus goes it's a mystery but it goes anyway, I feel shallow and cold, my brain’s leaking through my nose and I want to sleep.

Nelle giornate dai pomeriggi interminabili che andavano da metà giugno a metà luglio, quando lo stesso asfalto sembra ammorbidirsi e sembra sia quasi possibile lasciarvi le impronte camminandovi appena, quando l’arsura si moltiplica perché l’acqua da ogni fontana sgorga già tiepida, quando ci si sente invincibili sino a che il sole non tramonti ed il buio sembra solo una parola con troppe vocali, noi, avevamo un posto segreto. Era un grande palazzo in costruzione, la struttura di sette piani era praticamente completa ma come struttura, essa assomigliava più ad uno scheletro che ad un palazzo. Era difficile immaginarvi ambienti e pareti ed ascensori dove tutto era spoglio ed essenziale, cemento grossolano e intelaiature di ferro a vista prive di qualsivoglia protezione o indicazione, sacchi aperti di calce e polvere dappertutto. Diamine! Erano solo gli anni settanta, il loro finire, ma non per questo sarebbe stato congruo affermare che i ragazzini di allora (ed io con essi) utilizzassero maggiori precauzioni o restassero più attenti rispetto a quelli di oggi. In pieno solleone, subito dopo pranzo, ognuno di noi lasciava la propria casa con un’unica meta, il nostro posto segreto. Era molto facile accedere ad una delle rampe perché ci si trovava davanti ad un cantiere completamente aperto ed in mezzo ad altri palazzi ormai completati ed abitati, nessuna recinzione, nessun avviso e per di più i lavori erano fermi ormai da più di un anno, si era nel periodo del cosiddetto assestamento a sentire le persone, si era in terra di nessuno dico io.

La prima cosa a colpirmi era il cambio di temperatura, fuori potevano esserci anche quaranta gradi all’ombra ma dentro, appena dentro, si sentiva subito la frescura dell’aria mista a qualcosa di stantio ed umido. Un’altra cosa incredibile era l’eco presente. Ci si poteva insultare da un lato all’altro dei piani con pochissime pareti non portanti e ogni eco rimbalzava ovunque, ci si doveva insultare altrimenti si perdeva autorità, chi si tirava indietro diventava inevitabilmente un bersaglio comune e la sfida degli insulti non era solo che la prima di diverse altre. Sei debole ti attaccano ma se sei debole allora fingi di essere più forte, anzi meglio, il più forte, allora novantasucento nessuno ti attacca e chi vuole farlo ci pensa almeno due volte prima di farlo, se sei debole, fingi di essere il più forte comunque.

Dreamin'on #2370: Air's slimy, got difficult breathing, no light just flashes of past lives on future comings, somebody’s life, nobody’s life, certainly not mine. No words, no sounds, I'm in deep space racing on cloud nine and I feel my lungs are freezing then my eyes implode, I think I die without even a good look at the closest Nebula Cancer, damn, what a shame.

Dagli insulti alle barricate si iniziava a fare sul serio quasi subito e così si saliva lungo le rampe sottili per sette piani, ogni rampa priva di qualsivoglia ringhiera, ogni rampa sembrava, correndoci sopra, ondeggiare e che fosse quasi sospesa, senza peso, ma incuranti dell’altezza salivamo e correvamo senza guardare ai lati ma solo in avanti e così, a rotta di collo, una dopo l’altra e tutte d’un fiato bruciavamo quelle rampe dai gradini appena abbozzati fino all’ultimo piano. La paura stimola la crescita così a volte sento dire… io credo che la paura possa anche stroncarla definitivamente la crescita a scherzare troppo con il fuoco. Quale fosse la mia paura più grande quarant’anni fa… potrei azzardare ma di sicuro non sbaglierei perché lo ricordo come fosse ieri, non avevo ancora paura del buio ma avevo una terrore sacro di morire, paura di morire tra atroci sofferenze. Puoi spaventarti a sufficienza da solo quanto vuoi ma solo rivedendo nello sguardo altrui quel brivido terrificante ed autentico, a te così familiare, che puoi davvero fartela sotto. Su quel cemento e quella calce, in quel dannato palazzo, ho lasciato metri di pelle abrasa e litri di sangue, tutti noi abbiamo pagato un tributo quasi quotidiano, spesso era cosa da poco ma alcune volte gli incidenti più seri richiedevano dei punti e non ultima una bella dose di mazzate perché nessuno, nessuno di noi avrebbe mai tradito quel luogo, nessuno avrebbe svenduto quel segreto, era il nostro posto e non sarebbe importato a nessuno pagare sulla reticenza e sul dolore. Ci facevamo rappezzare insomma ma solo due volte per quanto io ricordi, gli eventi presero una piega molto ma molto più seria.

Con alcuni compagni di scuola andavo a vedere ogni film disponibile al cinema, questo valeva per ogni giorno privo di scuola e l’estate ne portava un sacco, questo valeva anche e soprattutto quando si leggeva “il film in programmazione oggi, a causa dell’alto contenuto erotico, è rigorosamente vietato ai minori di diciotto anni”, così il manifesto affisso recitava ogni volta, era un manifesto rosso con le scritte in nero ciclostilate, avviso affisso in fretta e sbilenco al posto della normale locandina, “rigorosamente vietato” così recitava ogni volta ed ogni volta che quel manifesto venisse affisso noi dovevamo assolutamente entrare. Erano film del tutto puerili, produzioni ultra scadenti, prive di mercato e distribuzione da vendersi a peso ai cinema come quello che frequentassimo, poteva capitare di guardare un sedicente film del terrore erotico, quasi un nuovo genere pulp, ma non v’era nulla di erotico e semmai erano solo scene un po’ più esplicite del normale. Avevo una gran curiosità e nessuna paura e la voglia faceva il resto e anche il numero… ovviamente entravamo dalla porta di sicurezza rigorosamente aperta e strisciando fin sotto la prima fila a film già iniziato per evitare imprevisti, non che vi fossero platee gremite ma ogni tanto una maschera rompicoglioni (sono ormai estinte) ci scopriva, perché facevamo comunque un gran casino, e ci buttava fuori minacciandoci con “ti conosco, lo dico a tuo padre!!!”. Poi i film (non solo quelli proibiti) iniziarono ad essere molti di meno, poi… ad essere sempre più radi, presto il cinema iniziò ad essere sempre più chiuso sino a che smise di essere un cinema e divenne niente. A quel punto era molto meglio per me leggere ed immaginare leggendo, che vedere l’idea altrui distortamente racchiusa su di uno schermo. È un principio che seguo in linea di massima tutt’ora.

Dreamin'on #4904: She was about to sing, cool stage, she was like suspended and all people went there to watch her, she made a great show and sang absolutely good. I was at (her) home, I knew that, I recalled many things she used while I visited there during my first vacation. She was not at home anyway, even her relatives didn't recall me. In the cellar, somebody was burning photos, black and white photos. The white man was burning all papers in this big furnace, he was barefeet and very uncaring ‘bout the heat and the coke dust. Flames were getting high, the furnace opening was really wide and he was using a pole to manage fire and let everything burns. I took an axe.

Cazzo, anche io volevo essere il RE, non è stata la cosa più stupida che abbia mai voluto in vita mia ma data l’epoca direi di aver strappato una lunga striscia di buoni alla vita essendomi per questo indebitato portandone gli interessi addosso vita natural durante. Non certo la cosa più stupida che abbia fatto ma di certo una cosa pericolosa ogni oltre immaginazione e paurosa in un qual si voglia modo. Nel millenovecentosettantotto, quel luglio, sono stato anche io il RE della base, non sono stato l’unico ma sicuramente uno dei pochi.

Le paure iniziavano a sfrangiarmi le budella al tramonto, si allontanavano solo al primo irrompere dell’alba. Il più delle notti restavo sveglio, attento ad ogni rumore, scricchiolio, respiro, al Palantir sotto il suo drappo di velluto, all’armadio ben chiuso, alla maschera dello sciamano delle sabbie di cui avevo una fotografia rubata dalla biblioteca della scuola. Perché questa maschera? La maschera aiutava lo sciamano delle sabbie ad impedire che la possessione appena esorcizzata potesse impadronirsi di qualcun altro o anche e soprattutto di se stesso. Per evitare ciò il rito da compiersi durante la notte doveva terminare esattamente al sorgere del sole e, davanti la persona appena liberata dalla possessione, lo sciamano doveva tracciare nella sabbia delle linee ondulate con il suo bastone di osso senza mai guardare l’individuo davanti a sé. E a questo serviva la maschera, a proteggerlo dallo sguardo del demone. Allora tracciava delle linee ondulate come acqua, acqua nella sabbia quindi che lo spirito non poteva attraversare e con ciò confinandolo ed obbligandolo a ritornare nel proprio limbo. Se lo sciamano avesse mancato questo rituale sarebbe divenuto egli stesso preda della possessione. Non avevo proprio di che annoiarmi, alla ricerca di nuove informazioni e miti durante il giorno, in preda a terrori sempre più evoluti ed efficaci durante la notte.

Il settimo piano era il nostro quartier generale, la vista dominava tutti gli altri palazzi, il sole spaccava le ombre e rifletteva sui tondini in ferro arrugginiti ripiegati verso l’alto che spuntavano da ogni soletta e da ogni muro o abbozzo di balconata, erano come artigli affilati e letali. Prima di tutto si percorreva l’intero perimetro di questo piano quasi a controllare ogni vista, stazionavamo sui balconi privi di ringhiera, ci si aggrappava alle rientranze e spesso si lanciava anche qualche sasso oppure, se in vena di particolari festeggiamenti, si lasciava cadere uno di quei mattoni forati enormi, lo si lasciava cadere per gustarsi lo schianto ed il frastuono e poi, e poi ci si spostava verso l’interno dove con centinaia di mattoni forati avevamo costruito il cuore della nostra base. La gerarchia era chiara ma veniva stabilita giorno per giorno in base alla sfida finale. C’era anche la corsa del ratto ma ci riuscì solo un paio di volte da che io mi ricordi ed ovviamente anche la gara del piscio. Il tempo volava in quel luogo ma prima di tornare a casa, all’imbrunire, vi si teneva senza dubbio la sfida più difficile da affrontare, serviva a stabilire chi avesse il potere sugli altri almeno fino al giorno successivo. Se avessi paura del buio, certo… ma questo era niente rispetto alla gara degli sputi.

Leggermente disallineato dal centro verso uno dei quadranti esterni vi era il pozzo degli ascensori. All’epoca non avevamo idea del perché una costruzione così grande avesse un pozzo che la attraversasse interamente in altezza, non pensavamo agli ascensori e nemmeno al resto e del resto se lo avessimo fatto non ci saremmo trovati insieme, lì, tutti i pomeriggi. Dai piani inferiori l’accesso al pozzo era interdetto ma dal settimo piano il pozzo era aperto, ci si poteva guardare dentro e sette piani più in basso in un mare di roba putrida e mattoni distrutti e rifiuti e ratti e chissà che altro vi era il buio più buio e freddo che si potesse immaginare. Qui aveva luogo la sfida degli sputi. Il pozzo era in realtà a base rettangolare, sarà stato tre metri in lunghezza per quasi due in larghezza, troppo largo per poterlo saltare e non si poteva saltarlo ovviamente ma lo si poteva attraversare e per questo motivo avevamo posizionato due grosse assi di legno sovrapposte che lo attraversassero. Chi voleva essere il RE doveva attraversare sulle tavole e quindi, fermandosi al centro, chinarsi, guardare la luce farsi inghiottire dalle tenebre e morire e quindi sputare ed attendere che lo sputo arrivasse sette piani più in basso. Fatto questo poteva ritornare indietro e tutti lo avrebbero acclamato e chiamato capo almeno sino al giorno successivo, in realtà poteva capitare che l’indomani nessuno avesse voglia di partecipare alla gara ed allora la gerarchia non mutava.

Dreamin’on #6101: The garden outside is full of skeletons and suddenly the cellar door exploded, a giant spider is living inside there, it just ate the neighbour's dog. It seems it’s gonna be an hell of a day while little spiders, thousands, billions, crawl outside from that cellar, they’re red and really really hungry.

Il giorno prima G. aveva marciato su quelle assi ed aveva sputato sette piani più in basso, tutti avevano gridato al Re ma io rimasi un po’ in disparte perché volevo essere io, anche io il RE e presto. G. ritornò indietro e ancora tronfio ci spiazzò tutti. Come primo editto ordinò che rimanesse da quel momento in poi una sola tavola invece di due come passerella sul pozzo per la sfida finale. Nessuno lo contraddisse e la tavola venne rimossa, G. disse anche che la tavola rimossa andava nel pozzo, la lasciammo scivolare piano e d’improvviso il fragore iniziò a rimbombare come anche lo schianto sette piani più in basso e corremmo subito tutti verso i balconi con la speranza di vedere frotte di topi superstiti lasciare le loro tane. La giornata non era ancora finita ma era già tardi e tutti avevano avuto una più che adeguata dose di emozione e decisero di ritornare a casa. Io rimasi ancora un po’, rimasi sdraiato a guardare in quel pozzo sino a che non vi fu più differenza tra il nero del pozzo ed il nero fuori.
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Quanti sono sette anni? Forse sono pochi pochissimi, forse sono tanti, forse sono niente o sono una vita o sono solo di essa un adeguato principio… ma sette anni possono anche essere l’inizio di un percorso ancora più lungo oppure nulla. Le assi erano spesse una decina di centimetri e molto lunghe...
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The Foreseeable Future II (gimme sunshine)

14 marzo 2019 ore 17:06 segnala
Oh Ginger, ma non dovevamo sentirci più… interrogativo-negativo. Il tuo tempo ed il mio scorrono in modo del tutto differente, è un’abitudine niente male e, tuttavia la tua, resta un’abitudine discutibile, assolutamente inappropriata e se mi concedi il francesismo, un’abitudine del cazzo. Non chiamarmi non ti vedo. L’altra notte, brava, è stata inesorabilmente dispendiosa, batteri Gram positivi a strafottere, perdite di liquido necessarie e quella sana resistenza al dolore che rende ogni cosa talmente difficile da ottemperare. Quella (l’altra) notte sicuramente hai provato a comunicarmi il tuo stato, non sono un tipo curioso, non chiedo perché presumo e me ne arrogo ogni diritto, che l’altrui motivazione debba restare solo propria ed in fondo delle altrui faccende non intendo impicciarmi anche con la massima volontà propositiva ed in buona fede… e poi, tu hai Fede, lo si capisce che, nonostante questo calvario e queste attitudini e la mia dillusa presenza, mantenga un recalcitrante e subdolo nodo di Fede. È ammirabile e anche compatibile con le linee guida del quieto e quotidiano esistere ma tutto ciò non mi è di alcun aiuto né rende me l’individuo più adatto a fornirtene. Non guardarmi non ti sento. Che si viva o si muoia, la condizione dell’essere non è di alcuna importanza, la vita come la morte è uno stato, il primo definito, il secondo, un po’ più sfocato agli occhi dell’umana e disumana comprensione e con questo non precludo alcuna preferenza ad uno dei due. Ginger, ieri ascoltavo una delle sessioni registrate, erano i tempi giovani delle improvvisazioni, quando dopo aver dato il tempo si attaccava a suonare e non ci si schiodava più per due giorni, ricordo anche la fase psichedelica, se hai fisso un tempo ben in mente allora puoi permetterti di strafare ed abusare di qualunque sostanza perché resterai un cazzo di metronomo ed invero la stoicità di quelle sessioni è a dir poco ammirevole. Devo anche rimbrottarti che a dire il vero, la prima chitarra dopo i primi tre litri di alcool andasse un po’ a cazzo ma avendo (solo) spregiudicatezza negli assoli beh, sarebbe stato più grave se fosse stata una chitarra ritmica. Ho ascoltato quasi otto ore di materiale e credo sia impossibile riprodurne anche solo una parte dal vivo, non ci sono più né presupposti né indoli né cristiani, la cosa più sensata da fare sarebbe affermare: dovremmo bruciare tutto, registrazioni e nastri e dat e tentare di dimenticare ogni cosa, ciò che accade a casa di XXX, resta a casa di XXX.

L’hai visto il gatto? È un po’ che non si veda in giro, primavera alle porte e schiamazzi nell’aria ma quel cazzo di gatto sembra essere sparito. Non dubito che l’eterna guerra di conquista sia sempre serrata e territorialmente spietata ma per la legge dei grandi numeri si sarebbe già dovuto scorgere, per lo meno, intravedere.

Quando sto male la mia migliore vena pulsante ed aperta puzza di blues, quando brucio tessuti e polmoni, (benché) perché del prevedibile futuro non me ne fotta un beneamato cazzo, l’olezzo è quello del blues. Avete mai pensato, stolti inutili individui (sì voi), irrilevanti pedine (sempre VOI) in uno schema infinitamente cosmico, che la vostra esistenza sia una risultante puramente casuale e priva di scopo e che, di questa, non freghi nulla e che con o senza il vostro perpetuo ciarlare e occupare, questa linea temporale proseguirà sino l’inevitabile collasso entropico e nulla davvero alla fine importerà. Il jazz è la scorreggia di dio ma il blues… cazzo, il blues è una carezza vellutata che d’improvviso s’irruvidisce e raschia e spesso rimane irriguardosa ma ugualmente, nonostante tutto, ti avvolge e ti coccola, è un morbido cuscino e una spinta nel profondo, una spina di traverso impossibile da rimuovere, una corda che stringe sino all’ipossia ma che ti gonfia i vasi fino a farli scoppiare e si trasforma in pura ed endorfica magia. Il blues cazzo! Se il jazz è la scorreggia di dio, allora il blues è la tangibile esistenza del divino.

Non fare su di me affidamento perché sento che potrei crollare da un momento all’altro. È questa la verità che vuoi sentire, è questa la piccola pezzuola che passi umida sugli occhi al fine di lenire quel minuscolo prurito esistenziale che molti identificano con il nome di (un prurito di fica) amicizia, questa pezza unta e bisunta, sfilacciata, sporca, ripulita alla meglio e usata più e più volte, sottile e consumata oltre ogni limite eppure ancora presente seppur incapace di delimitare la propria efficacia. A volte ti sarà più utile ed altre… resti anche tu nel tuo piccolo ed oscuro rifugio umido attendendo che qualcun altro chiami tana per te e inevitabilmente continui ad aspettarti non so cosa. Ti suggerirei di restare lì dove ti trovi, ti direi che delle tue pene ed al riguardo non vi sia nulla che io possa fare, perché siamo tecnicamente incompatibili, perché io non sono quello che a te serva e soprattutto perché ho già i miei di casini fottutamente cosmici, come dire che, avendo come misura una catastrofe nebulare, la tua problematica esistenziale più profonda non sia sufficiente a far accendere il minimo gradino sulla mia scala del dolore. Cosa posso fare eh? Cosa posso fare per favorirti? Come posso venirti incontro? Potrei dirti: non appena hai un problema mitTtTelefoni, potrei dirti: lo sai che queste relazioni nonostante la terra e l’aria che tra noi intercorrano, non cesseranno mai di esistere, potrei anche prestarti un polmone ma in fondo che cosa the ne fai? Non avresti bisogno di alcun aiuto se avessi un cervello e siccome invece credo che tu abbia al suo posto solo della banalissima segatura al piscio secco ecco che un aiuto ti serva ma non certo il mio. Che dici, ce la fai a non rompermi più i coglioni? Eh? Che dici, ce LA FAI??? Non rispondere, perché qualunque sia la tua risposta io sono dannatamente sicuro che tu persisterai, è banale ma sei, eri, resti, sarai sempre UNA femmina.

Non ti capita mai di allontanarti involontariamente dal quotidiano cercando, provando una marcata ed inconfondibile nota di disgusto, una volontaria avversione verso l’altro, scrutando il vero spessore ingannevole di ogni circostanza, della vera ed intrinseca apparenza, di ogni più subdola piaga sentimentalmente compromessa e di ogni marcescente e venefica pulsione umana. In codesto spazio per nulla delimitato o accessibile allora ciò che della mente resta, prova a conformavisi, prova a cedere il controllo all’ID che, come un rettile, non ha bisogno di processi complessi ed affinati, non necessita di scuse o di compiacimenti ma agisce al minimo mutare delle condizioni iniziali, reagisce e si adatta ed agisce, se necessario, di conseguenza. Scrivere porta il treno dritto sul tuo binario, è un binario che è libero solo verso una direzione ma ogni treno richiamato vi viaggerà sempre in direzione semplicemente opposta perché tanto più repentina e violenta è la ripercussione tanto più l’azione sarà efficace, limpida, cristallina, sanguigna, dirompente. Quanti sono gli scontri che puoi sopportare, quanti gli squarci ai quali potrai sopravvivere, quanti i pozzi nei quali cadere e dai quali seppur faticosamente, risalire, sai quanti di questi elementi vortichino costantemente in continua collisione in cerca di una fenditura dalla quale poi sgorgare, fuoriuscire ed attaccare. Quanti… pochi o molti, molto pochi o infiniti, naturalmente vaganti e a volte ridondanti ma non per questo omologati e confondibili. Non sei ancora pronta a sfidare il treno (e nemmeno il diavolo) credo io, ma vedi il lato ilare in tutto questo, la stazione è sempre aperta, i treni non hanno mai smesso di andare e tu sei solo una delle possibili destinazioni quando le condizioni sono favorevolmente eccitate e convergenti. Sei uno dei tanti punti morti, uno dei tanti binari a mezzo servizio naturalmente scadenti, naturalmente inadatti alla potenza di un treno in corsa sfrenata, naturalmente destinati ad implodere. Potrei suggerirti che non sempre il binario morto imploda ma il più delle volte la folle corsa e la massa accresciuta sono sufficienti a non farsi più scrupoli e domande attinenti.

E quando la notte chiude ogni più profondo recesso alla speranza io lo avverto e saldamente mi ci aggrappo incurante e penso che abbia tutto il tempo di perdermici, assecondare i pensieri gravidi e prorompenti in avide parole e righe e versi assetati di blues. Non ho mai detto che sia facile, non ho mai detto che sia impossibile, si necessita di una frequenza e quando, grazie ad essa, la tua mente, il tuo cuore o il tuo colon, vada in dissonanza ecco che scrivere di blues diventi appena accessibile, diventa brama da disadattato, diventa una dose tagliata male ma che serve allo scopo, forse provocando più danni che altro ma non è questa forse l’essenza che tanto si rincorra… non è forse questa l’eccitata bramosia che ci confonda. Ed io scrivo il più delle volte, quando la notte si schiude concedendosi come una guardarobiera cleptomane colta in flagranza a fregarti le chiavi dal cappotto, una donna dal corto costume notturno e abitudini alquanto promiscue. Una donna che condivida la tua incapacità empatica ma che al contempo affili le proprie viscosità nascoste e soffochi l’ultimo rigurgito di coscienza e si presti, si chini e si adegui e paghi con l’unica moneta che a lei possa interessare. Abitudini e costumi che non spetta a me di giudicare benché restino nel contempo ben marcati ed identificabili, affinandosi notte dopo notte ed a volte subitaneamente consumandosi in questo immenso vuoto esistenziale, ardendo velocemente ed iniquamente. Se potessi dare un tono alla sua disperazione sarebbe in chiave di blues… perché il jazz è come la scorreggia di dio ma il blues, beh cazzo, il blues è divino.

Sono nel posto giusto… difficile a spiegarsi, sono nel momento del quando, di un quando appena accennato e tuttavia sufficiente, sono dove devo stare e per quanto ogni tenebra avvinghi la mia cupa esistenza scrivo usurpando dal blues ogni sua consistenza intrecciando alle parole una metrica di basso e poi, certamente, un pattern sicuro da batteria e quello che viene e quello, se viene, sarà per lo più degno di nota.

Era il tempo di cinque lustri or sono, lo stesso tempo in cui un piccolo candido squarcio deflagrò sul mio esistere. Non sono cose che cambino la vita o il modo di viverla o il modo di tormentarsi nell’esistenza eppure, qualcosa andò in corto, magari equipaggiavo un sistema già difettoso a priori… non so… e ascoltai di un tale che non arretrasse mai, che non lasciasse il binario sino a che il treno non gli fosse cinque centimetri dalla faccia. Chissà che vita dovesse avere quel tipo pensai, chissà quale vita potrei vivere io se fossi in codesto modo. Posso affermare con certezza due cose, vivo come vivessi, nutrendo la mia metastasi quotidianamente con tutto quello che più la aggrada. Il tizio di cui sopra invece visse una vita breve perché ad un tratto calcolando male la distanza tra il suo naso ed il treno, un cazzo di Blue Comet completamente cromato, venne dallo stesso travolto e macinato in un ammasso di poltiglia sanguinolenta ed appiccicosa.

Lo sai quel gatto… l’ho visto, anzi l’ho trovato, proprio lì dove restano gli spuntoni dei banani grossolanamente tagliati, accanto ai mattoni putridi delimitanti l’aiuola dal complesso, lì, sembrava stesse acquattato o dormiente ma dopo un’occhiata più attenta capii che quella fosse solo la sua carcassa, una strana poltiglia di pelo appiattita con solo la testa distinguibile con le ossa del cranio appena esposte. Chissà da quanto tempo lì si trovasse, chissà da quanto tempo vi pasteggi il folto ed invisibile micromondo. Credo vi abbia piantato inesorabilmente l’ultima delle sue vite per non andarsene più, lo sai che ogni vita prima o poi abbia il maledetto vizio di terminare e del resto se non sia questo il bello di ogni vita… comunque, sembra quasi stesse al riparo e adesso che il sole lo brucia, accelerandone la decomposizione, resti comunque indifferente del proprio consumarsi seppur ancora lento ma inesorabile. Il gatto grigio, già lo chiamavano il Grigio, per il suo colore, per il fatto che anche durante una giornata di pioggia incessante se ne stesse imperterrito all’umido, arrotando la propria voce ed avvisando gli altri felini residenti che quello fosse il suo posto e che lo avrebbe difeso se fosse stato necessario. Credo che il Grigio abbia sostenuto un’ultima lotta e che abbia perso, non solo ai punti. Credo anche che sia ritornato in quell’angolo ormai stanco e ferito e sofferente e sotto la pioggia si sia acquattato proprio contro quei mattoni irregolari delimitanti l’aiuola dal complesso adiacente. Col freddo e tra le foglie è rimasto lì per giorni ed ora che il cielo si sia aperto ed ogni flora si prepari e rifiorire, lui resta lì da monito alla vita. Presto o tardi essa finisce e sai una cosa, non credo lo porteranno via, resterà lì a consumarsi perché questo accade a ciò che dimenticato sia, ciò accade costantemente e non ci se ne accorge, e se anche dovesse capitare, ogni sguardo indugerebbe altrove perché alla vita invertita, alla morte, non ci si vuole proprio pensare. Credo che presto, appena l’odore di decomposizione si attenui arrivi un altro felino a prendere possesso di questo fortino e su questa posizione continuerà a lottare per mantenerla incurante del pericolo e del tempo. Per adesso è ancora il territorio del Grigio, per adesso…

Sai Ginger, eccoti il testo… provalo e dimmi se il tuo basso ci possa andare…

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Oh Ginger, ma non dovevamo sentirci più… interrogativo-negativo. Il tuo tempo ed il mio scorrono in modo del tutto differente, è un’abitudine niente male e, tuttavia la tua, resta un’abitudine discutibile, assolutamente inappropriata e se mi concedi il francesismo, un’abitudine del cazzo. Non...
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14/03/2019 17:06:02
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IMAGINAR(eal)Y HEROE(friend)S III

15 febbraio 2019 ore 11:25 segnala
È aria frizzante ma allo stesso tempo umida e pungente, aria timida per il sole appena nato ed ancora troppo in confidenza con la notturna brina. Aria ferma che circonda che non pesa e che non sublima.

È un po’ che non ci si incontri, nonostante queste strade e questi incroci non mutino mai, nonostante le distanze perpetualmente identiche e nonostante le buone maniere, la cattive abitudini, le barriere e le fissazioni del cazzo, mi chiedo se sia solo l’inevitabile arrangiamento di una stabile e triste alternanza. Lo so anche io, è da un po’ che volessi mettertene al corrente, la mia indole è sempre la stessa, la mia propensione non è stata alterata, il mio lessico diventa ogni giorno più forbito e anche nella ricercatezza di termini o concetti da esprimerti mi prendo il mio porco tempo. È un po’ che il risveglio mi causi sonnolenza, avverto non senza alcuna preoccupazione il protundere di una vertebra, il cuore del mio cervello vi si arrovella, un giorno finalmente poco prima della mia cremazione prenderanno ad esempio e monito i miei polmoni, saranno due stracci grumosi, umidi e sfilacciati di appiccicoso e putrescente catrame, li innalzeranno a mo’ di stendardo, restiate accorti, siatene testimoni che le cattive abitudini in fiamme e cenere, in breve, vi porteranno. È un po’ che non ti guardi come un tempo. Il nitrato di argento sembra essersi incupito, la stessa luce vi si comporta stranamente, ciò riflette forse la mia metastasi crescente che è la vita, la mia cerchia ristretta di amici della festa e sù al Poligono le notizie anch’esse dilluse, regolano malamente il cervello del mio cuore inducendo al contempo piccole ansiolitiche ma furibonde reprimende che non attutiscono né la mia rabbia né il mio dolore. Ah che fragranza, l’ossigeno trasformato durante la combustione, questa è una pezzatura invidiabile, una stagionatura unica ed irripetibile, l’avverti immediatamente che sia diversa anche dovessi avere un palato inadeguato, il segreto è tutto nella sua lenta essiccatura che si completa durante la stagionatura di lustri non di mesi o attimi puerili, occorre del tempo, molto tempo e vite e lavoro e sudore per poter arrivare a gustare questo piacere per molti effimero e inutilmente deleterio.

Aria adesso come una ventata improvvisa, trasporta l’odore intero che spazia tra la valle e la collina, è un’aria leggermente più calda perché è il sole a disciplinarla, sembra voler essere di sostegno quasi fosse un sospiro di marina.

Conversare, entusiasmi… entusiasmi… ogni vena mefitica deve prima o poi essere estirpata, bisogna scovarla indagando, se necessario, sin nel profondo e poi con fredda decisione e limpido impegno estrarla via come una radice perniciosa, come un budello necrotico, come una terminazione infetta. Conversare, il fuoco era vivace, quasi troppo ampio per il camino, unica fonte di luce e calore dell’ambiente, presi la scatola Alimento Mellin in metallo, la sua normale posizione è proprio sopra il camino, a destra, a destra l’estrema, per ovvi motivi di credo e di patria. Loro osservarono ed attesero mentre io estrassi il miglior coadiuvante termico. Avevo già una relazione ossessivo-compulsiva con il XXXXXX ma questa era tutta un’altra storia, io mi feci pregare, loro non fecero complimenti e il fuoco bruciava e bruciava ed arroventava uno dei fermi in metallo posto sotto al ceppo più grande di spalla per garantire un adeguato passaggio di ossigeno. ‘st’picciriddh’av’b’sognu d’aria… senza aria la fiamma non si attizza ma si bagna e soffoca e soccombe come una pianta che è priva di linfa. Non so per quanto durò il coadiuvante termico, certi erano una faccenda ed un elemento conclusivo. La stanza iniziava a dilatarsi ed a contrarsi seguendo il pulsare delle fiamme, loro in terra a fissarne l’origine attoniti, io seduto a curare il metallo facendolo arrossire. Non c’è stato modo di controllare ogni incidenza, o meglio, è il solo metallo acceso a dare una certa sostanza ed una certa prepotenza e, del resto, era una festa, una piccola ma intensa festa sia sul pavimento che sù al Circolo, avvertivo dolore ma potevo e posso permettermelo non avendo nulla di meglio da fare. E lo sai che sia sempre stato come un vaso incrinato, grande potenziale in una misera riuscita, sono sempre i riferimenti inculcati o forse è solo perché qualunque cosa sia, di fatto, relativa. Sarebbe d’uopo ritrovar l’ardire, sarebbe il caso di aprire ogni valvola e lasciar sfogare, sarebbe necessario ancorché prodromico e ne guadagnerei forse in salute se non fisica almeno mentale. Sai, a questo punto non so cosa sia meglio fare, sono stanco di darmi da fare, sembrare ciò che non sono solo perché così appaia, sono stanco di aspettare che tu ti degni e mi venga a trovare. Sarebbe un piacere, è solo piacere, nulla di formale, sarebbe un gesto ben gradito, un segno persino di buona volontà ma chi sto a prendere in giro, qui la sola cosa che davvero abbia un senso è in tutta onestà, la pianta fradicia dell’omertà.

Aria fredda che investe, rapida e sottile taglia il pensiero, aumenta proporzionalmente all’aumentar del battito e della sottigliezza del vero allorquando la menzogna ispessisce la cresta, quando ogni cosa è sempre come invero non è e per quest’ultima cosa si presta.

Lieve si volse in avanti, oltre il ripido cotto, oltre ogni tolleranza di baricentro, si volse spingendosi senza per questo affrettare il momento, senza distogliere mai lo sguardo, senza in alcun modo proteggersi il volto. Sai, è un punto di osservazione niente male, spalle alla collina, fronte al mare, mi ricorda il golfo del verde d’Irlanda tra residuati bellici ormai inservibili ricoperti di alghe e bruciati dalla salsedine e dal tempo su di una spiaggia di sabbia grossolana di colore grigio a tratti invasa dall’erbetta. Era una spiaggia molto pianeggiante tra risacca e strada quasi nessun dislivello, molti gabbiani soprattutto all’alba quando fosse probabilmente più semplice ghermire un bocconcino. Mi manca, a dirtela tutta, quella sensazione, mi mancano quei luoghi, mi mancano le interazioni sociali lì sviluppate, mi manca la mia allora inadeguata memoria e l’imperfetta capacità di razionalizzazione. Oggi forse non apprezzerei a pieno quelle sensazioni, certo sarei in continuo deja vu ma al di là di questo, probabilmente, resterei distaccato ed incurante, sarei sprecato per un posto così, risulterei… mancante. Conversare… è stata una notte che non porta alcun riposo, alcun ristoro, solo ragionamenti ridondanti e via via sempre più deleteri, non riesco nemmeno a darmi un tono, la mia gola è completamente bruciata, ho tentato per un po’ di lasciarmi alle spalle quella inutile perversione polmonare ma esistono individui capaci e volenterosi e per la legge dei grandi numeri o per semplice bilanciamento di un’equazione nata già male in partenza, resto inevitabilmente arroccato, declino l’esistenza, gli altri e me stesso per assoluti, non lascio alcuno spazio di manovra, non avverto più nemmeno il calore di una voce, resto spesso alienato nelle mie elucubrazioni e solo come abitudine ormai consolidata mostro solo della circostanza mista ad apparenza. Ciò che serve per non aver alcun problema, dover spiegare o approfondire qual si voglia contatto, è una modalità a risparmio cerebrale, i miei neuroni possono così focalizzare solo per il peggio, l’assoluto, qualunque comportamento personale e fottersene allegramente delle interazioni sociali e delle buone maniere e del nobile ciarlare, un tempo ti avrei detto che tu stia infastidendomi con la sola tua presenza, oggi direi che mi tu mi stia sfarinando i coglioni e beh, non voglio che tu stia qui a comprendermi o aiutarmi, non ho bisogno di questo aiuto e non ho bisogno che tu stia e sia qui allo stesso tempo ed infatti perché cazzo stiamo parlandone?

Aria che è un muro lungo il quale scorrere senza ritegno, accompagna questa volta gravando, non più aria di sostegno ma se fosse fiato sarebbe un urlo, l’urlo gelido dell’inverno.

Vorrei tu potessi comprendere senza drammi, vorrei aver avuto una migliore capacità ed intraprendenza nei tuoi confronti, oh quante cose avrei voluto oh quante cose darei oh quante cose potrei dirti adesso oh quante cose avrei… avrei… avrei per te in nuce ma la luce ed il buio si alternano in un milione di fotogrammi sfavillanti ogni secondo, volti, luoghi, rimpianti, odiati amori, semplici complessità incoerenti, semplessità univoche singole rodenti, è il lungo binario di Terminopoli ed è tutto in discesa e lo si percorre a tutta velocità e la stessa aumenta proporzionalmente all’avvicinarsi alla meta e forse la stessa non necessita nemmeno di esser raggiunta perché forse è di tutte la meta meno apprezzata, l’unica che merita veramente di essere distrutta. Ma una cosa la conosco, di una cosa ho sensazione, paura, conoscenza, è che mi manchi e il tuo vuoto nutre la mia nebula oscura e collassante e che obliterando divora e mi opprime e mi sbrandella, è sempre stata lì, nel punto più oscuro, sei sempre stata tu alla corda del pozzo buio, un crotalo affamato che attorciglia le mie budella, sei ed eri e sei e continui a lacerarmi. Hai preso sempre ogni cosa incurante del tempo, hai preso all’improvviso e sempre in ogni momento e da ogni momento estinto ho anche imparato, la mente vacilla e non regge a ciò che adesso mi viene mostrato mentre viaggiavo e viaggio disperato… ma a volte, mi hai recato anche sollievo e pur non perdonandoti, pur non essendo tuo il volere, smarrirmi su questo becero sentiero di inutili e deleterie pulsioni sembra l’unica possibilità ancora protesa, non posso perdonarti ma continuo ad amarti ora e sempre. Vorrei dirti, vorrei stringerti, vorrei averti, vorrei poterti sussurrare ciò che sia sempre stato mia intenzione rivelarti… e sono parallelo alla pioggia del niente, il suono si cheta e il cuore fugge e solo l’ardore della scoperta, imprime vigoroso l’impulso retinico e allora viaggio ancora verso di te a braccia aperte.

Aria ferma e finalmente stagnante, pesa e confonde e si carica di strano colore, si scontra ed affonda sullo scuro bagnato, l’oscuro bagnato che infrange e prospetta e si infetta di frequenze cicliche e costanti ora a quattrocentosessantasei ora a seicentoventidue Hz.

E nel momento stesso in cui Newton, il grande e fottuto Newton impresse tutta la sua congruenza ed il suo scibile, ogni parete ossea sembrò divellersi per poi esplodere in un tripudio di coriandoli umidi ed affilati, a questo primo sciame estrusivo se ne accompagnò immediatamente un secondo molle ed informe in forma di onda protundente e superante la precedente. Piccoli pezzi di pensieri e di ricordi e di infinite emozioni mollicci e sparsi, piccole affinità di tempo lungamente memorizzate adesso eran sparse ed informi come ogni vaso esploso lungo le maggiori arterie di circolazione e persino la grande pompa e cuore, cervello del ferroso fluido denso, ritorto e stralciato come un acino schiacciato e denti e tessuti e tendini e frantumi ossei e budelli e organi a brandelli. Ma il sangue anch’esso, adesso libero da vincoli ma cineticamente eccitato, quasi fosse stato per immemore tempo in lunghi corpi cavernosi compresso ed immediatamente posto davanti la visione e l’odore di una famelica fica, si proiettava di slancio ben oltre il limite delle precedenti deflagrazioni, oscurando, inondando, ricoprendo ogni piccolo barlume di ragione e di articolazione, lei, loro, il mondo fuori e il cuore sordo e il cervello bagnato, ogni cosa dissolutamente dissolta impattava il freddo ed acuminato manto dell’asfalto seicentoquarantasette metri più in basso.

E per quanto lui l’amasse o credesse di averla amata, l’amore è una lama strana, ti carezza e ti dilania, l’amore è in guisa di bestia arcana prima ti coccola e poi ti sbrana.

466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz

SILENZIO

Ebbene sì, alla fine sono arrivata, la tua tanto attesa e sospirata compagna silenziosa, l’ombra onnipresente, come il caldo gelante ed il freddo rovente, un urlo strozzato, il peccatore impenitente, emesi dell’anima, una nota fuori registro, una lacrima invisibile, un vagito emottoico, una lingua che sferza e taglia, dall’inferno una corrente, (e)vento liquido entropico che investe e scaglia e raschia onnisciente, sono l’Omega e sono della vita l’unico richiamo, l’ultimo monolitico accesso, il bastione più forte, degli imponderabili e degli sconosciuti, l’ultimo arcano…

Amore ECCOMI, sono qui… IO SONO LA MORTE.
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È aria frizzante ma allo stesso tempo umida e pungente, aria timida per il sole appena nato ed ancora troppo in confidenza con la notturna brina. Aria ferma che circonda che non pesa e che non sublima. È un po’ che non ci si incontri, nonostante queste strade e questi incroci non mutino mai,...
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15/02/2019 11:25:52
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L'incantroppio I

08 febbraio 2019 ore 12:46 segnala
Con gèntilebèntile feci il mio primo patto di sangue. Ovviamente quello è il soprannome che gli avessi dato e lui ne aveva dato uno a me, non erano delle ingiurie solo dei nomignoli senza senso, quelle maniere primordiali di confidenza che si adottassero tra ragazzini in un tempo ormai perso e irritrovabile. Un patto di sangue, per un motivo non tanto importante in fondo a pensarci oggi ed a distanza di quasi quarantanni… all’epoca però, per la mia età, quello della religione, mi sembrò un motivo davvero valido. G. aveva un altro credo, diciamo così, un credo a lui imposto ma ormai accettato, questa cosa era palese durante l’ora di religione, nessuno ci faceva caso ma cazzo non era così ed io non riuscivo a capire quale potesse essere il motivo per il quale non potesse comportarsi in un certo modo o (non) fare alcune cose. Spesso tornavamo a casa insieme da scuola ed inevitabilmente io non potevo fare a meno di chiedergli tutto ed ogni cosa su di un argomento che a me sembrasse invero strano tartassandolo di domande continuamente. Dopo mesi di insistenza infine lui accettò di rispondermi a patto che giurassi di non rivelare nulla a nessuno di ciò che mi avesse detto ed io giurai, ma per essere davvero sacro un giuramento aveva bisogno di qualcosa di diverso che la semplice parola di due ragazzini. Decidemmo così per il sangue. Ovviamente si sarebbe dovuto pianificare, ovviamente io avrei dovuto aspettare le sue rivelazioni sino a che il patto non fosse stato consumato ed effettivo ed ovviamente ottenni di conoscere ogni risposta ad ogni mio quesito.

Dreamin’on # 4321: La città in cui cammino è sempre allagata, piena d'acqua, piove sempre, manca la luce, macchine ad ogni incrocio sono distrutte, nessuno in giro. Non so che ora sia, ora è buio ora no, il rumore incessante di acqua che scorre riempie la realtà. Continuo a vagare tra le macerie ascolto un suono. Il silenzio dei morti.

Avevo una folle paura del buio da ragazzino. La paura è una chiave ed è anche il pozzo stesso, a volte è un mezzo altre è solo zavorra che ti mantiene ben ancorato sul fondo dell’incubo. Avevo una paura indescrivibile del buio perché la mia fantasia già sviluppata più del normale necessitasse di linfa continua. Quando i miei coetanei al massimo leggessero forzatamente (causa compiti e/o impegni scolastici) e senza neanche la dovuta attenzione De Amicis, Collodi o (i più diciamocosì lessicamente portati) La Fontaine o Salgari, io pensavo ad Avalon, alla città sommersa e perduta di R’Lyeh ed al suo signore indescrivibile, al Nautilus e come procurarmi una foto, almeno una foto di una piovra, alle Miniere di Moria ed a come aprirne la porta, a non disturbare mai l’acqua calma, al Palantir ed al suo tanto favoloso quanto pericoloso uso. Alle dimensioni nascoste, al fatto che spesso affacciarsi su di un mondo diverso consentisse certamente di vedere dall’altra parte ma al contempo si potesse anche venir visti e che in questo caso, lo scambio di vedute non rimanesse un semplice scambio di vedute, l’azione e reazione combinate trasportavano qualcosa in entrambi i versi e questa era la cosa alla quale non smettessi mai di pensare… Certo, pensavo anche al potere dell’anello, alla sua corruzione, beh, probabilmente non utilizzavo (né conoscevo) un termine come corruzione a quell’età ma senza dubbio, di quell’anello, avrei (dovuto) voluto possederne uno.

“Cazzo come piacerebbe entrare in quella sfera!!!”

Dopo la scuola ritornando a casa, discutevo con i miei compagni, almeno quelli che non mi picchiassero o con i quali non si faceva a botte di tutto ciò che mi risultasse ancora inspiegabile, alcuni condividevano il mio stesso interesse e tali conversazioni ci permettevano veri e propri salti temporali… con il tempo, nel tempo, alcuni di questi assidui conversatori iniziarono presto ad appassionarsi ad altro o più tristemente al niente. Conversare non era d’uopo, non era la cosa più importante, certo era una gran bella cosa ma se non avessi potuto più farlo avrei di certo trovato un altro modo.

“C’è una cosa che non ho mai sopportato in questa fottuta città… tutti quei cazzo di vampiri!!!”

La paura è una cugina molto gelosa, ha per te mille attenzioni e vuol essere coccolata tutto il tempo, non importa il dispendio di energie che possa causarti e non importa le carenze che tu possa avvertire. La paura si evolve e nel farlo ti tiene sempre per mano, se la tua mente risulta essere piccola ed impreparata incide in modo tanto semplice quanto effettivo ed alla tua crescita conseguente, attiva nuovi elementi e nuovi feticci per tenerti saldo. Ti guida per mano, poi ti abbraccia e come una madre troppo apprensiva o un po’ psicosopatica ti stringe sino a soffocarti. E questo capitava a volte, la paura mi soffocava in piena notte, contro il muro lungo il corridoio, un corridoio che sembrasse senza fine, pieno di trappole mortali ed angoli dietro i quali si celassero orrori indescrivibili. L’abbraccio diventava freddo ed io iniziavo a sudare ma per quanto avessi voglia di dar fiato all’urlo che avessi in gola, niente veniva fuori e spesso chiudendo gli occhi, nonostante lo stato nel quale mi trovassi, piombavo in un sonno profondo privo di sogni ed al mio risveglio la luce dell’alba filtrava già attraverso le persiane e la paura era andata via lasciando il posto ad altri cimenti e sfide. La tenzone era solo rimandata ovvio, ci sarebbe sempre stata un’altra notte e la Paura ne era a conoscenza, sarebbe ritornata dolcemente ma inesorabilmente e così la sua stretta adamantina intorno al mio collo.

“storie di lupi mannari... andiamo signore...”

Dreamin’on #3210: Sono seduto, non posso alzarmi, muovo una mano ma mi accorgo improvvisamente di essere legato saldamente alla sedia. La stanza è indefinita, la porta, le porte affiorano sulla parete, si spostano lateralmente rispetto al mio punto di osservazione. Pieno giorno, luce diurna, cammino su un ponte, ma ai lati del ponte una spessa coltre bianca impedisce di osservare.

Cercando tra i libri nella biblioteca di mio nonno, che poi era il suo studio nel quale si ritirasse ogni qual volta dovesse scrivere e poi dettare per telefono un articolo allo stenografo per la Gazzetta, trovai un libro che iniziò ad ossessionarmi, questo libro con una splendida immagine di copertina raffigurante il nostro sistema solare, aveva un titolo interrogativo. Faceva riferimento all’anno duemila. Il millenovecentoottanta era ancora lontano giusto un paio di anni ma quel libro sicuramente descriveva e trattava cose davvero lontane temporalmente parlando e per questo non potei fare a meno di leggerlo. Per non farmi scoprire mi nascondevo sotto la scrivania, leggevo quel libro tra le ginocchia, a pensarci è una posizione che oggi sembri davvero impossibile anche solo da azzardare, leggevo rigorosamente di giorno nel primo pomeriggio mentre mio nonno riposasse, quando soprattutto in estate la calura impedisse di star fuori ad agguantare lucertole. Riuscivo a leggere anche un capitolo intero prima di accorgermi che si fosse fatto troppo tardi e fosse il caso di rimettere a posto quel dannato libro e tornare quindi a fare cose da bambini fuori.

“È un pezzo ad altissima precisione, non può mancare il bersaglio… Eh, del resto, a che cosa si potrebbe sparare con una pallottola d’argento? Anche ad un lupo mannaro, per dirne una…”

Dreamin’ on #5478: Non c'è un motivo in particolare, sento qualcosa in bocca che non va, i denti si muovono, iniziano a staccarsi e cadono. Cadono tutti, anche le gengive vengono via come nastro adesivo. Parlo con difficoltà.

Un giorno esplorando una vecchia casa trovai qualcosa, la casa era pericolante, giravano voci sul suo imminente abbattimento, erano gli anni settanta, respiravamo amianto, facevamo esperimenti con il mercurio quotidianamente, si aveva un senso del pericolo molto più limitato e allo stesso tempo si facevano delle cose davvero impensabili al giorno d’oggi. Questa casa aveva un’anima tutta sua, anche lì entravo di giorno ma una volta dentro era come trovarsi a mezzanotte in piena brughiera. Odore di chiuso e di muffa, scricchiolii e gemiti dei mobili facevano tendere le orecchie, fermavano il respiro, il cuore iniziava a pompare così velocemente da sentire le tempie esplodere per la pressione. Vi erano parti in legno come una grande scala che portasse al primo piano e poi parti in muratura, ogni passo produceva un rumore caratteristico. Salendo su al primo piano, badando a non gravare sui gradini marci si accedeva anche alla soffitta, l’entrata era libera e vi si accedeva tramite una malandatissima scala a pioli salita la quale in principio era buio pesto ma superato questo primo ostacolo visivo e soprattutto oltrepassato il primo tramezzo, il tetto era squarciato ed il sole inondava ciò che della soffitta restasse disegnando letteralmente con la luce gli spazi esposti. Paura cugina mia, in quel momento iniziasti a diventare trasparente, la luce era a lei interdetta e a causa di ciò trascorsi l’intero pomeriggio a rovistare in quella soffitta incurante delle zanzare, del caldo, e del sudore e finalmente come nelle migliori delle storie di pirati, trovai un baule e però per me era un forziere, non proprio di Morgan ma almeno quello del fratello. Ricordo che rimasi a fissarlo nell’indecisione, aprirlo o non farlo, restare ed aprirlo o andare via e ritornare l’indomani, la luce era quasi andata del tutto via e la tenebra minacciasse ormai le zone franche vi era sempre il piano di sotto dove Paura attendesse bramosa.

Dreamin’ on #5313: C'è un mostro nel cassetto, non so come né perché, c'è un mostro nel cassetto se lo apri peggio per te. C'è un mostro nel cassetto non lo so che cosa mangia ma di sicuro non gli è mai venuto nemmeno un mal di pancia.

Quando (mi) capita di attraversare il maledetto bosco, vuoi perché a seguire la provinciale a piedi con tutti quei tornanti rischi di metterci tutta la notte, vuoi perché vanno come i pazzi e ogni auto ti piomba addosso prima delle stesse luci dei fari (comunque spente), vuoi perché ogni volta che mi riprometto di non far così tardi, inevitabilmente, sono sempre qui (lì) ad andare in codesto modo... guardo la strada davanti a me, guardo fisso non più di qualche metro più avanti, la strada sia essa d’asfalto o terra e pietre non importa, non guardo mai ai lati, guardo avanti facendo attenzione a non guardare oltre il ciglio dell’eventuale svolta, ciò che è nel bosco resta nel bosco se vuoi che stia nel bosco, ciò che vuoi che stia nell’armadio sta nell’armadio se vuoi che stia nell’armadio perché diversamente, ad una certa ora, quando non esiste più una netta separazione tra oscurità e luce, quando la ragione pende flebilmente ma tremendamente verso la superstizione, la strada potrebbe non bastare, la porta potrebbe non bastare, le pillole potrebbero non bastare, chiudere gli occhi sarebbe impossibile, aprirli lo sarebbe altrettanto. Eppure… faccio sempre d’estate la solita corsa ben oltre l’imbrunire, attraverso la macchia infestata dai corvi saprofagi, la discarica dei tralicci, se porti con te un tubo al neon causa l’inquinamento elettromagnetico persistente nell’area si accenderebbe persino, salgo con la luce e ridiscendo con l’oscurità, sguardo fisso sempre e attento a dove metto i piedi e pur ascoltando ogni cosa non bado al rumore perché sento solo l’adrenalina ed il flusso sanguigno nelle orecchie e l’acido lattico… e non mi volto mai indietro, mai e per nessun motivo.

Dreamin’on #4871: Aspetto in mezzo alla strada, non so cosa stia aspettando o per cosa ma sono lì ed aspetto. Segni colorati si alternano a luci intense in fondo alla galleria. Un treno salta da un binario ad un altro. Cani impazziti combattono per un osso sotto la finestra del sindaco. Vorrei muovermi ma non ci riesco, sto in mezzo alla strada ed è l'unica cosa che so. Ogni auto è completamente distrutta, incendi ovunque, nebbia profonda e rabbia diffusa. Aspetto in mezzo alla strada adesso lo capisco, mi hanno investito. Sono il cadavere spappolato sull'asfalto che ancora attende di essere portato via.

Ebbene... ricordo una notte terribile e da quella terribile notte ne è passato di tempo, sono volati anni e lustri, è cambiata la casa, è cambiata la mia paura ancora una volta, ancor prima che una notte di tardo novembre esplodesse il camino e mi trovassi faccia a faccia con il fuoco dell’inferno, ancor prima che riuscissi ad avere testa e fare, in quantità talmente importante da dimenticare quella stessa casa, forse solo in modo temporaneo forse solo per poi continuare a riflettervi e ricordare... qualcuno c’è ancora, altri... pochi o tanti... no, non più.

Ci sono io e vi ritorno ogni volta, cinquanta volte l’anno, finché questa paura che cova nel profondo e solo, apparentemente, sopita continui ad esercitare quel fascino pagano, finché ho forza e voglia di macinare strade e chilometri e vento e acqua e disagio e cazzi amari da profondo sud, finché ci riesco la mantengo, mantengo questa paura, questi pensieri e le mie storie ed i miei ricordi…
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Con gèntilebèntile feci il mio primo patto di sangue. Ovviamente quello è il soprannome che gli avessi dato e lui ne aveva dato uno a me, non erano delle ingiurie solo dei nomignoli senza senso, quelle maniere primordiali di confidenza che si adottassero tra ragazzini in un tempo ormai perso e...
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08/02/2019 12:46:23
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Io, Ginger e il picco neoplastico V

30 gennaio 2019 ore 17:51 segnala
Era notte, era fuori, era certamente notte, era ora che si levasse dai coglioni, l’ultima discussione è servita solo a farmi precipitare una ulteriore soluzione dalla quale non abbia ottenuto alcun risultato confortante, certo, era anche veglia ma era sicuramente già troppo tardi, troppo oltre il punto di non ritorno delle scuse e della ritrattazione… NON CHIEDERLE SCUSA, se delle scuse potessero bastare… credi sia il caso che le faccia… se credi che possa scusarmi NON CHIEDERLE ripeto NON CHIEDERLE SCUSA! Ah, fottuto orgoglio e fottuto cinema, la sua lingua caustica ha lasciato i suoi segni inibitori ovunque, ha lacerato ogni più elementare forma di equilibrio e poi all’agire dell’ennesima dose di XXXXXX sono rimasto indietro. Raccogliere l’infinitamente piccolo è come giocare a scacchi con i guantoni da boxe, lasciare il tremendamente disperso è solo il principio perché ricevo abbastanza rumore da eccitare staffa e martelletto, abbastanza segnali in entrata da mandare in allerta il senso dell’equilibrio e per quanto tutto questo sembri sufficiente il tatto, il fottuto tatto, tatto di marmo, invece resta pacificamente corrotto, drogato di merda ed ogni dislocazione sensoriale e percettiva contribuisce soltanto a prolungare la spaghettificazione dell’IO verso l’inequivocabile singolarità. Hai detto che avresti chiamato… allora mettiamo una regola nuova.

Sai come la penso, sai che la mia sia stata solo una rapida e fugace visita al Circolo. È sempre interdetto ovviamente e però con uno scanner adeguato è possibile accantonare qualsivoglia sonda ed inoltre l’adeguato elemento di contrasto, consente di far cedere ogni barriera e così la rapida e fugace visita conformò oltremodo una susseguente e rapida occhiata. Hai detto che avremmo discusso. Certo che sì, ma un’occhiata rapida per ovvi motivi di tempo e di tensione dei vari ricettacoli a pareti sottili non equivale a qualcosa di superficiale. Ma sei stato al Circolo o al Poligono? Interrogativo, direi che il Poligono abbia il suo fascino, tuttavia, preferisco riferirmi ad esso come Circolo anche perché pur relazionandomi continuamente con il Comitato Assoluti Neuronalmente Concussivi Risibilmente Obliabili non ho percepito notizie degne di nota e dato che ogni notizia di codesto tipo se annoverata allo stagno consenta una maggiore libertà di azione e di movimento, conseguentemente decade il pericolo di evoluzioni rapide tanto repentine quanto inaspettate ed a questo punto parlarti assume un significato tutto da ridefinire. Irraggiamento coatto, questo era necessario, non credi ci si possa abituare pur abusandovi? Credo che io e te si abbia un differente modo di percepire lo scorrere del tempo e di conseguenza sia assolutamente alterato il valore che ad esso vi si attribuisca. Parliamo del più e del fegato? E se la regola esiste perché cazzo non la rispetti?

Questa notte non ho dormito… sai che novità, sai che informazione di prima mano che mi dai cioè, non è come venirmi a dire, sai, ti ricordi di quel tuo amico, quello che venisse a trovarti nonostante stesse a più di mille chilometri di distanza, quello per il quale mi era sembrato provassi uno stimolo appena accennato di compulsiva voglia copulatoria… ecco te lo ricordi? Beh, è morto. Cavolo… che notizia che mi dai. Ecco non siamo a quei livelli ma comunque… il mio non dormire nottetempo non è certo una notizia così eclatante eppure a causa di ciò e della crescente paranoia forse unica risultante dell’eccessivo modo esclusivo (nonché compulsivo) utilizzato per le mie scorribande in Tamriel da ammazzadraghi, ho afferrato una scatola di ottimo principio attivo, il XXXXXXXX, ed invece di assumerne la canonica dose l’ho quadruplicata. Bella cosa! Lo so ma non è che avessi avuto modo di riflettervi, l’ho presa e basta e da subito la mia tachicardia ventricolare (TV) si è normalizzata, ho avvertito quasi immediatamente l’equivalente di un treno merci passare sul mio cervello bello e spiattellato e sfrigolante su binari roventi, ridurlo quindi a trincetti e ascoltarlo friggere. Mentre l’odore di cervello fritto mi dava già un senso di languore… anche il dolore ormai fisicamente pervadente le mie giornate ed in particolar modo ogni mattino del cazzo, si fece un sonno ed io paradossalmente rimasi invece vigile e, con una testa meno sgombra del solito, seduto a bruciare polmoni e sinapsi nonostante avessi le dita completamente ghiacciate quasi inarticolabili, mantenni il flusso scrittorio e lo stesso non trovò mai alcuna battuta di arresto. Oggi vorrei, vorrei tanto, scrivere di te perché sei una costante in molte delle cose che io scriva ma oltre a non descriverti in vari modi ed accennare al solo fatto della tua fulva forte fluente capigliatura non è che sia mai sceso in ulteriori dettagli, altezza a parte. Che fai… mi scadi sul becero opportunismo sensazionalistico adesso? E se anche fosse? Chi verrà mai a trovarti, incontrarti e a dirti, scusa ma tu sei Ginger, quella con cui ARM ci tritura i coglioni ogni santa volta? Devi essere per forza tu, con i tuoi centottanxxxxo centimetri, rossa e piena di lentiggini, sei quella del picco neoplastico vero? L’ho capito subito… Ma di checcazzo ti preoccupi Ginger, chi cazzo ti deve venire a cercare? Non parliamo poi di venirti a trovare e nessuno ti sfrantumerà le ovaie e, e qui incido profondamente, per quel che ne possano sapere gli altri semmai questi poi davvero esistano, tu sei un aborto pilotato delle mie notti promiscue ed insonni e non, ripeto NON una femmina bazzicante il comune ambiente.

Secondo me li hanno gettati entrambi, i polmoni… ma le regola continua ad essere valida nonostante tutto ciò che stia per raccontarti. La nostra ultima conversazione si è conclusa in conflitto; puro e semplice, senza esclusioni tanto che a volte mi chiedo perché mai tu (abbia) voglia (di) parlarmi, a volte mi chiedo perché, nel caso in cui tu ti astenga, io venga necessariamente a cercarti. Ah, l’umido non mi aiuta, fumo irriguardosamente ovunque, se la temperatura in gola non è da ustione non smetto di aspirare ed anche in quel momento aspiro ancora, non smetto di accendere e non smetto di continuare, è quello che faccio tra le altre cose, quello per cui non avrò mai da incollerirmi con nessuno e nessuno avrò da biasimare, quello per cui il picco neoplastico getti larghe fondamenta e lentamente, ma nemmeno poi così lentamente, miri a costruire inesorabilmente un sacro e nero ed indistruttibile nucleo prossimo alla fusione. Mi mancano quei giorni di allegro menefreghismo a Femminamorta, ricordo in particolare che mentre tu mi ossessionassi con il fatto che a causa della danza anche camminare lungamente fosse controproducente perché i muscoli delle gambe, in particolare i gemelli, tendessero ad ispessirsi, io ti risposi con GRAN JETE e tu allora mostrandoti fresca come un quarto di pollo per un tempo che parve allampato mi rispondesti… ma quante cose sai? È normale che io mi cibi di ogni contesto che ti riguardi, ma è una cosa che mi capita normalmente verso tutto ciò che scateni in me un minino di entusiasmi e di interesse… entusiasmi… ah, entusiasmi, e sono trascorsi lustri da quel dì, nota bene che tipo di vocale abbia usato nell’ultimo omografo. Ah, adesso fai il saccente proprio con me. No… preferisco al comune linguaggio un gergo lessicale forbito, ma non lo faccio apposta, mi è naturale. Crediamoci. Beh, a ragion veduta ormai non dovresti porti questo tipo di problema visto e considerato che sia stata tu l’ultima a belligerare. Crediamoci. Certo non ho dimenticato l’ultima volta che ti presentasti senza preavviso sotto il diluvio e che solo per un fortuito caso, trovandomi in un adeguato raggio di tolleranza ti permisi di accedere coadiuvandoti adeguatamente benché non fosse per me né d’uopo né scontato farlo. Non eri al massimo quella notte e dovetti bruciare quel tappeto del cazzo poi.

Volontà… zero? E il pensiero? Eco la regola, morditi la lingua Ginger. Ecco Ginger, questa è una domanda del cazzo, il calendario ha le sue scadenze, il vizio non muta e chi tradisce lo fa perché ne ha innata l’attitudine e la propensione, io non mi fido di chi tradisca, presto o tardi lo farà ancora e ancora e ancora e ancora e mi ritroverei nuovamente a tentare di trovare una spiegazione plausibile e giustificante a codesto comportamento. Non ne ho il tempo né la voglia, non ne ho il tempo né voglio trovarlo. Ognuno si assume, o almeno dovrebbe farlo, ciò che gli compete in quanto a materia di responsabilità e se io mi assumo le mie non vedo perché anche gli altri non possano fare la medesima cosa. Versa pure tutto il bicchiere ma lascia qui la bottiglia, credi se ne abbiano a male a farsi un po’ di lattepiù proprio qui sulla nostra parte di banco? Ah, il respiro è rancido, come se avessi mangiato rane ammuffite, e forse non erano rane, e questo lo credo anche io ma diamine, non vedo alcuna luce fuori, non vedo alcuna luce dentro, se io resto e piango, tu potresti unirti a me per il singhiozzo che ne dici? La sai una cosa brutta… lei non lo aveva detto a nessuno e però lo aveva incontrato da un pezzo e sai qual è il fatto di una certa importanza? È che le piacesse incontrarlo e quando la porta si aprì, non quella d’ingresso e nemmeno quella all’inizio del ballatoio e nemmeno quella della camera da letto ma quella del cesso… beh… lei era lì, non sola ma sulla tazza a reggersi in un modo animale contro l’inevitabile gravità dirompente alle sue spalle. È possibile che abbia(no) notato noi sulla porta, non quella d’ingresso e nemmeno quella all’inizio del ballatoio e nemmeno quella della camera da letto ma proprio quella lì, quella del cesso. Vedere cose di questo tipo possono arrestarti il cervello semmai ne avessi uno, cose di questo tipo possono anche farti credere di essere immensamente fortunato o stramaledettamente coglione perché tutto bascula e si regge su di un perno decisionale.

Il peso, parliamo del tuo peso? E di Willis? Continui imperterrita come se la mia regola ti fosse alacremente entrata più e più volte ma altrettante volte uscita pulita pulita. Sì lo so sono ingrassato di dieci chili, ma cazzo, mi sto rimettendo in riga, mangiare qualcosa è un pensiero fisso, cazzo mangerei la prima cosa che mi passi accanto, cane, piccione, gatto, armadillo, cristiano, musulmano chisseneffote perché ho fame ma mi controllo, reprimo la fame assecondandomi in altri vizi anche peggiori e per questo motivo stai sicura, il peso ritornerà ad essere una non voce applicabile al tuo questionario del cazzo Ginger. Comunque lasciai la porta del cesso aperta e mi accomodai sul divano, iniziai a fumare incurante che la cenere bruciasse quella fottuta pelle di ghepardoalbinodagliocchicerulei, attesi che si ricomponessero, attendemmo tutti che lo facessero. E dire che mi trovassi lì solo per una vaga quanto pura coincidenza.

Coraggio ARM, adesso dimmi, tonno dimmi, del tuo fottuto scompenso chimico. Io scompenso? Io chimico? Tu lo scompenso lo hai ben incastrato, potrei anche pensare di darti una mano al riguardo ma preferisco che ognuno mantenga gli scompensi propri. Sotto attenta ponderazione… affermerei che tra lo scorso venerdì (che è un giorno del cazzo di un mese del cazzo) ed oggi mercoledì (che vale in quanto a quantità di cazzo come e più del venerdì precedente) io, ARM, confesso di aver ecceduto con uno o più principi attivi, sia XXXXXX che XXXXXXXX ed di altri non qui menzionati e di aver per giunta, in aggiunta, miscelato i suddetti elementi con lattepiù. Ora fortunatamente o per sfortuna io devo andare in ufficio, devo necessariamente uscire ed affrontare il mondo fuori, oh credimi ne farei volentieri a meno ma dovendolo fare e recatomi a lavoro ho notato un paio di interessanti aspetti circostanti. Alla fine della fiera marcia verso la marcia fiera infatti direi che: a volte sia molto meglio marcire in casa che uscirne, a volte nessun luogo migliore sia da preferirsi a quello nel quale ci si trovi già, a volte ma solo a volte l’incrociarsi di due strade non forma affatto un incrocio ma provochi invece uno smottamento, una vera e propria calamità naturale che, con i tempi di intervento, gli uomini ed i mezzi (e il comune senso civico raffazzonatamente iniquo nonché colmo di cazzonagine) che si abbiano oggi, evolve rapidamente da calamità a calamita vera e propria, una calamita permanente di ulteriore disagio, malcontento, privazione, rabbia, discriminazione, topi, peste, crisi, colera, corna e dannazione. Ah, ma io… se fosse per me… no, non sono nato… tentavo di districarmi nell’inadeguatezza… ma checcazzoioleaiuole non le ho mica calpestate ma se potessi avere del tempo avrei allora capacità di risalirne o comunque interrerei tutto a norma… cazzo Ginger, lo sai come la penso bella, se volontà è il mio pensiero allora volontà è uguale a zero, lo ripeto e te l’ho sempre detto Ginger… si vis pacem para bellum

Imago Mortis I - La ragazza invisibile

17 gennaio 2019 ore 22:52 segnala
Centoventi P FV, è come aprire gli occhi per la prima volta, il luogo è comune, il sole già alto ma niente vento né rumore, la sensazione soffice dell’erba è una fonte di sollievo come anche il profumo nell’aria, non è immediatamente identificabile, tuttavia la sensazione è additiva. Innumerevoli cose da fare ma indefinito il tempo, indefinite le cose da fare ma cosciente nel senso il senso del tempo. Duecentosettantasei P TV, ho come l’impressione di essere naturalmente in ritardo, ero già sulla strada per tempo ma ad un tratto le indicazioni non risultano essere molto chiare e l’unica possibilità è quella di chiedere un aiuto esterno, chiedere e poter finalmente capire e carpire l’informazione unica ma necessaria che mi consenta di giungervi per tempo. Quattrocentosessantacinque P FV TV FV TV U, non è come aprire gli occhi per la prima volta perché è tutto molto simile ad un deja vù, esserci o esserci stati, esservi passati o esserci sempre stati, mancando la destinazione non ha molta importanza. Si rimane alla ricerca o forse è terminata quella fase, è andata anche quella scelta mentre il sole inizia a giocare a nascondersi e anche la premura probabilmente si affaccia con una certa insistenza ed una certa efficacia, muoversi.. e ci si muove. Seicentonovantadue U BLS-D 150 J RCP 30:2 U, un tuono preceduto da un lampo improvviso, ormai piove quasi a catinelle e la strana idea giunge inaspettata quanto quella di mettersi ad attendere su di un’altalena. Che importa la strada che importa l’addiaccio, sono le informazioni mancanti ad essere il vero nocciolo del problema e poi da qui non ci si muove sino a che non scampi. Ottocentoquarantanove U BLS-D 200 J RCP 30:2 U, d’un tratto ancora lampo intenso e un altro tuono improvviso ma con questo temporale la strada percorribile diventa meno lineare senza considerare il fatto che sprovvisti di ombrello ci si prenderà anche un bel raffreddore. Novencetoventiquattro U 360 J RCP 30:2 360 J U l'altalena cigola e la pioggia permane, non è freddo, non è strano, andare e restare come cadere o precipitare, l'impressione è che la meta arrivi inevitabilmente al di là della strada che permane in mistero, al di là delle intenzioni adesso alquanto lontane. Millecentodieci, il temporale che sembrava aver acquisito forza sembra adesso allontanarsi, un ultimo lampo per un istante ha sbiancato ogni cosa, trovato il riparo ci si può permettere di fermarsi un attimo, solo qualche minuto ovviamente e comunque, la direzione appare essere senza dubbio corretta e dopo l’ultima svolta ci si dovrebbe trovare ormai vicini alla meta. L’orologio non il tempo ma solo un verso, il temporale minaccia ancora ma è ancora il sole, adesso alto, a risplendere, un tempo così ballerino non è cosa della quale meravigliarsi tutti i giorni. Milleduecentosessanta U, finalmente ultima salita, arrivo in discesa, c’è la fermata e ogni destinazione è perfettamente indicata. Potrebbe essere trascorso più tempo di quanto non sembri ma il risultato finale è ciò che più importa… basta scrutare ed attendere che il giusto mezzo arrivi e da ciò indicato manca davvero poco. Che strana giornata. Millequattrocentotrentadue ToD.

Profumo d'intenso, è questo il verso di ogni minuto interrotto, è l’ultimo rumore di un sospiro, è questo il rovescio in fondo al secchiello, il ritorno forzato, il rientro avverso, singhiozzanti e pure scie rade si conformano confondendosi, non muoversi, non restare immobili, respirare piano per non avvertirne il dolore, non respirare per non farlo rientrare. È simile, particolarmente affine, putrida ed affilata, una goccia, leggera, invisibile megera quasi eterea intrinsecamente capace di frantumare. Schegge molteplici, schegge come faville, schegge che segnano e tagliano e lasciano ricordi infetti e indelebili e tremendamente sottovalutabili anelando infinito continuamente ardono. E se viaggio sia e viaggia, viaggio allora imperterrita, viaggia ogni scheggia ischemica e taglia ogni cellula. Vagando randomicamente apparentemente privi di meta, non è in alcun modo una giustificazione, alla chiamata, ad ognuna, l’urlo silenzioso in risposta è ciò che concettualmente resta a livello primitivo… perché la veglia è passata e la notte è già sudata via senza alcun anelito e la notte è la notte, priva di calore percettivo e carica di violenta èmesi. È un piccolo pezzo inutile di tempo, un inutile barlume disperso, attendente sul ciglio, paurosamente prossimo al limite quasi oltre l’orrido confine ma senza precipitarvi, attendente, soffrendo e che lo stesso tempo passi e si scordi e si leghi e pieghi e quindi a suon di schiocchi e quindi ascoltando rintocchi, prima uno poi un altro, poi un altro poi un altro ancora, che lo stesso si perda privo di remore, privo di azioni concrete e violenza ricrescente si stemperi appena riacquisita forza dilaniando ogni vena. Soffrendo ineluttabilmente, soccombendo pazientemente, finire prima che sia finito, finire prima che sia sentito, umida la rabbia cova sotto la sabbia e sbava e brama.

Non ti lasciano andare, non (ti) sanno ascoltare, allunga(gli) le dita interagisci, non hai (mai) imparato ad ascoltare, irrigidisci(le ancora) e simula interazione, protendi a sfondare(gliele) ma è un muro sordo il limite del (fondo del pozzo) tondo, una eco indolenzita, una forma (innescata) non tanto (serena) discreta e discriminante, una (voglia) soglia rovente (su) ed unica porta, uno stretto passaggio da uno stato all'altro, di stato in stato, da stato alterato a substrato e in completa ignoranza, becera circostanza, silenziosa mattanza dei ridicoli pensieri, delle frasi (scordate) spezzate, della voce (smarrita) mancata e del fiato corroso. Sguardi, occhi e luce, indugiare correndo, spostando via il peso, calibrando l’eccesso e il perso nel reso e cavalcare il vento quando pioggia pesante (che) non bagna, unge e (ammorba) corrompe mentre nasce un (corpo) dolore e cresce il (colore) livore, sugge dal profondo affranto carica di cupa ingordigia, si gonfia e avvampa il suono, da sempre di ella, ulteriore dolore e germano ed è sempre un compagno costante di viaggio o di stasi, di gesti e passaggi, di cenni e misfatti. Il viaggio non cessa perché speranza si affaccia, striscia decisa, si accosta appena e poi allorquando lena scompare, rallenta anche questa e finalmente china è la testa in asperrima pena.

Soffrirò tra le unghie spezzate, scriverò con le unghie mordendo l’orrido ed irto sul gelido manto, scriverò il mio verso, il mio rimpianto, scriverò al niente indicando soltanto, solcando le vene e le piaghe siano esse profonde oppur vaghe. Una e due e tre volte (ho) tentato, una e due e tre volte (hai) lasciato, una e due e tre volte (rimesso) graffiato ma le parole non nascono mai sicure, semmai crescendo aumentano di incisi e spesso si frammentano in sibili, ed inutilmente speciose ristagnano e soffocano e indi giacciono per il senso che resta. Perché a volte è come aver perso la vista e il senso e la capacità di discernimento, privi di sapere, privi di alcun contatto, privi di remore e di rimorso ma incontentabilmente instabili precipitevolissimevolmente roteando a capofitto verso il termine più esaltante e vivo. Scriverò per il tempo, scriverò con il tempo ma ogni traccia è confusa e la rabbia è (l’ancora) ancora incolore, non brucia, non punge, non cheta, non rilascia calore. Ho detto e scusato, ho ceduto e patito, suderò ogni tentazione marcendo in questo piccolo luogo finito al freddo, ad ogni gemito, per ogni cenno e intendimento, solo tenera roccia acuminata limita la mia (prevaricante) capacità innata di azione e di pensiero. Perché a volte è come essere muti, divisi e socchiusi e inutili e, inevitabilmente, frasi e pensieri sostenuti cadono privi di vergogna, privi di qual si voglia peso ed intento seppur insistendo, perché a volte è come essere sordi e niente smuove quel silenzio, niente penetra all’interno, sono una pietra ormai ridotta, consumata e liscia dai secoli di mare e di correnti e venti e mostri e artigli e piccoli e grandi cedimenti, porto sulla mia pelle coriacea tutti i segni dell’esistenza ma dentro resto arida come appena partorita dal ventre infernale della Terra. Morderò ogni appiglio, resterò lottando, sia adesso una grossa spira sia solo un segno accennato, morderò a fondo, morderò sangue e non conta ciò che questo produca né quello che tanga.

Lottare e ingoiare, vivendo e inspirando, non è mai il peggio che ci si possa aspettare perché nel tempo ha iniziato a riconoscere venefici sentori lambenti e sensazioni e piccole crepe allarmanti su ogni tessuto, anima affamata che liquefi di ogni intenzione la pura apparenza, su ogni grinzosa carezza emaciata luteinica. Punte sofferte, laceranti ed indifferenti, fendono voracemente i vincoli endometriali ormai ispessiti dal lusso emottoico irrompente e destabilizzante, una schiera tra tante, una volta tra mille eppure… è il piglio mai accondisceso, impossibile da dimenticare, uno sguardo una lama, uno sguardo una trama ed è ciò che si accoglie che invece erode e distoglie dall’unità mesta, entra e ritorce, dilania e brucia e con ciò tutto si ridisegna e si adegua e perde di indulgenza perché ogni bestia ha la sua rabbia in nuce che cova e scava e che cerca una via sia essa una riga rossa ed una bianca o una grande occasione, una forte emozione dispersa o solo anonima sorgente di illusione.

E il bianco lieve geometricamente naturalizzato avvolse ogni spanna. Un arto scostato indicante al vuoto, un rantolo abbracciato nell'umido asfalto, onde e sussulti in un madido manto. Bianco e lieve è il silenzio, immutabilmente greve lungo l’ultimo cammino verso il freddo rifugio, morsa gelida pulsante, ansimante come la bufera che squarcia la tetra steppa e strappa via ogni respiro con famelica stretta. Giacente, cadente e lasciante, tra strato e strato, pensieri sottili, bianchi corpuscoli danzanti e impazziti e la luce ormai fioca stenta a farsi percepire. Viola bluastro, lividamente truccato, lento che scorre e che brucia al contatto, è solo una tappa, è solo un viaggio di mezzo, adesso veemente adesso interrotto, adesso impudente ed arrotato nel pianto.

Dolore di marcio, è il ritmo che regola il tonfo ovattato, pressione insistente che lacera e bagna, pressione interrotta che slabbra e che scotta, rovente e lo spazio esausto implode e sublima. Scandendo ogni tessuto, rilasciando cariche in sincopi, susseguendosi ad inutili picchi e pause sempre più profonde. Succube parche su cupe fonti, succubi in fieri mai del tutto distolti in avvento alieno e ogni loro azione confusa con fusa confuse con fusi confusi il disagio oscurando il sereno e rostri affilati assetati e crescenti, e denti assennati su tristi viscosità consistenti. Causa di stralcio, origini di squarci candidamente lacerati sommavansi al vasto sottrarre cospicuo, prive di tatto. Ogni forza nel mentre svanisce e lenta ne è la cognizione, la perdita costante, concedendosi per questa volta, in vana follia si conforma, corrobora nella sottile deformazione percettiva una seppur lieve incongruenza, un’ulteriore pianificazione avventata di una piccola esistenza. L’una affamata, l’altra sospesa, l’una avventata, l’altra sorpresa, l’una avvelenata, l’altra soppressa. Resta immobile. Palpiti impercettibili sfumano in un gelido nero, resta e fissa un alone sempre più emaciato dall'oscurità persistente dall'oscurità suadente che carezza e raffredda e lascia andare e derivante ossida e via ci si perde e in essa e con essa si precipita ed il viaggio muta e la meta si arresta come una forza che schianti e che tranci e che pressi inconsistentemente su liquidi singhiozzi e scivolano, scostano il bianco che di freddo crepita e sublima e intona al velo del nulla e si prostra al canto del niente, il cerchio suadente, il vuoto corposo che ingoia e che permanentemente immobile cova e le vite trascorrono in lumi ed ombre che alternandosi provocano un ultimo gioco perverso che dilata il tempo e l'ultimo rintocco e il battito leggero e il volume che cede all'inerzia, alla pressione crescente, al freddo che tutto arresta.

Sangue d’inverno, gela bruciando, lento e gommoso, ricopre e distrae ogni tatto, ogni olfatto, fetidume ferroso che cade e soggioga e la corda è sottile e sembra non regga, e la corda è sottile e stringe e quasi ritaglia da forma perfetta e quando dilania la forma è perfetta… ma la vita stessa non è in bisogno di perfezione, a volte è come una piena e inonda e distorcente irrompe, a volte è solo una flebile presa in coscienza irriguardosamente scontata, pienamente osteggiata ed irritante.

Bianco scarlatto, immagini a tratti confuse o sovrimpresse si alternano a lampi di bui squarci sgargianti e la soglia si allunga e la presa scema e il vento come il respiro e come il cuore è finalmente fermo in quell’istante infinito della vita… che si arresta come paure rubate nell’attimo, suadenti veicoli melliflui naturalmente irriguardosi, azioni contigue ma improvvisamente inutili e tenebrose, come le (mie) ferite dolorosamente efficaci, sparse ed erranti come pensieri distanti, stagnanti in speranze ritorte, indimenticabili carezze contorte adorabilmente improvvide, come immagini vacue… anonime... immagini di morte.
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Centoventi P FV, è come aprire gli occhi per la prima volta, il luogo è comune, il sole già alto ma niente vento né rumore, la sensazione soffice dell’erba è una fonte di sollievo come anche il profumo nell’aria, non è immediatamente identificabile, tuttavia la sensazione è additiva. Innumerevoli...
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17/01/2019 22:52:03
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Le Poisson Rouge II - Amore di Lupa

07 gennaio 2019 ore 17:33 segnala
Oh cara, povera la mia Clem, come sei messa, sembra proprio che la prima volta non ti sia affatto servita ma ecco che ci si ritrovi, Clem putrida dalle mani rapide e dalla lingua lunga, ci ricaschi quando meno te lo aspetti ed ecco che ci risiamo ed io non posso fare a meno di pensarvi, non posso fare a meno di leccarmi, oh povera e sfortunata Clem, prima o poi il (punto) muro arriva con o senza preavviso ed allora povera e simpatica Clem ci devi sbattere per bene ed io sono la strada che ti porta dritta verso di esso, oh povera Clem (stronza) amica mia, come sei (bella) rotta, credo tu avverta dolore… ma non aver remore, fammi un cenno, muovi il capo o sbatti qualcosa che non ti abbia ancora frantumato, ecco ancora due dita non temere, non muoverai nemmeno più quelle. (Intermission) CLEM GUARDAMI Perché, e qui devi starmi a sentire molto attentamente, ho sempre delle altre cose da portare a termine e non commettere mai l'errore di scambiare la mia attuale cortesia per una possibile quanto eventuale debolezza di cuore nei tuoi confronti, le tue ossa spezzate considerale un favore, ogni singolo osso infranto è solo il mio modo di dirti che non abbia ancora voglia di vederti distorta e sepolta… non ancora. Che c'è… vedi tutto nero… i nodi non servono più e ti dirò anche di più, leggo il tuo futuro prossimo, impellente, rimettiti in sesto se ce la fai e appena sei di nuovo in pista vieni da me, non scappare, non provarci nemmeno perché ti verrò a cercare e stanne certa, prendimi in parola quando te lo dico, ti strapperò gli occhi, la lingua e ti mangerò il fegato. Bene, spero tu abbia compreso, muovi il capo così so di non dover interagire ulteriormente in modo violento con i tuoi organi, bene, sappi che i soccorsi sono in arrivo… starai ancora bene e rilassati cazzo o provaci almeno, abbiamo tutto il tempo, io ho tutto il tempo e lo sai, Clem, che ti aspetto…

Non ho nulla dire, sto per uscire a fare il mio giro, non importa che giorno sia, non importa cosa faccia chi vada a trovare, non importa nemmeno dove si trovi o qualunque cosa provi per non farsi trovare. Clem ha imparato adesso tocca al prossimo.

Cocci, pezzi, tendini, pensieri, occhi, ricordi, voci, desideri, volta, foglia, sconcerto, punta, teste, sgabello. Già… sembra che in fin dei conti tu abbia bisogno di una sola cosa ed una soltanto.

Ma tu lo sai chi ci sta dentro? Non me ne fotte un cazzo! Ma tu lo sai di chi è questo posto? Non me ne fotte un cazzo! Sei una pazza… No! Psicopatica caro ed inutile compagno di sventure, vedi… pur comprendendo le emozioni altrui non le provo, posso fingerle simulando ma non provo né empatia né alcun rimorso e per questo potrei anche non essere inibita nel danneggiare te e gli altri. Sei una pazza! Ho detto PSICOPATICA! Belle parole ma tu dimentichi di chi è questo posto! Sei un cazzone avariato mettiti in ginocchio! (Intermission) Adesso me la vedo da sola coglione!

Ho preso la moto, da oggi il giro lo faccio su quella, so che posso lasciarla da te ma ci resterà nei tempi morti, nei miei tempi leggiadri persi tra cimici e folate di vento. Non è un lavoro difficile, ho già imparato, sono sveglia anche se a volte un po’ in ritardo ma ho buona memoria e non dimentico mai un particolare, una targa, un volto, una brutta faccia e anche chi mi tiene al guinzaglio, domani è il primo giorno e poi da lì vado (andrò) avanti perché a volte ti ritrovi, alla fine di un viaggio inaspettato, ad un bivio che però è solo una mera scelta obbligata perché da una parte vai al niente ritornando ad esserlo ed invece dall’altra conquisti il diritto di effettuare un’altra scelta… magari anche questa sarà obbligata oppure sarà una scelta bella ma questo è futuro ed il futuro non si contesta, il futuro è aria fritta se non hai un presente che resta e mi sento il collare e mi fa sudare, brucia da matti ma è meglio che la fine di quei corvacci neri e grassi è meglio di tutte quelle colombe ed è persino meglio delle vecchie azioni azzardate. La moto è nuova quindi quando la lascio qui trattamela bene, non toccarla, non la sfiorare, se hai problemi a tenerla qui dimmelo ed io mi darò da fare. Quasi scordavo, questo salda l’anno solare se abbiamo ancora pendenze dimmelo e ci mettiamo d’accordo ma non te ne approfittare.

Tamarindo, ossuto, schiocco, paura, presa, ripresa, stretta, inevitabile, piccolo candido squarcio, benvenuta, corda, sapone. Forse abbiamo un problema, forse non è ancora troppo tardi, non si è al punto di non ritorno forse… Come se non avessi altre grane, li hai presi? Una sola? E gli altri? Bene, portamela.

Perché non si muove e soprattutto perché non parla… ho espresso le mie richieste ed il modo coercitivo in uso dovrebbe essere senza dubbio più che convincente ed allora perché cazzo non risponde? Sì sì parlo con te cosa stai aspettando? Lo vedi quant’è grosso? Ti farà un buco ancora più grosso se insisti ottusamente a non volermi dare ascolto, non posso stare qui ad attendere che tu decida e per questo motivo conterò solo sino a due senza passare dall’uno hai capito? Due! (Intermission)

Diavolo, devono averli fatti proprio incazzare per combinare questo macello. Ecco, ne portano via un altro o quello che resta, ancora un paio nell’altra stanza e questi qui. Testimoni? Bella domanda, testimoni… dunque, o erano tutti fuori o tutti a dormire o tutti al cesso, qui al tavolo c’erano soltanto questi tre ed ormai non hanno più nulla da riferire ma tu… come la vedi? Secondo me sono entrati dall’ingresso principale… li conoscono o li scambiano per gente conosciuta, entrano senza curarsi minimamente del sistema di sicurezza a circuito chiuso, non hanno paura di farsi vedere e sanno dove andare, sanno anche quanto tempo a disposizione vi fosse per completare il lavoro. Entrano e sistemano quei due nell’atrio, nessun rumore ma sono già stati individuati dagli occhi nel soffitto, continuano imperterriti, sistemano prima la sala di controllo e mettono fuori uso le registrazioni e poi vengono qui, non c’è stata colluttazione anzi, non ce n’è mai stata la possibilità. Vediamo cosa dirà la balistica ma ad occhio niente bossoli certo, potrei sbagliarmi ma ne ho viste diverse così, nessun bossolo mai. Si sa cosa abbiano preso? Non certo i soldi, mi pare ovvio ma non appena riusciranno a pulire i resti organici dalle cassette all’interno del caveau forse si potrà stabilire cosa manchi e cosa stessero cercando. Questo era un tavolo dei maggiori e sicuramente non gli è importato né della gestione né di essere riconosciuti, sembra non abbiano avuto alcuna pietà… altro che guerra dei bottoni. Sai che ti dico? Siamo qui da quattro ore e il mio stomaco si contorce e qui c’è puzza di cervello bruciato e mi fa fame, facciamoci uno spuntino tanto questi non vanno più da nessuna parte, ah, prima di andare chiama il Presidente, digli che abbiamo risanato il debito. Già, avviso la centrale.

Gatti, stragi, randagi, aria grigia, pozzanghere, lucido, polvere, asfalto, gomma bruciata, ferro brunito, fiamma divampa, tessuto, piombo, distrutto, divelto, scelta, obbligata, pestata, mano, umido, appiccicaticcio, coltello. Fai un fiato e lei ti mangia, fai un fiato un solo fiato e mi assicurerò che tu senta ogni cosa fino alla fine.

Paletta e secchiello? No… Corda e sgabello? No, direi di no… Vuoi fare allora girotondo, lo sai quanto é bello? Vada per quello… cosa? Il girocoso… Ah il girotondo! E certo, che è bello il girotondo, ottima risposta.

Il potere di scegliere è cosa rara, non è qualcosa che tutti abbiano la possibilità di amministrare o usare men che mai una possibilità data a qualcuno che si trovi nella tua stessa situazione. Hai fatto una cazzata, una vera cazzata e ti è andata male e adesso sei qui e vediamo cosa di te fare, riconosco il fatto che rispetto alla feccia con la quale stessi, sfortunatamente, in affari ed ormai lessa, abbia avuto il buon senso di scegliere per te stessa prima che fosse tardi e credimi quando ti dico che codesta sia l’unica cosa che ti faccia restare ancora intera in questo momento. So che hai preso qualcosa che non ti appartenesse ed hai anche messo un bel po’ di colombe, ora… le colombe non mi interessano, sono danni collaterali ma a volte sono necessari come le malattie come le cacche di topo nella minestra, non fa piacere ma se hai abbastanza fame te le tieni. Ciò che però non vada bene è quello che adesso tu hai e che mi appartiene. Puoi rendermi ogni cosa adesso e ti sistemerò per bene, puoi tentare di negoziare e questo non inficerà il fatto che riceverai comunque una lezione. Sai non posso fartela passare, non esiste che tu possa scamparla ma l’unica questione che ancora debba interessarti e quanto male io debba farti, che danni debba infliggerti prima di considerare chiusa questa vicenda. Questa è tua vero… hai fatto un gran casino al tavolo dei Gialli, sono curioso, perché macellarli a quel modo, ti avrebbero dato ogni cosa e questo mi porta a riflettere e comprendere. La tua, non è stata una mera reazione, non volevi nemmeno ciò che fossi andata a prendere da loro, tu volevi farli a pezzi non è vero? È così… Quando credi di aver visto ogni cosa ecco che sulla tua strada il destino o chi per lui ti mette una cosa nuova cosa davanti e cose come te sono invero rare. Adesso ti dico cosa. Soffrirai certo, proverai dolore certo, ti sembrerà di morire e forse la morte la desidererai ma, e qui viene il bello, non morirai, non oggi e non per quello che hai fatto ai Gialli. Avrai il tuo periodo di aspettativa e potrai rimetterti in sesto, tempo affinché i tuoi arti spezzati possano ritornare efficienti e quindi ti metterò al guinzaglio, ti piace la mia idea?

Orpelli, fratelli, ancora sgabelli, bugia, rastrello, scavare, riempire, piantare, lenire, fuffa, baruffa, taglio, emottoica risoluzione, volo, prigione. Preoccuparsi inutilmente è peggio che bruciarsi, ci vuole tempo come in tutte le cose, tempo per comprendere, tempo per imparare, mai abbastanza per insegnare ma sufficiente per dimenticarsene e ritornare a sbagliare.

Poteva andarti peggio, molto peggio te lo assicuro, hai fatto il bello ed il cattivo tempo, hai fatto i tuoi comodi sino a che ne hai avuto la possibilità, questa davanti a te non è una scelta sia ben chiaro, puoi solo decidere se tornare al niente, e questa volta definitivamente, oppure accettare di buon grado ciò che ti dico di fare. Adesso io qui di dirò delle cose e tu dovrai rispondere e dovrai rispondere bene.

C’è un odioso vento dall’est, ma anche questo passa presto non c’è da preoccuparsi e non te ne devi occupare, tutto va a posto come sempre deve andare. Resta vigile, resta al guinzaglio perché questa sei adesso, perfetta, sei quella che serve per tutto il tempo che serve, stai camminando da sola adesso e ti sei già fatta le ossa e leccato ogni ferita e laccato ogni pelo, sei sbocciata prepotentemente e sei pronta a contendere, sei quella che devi essere e non te ne pentirai, non ti toccherà più nessuno, non ti infastidirà più nessuno, non avrai distrazioni e non avrai ambizioni, questo è il tuo territorio adesso, marcalo come e quando vuoi, sii spietata, sii inarrestabile, sii degna del tuo nome e del mio, sii sempre affamata e se devi sbranare sbrana… devono tutti temerti, devono tutti odiarti e se qualcuno osasse alzare la testa fagliela pagare, spezza le sue di ossa, calpestalo e nel farlo goditela, mangia pure tutti i corvi che vuoi, rendili colombe e non dimenticartelo mai, sei la mia freccia, sei la mia Lupa ed io ti amo.

C’è una nuova che fa il giro… dicono che sia una nuova dicono… dicono che non è di queste parti e che per essere qui ha corso contro il diavolo ed ha vinto e non è facile correrci contro, e non è facile vincervi, e non è facile esserci alla fine pur vincendovi perché vincere somiglia tanto a perdere. Dicono che sia una da fare spavento, sai di chi parlo… sai chi la tiene al guinzaglio vero? Dicono che sia sempre affamata e che presto verrà a trovarci tutti.

Benvenuti signori! Benvenuti! Lo spettacolo sarà da brividi, entrate ed accomodatevi senza indugio, nulla potrà impedirvi di perdere questa sera le nostre attrazioni, non fatevi scoraggiare dalla ressa, avete ed avrete tutti un posto per godere di una vista magnifica ed ancor di più, SIGNORI! La qualità e lo spessore che ci caratterizzano sono solo il principio, non avrete di che preoccuparvi, comportatevi bene da gentiluomini quali siete ed il personale sarà la vostra ombra ed in ogni caso, siate cortesi e educati, siate pazienti ed alla fine godrete di un’esperienza unica ed irripetibile. Benvenuti signori, seguite con ordine le indicazioni e prendete posto, il servizio sarà impeccabile come sempre e non dimenticate SIGNORI, siate generosi, siate maliziosamente complici o siate semplicemente felici, siamo a vostra disposizione in ogni momento e per qualunque cosa, avvicinatevi, affrettatevi, non indugiate, è il vostro momento qui e adesso! Comunque… Signori… ancora una volta, BENVENUTI AL POISSOOOOON ROUUUUUUUUUUUUUUUUUGE!!!

Love, Honor and Behave - Bei Mir Bistu Shein I

04 dicembre 2018 ore 11:27 segnala
Fa(rà) dannatamente male, (forse) è del tutto inutile. Alcune cose restano (irriguardosamente) imprescindibili, alcuni comportamenti rimangono (sfortunatamente) evitabili ma le intenzioni, questo sedimento primordiale, restano oltremodo deleterie, inconsistentemente girovaghe e impossibili da definire chiaramente. La volontà si sfilaccia facilmente aprendosi in maglie sempre più deboli e repentine mentre gli ultimi lacci molteplici dalla presa lieve ed infida tentennando tentano di sopperire alla progressiva assenza di vincoli protettivi e le attenzioni sopravviventi spesso risultano essere completamente prive di significato. E dove, dove ritrovare la speranza, dove seppellirla definitivamente, tra braccia aperte, in occhi sbarrati, con fredde malevoli carezze, in caldi atteggiamenti di vuota circostanza, su lamelle sottili alternativamente sollecitate dalla semplice intenzione di contatto. La promessa è già una breccia, parossisticamente o auspicabilmente, la fine è la breccia stessa, un ponte interrotto, una rilevata comunicazione incomprensibile ma non per questo assente. Fa’(rà) quello che vuoi. Farà dannatamente male proseguire.

Certo potrei amarti. Questa sera poca foll(i)a, solo, ascolta e poi va(i) via, non fermarti che è già tardi e non importa nemmeno che non sia que(sta)lla la tua vi(t)a. Memoria è un cavallo strano perché può guidare ma non è detto che il viaggio sia lineare, viaggia veloce ma è senza sella ed il viaggio potrebbe anche risultare alquanto scomodo, arriva in posti impensati dei quali non potevi avere assolutamente idea ma è logica attitudinale imbarcarsi senza per questo aver voglia di giungere o arrivare entro un tempo prestabilito o con un carico di premura al seguito. Partire senza per questo giungere, partire e semmai restare perennemente in viaggio, partire e a volte decidere di terminare il proprio universo nell’attimo esatto della partenza. Il vantaggio della memoria è quello di poter essere dimenticata, primo o poi questo è un punto ineccepibile, è una tappa certa su ogni cammino e per quanto si possa tentare di evitarla ogni azione al riguardo non farà altro che condurre esattamente lì. Un invito è sempre un invito, vi si può rispondere con maligna cortesia, ci si può ecclissare senza perdere per questo l’intera macchinazione facendo viso cattivo ad ancor più livido gioco. Si necessita sempre di un quantitativo di tempo in eccesso per fare normalmente ciò che invece ne richieda molto meno. È una questione di apprendimento e di semantica, come costruire un nuovo lessico ponendo almeno le basi minime per intraprendere successivamente più alti e variegati canali di comunicazione, di interferenza, di interazione. Hai un modo di esprimerti che mi lascia disperso, toni e frasi combinati accentuano un’inflessione lontana, sono i labiali soffiati, fonemi, quelli speciali, quelle unità linguistiche dotate di un valore così distintivo, uniche ma ripetibili si mantengono azzardati eppure incisivi, da quando l’arte oratoria è una messa in scena sei-diventi-resti ancora un errato errore di valutazione.

Il vento dall’est spira non troppo silenziosamente attraversando e sgretolando le varie barriere temporali della notte, a volte è un sussurro umido a volte una fragorosa folata e il cuore già sfrondato fatica a mantenere un ritmo sinusoidale costante. Il martello della terra comincia il suo lento irrompere e nel silenzio più buio ogni onda prodotta equivale ad una sferzata luminosa accecante. Salire sino alla sommità, sporgersi avventatamente, sporgersi e sporgendosi lasciarsi persuadere dal vento incostante, lasciarsi da esso turlupinare, un passo e poi un salto, solo un salto e un passo ma che salto e che passo. Salire non è mai l’opzione gratificante, scendere giù fino all’inferno se necessario è molto più stimolante. Ma una notte non è mai iniziata perché la luce brucia ancora e risalta nei graffi riflessi, tra le ombre irrequiete che al cospetto di essa si infrangono spumose. Non c’è un limite vero e proprio ma sa tutto di zona neutrale, quella in cui ti trovi prima ancora di sapere di dovervi entrare, è la terra dello sprofondo, è l’impronta spessa che nasce tra disperazione e sconforto e paradossalmente non la si nota nemmeno perché accoglie lentamente e fermamente impantana come una palude come strati di sabbia di diversa consistenza.

Certo potresti amarmi. Con il suo ghigno il (mio) corpo deturpato e mancante, adesso, dell'altro... non è mai stato semplice decidere, dividere, recidere, scindere ma ...all'elisir di mezza stazza corrisponde doppia superbia, doppia insofferenza, quadrupla perdita e la mia, già insufficiente capacità di resistenza, è una flebile barriera ormai resa completamente permeabile al germe della sofferenza. Ineluttabilmente e fuori dalla mia testa (e) fuori dalla mia vita ed a questo non può certo essere aggiunta replica. Discutere sul niente per il niente, cosa sia o possa, cos’è invece e cosa d’altro canto non sarà mai. È (resta) desolata, non accorta, socialmente (dis)adattata senza scrupoli e senza una coscienza adeguata, picchia il tempo, picchia in eterno e ogni parola solidificandosi precipita come una meteora e incendia e distrugge. Quante parole hai a disposizione per ogni singolo pensiero formulato e quanti di questi risulteranno aguzzi ed avvelenati. Posso ignorare il dolore senza problemi e per questo però non nascondo di avere un problema con il controllo della rabbia. Doppia stazza e doppia superbia, senza mezze misure ma incapace di andare oltre i toni grigi, avanzante su di un’unica strada costellata di assoluti ed assolutismi.

Allora probabilmente provare a far combaciare bordi irregolari e frastagliati suturando randomicamente non risulta essere una idea delle migliori, ogni bordo sfugge e si lacera ed ogni fuoriuscita diventa più copiosa, sento che dovrei porvi in qualche modo rimedio ma non riesco (ancora) a comprenderti come vorrei. Se avessi voluto metterti a tuo agio rendendoti partecipe del mio dolore non sarei fisicamente qui; trovo che una conversazione impersonale e senza punti di contatto sia la migliore convenzione tra noi, un po’ perché ogni parola espressa ri-salti ancora nel vuoto, un po’ perché a volte le nostre parole non collimano, si respingono come magneti opposti o si dilaniano come squali in piena frenesia. (Cazzo) Non esiste un punto di vista accessibile da entrambi, qualcosa che renda più uniforme o per lo meno praticabile questa belligerante comunione di intenti. À la guerre comme la guerre. Era anche questa forse un’intenzione, era una possibile quanto inaspettata forma tacita di dialogo, rappresentava a pensarci bene, lo stretto ed indispensabile, il minimo elemento comune, un ponticciolo raffazzonato esile e terribilmente pericolante issato tra (i nostri) abissi di dubbia coesistenza… e del tempo… era un’opzione, lo era a ragion veduta, giacente ed accantonato a margine di questo seppur minimo proponimento. Sarà semplice da notare, facile da quantificare, essenziale nello spessore ma fottutamente impervio da praticarsi. Pensare è una questione di intermittenza, fare è più un problema di incidenza. Lo sguardo fluttua senza venir catturato minimamente da alcuno degli elementi presenti, a volte è quasi apatia a volte è solo essere perfettamente consci della propria deriva. C’è stato un tempo nel quale ogni singola parola rappresentasse quasi un legame a doppio filo, c’è stato un tempo nel quale tutto questo venne elaborato, convertito, misurato ed infine deprecato. À la guerre comme la guerre. È questa la sola ed unica verità, pesante e sbattuta in terra come uno straccio bagnato, occupa poco spazio ma gli effetti sono visibili anche intorno ad essa. Non ho voglia di verità questa notte, non ho voglia di scoprirne di sepolte, credo una menzogna abbia lo stesso peso specifico di una verità perché tanto più vasta è la verità da relegare nell’ombra tanto più la menzogna deve risultare potente ed inattaccabile in modo da poterla sovrastare. Spesso la menzogna di questo tipo è virtualmente indecifrabile e paradossalmente assume ogni connotazione di reale verità sostituendosi definitivamente ad essa.

Ma oggi non è il tuo compleanno? No, non credo, credo di no. Ma oggi è il tuo compleanno. No… ed io le cose importanti me le ricordo e poi io non sono, non sono mica nato. Allora oggi dobbiamo festeggiare. Ci ho già pensato, ho molte più storie da raccontare, almeno una per ogni nuova cicatrice cosa credi che io stia con le mani in mano? Ma allora è davvero il tuo compleanno oggi! Quante volte vi ho detto che non voglio regali, basta solo una parola gentile. Cica arriva ogni volta e attende che Trice finisca in tempo per poi poterla insultare ancora e fare un altro giro e poi riaffondare delicatamente su danze di CO2 e quindi riaffiorare. Ma Cica non ha pazienza e Trice non è da meno e se Trice smania allora Cica si infetta e se Trice si appresta a ricominciare ecco che la loro danza risulta in una semplice ma potente latenza e la vita assuefatta tende a scivolare ed a stringere sempre meno. Sai cosa mi servirebbe, vorrei (una parola gentile) che mi si desse maggior incidenza, mani più ferme, polmoni più capienti insomma (una parola gentile cazzo!) non dico che l’autonomia sia efficace ma non sembra che sia per questo sufficiente.

Certo potresti amarti. Consumarti in un costantemente sincopato (senfina) sfrigolio energetico senza fine, ardere e brillare intensamente attraversando densità cellulari diverse, tessuti basici e interferendo con ogni sorta di varietà di terminazioni. Ogni prolungato scompenso chimico giungerebbe al proprio apice, la quantità di segnali, divenendo esponenziale, ricaccerebbe ogni altra percezione nel profondo dove ID attende famelico presupponendo un facile ed infine inevitabile (senfina) controllo. Non importerebbe per quanto tempo, non sarebbe che una nota marginale a fronte di un quadro ben più ampio e variegato quantunque impercettibilmente alieno all’occhio (senfina) altrui. Non soffermarti sui dettagli, il diavolo in essi cova, non soffermarti sulle apparenze, le barriere in esse proliferano, non lasciarti invischiare dalle parole, con esse si crea e distrugge il mondo. Vorrei poterti dire tutto ciò che una situazione del genere meriterebbe ma pur iniziando dovrei poi articolare e susseguentemente esporre e rispettosamente valutare, potrei soffermarmi su ogni aspetto del tuo segreto riflesso e andrei avanti nella ricerca e nell’insofferenza e nel mentre potrei già aver scordato il motivo del mio essere e comportare.

O non le prendi. Ho il cervello in spasmi, un eccesso di citocromi P420 2D6, il loro effetto tetto non serve o per lo meno sembra che se ne siano dimenticati nonglienefotteuncazzo, l’eccesso di metabolismo invero, non v’è alcun tetto e riposare risulterebbe sin troppo piacevole in codesti momenti. Prese tin tin tin cadono un po’ ovunque ma comunque prese tin tin tin. Terminali ancora accessi, eccoli eccoli Astrorobot, bruciano al semplice contatto ma ho perso quella sensibilità eoni fa e non è che una consuetudine ricercarvi un limite ulteriore, splendidi splendidi Astrorobot, una soglia oltre la quale non sia proprio possibile andare. Ogni pensiero è una inversione di pressione, molto traffico lì al Circolo, molto traffico senza sosta e che il Circolo regga è tutto da dimostrare, me ne sto accorgendo (nonglienefotteuncazzo), lo avverto (nonglienefotteuncazzo), frequenza di sintesi, frequenza calibrata ma eccesso voluto della medesima calibrazione, una misura di minima follia era forse controindicata giostrandosi con sintomi acuti di sospensione. Tessuti acidi, adesso è questo il risultato, producono dolore contraendosi, ne producono molto di più lacerandosi e fumare è un buon inizio e mi sembra anche di ricordare che da ieri non abbia mai smesso… di piovere e di urlare.

E il dolore? Prima di tutto adotta un comportamento consono, all’esterno si vede o meglio, si percepisce solo ciò che si vuole venga percepito, è sempre così, ci vorrebbe qualcuno di davvero acuto per scoprire il bluff ma nessuno ha davvero voglia di capire o andare a fondo, verificare quale sia l’apparenza e quale la sostanza, viene del tutto naturale ed in questa vasta zona d’ombra è molto semplice flettere l’altrui percezione. Soffri per soffrire ma lascia agli altri quel velo minimo e necessario affinché restino e stazionino persi senza davvero mai poter veramente capire di te. Ci vuole un po’ di pratica ma è relativamente semplice ed immediato.

O le prendi. Non (ascoltare) si può andare a singhiozzo perché (il dottor Becker) cazzo rimettere anche le budella non (ASCOLTARE) rientra tra le migliori e maggiori aspirazioni. Avverto una marcata perdita di coordinazione una mancanza, una qualsivoglia divergenza di opinioni tra il sistema simpatico e parasimpatico, potrebbe essere solo (amnesia) nella mia testa o solo (amnesia retrograda) nellamiaiaiaiaiaiaiaiaiaiaiaiiiaiaiaiaiaiaiai cazzo. Non chiudo gli occhi e guardo al niente, mi concentro sul respiro ma appena sotto la pelle un formicolio diffuso, come il raschiare di larve fameliche che aggredendo i tessuti strazino ogni altro agglomerato connettivale, cresce e si nutre delle mie fobie. Pillolapillolapillola tin tin tin cade e rimbalza sul bordo acuminato, pillolapillolapillola prendi e (brucia) vai. Sì prendi vai prendiprendiprendiprendi e VAI (BRUCIABRUCIABRUCIA) prendi e vai, sì è nella mia testa ma questa notte non importa… non chiudo (nella mia testa) gli occhi e guardo (NELLA MIA TESTAAAAAAAAAAA) e vai ho detto vai (e brucia) e guardo al nien…

Non è più importante.
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Fa(rà) dannatamente male, (forse) è del tutto inutile. Alcune cose restano (irriguardosamente) imprescindibili, alcuni comportamenti rimangono (sfortunatamente) evitabili ma le intenzioni, questo sedimento primordiale, restano oltremodo deleterie, inconsistentemente girovaghe e impossibili da...
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04/12/2018 11:27:45
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