Set Teddi Sioton Omba IV

26 agosto 2019 ore 02:20 segnala
E poi… e poi il giorno brucia in fretta come la vita riscopertasi priva di significato, una pallida parvenza di normalità intrisa di assoluto cinismo, propellente ideale per il grande fuoco della dannazione. Sì, prima o poi avrebbe tentato ancora una volta a riscoprire il sommerso ed il sepolto, segreti taglienti, bugie gravide di cupa ingordigia perché spesso la verità è meschina perché solo in codesto modo può essere accettata e somministrata. Non è facile accettare una verità in quanto tale, è più sopportabile se edulcorata con la menzogna, spesso accettabile solo se completamente annacquata in essa. Ogni menzogna in fondo per essere venduta deve contenere una minima verità e, paradossalmente, più è vasta la bugia su di essa intessuta, più essa diviene congeniale alla plausibilità. Chiese cosa potesse offrire, del cognac, del buon brandy invecchiato, semplice acqua tonica… ottenne come risposta solo un prolungato ed ostile sibilo. Tempo, aveva da sempre scorte di tempo, adeguate più che adeguate, un po' perché poteva sempre tornare utile e poi questo consentiva mille ulteriori alternative ed apriva innumerevoli possibili varianti, il compendio disponibile permette alcune calibrazioni fuori dall'ordinario, questa non è la regola ma non sarebbe stata l'ultima volta di certo. Una sera lenta e liquida perché quel dialogo sospeso necessitava di carburante adeguato. Sorreggendo il bicchiere e spostandosi incontro chiese ancora a cosa fosse dovuta tale risposta così carica di ostilità nei propri confronti. Ottenne ancora un sibilo questa volta prolungato che presto mutò in un sottile sberleffo. Alcuni potrebbero affermare che la passione sia solo profusione di impegno e tuttavia la stessa passione risulta spesso essere tanto volubile quanto una piccola foglia al vento, indecisa, erratica, vorticante, priva di meta alcuna. Passione e dolore, estasi e rimorso, figli diversi ma sempre fratelli agli occhi della stessa madre. Non dimenticare che un tempo fu la stessa passione ad estinguere quel tuo lento ma inesorabile logorio virtuosamente macabro, quel suo particolare talento così occasionale, così impercettibilmente diverso da essere unico, plasmante. Vide solo acqua nera sotto i ponti, nelle anse strette a stento stagnante, l'odore restava persistente come i nugoli di insetti e l'olezzo delle carcasse in putrefazione. Quanti desideri infranti, occhi talmente spalancati da risultare ciechi ed incapaci di misurare l'umano, ti è sempre stato accanto, si può esserne certi, leggero come un velo, come un'ombra, una parte nascosta ma vitale della tua stessa forma, prodottasi nel tempo, cresciuta dal sangue e dallo sperma, credi che sia stato solo un caso la sua vendetta così tanto sospirata ed anelata…

I, afeard she said while hands held all around her, no time to take a breath, it was just a lapse, a momentary sickness in the head. Was it due to the bat… was it due to the fact she‘s still afeard I can’t tell. She had nice breech, they knew, they did and, certainly, they will do her again.

Certo, trenta e trenta anni da ora decise infine di smettere di fumare, il carattere non ne giovò in termini di miglioramento, smise di avere il fiato corto e prese trenta chili e in compenso gli venne l'affanno e poi un rantolo cronicamente gracchiante, i suoi modi elegantemente rozzi, così goffamente scaltri, viene quasi da pensare che tutto fosse frutto di un profondo ed elaborato esercizio di apparenza, di folle e lucida perseveranza, di sana follia certo ma, divincolandosi, apprese inconsapevolmente ogni sfilacciatura possibile dei/nei propri limiti, figurandosi appena un altro epilogo certamente senza però meravigliarsi dell'improvvisa piega che gli eventi stessero tessendo a sua insaputa. Trenta anni da ora il vorticare assurdo dei presentimenti presenti era ancora intossicante, inevitabile, tentò di fermarsi aggrappandosi all'effimera realtà degli eventi ancora improcrastinabili ma cedette definitivamente accasciandosi sulla poltrona vicino al tavolo. Ancora porse un bicchiere, questa volta vuoto, l'unica scelta possibile, l'unica costante accettabile, vuoto, vuoto come la propria anima, vacuo, inconsistente come il loro legame ormai consumato dalla reciproca disperazione, oltre al cristallo sfiorò la sua pelle, annusò il suo respiro, era rancido sapeva di anice e di limone. Chinò il capo come per annuire ma il tempo, questo grande cardine già impazzito, precipitava schiudendo ad essi strade nuove ma rischiose, ali di metallo, corde tendinee, alveoli contratti, vasi traboccanti di plasma ormai irrimediabilmente avvelenato. Può questo semplice amplesso di fasci e leve ossute sfociare in un breve godimento tanto associabile ad una vera e propria zavorra che si addensa e si avvinghia sempre più nel profondo sino a trascinare ogni altra sensazione, strappando via anche i legamenti e lasciando alla fine semplicemente una grande voragine impossibile da occultare… avrebbe potuto forse. Avrebbe ghermito ancora una volta, avrebbe accettato di piegarsi e piegare senza aversene a pentire. Un tuono interruppe il silenzio atterrente, spostò l'inadeguatezza dell'imbarazzo e alla fine si accorse della strada maestra e tornò a bruciarsi i polmoni, i trenta chili rimasero ma nulla di meglio e nulla di peggio a patto che il tabacco fosse sufficientemente buono, l'aria appena respirabile e il pulsare tra le gambe accettabilmente doloroso.

She is ague Papa said, took a buss on her cheek and to make her sleep he told her, holding her hand, about a far and foreign land where camelopards were so tall to reach to the top of the trees. Night went in a second as the fever she had, after two days she was cleansed but still in bed.

Al buio, al chiuso, senza potersi muovere, senza poter parlare, strofinava appena i palmi contro uno dei limiti del suo spazio per rendersi conto dell'effettiva costrizione, batté appena le nocche contro una delle superfici opprimenti, non aveva memoria delle ultime ore, aveva però compreso di essere in trappola senza via d'uscita e senza più aria. I valori di anidride carbonica salirono ineluttabilmente ed a quel punto ogni percezione si annebbiò. Sei piedi sotto terra tutto si chetò improvvisamente al pari della terra sopra, un vento leggero annunciava pioggia e presto il fango avrebbe ricoperto ogni solco fresco ed ogni traccia. Non era stata certo una casualità, coincidenza, no, le coincidenze non esistono e solo chi se ne concede il lusso e vi crede non ha voglia di vedere e comprendere il reale stato delle cose, una coincidenza, forse, due, può darsi ma tre, no, le coincidenze credimi, non esistono, in questo mondo di dolore piacevolmente profondo e così sfrontatamente aguzzo e palese nulla accade per un'assenza di scelta. Ti lascio volentieri canapi sottili con i quali intrecciarti la corda che prima o poi occluderà ogni tuo flusso e libererà la tua anima da una costrizione di carne e sangue troppo inetta a mantenerla intatta. Non era stata una decisione difficile, l'ultimo stadio era poco più di una certezza, il tempo questa volta sarebbe stato del tutto ininfluente e la sofferenza per quanto straziante di chi viaggia è lontana dall'essere eguale a quella di chi ne sia testimone, non era stata una decisione facile ma dal ventiduesimo piano la vista era di tutto rispetto, l'aria fredda era piacevolmente simile alla stessa vista, non ci sarebbe voluto molto per staccare un altro biglietto e fare l'ultima corsa, un posto in prima fila anche qui, come sempre. Le mie parole saranno sufficienti a liberarti perché per questo tipo di viaggio occorre essere da soli ed farò in modo di esserlo, è solo un viaggio verso un'altra meta, prima o poi ci rivedremo ma intanto io ti preparo la strada e ti serbo in caldo un posto di prim'ordine, l'hai detto, in prima fila. Amico mio, l’anno o il tempo sono solo riferimenti passeggeri, ma questa non è una stazione e tu non ti trovi su di un fottuto treno, oggi tu vai e devi saperlo… oggi tu vai e devi saperlo che sono stato io a farti andare, tu lo devi sapere, che sono stato io TU lo devi sapere.

Be my guest and maybe you’ll meet the copacetic deal, could be risky, could be many things ‘cos we’re here in the boondocks not it the exurb. Come along to my condo, we’ll have a private fair and cotton candy, eggnog and cremains, doxy for dimes all the way, free fat fanny all the fucking way!!!

Il prezzo da pagare non importava, l'ora non importava, il resto del mondo era fermo e sbiadiva un istante per volta. Erano anime in principio ma per natura si ha sempre bisogno di qualcosa e più la si desidera e più questo contamina. Una volta anime adesso solo fuoco, inesorabile, inestinguibile, fuoco e passione, passione e odio, che spettacolo. Accordare è molto simile a trovare uno scopo, accordare alla giusta tonalità, uniformarsi allo schema infinito dell'universo o di uno di quelli accidentalmente paralleli. Erano tutti lì per lo stesso motivo, ascoltare e bere e bere ed ascoltare senza pensare ad altro. Non è mai facile ritrovarsi, in quel posto e soprattutto non a quell'ora, la voce corre anonima e sinuosa in mezzo a molti ma solo pochi sono in grado di carpirne e decodificarne la vera essenza, quelle piccole eccezioni, quei piccoli ricettori capaci di interpretare segnali del tutto anonimi ma che nel giusto contesto e nella giusta condizione rappresentano una pista chiara e decisa. Un posto, un'ora, uno scopo. Un leggero brusio, sotto luci soffuse, velluto nero, sbuffi in seta bianca, piani di cristallo e atmosfera, calda, accogliente, unica. Accordare è solo un preludio, una pacata dissonanza in un contesto molto più complesso e vasto. Ad un tratto il silenzio si fece palpabile, ogni luce si fece timida, il respiro rimase sospeso e lentamente l'oscurità ammorbò ogni cosa, un clarino iniziò il proprio canto.

Che spettacolo.

Rosso, rosso ovunque. Rosso sulla tappezzeria, rosso tra le lenzuola, rosso come le sue labbra, persistente come un impregnante. Rosso lungo il parquet, rosso in rivoli o gocce, rosso in schizzi, rosso in fiotti, rosso in una pozza davanti al comodino, lungo tutto il ballatoio, rosso lento a grondare, vischioso per ossidazione, ferroso per emanazione. Gli olii e la decomposizione già avanzata diffondevano un odore inconfondibile, catturato dalle prese d'aria, giù via nei condotti di areazione, il caldo suppurò il tutto in una macabra fragranza ed in essa vi si immerse senza alcuna paura perché era questo da sempre l'ultima sua vera natura. Oh adesso tempo, tempo ne possedeva anche da vendere, oh adesso ogni riflesso avrebbe sviluppato una doppia verità, molto più facile da credere, da ascoltare, da bere. Ancora una volta immerse le mani sino a raggiungerne il cuore caldo ma ormai inerme, comprimendone subitaneamente la massa un ultimo singulto scarlatto conquistò l'ultimo drappo ancora immacolato e smorto, la pastosità di ogni tessuto già invischiava ogni suo centimetro, rimase come in sospeso, un cuore caldo e ormai vuoto tra le mani, lo sterno divelto, spuntoni sfrangiati, pezzi irregolari, frantumi una volta vitali adesso freddamente inerti. Oltre la luce macchiata i riflessi dei bicchieri scomposti formavano strani cristalli nell'aria, li osservò tentando di mettere a fuoco ogni prisma colorato e grottescamente distorto sulla parete antistante. Il giorno brucia in fretta ma la notte… la notte sarebbe stata tremendamente lenta e dolce, la notte, tremendamente dolce e fredda.

IMAGINAR(eal)Y HEROE(friend)S IV

21 giugno 2019 ore 17:45 segnala
Lo hai preso tu il mio? Se lo hai preso devi ridarmelo perché senza non ci so stare, mi si complica terribilmente l’esistenza, me ne accorgo che assuma un sempre più personale argot e ogni struttura tramata si assottiglia sfilacciandosi in oblio e anche relazionarmi mi viene male, credo che devi restituirmelo, credo che devi pensare bene a cosa devi fare, da quando non c’ho più il mio, lo stesso tempo sembra essere come melassa imputridita, si appiccica e puzza e mi rallenta, devi restituirmelo perché il tashtucco usato non serve a molto, c’è un grande yahma e l’aria passa e non resta niente a cui i miei pensieri possano attecchire, non c’è più una via da illuminare con le idee, sento di perdermi e non mi piace, sento che sto per fare qualcosa a cui non posso nemmeno pensare ma lo faccio e non mi andrà bene perché mancano tutti i riferimenti e lo stesso equilibrio sembra essere non più molto soddisfacente.

Impromptu

C’era una cosa che odiassi e che continuo ad odiare, il solfeggio del cazzo, e così dovendo scegliere scelsi lo strumento al quale il mio approccio potesse essere meno indolore dal punto di vista del solfeggio del cazzo. Ora il solfeggio (sia del cazzo o meno) è comunque importante ma a quel tempo non nutrivo alcuna considerazione al riguardo. Ho una mezza idea in testa di ripulire le meccaniche della mia batteria, ripulire e lucidare tutti i piatti, soprattutto far ritornare a splendere il charleston, sgrassare le catene e renderle ancor una volta efficienti. Non crediate sia facile perché pur iniziando bene questo diventa un percorso tortuoso e frustrante. Fatto questo ho intenzione di ripulire tutti i tom e non ultimo il mio rullante in metallo con pelle a doppia sabbiatura. Renderne le molle davvero cristalline nel loro frusciare e quindi svuotare la cassa e dopo averla pulita riempirla ancora con un coperta migliore che cada bene sul fondo e che compattandosi smorzi le vibrazioni che sono notevoli essendo una fottuta cassa da 55. Semmai riuscissi a fare ognuna delle azioni suddette potrei dedicarmi a rimetterla insieme partendo dal sellino che è la prima cosa intorno alla quale costruire tutto il set. Questa volta sarà nell’angolo opposto perché v’è più aria e l’accesso sarà comunque più facile, niente muro a filo e niente rotture di coglioni con il filo della cuffia. Questa volta dovrebbe andar meglio a patto che la stanza non bruci ancora. La batteria è uno strumento interessante e per chi come me la suoni solo ad orecchio è sempre una gran sfida, intendiamoci suonare la batteria sul serio necessita di molta applicazione e dedizione e non ultimo un senso anche minimo del tempo. Il tempo è il tuo unico capestro e anche la tua miccia se controlli il tempo allora la tua batteria diviene la tua macchina del tempo. Normalmente quando sono in vena suono anche due o tre ore al giorno perché non è importante avere qualcuno che costruisca sulla tua metrica ma mentalmente lo si può fare creando un ritmo che sia interessante e solo applicandovisi se ne può creare di interessanti. Non sono un amante dei solo ma l’ampiezza del suono e la sensibilità con le bacchette si afferrano esercitandosi, rullate in comprensione o semplici, inclinazione dei tom ed altezza del rullante, apertura del charleston e tutti i piatti dal crash allo splash al china al ride. Non puoi saltare un passo perché tutto è parte del groove. Cazzo quanto mi manca suonare, spaccarmici le mani ed anche le bacchette, un buon esercizio tra le altre cose consente, pur sonando ad orecchio, di far sì che ci si possa riunire e suonare come si deve con un basso ed un paio di chitarre e magari un organo e provare Smoke on the water, Ricette, the Working man o 2112. Cazzo come vorrei suonare adesso.

La vita sembra essere una soluzione migliore alla sua stessa assenza, probabilmente v’è più di un modo per definire codesta alternativa ma è anche lapalissiano che la stessa vita abbia lo strano ed impopolare vizio, spesso, di finire proprio sul più bello. Non è da sindacare il fatto che essa finisca semmai sarebbe d’uopo operarsi sì… operarsi al circolo di Willis…. sì operarsi un cazzo, sarebbe d’uopo adoperarsi affinché la vista sia o resti o diventi più o meno in linea con le aspettative riposte e i sogni dopati. Da un paio di giorni a questa parte avverto un’incredibile incremento di spasmi volontari ed involontari, in un minuto ne conto almeno una trentina, dopo un paio di minuti le scapole cominciano a farmi male perché lo sdrucciolare delle articolazioni diventa a lungo andare doloroso. Il gas prodotto in ogni capsula sinoviale viene liberato con dolorosa e scrocchiante abitudine, ci si sente peggio prima ma ugualmente male dopo. Sai, ho pensato di prendere il SXXXXX giutando alla grande, ma il camice solerte mi sussurrò un tempo che non fosse cosa da sottovalutare, io però credo di averne preso adeguatamente e per adeguato tempo senza mai rimanerci sguanato, non provoca dipendenza ma ad eccedervi ci si può procurare una dimensione esistenziale davvero difficile da ripristinare. Annulla la fase REM se la dose sia superiore a quanto consigliano nella normale posologia e può essere più di un volo repentino in fondo al pozzo se la dose ultima venisse raddoppiata. Mi sono detto può essere un eccesso di sostanze assimilate in poco tempo, tutte vasocostrittrici ed eccitanti, dovrei anche smettere di fumare… ma già u’fittai già u’fittai, ho appena avvertito uno schiocco proprio adesso, nello scrivere brandelli di questo ennesimo viaggio. Sto davvero a pezzi stanotte, sono davvero esausto e ho fame. Potrei essere disperato ma c’è una vipera nascosta nella mia vescica infetta che continui a vorticare e per quanto possa aver sete non riesco più a bere e gli spasmi mi impediscono di distendermi e provare a dimenticare il tempo presente per un’altra vela barattata che abiliti il mio passaggio verso un più ampio mare ed una più agevola traversata.

Rumore di zughi che si frantumano tendendosi, scivolando gli uni sugli altri e la mia slappa si sviccia quasi che il mio sangue sappia più di sakar che di ferro, mottata mia questo mi fa sbaraccare, non mi basta del buon snuotie perché tu dici di voler solo pasticciare, mi sento una sguana ma seriamente, pasticciare in questa prista mi fa sbaraccare, che razza di soomka, mica una zena qualunque e con quale malcikko persino sviccio. Mi sento bigio ma già bramo un’altra tass ridondante come un cazzo di chiamino e ricolma di vecchia e buona vellocet e i coccovetti, tutti quei coccovetti che hai crastato alla devocka di turno dove mai li hai nascosti dove mai li terrai e trucca mai potrei farci semmai li trovassi ma seriamente, tutto questo mi fa sbaraccare, tornare nel gabbione, tutto questo mi fa sbaraccare e solo a ripensarci mi fa venir voglia di renderla. In verità ad esser piene di te sono solo le mie calde jarballe.

Se c’è una cosa di cui abbia acquisito certezza è che gli errori siano errori e ad essi non v’è modo di riparare, chi afferma il contrario è in netto ed aperto contrasto con uno dei miei tanti principi assoluti, chi afferma il contrario non ci capisce un cazzo. Un errore è una piaga, spesso resta inerte dopo il suo grasso periodo di infetta e imputridisci ma a volte, perché le piaghe sono piaghe per questo motivo, si infettano nuovamente e riprendono a trucidarti globuli bianchi ed a pisciare litri di pus. Avere a che fare con un errore di questi è un bell’impegno, con più di uno… beh, la stessa esistenza diventa una bella guerra e tutti a fare fuori tutti, tutti combattono tutti, tutti smembrano tutti perché in una guerra non c’è momento da attenda devo estrarre questa lisca prima di poter trafiggerti ed estirparti l’intera forella, la guerra è guerra e così sia. Per evitare la guerra la galassia è sulla cintura di Orione. Non ho paura del conflitto, il conflitto è sempre preferibile ad un compromesso e non mi fido di chi quando sorrida non mostri zughi, che cosa nasconde sotto? Già, la guerra, era importante sai la guerra… ma tu non c’eri, non c’eri ed allora con chi parlarne, non sei qui a consigliarmi, non sei qui a sostenermi, se ci fosse guerra li festeremmo per bene nessuno escluso, non sei qui e la tristezza abusante sta per essere consumata dalla rabbia che inizia traboccare.

Sei e forse sono una maledizione molto pruriginosa, alquanto sfacciata, slappa lunga, lunga faccia. Sei tranquilla, stai tranquilla perché io stavo solo durante la stacka, avrei potuto evitare e comunque sarei rimasto a snicchiare, restare indifferente ed indifferentemente continuare a snicchiare perché non sai mai cosa il vento possa portare, caldo o tempesta, speranza o la battaglia, ah fosse solo il mio plotto a potermi dare soddisfazione, sarà tutto questo sosto, tutto insomma potrebbe anche andare e se solo potessi recuperare la Durango 95 per un effetto sulle vostre ossa e tubazioni molto più karashov di quanto già non abbiano convenuto i rozzi alla prista ormai lontana davvero in vena di furia molto ma molto sharp. Dialogo interrotto o coito interrotto, a questo punto non vedo una gran differenza, percepisco la mia difficoltà e diffidenza, avresti per caso un rimedio, un appiglio che possa farmi arrivare a domani, un motivo per rimettermi a dieta, per evitare di sanguinare sotto la maglia, già questo potrebbe essere un problema, questo dovrebbe essere l’alternativa, dannazione, sono troppo vecchio per queste stronzate. In verità ad esser piene di te sono le mie calde jarballe.

Difficile vivere con la morte alle spalle, difficile mantenere ogni elemento vivido e presente anche se confinandolo in piccole camere oscure ermeticamente controllate all’interno della tua mente, difficile non impossibile ma anche quando questo accada ogni singolo spigolo imbrattato resterà sempre più macchia. Avevo persino pensato che data la notte e data la carenza di XXXX sarei potuto restare ad osservare una piccola porzione dell’immenso culo celeste al fine di provare ad individuare almeno in forma del tutto approssimativa alcuni degli oggetti di Caldwell. Non è mai troppo tardi per affacciarsi su di un orizzonte più vasto. Qualcosa di più difficile no vero? Qualcosa di diverso, qualcosa da ritenersi diverso ed inverso senza possibilità di ritrattazione alcuna. Non ho il senso pragmatico di attecchire ed adattarmi al colare del tempo, al mutare del vento perché non c’è nulla di diverso che si possa fare e non c’è niente di diverso che adesso vorrei fare. Certo leggere la Margolin non m’ha fatto affatto bene e continuare a rimuginarvi sfalda esponenzialmente il mio ultimo avamposto di sobrietà conclamata, sfalda le intenzioni e la precisione di ogni affondo ché dopo il terzo o il quarto una minima mancanza di coordinazione spazio-peso è causa di dolore squillante umidamente sgorgante. Tutto questo prende tempo, lo consuma, lo inietta di sottotrame fuorvianti e ritrovarne il filo mi costa una fatica infame. Ho sempre pazienza esigua con la quale arroventare le mie corde vocali perché in fondo di esprimerti la mia opinione non me ne frega nulla e semmai quelle piccole soddisfazioni resteranno oscure all’altrui comprensione. Puoi partire da una piccola sequenza di fonemi, puoi partire per l’ennesimo viaggio comunicativo o puoi semplicemente arrenderti all’idea che non ve ne sia più alcun bisogno. È anche veritiero che sia, questo, l’unico fattore da prendere in considerazione e non per arare in giusta guisa quel dannato campo del cazzo. Tieni a mente che dato un periodo di tempo abbastanza lungo, nessuna nuova interazione riuscirà a strapparti un’espressione di sorpresa o stupore, tieni a mente che vista una viste tutte, che levati, non ci sono più possibilità di riuscire ma solo alte sequenzialità di fallimento perché esso risulta essere, statisticamente, il risultato più probabile.

Ti prego, se sei stata tu, so che sei stata tu, ti prego, a costo di essere friggi-buco, devi restituirmi assolutamente restituirmi il mio gulliver.

Movierama I

19 giugno 2019 ore 17:53 segnala
Un grande regista potrà fare a volte film mediocri ma un regista mediocre farà solo film mediocri. Questa non è un'opinione personale ma è un dato di fatto. Nel cinema non v'è posto per la democrazia. Per fare un film serve un regista ed è lui che decide e da questo dipende, in gran parte, il successo oggettivo del risultato finale. Valutare un film in base agli incassi o alla quantità di pubblico che vada in sala non è un metro di giudizio affidabile. Non si può andare incontro ai gusti di tutti e non si può fare un film per tutti. Accettare anche solo uno di questi compromessi pregiudica la qualità del risultato a priori. Questo riscontro salvo rare eccezioni, da circa trent'anni a questa parte. Cedere alle logiche di mercato sacrificando l'anima di una buona storia è terribile.

Questo spazio, Movierama (www.movierama.it), è qualcosa a cui abbia sempre pensato e, da un pò di anni, con alterne fortune mi ci dedico. L'ho realizzato al fine di riporvi ed esporre alcuni concetti. Il cinema è arte certo, il cinema è finzione, il cinema resta soprattutto un mezzo di espressione. Utilizzare al meglio questo mezzo non è da tutti. Ci sono molti buoni registi, ci sono ancor più registi mediocri ma i registi davvero bravi sono un numero davvero esiguo. L'evoluzione tecnologica oggi, consente la realizzazione di un film con un numero davvero irrisorio di risorse. Il punto non è realizzare un film, il punto è avere un film con un'anima e l'anima può dartela solo una storia, una storia degna di essere raccontata.

Parte tutto da una storia amici miei, si deve avere una storia e la storia può essere di due tipi, può essere una storia originale oppure un adattamento. Una storia orginale è spesso quella che un regista (o un autore) abbia in mente da diverso tempo, in incubazione e, al momento adatto, la esprime attraverso ciò che è un lavoro ma soprattutto passione cristallina. Il risultato potrà essere persino controverso ma l'originalità della storia, a mio modesto ed insindacabile parere, è una garanzia importante nel valutare l'opera finale.

Un adattamento è la trasposizione di una storia già narrata attraverso altri media di comunicazione, un libro, una piece teatrale, una trasmissione radio o un serial per la tv. La bontà dell'adattamento è senza dubbio un punto cruciale nello sviluppo. Da un lato, infatti, deve essere fedele all'originale e per fedeltà, intendo l'essere vicino almeno allo spirito originale espresso dalla storia, dall'altro deve essere in qualche modo fruibile eventualmente senza però rinengare il primo assunto, la fedeltà. Per ovvi motivi che non starò qui a spiegare i modi ed i tempi della lettura sono naturalmente diversi dai modi e dai tempi della radio che sono ulteriormente diversi ed articolati dai tempi e dai modi del grande schermo. Ciò che possa funzionare tra le righe lette non sempre funziona in solo audio e, a maggior ragione, non sempre funziona con le immagini. Una buona storia può anche essere trovata per caso ed allora il primo passo è acquisirne i diritti per poterne poi realizzare un adattamento. Attenzione però, i diritti e la loro acquisizione rappresentano un'arma a doppio taglio per chi li cede, essi infatti spesso danno la marcata e concreta possibilità, a chi li detiene, di stravolgere la fonte e la conseguente storia a monte dell'acquisizione di determinati diritti ed allora si crea un ulteriore paradosso. Si ha una storia e un conseguente adattamento che non rispetterà alcun canone della fonte originale ma diverrà qualcosa di diverso, a torto o ragione ma ne faccio una questione di integrità di principio e anche se declinare la propria esistenza per assoluti non sia ben visto, il cinema non è democrazia, nel cinema non v'è spazio per la democrazia.

L'evoluzione di un mezzo di comunicazione è necessariamente legata all'evoluzione del contesto nel quale esso viene espresso o coadiuvato ed al quale esso si debba necessariamente rapportare. Cinquant'anni fa, la produzione cinematografica era necessariamente più lenta, in un solo anno il numero di produzioni per il grande schermo era sensibilmente minore rispetto ad oggi e, anche per questo motivo, ognuna di queste produzioni attecchiva con incredibile facilità nel pubblico, sia in modo positivo che viceversa. E' semplice ricordare proprio per questo motivo film divenuti legendari, film e storie come anche gli stessi protagonisti. La fama di un film di questo tipo può non essere quindi legata alla qualità della storia ma al favore ricevuto nelle sale poichè, essendo facilmente definibile in un contesto molto più scarno all'epoca, rimane oggettivamente nell'immaginario e nella memoria collettiva anche a distanza di decadi.

Ma cos'è il pubblico e come si soddisfa? Il pubblico è una bestia mutevole e cangiante. Non ha una singola identità ma molteplici, è un elemento tanto discriminante quanto controverso, inaffidabile, volubile, permaloso e umorale. Qual è il pubblico di riferimento? Un campione eterogeno accuratamente selezionato su basi di egregia statistica? Una comitiva di suore in gita? Il risultato del terziario in vacanza fuori porta? Studenti e genitori? Lavoratori e operatori del settore? Casalinghe e stagnari? Baroni ed esegeti? Signori e amanti, sindaci, assessori, piccoli portaborse e agenti segreti? Signori, il pubblico non esiste, il pubblico non è il fattore necessario e/o sufficiente a giudicare un'opera cinematografica. Un regista, fondamentalmente, realizza un film principalmente per se stesso, è un desiderio, è un obiettivo, una tappa del proprio percorso creativo, è anche un prodotto da vendere ovviamente perchè, in ultima analisi, non si vive di sola gloria ma il genio, se tale, è egoista di natura. Un grande regista, quindi, deve essere artisticamente egoista nella migliore delle accezioni.

Oggi l'era delle grandi major non esiste più o quasi, esiste solo una grande major che apporta un controllo a volte talmente subdolo da risultare del tutto invisibile al consumatore e fruitore medio. Quando le major per antonomasia esercitavano il proprio dominio su produzioni, attori e registi, solo pochi di questi riuscivano ad eccellere riuscendo anche a spostare questo fulcro di controllo dalle major a proprio favore, Oggi, escludendo la Major di cui sopra, della quale non farò il nome, esistono altri controllori. Alcuni sono istituzionalmente riconosciuti e sono sempre esistiti con risultati a volte certamente discutibili e anche questi non verranno qui elencati, dovreste essere in grado di determinarli. Altri sono del tutto nuovi se rapportati ad un modo di operare che si evolve costantemente. Non esistono più attori sotto pagati e perennemente al guinzaglio e non esistono più o quasi padroni di catene. E' innegabile che l'industria cinematografica abbia un indotto relativamente vasto, in media una produzione ai giorni nostri per un film di medio budget porta uno sviluppo, lungo tutto il proprio ciclo, di circa dieci o dodicimila posti di lavoro. Questo numero lievita sensibilmente per produzioni piú importanti, si può arrivare sino a quindici o diciassettemila e con questo mi riferisco a medio grandi produzioni d'oltre oceano.

Premesso questo, l'aspetto economico, quantunque suggestivo, non deve offuscare la valutazione d'insieme. Cosa è quindi essenziale nell'approcciarsi ad una valutazione di codesto tipo? La storia prima di tutto, la storia prima del genere, la storia prima degli intepreti, la storia e la reale trasposizione della stessa nei canoni e nei principi è l'unico metro di giudizio necessario.

Dopo la storia viene il regista soprattutto se la stessa è originale e non una trasposizione o adattamento. La storia può far grande un regista ma senza un buon regista nessuna storia potrà essere raccontata.

Dopo il regista viene il doppiaggio. Il doppiaggio è un punto essenziale, da sempre preferisco al doppiaggio la lingua originale tuttavia, un buon doppiaggio contribuirà alla fruizione finale da parte del pubblico. Non è difficile avere un buon doppiaggio, basta avere tempo e denaro. Sfortunatamente al giorno d’oggi non si ha più a disposizione il tempo di cinquant’anni fa per un intero doppiaggio e sfortunatamente i costi risultano essere molto ma molto più alti. Ogni doppiaggio inoltre ha sempre un supervisore che è inviato dalla casa di produzione al fine di controllare ed assicurare la migliore riuscita dello stesso. La figura del supervisore però non è sufficiente ai fini di un buon risultato finale, qui entrano in gioco l’esperienza del direttore del doppiaggio, l’adattamento dei dialoghi e in ultima analisi gli stessi doppiatori.

Alcune considerazioni. È ovvio che se per un'intera linea di doppiaggio di film negli anni sessanta, ci si potessero anche impiegare due mesi, per l’eventuale ridoppiaggio attuale si avranno a disposizione, oggi, al massimo due settimane. La qualità del doppiaggio è direttamente proporzionale al tempo ed al denaro investiti dalla casa di produzione, non sempre queste due discriminanti sono adeguate a garantire un risultato ottimale. La qualità media del doppiaggio è molto alta, l’eccellenza ha bisogno di un lavoro molto più lungo e questo a prescindere dalle voci impiegate che spesso, sono unilateralmente scelte dalla casa di produzione del film in uscita. Non è possibile sindacare su ciò, il sistema funziona in codesto modo.

Concludendo, si deve asserire che una produzione sia da preferirsi in lingua originale, quando questa risulti ostica si dovrebbe optare per i sottotitoli in lingua, ove la lingua non sia proprio compresa allora ecco che il doppiaggio rivesta un ruolo del tutto pivotale.
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Un grande regista potrà fare a volte film mediocri ma un regista mediocre farà solo film mediocri. Questa non è un'opinione personale ma è un dato di fatto. Nel cinema non v'è posto per la democrazia. Per fare un film serve un regista ed è lui che decide e da questo dipende, in gran parte, il...
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19/06/2019 17:53:30
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Imago Mortis II - Invitation Cadeau

11 giugno 2019 ore 12:14 segnala

Come sei arrivato qui… ero in strada, conversazione come se questa servisse, parole (quante e quali), parole, pensieri (i soliti dillusi), rumore mi senti… e poi… e poi ho pensato argento d’oriente, viola contrastante, pianissimo intenso, viola turchino (e chi sei tu???), costruzioni inusuali direi… probabilmente dirai… probabili il significato risulta criptico ed oscuro, potrebbe persino apparire completamente privo di senso alcuno, privo di nesso comune ed a questo punto anche persistente. Come sono arrivato qui… ricordo un mattino stanco, un viaggio infinito, borse cariche di mattoni e di rimorsi, aghi carminio saldamente nel flusso impossibili da disperdere. Fossi stato un po’ più in gamba avrei fatto riferimento alle giuste coordinate invece di partire senza avere ben presente una destinazione e… rumore, forse bisbiglìo, forse solo una ponderata incomunicabilità, ma non è quello che ad un certo punto facciano (subiamo) tutti?

Avresti dovuto parlarle, avresti dovuto capire quale fosse il momento migliore, capisco non sia facile farsene un’idea tuttavia, non sei uno sprovveduto, ogni comunicazione diretta è sempre preferibile al silenzio imposto, alle facili manfrine, alle leccate infime tronfie di adulazione. Perché non metti un po’ di cervello in mezzo a quella segatura che hai in testa? Perché non avvii quel neurone spaiato che tanto pena e soffre perché prossimo all’estinzione. Io posso solo farti notare quanto profondo sia il dirupo al quale ti avvicini incoscientemente, posso solo avvisarti ma che poi tu sia in grado di decodificarmi è tutta un’altra storia. Vera, falsa, acuta, puntuta, piccola e talmente essenziale, ti sei perso credo io, ti sei allontanato o stai solo prendendo il tempo che ti serva, il verso che più ti faccia determinare l’esatto istante attraverso cui agire, innovare o semplicemente restare.

Forse è stata l’aria stantia nella quale l’anima mia, o ciò che ne rimanga, risieda, ah averne una, possederne una o averla consumata che differenza c’è… niente, niente luce, niente calore, niente di niente e anche il niente è un motore seppur non convenzionale, è una dimensione pertinente e simbiotica, o la si fa diventare o la si subisce come naturale. Come hai fatto a perdere la strada, come hai patto a perderti, come hai fatto a perdere ogni cosa… come sei arrivato qui… era solo un vecchio disco, uno di quelli che non si ascoltino più, vecchio, pesante e gracchiante eppure, un minimo di fascino ancora può essere preservato, non te ne accorgi idiota… l’hai messo su a girare e prima o poi anche la sua voce dimenticata dovrai comunque ascoltare. No credere che a tutti venga dato in omaggio un disco di codesto tipo, sei proprio nato con bretelle e camicia, sei sempre in caduta ma non per questo la caduta è finita.

Benvenuto a te… ciao ti chiami? Mxxxx.

Un numero tra miliardi, il numero quattrocentosedicibarraventisettebarratrentuno. Un numero tra altri miliardi, uno per prodotto presumibilmente, numeri e prodotti sicuramente tutti destinati al medesimo scopo. È frutto di operatività a catena, non si perde un colpo, non si lascia un posto vuoto e in una situazione dinamica di questo tipo non v’è numero senza prodotto e prodotto senza numero. Detto questo è importante evidenziare che nell’istante esatto in cui il numero di cui sopra venisse registrato al prodotto, qualcosa andasse storto, qualcosa di infinitesimale eppure così discriminate da poter alterare il corso di un singolo quanto importante evento. Nessuno poté farci caso, né la compagnia di produzione, né il mega processore al controllo numerico, né la successiva serie di controlli di qualità effettuati. Il difetto risultava essere talmente infinitesimale da risultare invisibile all’uomo come alla macchina. Notte insonne, inutile tentare di riposare, a volte la notte non è fatta per dormire e così Rxxxxxx decise di alzarsi dal letto e scendere in soggiorno. Chi le dormisse vicino, avrebbe continuato a farlo, lei l’avrebbe lasciato dormire nonostante tutto. A volte è così irritante non riuscire ad addormentarsi mentre proprio chi ci stia vicino faccia sempre un lungo sonno senza problemi o interruzioni. Trattenne un sospiro pensando a quanto si fosse fortunati nel non dovere contare pecore elettriche o fiori ricamati per ore al fine di poter prendere sonno. Una volta in soggiorno aprì la finestra, l’aria fresca quasi umida della notte le piacque. Si accomodò al tavolo non prima di aver preso una bibita dal frigo, fece saltar via la linguetta protettiva e iniziò a berla. Attimi e minuti, lassi di tempo via via più numerosi e dilatati, nessun sentore di Morfeo, nessuna visita in vista da parte sua questa notte, nemmeno per errore. Si immerse in una profonda lettura e lesse l’intero libro, uno tra tanti, uno di quelli iniziati e mai terminati causa la non eccelsa storia o lo stato d’animo non adatto al momento della lettura stessa. Iniziò a vagare con la mente e con lo sguardo, la luce soffusa disegnava ombre e riflessi opachi, ascoltava il frinire dei grilli in giardino, il proprio respiro comunque tranquillo nonostante una certa ed evidente insoddisfazione. Decise che fosse il momento di riprovare e si sdraiò sul divano, braccia distese, corpo rilassato. Ecco che la veglia ritorna pensò, quasi al collasso della realtà onirica, pronta ad entrare senza alcun invito nel regno di Morfo un rumore, improvviso cadenzato, ripetuto annullò ogni progresso. La pendola batteva le quattro. Sbuffò, si mise sul fianco, rilassa il respiro, chiudi gli occhi, dimentica, perditi e ci siamo. Ancora rintocchi, uno, due e tre e quattro e… un momento batte ancora le quattro, non credo, sono stanca e la mente che canta, chiudi gli occhi dimentica e cerca il sollievo. Ancora rintocchi, sempre quattro, irritanti, impossibili, basta. Si alzò di scatto e si diresse verso la pendola, la osservò ed era ferma ma all’improvviso rintoccò ancora. Mosse le lancette, cercò la chiave di carica nell’apposita fenditura, è una molla incarnita, è una molla impazzita, iniziò a caricare, tre giri, quattro, sette, dieci, stai a vedere che anche la carica è impazzita e, prima di desistere, guardò ancora la pendola, adesso vai a letto e non importa…

Nel mentre questi pensieri le attraversassero la mente una lamella d’acciaio codice di fabbricazione quattrocentosedicibarraventisettebarratrentuno, flessa in modo innaturale si spezzò, una molla costretta si divelse e d’improvviso non più costretta ed incatenata si ribellò deflagrando tutta la sua cineticità trasmettendola e moltiplicandola, ingranaggio dopo ingranaggio, dente dopo dente, scheggia dopo scheggia e la pendola le esplose all’improvviso.

Benvenuto a te… ciao ti chiami? Bxxxx.

E quel giorno Mxxxxxxx, appena uscita di scuola decise una volta tanto di prendere l’autobus per poter tornare prima a casa invece di indugiare per strada nel caldo primo pomeriggio che tanto si fosse fatto desiderare a causa delle ultime e persistenti piogge. Aveva in testa di organizzare quella stupida festa di fine anno. Aveva ancora parecchie cose da sistemare ma nel complesso il progetto assumeva nella sua mente contorni ben definiti. Seduta sul sedile sobbalzante pensava incurante dei sobbalzi, pensava e progettava e sebbene non tutti i dettagli fossero ancora perfetti, il risultato finale sarebbe stato più che accettabile visto la ristrettezza dei tempi. È questo il vantaggio di pensare, la mente corre ed il pensiero vola ed in un attimo l’autista le fece cenno che fosse il momento di scendere. Entrò in casa, posò lo zaino, chiamò ma nessuno rispose, nessuno era in casa e che nessuno fosse in casa le risultava alquanto inusuale. Salì in camera e iniziò ad ordinare idee e progetti su di un foglio quindi avvertì tutti coloro necessari alla realizzazione l’evento che tanto le stesse a cuore. Due giorni febbrili e poi le sera stessa ecco la prova generale, appuntamento sullo spiazzo del centro scolastico-ricreativo antistante la scuola con tanto di autorizzazioni e nullaosta da parte del preside e del sindaco e persino del capo dei vigili urbani. C’erano da sistemare festoni e postazioni, il banco del dj, i tavoli e le sedie, l’impianto luci e mille altre piccole complicazioni. Era arrivata presto, prima di tutti gli altri, per una solerzia innata nel fare le cose o solo un caso tra tanti senza alcuna importanza. Nell’attesa di ricevere presto altre braccia d’aiuto iniziò a spostare i vari materiali imballati e a disporre ogni pacco in modo da poter essere aperto senza particolari intralci, anche qui, solerzia, organizzazione o solo un caso. Spostò da una parte gli scatoloni con i festoni, spostò dall’altra le aste da montare per le impalcature e dopo quasi un’ora si ritrovò ancora da sola in mezzo allo spiazzo perché nessuno ancora fosse arrivato a darle almeno una mano o una falangina.

Anche qui, tempo incoerente, fluidificazione di intenti, ma che strano, secondo dopo secondo, la notte si addensava mentre lei, dopo aver sistemato nel posto giusto anche l’ultima asta si sedette su di un gran baule e lì rimase pensando che di certo quella piccola pausa le servisse e, c’era in fondo moltissimo tempo a disposizione ancora e poi… il cellulare squillò e una luce accecante spazzò ogni nota notturna e dopo diversi istanti un boato estinse il silenzio. Fulminazione indiretta, tanto improvvisa quanto inevitabile ed annichilente che lasciò solo cenere e puzzo di bruciato.

Benvenuta a te… ciao ti chiami? Benvenuto a te… ciao ti chiami?

Ah, un cazzo di invito, invito speciale, si vede che ci abbiano perso tempo a realizzarlo, non è una copia da cinque centesimi ciclostilata ad inchiostro bluastro cancerogeno vietnamita. È un invito, ad occhio e croce, da quattrocento in quanto a grammatura, aspetto sobrio ma doppia cornice in platino e che grafia in rilievo, cazzo si vede che siano davvero tosti quellicomecazzosichiamino perché, DIAMINE, ti viene la voglia di aprirlo e leggerlo d’un fiato non appena ne entri in possesso.

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All’Eccellentissimo Allegro Ragazzo Morto,

Siamo onorati nell’invitare la S.V. all’unico e solo Vernissage del Tempo Bastante “Tutti i colori del Nero”, la manifestazione, alla quale è già stata assicurata la partecipazione di Jeanne Darc.

Il calendario dell’evento in Suo onore comprenderà:

- Trasporto in Limousine sino a l’ultima Destinazione
- Cocktail di Benvenuto, i nostri migliori ospiti La introdurranno e La guideranno.
- L’evento Principale - Tutti i colori del Nero -

A Sua disposizione più completa, Tutto il Tempo e la Ragione. Le rivolgiamo quindi l’invito più caloroso a farne parte. La Sua certa adesione sottolinea pienamente il significato e lo Spirito della Manifestazione, senza dubbio il miglior incoraggiamento per tutti coloro eternamente impegnati nel lavoro di organizzazione.

Lei, il Nostro Ospite Speciale, porti nulla con sé e lasci pure preoccupazioni e dolori ed affanni di vita… non Le serviranno e nulla La turberà. È consigliato l’abito preferito. La nostra migliore limousine La preleverà secondo il calendario di trapasso stabilito.

In Fede e per l’Eternità

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E la stessa, resiste… mi consuma, mi trascina imprigionandomi persistentemente come il tuo abbraccio e qui… qui dove sono sempre stato e dove sarei sempre voluto essere, qui tra voi mi accorgo di non essermi mai sentito meglio, di non essere mai stato così pieno di vita. Tra strette di mano calorosamente generose e pacche sulle spalle, un vino divino e un buffet dell’altro mondo, beh, mi accorgo di non ricordar più a cosa stessi pensando solo un attimo fa… e finalmente ti vedo, al di là della sala gremita mentre l’orchestra accorda indefinitamente e un piano inizia una piccola melodia, un motivo che non mi è del tutto arcano ma sto già raggiungendoti portandoti da bere. Sei sempre bellissima e sono davvero felice di vederti, poterti finalmente parlare, sei radiosamente emaciata, un bacio e poi un altro e quindi assaggi il mio vino… cadono adesso i bicchieri e l’orchestra suona a pieno regime e mentre siamo così vicini sembra che il resto non conti più nulla e questa felicità palpabile è come se si sciogliesse in un abbraccio del quale so già che non mi priverò più… un freddo abbraccio bruciante ed inarrestabile…

l’esanime abbraccio dei morti.

Yes, I’m with the Klan I

12 aprile 2019 ore 12:48 segnala
Sailing...

Se il più evidente problema nell’universo sia quello di poter considerare il proprio vicino all’altezza, alla propria altezza, il maggiore problema nell’universo è avere qualsivoglia considerazione. Quale che sia la propria sensibilità al riguardo, è certo che sia alquanto difficile trovarne… all’altezza. Credere che questa linea di dialogo possa in qualche modo distogliere l’altrui intento di perseverare, nonostante tutto, in una forma di comunicazione è vano, trovi uno, potrebbe essere vero, trovi zero, potrebbe essere falso e tuttavia la propria linea di attacco viene altresì mantenuta. Nonostante la lapalissiana interrogazione delle/nelle menti più acute è possibile adesso affermare che persino gli ultimi princìpi superstiti, secondo i quali ogni linea di attacco o difesa debba essere declinata, siano ormai desueti. Non era il club delle dieci e dieci, non era l’esercito della salvezza e non era nemmeno il magazzino di raccordo centrale. A volte un luogo è tale perché diventa l’unico disponibile, è una risorsa disperata mascherata da confine, a volte un luogo è tale perché è l’unica cosa a separare l’esistenza dall’abisso ma quale che fosse l’origine, nel tempo, la sua stessa concezione andò persa.

In principio ogni percezione porta ad assiomi e postulati del tutto incoerenti e la stessa logica deduttiva viene caratterizzata in modo scostante se non addirittura ambiguo o strano. Questo termine (strano) è appunto ciò che userebbe per definirlo chi, (s)carico di un esiguo bagaglio lessicale, si trovasse a doverne in qualche modo descrivere codesto aspetto. Quantunque il verificarsi dei suddetti elementi non sia inusuale, resta comunque la percezione di fondo, applicabile al singolo o alla massa e ogni aspetto, elemento ed ogni ulteriore interazione conseguente, origina una sola ed unica risultante, l’indifferenza. Se da qui si potesse osservare il cielo in condizioni normali, ci si potrebbe rendere conto che sia quel lasso di tempo che indichi il principio di un’alba. Non potendo però decifrare codesti segni soprattutto visivamente, fare affidamento su di una sensazione piuttosto che un’altra resta, di fatto, impossibile. Io sono fondamentalmente un assolutista, inguaribilmente declinante ogni cosa per lo stesso, unico ed invariabile, fottutamente invariabile principio. Asserisco, di non sprecare molto della notte in dissoluti esercizi onirico-subliminali poiché il dolore persistente (mi) lacera via ogni possibile desiderio in merito. Notte, crepuscolo, giorno o alba, non v’è alcuna differenza, non da qui, non più, non per me. Tintinnabulation breaking through the night, so they say, so it goes…

We’re asunder, you feel dirty, I’m just sad. Here’s the beldam, here’s where we got to chase, they brought someone new last night, we did some fooling and made our bets. Along the night, I heard him cry, didn’t know who he was, was he a she? Was she a he? But that cry went like forever and inside… here… it grows in echo, it grows and you can’t sleep. I need a forty, so pretty please could you bring me one next time? I truly need a forty and get lost in love with it, so pretty fucking please with sugar on top will you get me one? I’ll pay no matter what, see the bets we had on the new one, we need probably go for eighty-six… have you ever heard ‘bout the deep-six, well, that’s what we need to do sometimes, that’s what we have to came to. The swamp is a bad dirty mama, be careful about her, you don’t get any signs and there suddenly you’ll be done.

Quanto possa essere infettiva l’idea che si origini da una impercettibile variazione dell’animo questo, spesso, non è dato a sapersi tuttavia, è questa stessa incertezza e variabilità a rendere adamantino il risultato caratteriale. Non c’è modo di etichettarne il tono da sventura o di esplicitezza, il percorso viene compiuto a prescindere dalla propria intenzione iniziale di/o volontà. Vorrei non dover scrivere parole e frasi, vorrei essere in grado di escludere del tutto e definitivamente ogni ricettacolo emozionale. Il tempo è un gran tiranno come insegnate e grazie ad esso il volume emozionale che non mi caratterizza più da un po’, si è notevolmente ridotto. Dovrei forse proseguire definitivamente verso l’assoluta certezza che già tanto costringe e comprime e deraglia il mio intento.

Come vedi amico caro la scelta non ha alcun significato razionale, è solo una forma di comprensione lapalissiana per coloro non in grado di rendersene conto. Per questo motivo tu continua pure a porti davanti a diverse vie plausibili, io, non ne vedo più da un po’ ormai, la cosa non mi disturba, non mi entusiasma, non mi fa disperare e mi lascia costante nel mio perseverare in Terminopoli.

See those sparks, don’t panic, as (my) will go they (laugh) turn to ash… and hush, baby, hush those ramblings, getting’ harsh, gettin’ rough, getting’ higher while I wish to open fire, a golden tongue rippin’ through the swamp, ash to ash that’s how it ends ev’rytime. Avaunt! Avaunt! There was nothing more to say, there on the field under the moonshine, under the deep rain of red, there, still there rising with the chanting, rising with the hands, four on the left made a circle of dance, four on the right slow steps, all around deep hummin’ just to hush her fears just to let her open the bag. And there were reddish sparkles everywhere, all around, all went on their knees to angry so talk or stand, to afraid not to bend.

Piove, anima di fulmine felice e tenebrosa si è rimessa definitivamente, mi coadiuva, mi ottenebra, mi fa scrivere di schianto e intanto mentre la sua melliflua bava allaga e tutto occulta e muta e ammorba, i (miei) pensieri o ciò che ne rimane, imbrattano ed impattano sul bianco. I miei, quelli dillusi, privi di linfa e di sangue, sfocati, privi di premura, sanno già cosa fare, cosa elidere da ogni sogno cosa succhiare, dove andare, sanno come ci si accetta e butta via, sanno anche quanto costi lasciare e vivendo, come farsi appena notare e poi annientarsi, sanno e non sanno, credono e temono il mio limite labile, la mia cupa avversione alla linearità. Ciao... scusa se ti ho (fatto) arrecato (male) un danno. Resta in ballo, inizia il ballo, comunque un ballo da tagliare ancora incatenati, anime schiantanti in freddi simulacri ossei, piccola tentazione irriverente solleticante il filo rovente della putrida ovvietà e poi, terribilmente, un volo blasfemo a sbeffeggiare l'abisso. A quanto pare le mie intenzioni differiscono in quanto ad aspettative ma tormentano ed accecano, ingannano e distolgono, covano e speciosamente ti accompagnano. Posso constatarne gli effetti senza poterne calcolare adeguatamente ogni ripercussione, senza avvilirmi in ogni ridondanza ma, avvalendomene, ripercorro ogni strada, ogni taglio sottile affondante tra frazioni e sezioni di materia vascolare ormai spenta, ormai priva di qualsivoglia capillarità.

Asse seconda, a seconda, a sè conta, asseconda e feconda e induce, asse dopo asse, conta dopo conta, frigida rincula e inonda e lo spesso muco dormiente si deforma e poi scuotendosi si crepa e quasi esplode. L'onda congrua finalmente incontra, schiocca e ridonda. Arma cremisi di bianco screziata, volante e feroce e a stento contenuta dagli argini succosi di viola e purpureo trasudanti, intravisti, avvicinati, contesi e poi conquistati ed infine sfregati lentamente… ma poi sempre più velocemente violati. Era solo una timida forma di comunicazione, una impercettibile ed errata computazione tra forza e distanza, tra intento e risultato, tra intelletto fallace e rapide convulsioni cellulari aberranti. Non farti idee strane, il dottore non verrà, non farti idee strane, sei d’un’altra classe e questo è ciò che si farà. Non dovresti trovarti qui, dovresti essere altrove, meglio altrove che qui ripetilo… meglio qui che altrove. Controlla gli spasmi, fattene una ragione, cerca una risposta nel buio nero ed umido in fondo allo sciacquone. Avrai possibilità, forse solo potenziale attitudine a venirne fuori ma del resto nulla (ti) era dovuto. Mettiti l’anima in pace il dottore non verrà oggi.

Piove come in un lungo sogno e per un momento quel dolore striato ma non pulsante, costantemente intermittente, assalente i (miei) nervi costretti e schiacciati in vincoli ossei martorianti il mio volere, che ribalta in un istante l'animo o ciò che sembri esserlo in essenza, si attenua e si piega. Un piede in acqua un piede nella sabbia, c'è una linea che passerà mai. Essa appare, appare dividere in mezzo il tutto, si crede di potervi arrivare ma resta come in nuce, sempre lontana incurante del tempo e nonostante l'accumularsi dello stesso distante, inappropriata, lurida nella sua semplice concretezza. Un piede nella sabbia, un piede nell’acqua, avanzi, cadi, avanzi, cadi, avanzi, muori perché non c’è più corda, non esiste l’uscita di scorta, non esiste un'altra strada parallela che svicoli per te gli ingorghi e gli imbrogli. Un piede nella sabbia, un piede e basta, l’altro giace ormai preda di fameliche presenze. Ciao... non riesco a comprenderti, usiamo un linguaggio comune ma differente nelle articolazioni, nelle intenzioni, nelle parole, nei toni e nei modi, devi aiutarmi a reciderti, mi sosterrai divellendomi un giorno, piango per rimuoverti nel lasciarti incidermi e amandoti morendo ti sussurrerò di decidere quale e quanto sia il tempo che serva, quello che possa considerarsi adeguato. Andrebbe perso, dovrebbe perdersi, ogni singola fibra di ciò che comprendi essere affinché questa turbolenza possa finalmente divampare ed in essa trovare approdo, divenirne parte, stessa sostanza, invisibile.

Spittin’blood all over my birthday cake, someone told me I’d have some nervous seizures but how comes… they should fix the hole in my brain, I’m leaking… see it down my nose, taste it all along, it’s what hidden in my brain with the blood and it flows. Get me to pawnshop I’ll return my case, I need something more adaptive and assertive, I need the main key to be unleashed, oh just sing the way it is, oh just mourn all that was and be. Let the drought grows until the land get open and it’s possible to see right to the embouchure. It’s a long rip you need your strength, it’s a bad trip you need to breath acetaminophen all the way around, it could stink but with it you’ll have a better ground. Need to find the right bayou, there’re many hidden, rising, boilin’up but just one is what you need to come across and you’ll find those bleachers so you know you can’t be wrong.

Piove e niente non è mai stato così vicino, è difficile farne parte, facile ottenerne l'oblio, niente resta abbastanza presente niente... che è ancora la massima aspirazione immaginabile ma non per questo così ineluttabilmente applicabile. Mastico le mie sinapsi, piccole nocciole di follia, anima di fulmine, ormai fuori binario, irraggia e cuoce e vilipende e io la lascio fare perché in fondo l'aspettavo. Solide menzogne umide addensano ogni recalcitrante rivelazione. Attecchiscono sfolgoranti e proliferano come gameti alieni e voraci. Ascolto solo quel brusio delle piccole parti lacerate e sfrigolanti. Ciao... solo un cenno, basta un avverbio, basta un altro canto che si avvinghi e contamini, è necessario, sarebbe necessario che tu capissi quanto sia inopportuno il mio indugiare. Ho speso ogni minuto in grandiosi archi di caduta, ho affinato ogni più improbabile traiettoria e adesso basta la tua incoerenza a legare ogni altra trama prima che ogni singola maglia esploda. Che effetto che otterresti se mi aiutassi. Niente sarebbe ritorto, nulla resterebbe vano ed intentato perché la mia volontà è zero e al contempo persiste e affonda verso l'assoluto a me tanto caro, a me così protendente, lascia che mi si insinui sotto ogni substrato, che viaggi sotto la pelle, lascia che sclerotizzi e che assottigli ogni membrana e che infine si espanda e distrugga ogni più infinitesimale brandello di cellula.

Infection, starts slow, it's a reddish stain and brings warm, then it spreads 'cos wounds are still open and without advice but enough to heal, they get even worse. It's the old way I'm used, it's the only way I can’t control. Pull the plug and let it burns, let it bleeds until I'm done. Words are leaves, words are breath, words are stones within or without any interest, nobody will notice, nobody would wait and tell you the truth nobody should, I would, it's a bad place the one I go, it's hell of a pain to keep it or let it go.

Piove o sono (solo) io a dissanguarmi e sentire tutto il caldo che viene, un blocco gelido in una morsa fluida che scioglie ogni paura e morde sfilacciando, slabbrando ogni tessuto di realtà. Trattenute divellenti intaccano la mia abilità cognitiva in forzature ossimoriche persistenti, il pensiero è l'infezione che tento di arginare, il riflesso affilato che trancia ogni aspettativa distopica nel domani. Doxy è alla porta, non si muoverà da là. Attende ed affila, fila e vomita, studia e brucia, da lì non si sposterà. Evidentemente… Sono solo basse note di basso, il basso che è nella tua anima. Le tue dita sottili fendono l'aria e urticano ogni corda, ognuna quindi vibra perché ancora comandi e veleggi mantenendo a distanza il vuoto siderale. Pensai fosse la cosa migliore in tutto l'universo, una larga vena d'azzurro aprire, sul verde più esterno, lingue uncinate ed irriverenti cromaticamente eccitate. Una sequenza mirabile, successione infinita di riverberi esponenziali accecanti. Sulle creste più instabili vortici tremebondi, sirene mortali, spettri dall'ignoto più profondo vi si accalcano. Il risibile equilibrio sembra restarne immune ma d'improvviso alta s'innalza furente l'alchemica ed impazzisce ogni molecola, riducendo persino il più alto degli spiriti ad una forma colloidale totalmente incapace di risollevarsi, intrappolata e precipitante nell'infinito entropico.

Ambuscade, that was very very simple, damn, got some blood on my trails. Doxy wouldn’t be happy, Doxy will use the bat again and again and again. The apothecary finally gave me some appetency, these are bad times if you ask me… nonetheless I roam, I dig and sometimes I get to break some crumpet, that’s how it goes these times, we know just what happens here and outside the swamp no one cares and nobody will come here. It’s the same old story, nothing changes, nothing really expires. Tintinnabulation breaking through the night, shredding through the silence, slicing, cursing and tearing into dark.

Ed in lettura l’ennesima cartella della Stefani... Già… perché ciò che resta è solo l’eco, non persistente ma appena decifrabile, degli ultimi fendenti e macchie eloquenti di battaglie laceranti nella seta, conflitti nella polvere nera, guerra e dannazione, occasioni perse, litri di plasma su capezzoli infetti. Quello che resta, quello che c’era, quello che ancora non riesco a visualizzare o capire forse perché piove ed io lascio la presa e piove e tutto resta com’era…
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Perché tutto questo? che importa, in principio sembrava tutto così strano, insomma alquanto inusuale ma adesso non ci si fa quasi più caso. Se si potesse osservare il cielo in condizioni normali ci si potrebbe rendere conto che sia quel lasso di tempo che indichi il principio di un’alba ma non...
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12/04/2019 12:48:55
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La Lista di Natale II - Far fare un giro ai gemelli Gallo

29 marzo 2019 ore 16:39 segnala

Lo vedete anche voi che lavorare con questo tempo non sia il massimo, avrei bisogno di una vacanza ma desiderare è un talento innato, proprio dell’essere umano e invece lavorare non è una qualità, ad esso, completamente attribuibile. Ora, io ho un’agenda sempre piena e ritmi serrati macchéddiavolo, una volta o l’altra mollo tutto e vado sul serio in vacanza. Magari coglierò al volo l’occasione ed accetterò l’invito del Notaio, un paio di settimane di dolce far niente a temperature rigide e senza la fantastica possibilità di poter incontrare chicchessia, programma davvero invidiabile. Ad ogni modo, desiderare non porta alcuna pecunia ed avendo scarsa considerazione verso i sentimenti riesco a farmi tornare il buon umore solo quando… all’idea di quel metallo portentoso, onnipossente, un vulcano, un vulcano, un vulcano la mia mente incomincia a diventar…

Vincent e Vladimiro Gallo sono fratelli, non gemelli ma tanto inverosimilmente similari da sembrarlo, erano fratelli certo ma erano anche malerba, fratelli certo ma teste completamente parziali ed incapaci di qualsivoglia miglioramento, teste dure ah… ‘du’cozzi d’arenga, impossibile ragionarci, impossibile parlarci, due blocchi di marmo ripieni di merda e foderati di pomice. Se avessero avuto un cuore, questi, sarebbe stato un pozzo nero ribollente di liquami ed intasato. Nacquero senza particolari problemi pur originandone diversi, erano infatti figli illegittimi (di terzo o quarto o quinto letto e chi lo sa) del Barone Gallo, noto per la particolare predilezione delle governanti e delle cameriere alla legittima moglie che, vistasi non una ma due creature quali prove inconfutabili dell’infedeltà perniciosa del marito, si uccise nella vasca da bagno per la vergogna tagliandosi prima le vene e poi non sopportando (probabilmente) la vista del proprio sangue ammorbare l’acqua nella quale vi si trovasse, sparandosi un colpo in bocca con la quarantacinque rubata del consorte. Il colpo tuttavia causa mano non ferma (tendini recisi) e conseguente traiettoria non perfetta le perforò solo i tessuti molli del lato destro del viso strappandole l’orecchio e vari strati di tessuti e terminazioni lasciandola agonizzante e comunque sola ed annaspante a morire tra sofferenze ancora maggiori in quella cazzo di vasca. La violenta dipartita della baronessa cornuta al Barone, non fece molto caldo e nemmeno freddo, una volta infatti liquidatasi la moglie (in tutti i sensi) poté dedicarsi anima ma soprattutto corpo alla madre di Vincent e Vladimiro. I due figliastri vennero quindi prontamente riconosciuti diventando a tutti gli effetti baronetti e legittimi eredi.

Vincent nato prima era sempre stato tenuto al guinzaglio, non perché fosse un cane ma perché avesse lo stramaledetto vizio di mordere o meglio, azzannare chi gli capitasse a tiro, verso i sei anni divenuto del tutto incontrollabile, risparmiava solo la madre ed ovviamente il barone. Quando nacque Vladimiro tutti pensarono che anche lui sarebbe di diritto entrato nella cerchia degli intoccabili ma per Vincent, egli era solo una forma ed una fonte di inguaribile e perniciosa gelosia. Compiuti infatti due anni, trascorsi tra alti e bassi e botte continue da parte del fratello, si ritrovò seduto davanti una grande torta di compleanno con due candeline sopra. Il barone, libero ormai da stupidi oneri coniugali, aveva allestito una delle sale per festeggiare il secondogenito. Venne l’ora della torta e la madre aiutava il piccolo Vladimiro a dare ad ognuno dei presenti invitati una bella fetta di torta su di un piattino d’argento. Venne il momento di Vincent che stranamente, per tutta la mattina se ne era rimasto quieto, quieto ad osservare prima i preparativi per la festa per il fratello e poi la festa stessa. Non appena gli porse la torta e la manina del fratello gli fu a tiro, gli afferrò il polso liberandogli la presa dall’insulso dolce e diede un morso così forte da staccargli di netto il pollice sinistro. La prima ad urlare fu la baronessa acquisita tra lo stupore generale degli ospiti tutti, il secondo ad urlare fu il barone che si precipitò verso il figlio azzannatore non per picchiarlo ma per recuperare il pollice reciso che Vincent stesse allegramente masticando, il terzo ad urlare fu Vladimiro che più per lo stupore che l’effettivo dolore non si trovasse più un pollice. I bimbi si adattano facilmente ma questo Vladimiro non poteva saperlo e mentre il suo sangue sprizzava sul pavimento e sulla torta spiaccicata e sul suo candido vestitino, adesso piangeva completamente trasfigurato in viso. Nonostante la situazione alquanto surreale non si scatenò il panico e, fortunatamente, Vladimiro recuperò il pollice perché i dottori glielo riattaccarono.

Da quel giorno Vincent trascorse altri sei anni da recluso, tra severissimi istitutori e punizioni corporali. Il barone doveva e voleva inculcargli dei sani principi e soprattutto, cosa non meno importante che, gli arti del fratello minore fossero off-limits ai suoi denti. All’età di dodici anni finalmente rivide il sole, fu accompagnato in giardino per uno spuntino dove anche la madre ed il fratello vi si trovavano godendosi la bella giornata. Nonostante i sei anni trascorsi Vladimiro non fu proprio fortunato nemmeno quel giorno perché lo stesso pollice, questa volta, Vincent, glielo tranciò di netto con una tronchese e anche questa volta del tutto intenzionalmente. Seguì un altro periodo davvero fosco e terribile per Vincent ed un periodo di sofferenza per Vladimiro che però conservò lo stesso il pollice, i dottori fecero miracoli, sebbene con una mobilità molto ridotta, inutile dire che questa volta Vincent se la legò al dito, ah ah, e come si sa al destino non manca diarroica ironia.

A volte penso che le giornate siano troppo brevi e che ventiquattrore non siano affatto sufficienti, sarà questione di meridiani ma ottimizzare la luce viene alquanto difficile quando non si abbia il tempo nemmeno di gustarsi uno scotch come si deve. Fortunatamente Balestra ne ha in quantità, vedete è da lui che mi trovo, la prima visita di questa sera è stata casa sua o meglio il suo palazzo nel quale ha un ufficio ed una casa ufficialmente chiusa ma sempre calda ed accogliente ogni notte o giorno che serva. Non ti presenti a casa di Carmine come un fattorino, all’enorme tizio che ti apre la porta devi mostrare qualcosa di più che un semplice pacco ed un sorriso e così gli mostrai tutta la mia collezione di arnesi da cucina, ottimi per la carne ma anche per il pesce, lisci, a punta, seghettati, ricurvi, sottili, in molteplici forme ma con un unico denominatore comune, affilati, tremendissimamente affilati. Il guardio di porta rimase alquanto senza fiato quando glieli feci provare uno per uno, non che ciò mi stupisca ormai ma c’è stato un tempo nel quale possedessi anche una certa innocenza, avrei ceduto letteralmente un colpo di tosse bonaria in suffragio ma la routine ammazza l’arte e siccome è vero che io non sia costruttore è altrettanto vero che non abbia così tanti vincoli ambientali da rispettare. Lasciai il tizio a ricalibrare il tono monocromatico del pavimento in modo molto più caldo e consistente.

Fu solo quindici anni dopo che i due fratelli vennero portati al capezzale del barone agonizzante, lo scolo e la sifilide erano sempre stati del resto due punti fermi nella propria vita ormai agli sgoccioli. Il barone li osservò dal basso verso l’alto, uno di corporatura massiccia mentre l’altro magro come un chiodo, non vi riuscì di trovare alcuna somiglianza ma ciò non importava. I gemelli rimasero muti ad ascoltare ed il barone assegnò loro senza tante cerimonie dei compiti, poi delle buste e in ultimo, dopo averli dismessi con un cenno rimase a parlare con la loro madre a lungo prima di strozzarsi in un ultimo conato libidinoso col suo stesso sangue. Finalmente il Barone Gallo non fu più ed al suo posto, anche se sotto il vigile tutoraggio della baronessa, i gemelli Gallo iniziarono a farsi strada nel mondo. Per la verità ed a dirla tutta, il loro cammino assomigliava sempre più alla traccia profonda di distruzione e desolazione lasciata da un bulldozer radioattivo attraversando una cristalleria. Non ebbero mai problemi economici o remore o rimorsi ma sino a che la madre ebbe vita, entrambi i figli procedettero paralleli senza mai attaccarsi e/o mutilarsi ma riservando il loro meglio verso gli altri, malcapitanti malcapitati, sulla loro strada.

Non fu facile reperire Vincent. Idiota ma scaltro come una faina era, in fondo, solo un topo di colore leggermente diverso, era allora solo questione di formaggio e quale formaggio usare e come era solo un compito tra tanti. La trappola scattò a mezzanotte quando ignaro ma con una voglia insaziabile, Vincent, entrò da Carmine Balestra, noto strozzino e Pappa. Nonostante l’assenza di luce arrivò dritto davanti la porta dell’ufficio principale e la spalancò. Quante esistenze spezzate, quanti distrutti, quanti inguaribilmente ormai succubi e vittime… non importava perché Carmine non avrebbe più nociuto a nessuno ed il suo compare arrivava adesso di gran carriera. Rimase un po’ stranito quando vide me seduto sulla poltrona di Carmine e non Carmine e rimase un po’ più attonito quando indicai in bella mostra sui rendiconti ormai inzuppati il cazzo reciso di Carmine in bella vista. Mi si scagliò contro con quel verso tipico dei Gallo, un latrato succhiato col naso, un tozzo e rozzo sfiato di aria strozzata dalla saliva sovraprodotta, ottima iniziativa, lodevole persino ma non per questo molto ben congeniata. I capelli scuri corti e ispidi, la faccia distorta in una smorfia rosso acceso, la bocca spalancata e i denti, in gran parte marci in verità, prominenti. Non avevo né il tempo né la voglia di sporcarmi ulteriormente le mani e gli timbrai il cervello o quello che probabilmente ne era la consona posizione con una lega speciale in piombo, solo il meglio per elementi di questo tipo… Vincent, povero cazzone, non fece attempo nemmeno a riprendere fiato che volò all’indietro finendo steso attraverso la porta, non rantolò nemmeno ma sbattendosi uniformemente contro il pavimento si udirono nettamente due rumori, il tonfo del suo corpo e il tonfo più leggero quasi strascicato della sua testa o di ciò che ne rimanesse. Non dovevo preoccuparmi di Carmine perché la lavanderia sarebbe entrata presto in funzione tuttavia, Vincent era tutta un’altra storia. Me lo caricai in spalla e salii sul terrazzo attraverso una delle rampe esterne, anche da morto il dannato pesava come un accidente, novantacinquechili meno qualcosa di cervello, ma alla fine lo issai, lo posizionai in modo che rimanesse ben piantato in un angolo del terrazzo vista incrocio quarantametripiùinbasso ed attesi pazientemente l’arrivo del fratello.

Queste notti calde ed umide sono una malaria sanificante per la mia asma. Io lavoro meglio con il freddo ma non si può avere sempre ciò che si voglia ed un lavoro fatto bene necessita comunque di qualche sacrificio. Diedi un po’ di respiro ai miei polmoni assaporando una media stagionatura la cui fragranza si offrì lascivamente, come la migliore delle femmine ad ore del piano di sotto, ad ognuno dei miei alveoli, senza alcuna reticenza ed eruttando, bella questa, in un combusto adeguato. La notte prosegue il suo cammino, il più delle volte silenzioso ed intimo, il più delle volte ovattato, il più delle volte reciso brutalmente da fischi ed urla e sirene impazzanti. Non ho e non ho da chiedere una tariffa migliore per un lavoro notturno, non ho preferenze in fondo, non ho alcun pregiudizio ma se proprio fossi in condizione di scegliere la prossima volta, opterei per un palazzo dotato di ascensore. Osservo le auto, i loro fanali tagliare la tenebra, ascolto i passi di coloro infreddoliti che velocemente attraversano la strada incuranti della festa impazzante qui al piano di sopra, gente in ritardo o solo tagliata fuori o solo lasciata indietro dai ritmi forsennati della giornata appena trascorsa ed ancora dura a morire. Si ha sempre una mano stretta su di una corda da tirare, resta da vedere cosa stringa la corda che tu stia tirando. Vincent era la mia corda e tirando piano piano stringevo il cappio intorno al collo di Vladimiro. A volte mi stupisco della mia stessa semplicità nell’esporre concetti e dinamiche ben più complicati.

Vladimiro venne diverse volte quella notte, venne prima di tutto per sé, poi venne per la cugina della madre e poi venne da sé da me, perché per quanto odiasse il fratello, l’odio nei confronti del suo rapitore era di gran lunga superiore. Da Gallo qual’era non si preoccupò di suonare con la sordina o usare un guanto di velluto, venne da solo e iniziò ad aprirsi la strada piano dopo piano, porta dopo porta, facendo tanto di quel frastuono da risvegliare pure i morti… sfortunatamente non quelli in loco. Dieci minuti dopo era sul terrazzo anche lui e vedendo l’ombra del fratello proprio sul cornicione quasi a voler saltare si precipitò verso di lui. Fratelli ah, fratelli, correndo non si accorse della mia corda tesa e vi inciampò volando disteso sull’umido e freddo pietrato che era il rivestimento di questo ampio terrazzo. Qualcosa gli volò di mano quarantametripiùinbasso, qualcosa di pesante e di decisivo e così decisi che quella fosse l’ultima notte dei gemelli Gallo. Vladimiro era un fuscello, non ebbi difficoltà ad immobilizzarlo portandogli il braccio sinistro dietro la schiena e piegandogli il pollice nell’unica direzione impossibile, il distacco delle falangi fu sordo ma il suo grido... beh, il suo grido fu più che soddisfacente. Lo feci inginocchiare sul cornicione, gli caricai sopra il fratello e lo pungolai quel tanto da farlo andare gattoni, ansimante e sconvolto, lungo tutto il perimetro del terrazzo. Sì, potrebbe sembrare crudele ma sono stato pagato per fargli fare un giro e questo sto facendo, porto a fare un giro i gemelli Gallo.

Tu prendi e prendi e prendi ma prima o poi, MA PRIMA O POI questo è d’uopo, arriva un momento nel quale devi necessariamente pagare e non solo (per) ciò che hai preso ma anche tutti gli interessi. Sono state solo tre ore di lavoro, non il massimo vero ma nemmeno il necessario per far sì che la notte vada completamente sprecata, ho ancora un appuntamento al magazzino e credo che non vi mancherò.

Inutile dire che Vladimiro non completò mai il giro e stretto nella morsa ferale del fratello fece un salto per incontrarsi e scontrarsi definitivamente quarantametripiùinbasso con il fresco asfalto notturno, direte che non si sia mai troppo sicuri ma proprio in quel punto ed in quel momento un camion travolse quella massa informe dei gemelli Gallo sfilettandola come cefali andati a male. Degna nota calante per un blues, quello dei Gallo, mai parso all’altezza della partitura. Pochi istanti ancora e sarò al magazzino, dovrei affrettarmi ma ho ancora un sigaro in sospeso e passeggiare assaporandolo in piena notte è una cosa che non mi capiti così spesso. Pensateci la prossima volta che ve ne venga la voglia.

Il Notaio lo conoscete, la mia donna pure ed io… ed io che posso dire, sono un libero professionista, un ottimo professionista se è per questo e questo è il mio lavoro. Se aveste i giusti requisiti ed una causa, non importa se buona o congrua o derivante e se io dovessi servirvi e se poi io dovessi, casomai, accettarvi non esitate, chiamatemi, perché io sono Natale e questa è la mia lista:

La Lista di Natale:
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- Strappare un sorriso a Jenny Balletto
- Chiudere il rubinetto guasto di Zio Arpo
- Guardaroba nuovo per i coniugi Vastanelli
- Fare una visita di cortesia con fiori a corredo al Preside Baronilli
- Torta con sorpresa alla Famiglia Uncistretti
- Una revisione all’auto della Notabile Fortibassi
- Pranzo a base di pesce per la Famiglia Arubecchi
- Cassata con ciliegina per Don Bramante
- Taglio di capelli eccelso al Deputato Brassito

Due fatte, ne restano nove.
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Lo vedete anche voi che lavorare con questo tempo non sia il massimo, avrei bisogno di una vacanza ma desiderare è un talento innato, proprio dell’essere umano e invece lavorare non è una qualità, ad esso, completamente attribuibile. Ora, io ho un’agenda sempre piena e ritmi serrati...
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29/03/2019 16:39:53
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L’incantroppio II

21 marzo 2019 ore 16:05 segnala
Quanti sono sette anni? Forse sono pochi pochissimi, forse sono tanti, forse sono niente o sono una vita o sono solo di essa un adeguato principio… ma sette anni possono anche essere l’inizio di un percorso ancora più lungo oppure nulla. Le assi erano spesse una decina di centimetri e molto lunghe e sufficienti allo scopo, le sistemammo sovrapposte e avrei detto fossero resistenti ma, diamine, avevo solo sette anni e per i miei sette anni, quelle tavole di legno erano la cosa più dura e resistente del mondo. Sette anni sono sufficienti per farti un’idea della vita e come essa possa improvvisamente terminare? Credo proprio di no, tuttavia, sette anni sono anche un terribile e meraviglioso modo di giocare seriamente ed inconsapevolmente con quanto di più oscuro si celi ai margini, dietro ogni angolo.

Dreamin'on #5191: Deep into the forest, deep into the rain, running, walking, running, bleeding, I sense my blood's spilling all over, it’s too much, it’s too much. I took one bus and suddenly roads change into rivers, how the bus goes it's a mystery but it goes anyway, I feel shallow and cold, my brain’s leaking through my nose and I want to sleep.

Nelle giornate dai pomeriggi interminabili che andavano da metà giugno a metà luglio, quando lo stesso asfalto sembra ammorbidirsi e sembra sia quasi possibile lasciarvi le impronte camminandovi appena, quando l’arsura si moltiplica perché l’acqua da ogni fontana sgorga già tiepida, quando ci si sente invincibili sino a che il sole non tramonti ed il buio sembra solo una parola con troppe vocali, noi, avevamo un posto segreto. Era un grande palazzo in costruzione, la struttura di sette piani era praticamente completa ma come struttura, essa assomigliava più ad uno scheletro che ad un palazzo. Era difficile immaginarvi ambienti e pareti ed ascensori dove tutto era spoglio ed essenziale, cemento grossolano e intelaiature di ferro a vista prive di qualsivoglia protezione o indicazione, sacchi aperti di calce e polvere dappertutto. Diamine! Erano solo gli anni settanta, il loro finire, ma non per questo sarebbe stato congruo affermare che i ragazzini di allora (ed io con essi) utilizzassero maggiori precauzioni o restassero più attenti rispetto a quelli di oggi. In pieno solleone, subito dopo pranzo, ognuno di noi lasciava la propria casa con un’unica meta, il nostro posto segreto. Era molto facile accedere ad una delle rampe perché ci si trovava davanti ad un cantiere completamente aperto ed in mezzo ad altri palazzi ormai completati ed abitati, nessuna recinzione, nessun avviso e per di più i lavori erano fermi ormai da più di un anno, si era nel periodo del cosiddetto assestamento a sentire le persone, si era in terra di nessuno dico io.

La prima cosa a colpirmi era il cambio di temperatura, fuori potevano esserci anche quaranta gradi all’ombra ma dentro, appena dentro, si sentiva subito la frescura dell’aria mista a qualcosa di stantio ed umido. Un’altra cosa incredibile era l’eco presente. Ci si poteva insultare da un lato all’altro dei piani con pochissime pareti non portanti e ogni eco rimbalzava ovunque, ci si doveva insultare altrimenti si perdeva autorità, chi si tirava indietro diventava inevitabilmente un bersaglio comune e la sfida degli insulti non era solo che la prima di diverse altre. Sei debole ti attaccano ma se sei debole allora fingi di essere più forte, anzi meglio, il più forte, allora novantasucento nessuno ti attacca e chi vuole farlo ci pensa almeno due volte prima di farlo, se sei debole, fingi di essere il più forte comunque.

Dreamin'on #2370: Air's slimy, got difficult breathing, no light just flashes of past lives on future comings, somebody’s life, nobody’s life, certainly not mine. No words, no sounds, I'm in deep space racing on cloud nine and I feel my lungs are freezing then my eyes implode, I think I die without even a good look at the closest Nebula Cancer, damn, what a shame.

Dagli insulti alle barricate si iniziava a fare sul serio quasi subito e così si saliva lungo le rampe sottili per sette piani, ogni rampa priva di qualsivoglia ringhiera, ogni rampa sembrava, correndoci sopra, ondeggiare e che fosse quasi sospesa, senza peso, ma incuranti dell’altezza salivamo e correvamo senza guardare ai lati ma solo in avanti e così, a rotta di collo, una dopo l’altra e tutte d’un fiato bruciavamo quelle rampe dai gradini appena abbozzati fino all’ultimo piano. La paura stimola la crescita così a volte sento dire… io credo che la paura possa anche stroncarla definitivamente la crescita a scherzare troppo con il fuoco. Quale fosse la mia paura più grande quarant’anni fa… potrei azzardare ma di sicuro non sbaglierei perché lo ricordo come fosse ieri, non avevo ancora paura del buio ma avevo una terrore sacro di morire, paura di morire tra atroci sofferenze. Puoi spaventarti a sufficienza da solo quanto vuoi ma solo rivedendo nello sguardo altrui quel brivido terrificante ed autentico, a te così familiare, che puoi davvero fartela sotto. Su quel cemento e quella calce, in quel dannato palazzo, ho lasciato metri di pelle abrasa e litri di sangue, tutti noi abbiamo pagato un tributo quasi quotidiano, spesso era cosa da poco ma alcune volte gli incidenti più seri richiedevano dei punti e non ultima una bella dose di mazzate perché nessuno, nessuno di noi avrebbe mai tradito quel luogo, nessuno avrebbe svenduto quel segreto, era il nostro posto e non sarebbe importato a nessuno pagare sulla reticenza e sul dolore. Ci facevamo rappezzare insomma ma solo due volte per quanto io ricordi, gli eventi presero una piega molto ma molto più seria.

Con alcuni compagni di scuola andavo a vedere ogni film disponibile al cinema, questo valeva per ogni giorno privo di scuola e l’estate ne portava un sacco, questo valeva anche e soprattutto quando si leggeva “il film in programmazione oggi, a causa dell’alto contenuto erotico, è rigorosamente vietato ai minori di diciotto anni”, così il manifesto affisso recitava ogni volta, era un manifesto rosso con le scritte in nero ciclostilate, avviso affisso in fretta e sbilenco al posto della normale locandina, “rigorosamente vietato” così recitava ogni volta ed ogni volta che quel manifesto venisse affisso noi dovevamo assolutamente entrare. Erano film del tutto puerili, produzioni ultra scadenti, prive di mercato e distribuzione da vendersi a peso ai cinema come quello che frequentassimo, poteva capitare di guardare un sedicente film del terrore erotico, quasi un nuovo genere pulp, ma non v’era nulla di erotico e semmai erano solo scene un po’ più esplicite del normale. Avevo una gran curiosità e nessuna paura e la voglia faceva il resto e anche il numero… ovviamente entravamo dalla porta di sicurezza rigorosamente aperta e strisciando fin sotto la prima fila a film già iniziato per evitare imprevisti, non che vi fossero platee gremite ma ogni tanto una maschera rompicoglioni (sono ormai estinte) ci scopriva, perché facevamo comunque un gran casino, e ci buttava fuori minacciandoci con “ti conosco, lo dico a tuo padre!!!”. Poi i film (non solo quelli proibiti) iniziarono ad essere molti di meno, poi… ad essere sempre più radi, presto il cinema iniziò ad essere sempre più chiuso sino a che smise di essere un cinema e divenne niente. A quel punto era molto meglio per me leggere ed immaginare leggendo, che vedere l’idea altrui distortamente racchiusa su di uno schermo. È un principio che seguo in linea di massima tutt’ora.

Dreamin'on #4904: She was about to sing, cool stage, she was like suspended and all people went there to watch her, she made a great show and sang absolutely good. I was at (her) home, I knew that, I recalled many things she used while I visited there during my first vacation. She was not at home anyway, even her relatives didn't recall me. In the cellar, somebody was burning photos, black and white photos. The white man was burning all papers in this big furnace, he was barefeet and very uncaring ‘bout the heat and the coke dust. Flames were getting high, the furnace opening was really wide and he was using a pole to manage fire and let everything burns. I took an axe.

Cazzo, anche io volevo essere il RE, non è stata la cosa più stupida che abbia mai voluto in vita mia ma data l’epoca direi di aver strappato una lunga striscia di buoni alla vita essendomi per questo indebitato portandone gli interessi addosso vita natural durante. Non certo la cosa più stupida che abbia fatto ma di certo una cosa pericolosa ogni oltre immaginazione e paurosa in un qual si voglia modo. Nel millenovecentosettantotto, quel luglio, sono stato anche io il RE della base, non sono stato l’unico ma sicuramente uno dei pochi.

Le paure iniziavano a sfrangiarmi le budella al tramonto, si allontanavano solo al primo irrompere dell’alba. Il più delle notti restavo sveglio, attento ad ogni rumore, scricchiolio, respiro, al Palantir sotto il suo drappo di velluto, all’armadio ben chiuso, alla maschera dello sciamano delle sabbie di cui avevo una fotografia rubata dalla biblioteca della scuola. Perché questa maschera? La maschera aiutava lo sciamano delle sabbie ad impedire che la possessione appena esorcizzata potesse impadronirsi di qualcun altro o anche e soprattutto di se stesso. Per evitare ciò il rito da compiersi durante la notte doveva terminare esattamente al sorgere del sole e, davanti la persona appena liberata dalla possessione, lo sciamano doveva tracciare nella sabbia delle linee ondulate con il suo bastone di osso senza mai guardare l’individuo davanti a sé. E a questo serviva la maschera, a proteggerlo dallo sguardo del demone. Allora tracciava delle linee ondulate come acqua, acqua nella sabbia quindi che lo spirito non poteva attraversare e con ciò confinandolo ed obbligandolo a ritornare nel proprio limbo. Se lo sciamano avesse mancato questo rituale sarebbe divenuto egli stesso preda della possessione. Non avevo proprio di che annoiarmi, alla ricerca di nuove informazioni e miti durante il giorno, in preda a terrori sempre più evoluti ed efficaci durante la notte.

Il settimo piano era il nostro quartier generale, la vista dominava tutti gli altri palazzi, il sole spaccava le ombre e rifletteva sui tondini in ferro arrugginiti ripiegati verso l’alto che spuntavano da ogni soletta e da ogni muro o abbozzo di balconata, erano come artigli affilati e letali. Prima di tutto si percorreva l’intero perimetro di questo piano quasi a controllare ogni vista, stazionavamo sui balconi privi di ringhiera, ci si aggrappava alle rientranze e spesso si lanciava anche qualche sasso oppure, se in vena di particolari festeggiamenti, si lasciava cadere uno di quei mattoni forati enormi, lo si lasciava cadere per gustarsi lo schianto ed il frastuono e poi, e poi ci si spostava verso l’interno dove con centinaia di mattoni forati avevamo costruito il cuore della nostra base. La gerarchia era chiara ma veniva stabilita giorno per giorno in base alla sfida finale. C’era anche la corsa del ratto ma ci riuscì solo un paio di volte da che io mi ricordi ed ovviamente anche la gara del piscio. Il tempo volava in quel luogo ma prima di tornare a casa, all’imbrunire, vi si teneva senza dubbio la sfida più difficile da affrontare, serviva a stabilire chi avesse il potere sugli altri almeno fino al giorno successivo. Se avessi paura del buio, certo… ma questo era niente rispetto alla gara degli sputi.

Leggermente disallineato dal centro verso uno dei quadranti esterni vi era il pozzo degli ascensori. All’epoca non avevamo idea del perché una costruzione così grande avesse un pozzo che la attraversasse interamente in altezza, non pensavamo agli ascensori e nemmeno al resto e del resto se lo avessimo fatto non ci saremmo trovati insieme, lì, tutti i pomeriggi. Dai piani inferiori l’accesso al pozzo era interdetto ma dal settimo piano il pozzo era aperto, ci si poteva guardare dentro e sette piani più in basso in un mare di roba putrida e mattoni distrutti e rifiuti e ratti e chissà che altro vi era il buio più buio e freddo che si potesse immaginare. Qui aveva luogo la sfida degli sputi. Il pozzo era in realtà a base rettangolare, sarà stato tre metri in lunghezza per quasi due in larghezza, troppo largo per poterlo saltare e non si poteva saltarlo ovviamente ma lo si poteva attraversare e per questo motivo avevamo posizionato due grosse assi di legno sovrapposte che lo attraversassero. Chi voleva essere il RE doveva attraversare sulle tavole e quindi, fermandosi al centro, chinarsi, guardare la luce farsi inghiottire dalle tenebre e morire e quindi sputare ed attendere che lo sputo arrivasse sette piani più in basso. Fatto questo poteva ritornare indietro e tutti lo avrebbero acclamato e chiamato capo almeno sino al giorno successivo, in realtà poteva capitare che l’indomani nessuno avesse voglia di partecipare alla gara ed allora la gerarchia non mutava.

Dreamin’on #6101: The garden outside is full of skeletons and suddenly the cellar door exploded, a giant spider is living inside there, it just ate the neighbour's dog. It seems it’s gonna be an hell of a day while little spiders, thousands, billions, crawl outside from that cellar, they’re red and really really hungry.

Il giorno prima G. aveva marciato su quelle assi ed aveva sputato sette piani più in basso, tutti avevano gridato al Re ma io rimasi un po’ in disparte perché volevo essere io, anche io il RE e presto. G. ritornò indietro e ancora tronfio ci spiazzò tutti. Come primo editto ordinò che rimanesse da quel momento in poi una sola tavola invece di due come passerella sul pozzo per la sfida finale. Nessuno lo contraddisse e la tavola venne rimossa, G. disse anche che la tavola rimossa andava nel pozzo, la lasciammo scivolare piano e d’improvviso il fragore iniziò a rimbombare come anche lo schianto sette piani più in basso e corremmo subito tutti verso i balconi con la speranza di vedere frotte di topi superstiti lasciare le loro tane. La giornata non era ancora finita ma era già tardi e tutti avevano avuto una più che adeguata dose di emozione e decisero di ritornare a casa. Io rimasi ancora un po’, rimasi sdraiato a guardare in quel pozzo sino a che non vi fu più differenza tra il nero del pozzo ed il nero fuori.
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Quanti sono sette anni? Forse sono pochi pochissimi, forse sono tanti, forse sono niente o sono una vita o sono solo di essa un adeguato principio… ma sette anni possono anche essere l’inizio di un percorso ancora più lungo oppure nulla. Le assi erano spesse una decina di centimetri e molto lunghe...
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The Foreseeable Future II (gimme sunshine)

14 marzo 2019 ore 17:06 segnala
Oh Ginger, ma non dovevamo sentirci più… interrogativo-negativo. Il tuo tempo ed il mio scorrono in modo del tutto differente, è un’abitudine niente male e, tuttavia la tua, resta un’abitudine discutibile, assolutamente inappropriata e se mi concedi il francesismo, un’abitudine del cazzo. Non chiamarmi non ti vedo. L’altra notte, brava, è stata inesorabilmente dispendiosa, batteri Gram positivi a strafottere, perdite di liquido necessarie e quella sana resistenza al dolore che rende ogni cosa talmente difficile da ottemperare. Quella (l’altra) notte sicuramente hai provato a comunicarmi il tuo stato, non sono un tipo curioso, non chiedo perché presumo e me ne arrogo ogni diritto, che l’altrui motivazione debba restare solo propria ed in fondo delle altrui faccende non intendo impicciarmi anche con la massima volontà propositiva ed in buona fede… e poi, tu hai Fede, lo si capisce che, nonostante questo calvario e queste attitudini e la mia dillusa presenza, mantenga un recalcitrante e subdolo nodo di Fede. È ammirabile e anche compatibile con le linee guida del quieto e quotidiano esistere ma tutto ciò non mi è di alcun aiuto né rende me l’individuo più adatto a fornirtene. Non guardarmi non ti sento. Che si viva o si muoia, la condizione dell’essere non è di alcuna importanza, la vita come la morte è uno stato, il primo definito, il secondo, un po’ più sfocato agli occhi dell’umana e disumana comprensione e con questo non precludo alcuna preferenza ad uno dei due. Ginger, ieri ascoltavo una delle sessioni registrate, erano i tempi giovani delle improvvisazioni, quando dopo aver dato il tempo si attaccava a suonare e non ci si schiodava più per due giorni, ricordo anche la fase psichedelica, se hai fisso un tempo ben in mente allora puoi permetterti di strafare ed abusare di qualunque sostanza perché resterai un cazzo di metronomo ed invero la stoicità di quelle sessioni è a dir poco ammirevole. Devo anche rimbrottarti che a dire il vero, la prima chitarra dopo i primi tre litri di alcool andasse un po’ a cazzo ma avendo (solo) spregiudicatezza negli assoli beh, sarebbe stato più grave se fosse stata una chitarra ritmica. Ho ascoltato quasi otto ore di materiale e credo sia impossibile riprodurne anche solo una parte dal vivo, non ci sono più né presupposti né indoli né cristiani, la cosa più sensata da fare sarebbe affermare: dovremmo bruciare tutto, registrazioni e nastri e dat e tentare di dimenticare ogni cosa, ciò che accade a casa di XXX, resta a casa di XXX.

L’hai visto il gatto? È un po’ che non si veda in giro, primavera alle porte e schiamazzi nell’aria ma quel cazzo di gatto sembra essere sparito. Non dubito che l’eterna guerra di conquista sia sempre serrata e territorialmente spietata ma per la legge dei grandi numeri si sarebbe già dovuto scorgere, per lo meno, intravedere.

Quando sto male la mia migliore vena pulsante ed aperta puzza di blues, quando brucio tessuti e polmoni, (benché) perché del prevedibile futuro non me ne fotta un beneamato cazzo, l’olezzo è quello del blues. Avete mai pensato, stolti inutili individui (sì voi), irrilevanti pedine (sempre VOI) in uno schema infinitamente cosmico, che la vostra esistenza sia una risultante puramente casuale e priva di scopo e che, di questa, non freghi nulla e che con o senza il vostro perpetuo ciarlare e occupare, questa linea temporale proseguirà sino l’inevitabile collasso entropico e nulla davvero alla fine importerà. Il jazz è la scorreggia di dio ma il blues… cazzo, il blues è una carezza vellutata che d’improvviso s’irruvidisce e raschia e spesso rimane irriguardosa ma ugualmente, nonostante tutto, ti avvolge e ti coccola, è un morbido cuscino e una spinta nel profondo, una spina di traverso impossibile da rimuovere, una corda che stringe sino all’ipossia ma che ti gonfia i vasi fino a farli scoppiare e si trasforma in pura ed endorfica magia. Il blues cazzo! Se il jazz è la scorreggia di dio, allora il blues è la tangibile esistenza del divino.

Non fare su di me affidamento perché sento che potrei crollare da un momento all’altro. È questa la verità che vuoi sentire, è questa la piccola pezzuola che passi umida sugli occhi al fine di lenire quel minuscolo prurito esistenziale che molti identificano con il nome di (un prurito di fica) amicizia, questa pezza unta e bisunta, sfilacciata, sporca, ripulita alla meglio e usata più e più volte, sottile e consumata oltre ogni limite eppure ancora presente seppur incapace di delimitare la propria efficacia. A volte ti sarà più utile ed altre… resti anche tu nel tuo piccolo ed oscuro rifugio umido attendendo che qualcun altro chiami tana per te e inevitabilmente continui ad aspettarti non so cosa. Ti suggerirei di restare lì dove ti trovi, ti direi che delle tue pene ed al riguardo non vi sia nulla che io possa fare, perché siamo tecnicamente incompatibili, perché io non sono quello che a te serva e soprattutto perché ho già i miei di casini fottutamente cosmici, come dire che, avendo come misura una catastrofe nebulare, la tua problematica esistenziale più profonda non sia sufficiente a far accendere il minimo gradino sulla mia scala del dolore. Cosa posso fare eh? Cosa posso fare per favorirti? Come posso venirti incontro? Potrei dirti: non appena hai un problema mitTtTelefoni, potrei dirti: lo sai che queste relazioni nonostante la terra e l’aria che tra noi intercorrano, non cesseranno mai di esistere, potrei anche prestarti un polmone ma in fondo che cosa the ne fai? Non avresti bisogno di alcun aiuto se avessi un cervello e siccome invece credo che tu abbia al suo posto solo della banalissima segatura al piscio secco ecco che un aiuto ti serva ma non certo il mio. Che dici, ce la fai a non rompermi più i coglioni? Eh? Che dici, ce LA FAI??? Non rispondere, perché qualunque sia la tua risposta io sono dannatamente sicuro che tu persisterai, è banale ma sei, eri, resti, sarai sempre UNA femmina.

Non ti capita mai di allontanarti involontariamente dal quotidiano cercando, provando una marcata ed inconfondibile nota di disgusto, una volontaria avversione verso l’altro, scrutando il vero spessore ingannevole di ogni circostanza, della vera ed intrinseca apparenza, di ogni più subdola piaga sentimentalmente compromessa e di ogni marcescente e venefica pulsione umana. In codesto spazio per nulla delimitato o accessibile allora ciò che della mente resta, prova a conformavisi, prova a cedere il controllo all’ID che, come un rettile, non ha bisogno di processi complessi ed affinati, non necessita di scuse o di compiacimenti ma agisce al minimo mutare delle condizioni iniziali, reagisce e si adatta ed agisce, se necessario, di conseguenza. Scrivere porta il treno dritto sul tuo binario, è un binario che è libero solo verso una direzione ma ogni treno richiamato vi viaggerà sempre in direzione semplicemente opposta perché tanto più repentina e violenta è la ripercussione tanto più l’azione sarà efficace, limpida, cristallina, sanguigna, dirompente. Quanti sono gli scontri che puoi sopportare, quanti gli squarci ai quali potrai sopravvivere, quanti i pozzi nei quali cadere e dai quali seppur faticosamente, risalire, sai quanti di questi elementi vortichino costantemente in continua collisione in cerca di una fenditura dalla quale poi sgorgare, fuoriuscire ed attaccare. Quanti… pochi o molti, molto pochi o infiniti, naturalmente vaganti e a volte ridondanti ma non per questo omologati e confondibili. Non sei ancora pronta a sfidare il treno (e nemmeno il diavolo) credo io, ma vedi il lato ilare in tutto questo, la stazione è sempre aperta, i treni non hanno mai smesso di andare e tu sei solo una delle possibili destinazioni quando le condizioni sono favorevolmente eccitate e convergenti. Sei uno dei tanti punti morti, uno dei tanti binari a mezzo servizio naturalmente scadenti, naturalmente inadatti alla potenza di un treno in corsa sfrenata, naturalmente destinati ad implodere. Potrei suggerirti che non sempre il binario morto imploda ma il più delle volte la folle corsa e la massa accresciuta sono sufficienti a non farsi più scrupoli e domande attinenti.

E quando la notte chiude ogni più profondo recesso alla speranza io lo avverto e saldamente mi ci aggrappo incurante e penso che abbia tutto il tempo di perdermici, assecondare i pensieri gravidi e prorompenti in avide parole e righe e versi assetati di blues. Non ho mai detto che sia facile, non ho mai detto che sia impossibile, si necessita di una frequenza e quando, grazie ad essa, la tua mente, il tuo cuore o il tuo colon, vada in dissonanza ecco che scrivere di blues diventi appena accessibile, diventa brama da disadattato, diventa una dose tagliata male ma che serve allo scopo, forse provocando più danni che altro ma non è questa forse l’essenza che tanto si rincorra… non è forse questa l’eccitata bramosia che ci confonda. Ed io scrivo il più delle volte, quando la notte si schiude concedendosi come una guardarobiera cleptomane colta in flagranza a fregarti le chiavi dal cappotto, una donna dal corto costume notturno e abitudini alquanto promiscue. Una donna che condivida la tua incapacità empatica ma che al contempo affili le proprie viscosità nascoste e soffochi l’ultimo rigurgito di coscienza e si presti, si chini e si adegui e paghi con l’unica moneta che a lei possa interessare. Abitudini e costumi che non spetta a me di giudicare benché restino nel contempo ben marcati ed identificabili, affinandosi notte dopo notte ed a volte subitaneamente consumandosi in questo immenso vuoto esistenziale, ardendo velocemente ed iniquamente. Se potessi dare un tono alla sua disperazione sarebbe in chiave di blues… perché il jazz è come la scorreggia di dio ma il blues, beh cazzo, il blues è divino.

Sono nel posto giusto… difficile a spiegarsi, sono nel momento del quando, di un quando appena accennato e tuttavia sufficiente, sono dove devo stare e per quanto ogni tenebra avvinghi la mia cupa esistenza scrivo usurpando dal blues ogni sua consistenza intrecciando alle parole una metrica di basso e poi, certamente, un pattern sicuro da batteria e quello che viene e quello, se viene, sarà per lo più degno di nota.

Era il tempo di cinque lustri or sono, lo stesso tempo in cui un piccolo candido squarcio deflagrò sul mio esistere. Non sono cose che cambino la vita o il modo di viverla o il modo di tormentarsi nell’esistenza eppure, qualcosa andò in corto, magari equipaggiavo un sistema già difettoso a priori… non so… e ascoltai di un tale che non arretrasse mai, che non lasciasse il binario sino a che il treno non gli fosse cinque centimetri dalla faccia. Chissà che vita dovesse avere quel tipo pensai, chissà quale vita potrei vivere io se fossi in codesto modo. Posso affermare con certezza due cose, vivo come vivessi, nutrendo la mia metastasi quotidianamente con tutto quello che più la aggrada. Il tizio di cui sopra invece visse una vita breve perché ad un tratto calcolando male la distanza tra il suo naso ed il treno, un cazzo di Blue Comet completamente cromato, venne dallo stesso travolto e macinato in un ammasso di poltiglia sanguinolenta ed appiccicosa.

Lo sai quel gatto… l’ho visto, anzi l’ho trovato, proprio lì dove restano gli spuntoni dei banani grossolanamente tagliati, accanto ai mattoni putridi delimitanti l’aiuola dal complesso, lì, sembrava stesse acquattato o dormiente ma dopo un’occhiata più attenta capii che quella fosse solo la sua carcassa, una strana poltiglia di pelo appiattita con solo la testa distinguibile con le ossa del cranio appena esposte. Chissà da quanto tempo lì si trovasse, chissà da quanto tempo vi pasteggi il folto ed invisibile micromondo. Credo vi abbia piantato inesorabilmente l’ultima delle sue vite per non andarsene più, lo sai che ogni vita prima o poi abbia il maledetto vizio di terminare e del resto se non sia questo il bello di ogni vita… comunque, sembra quasi stesse al riparo e adesso che il sole lo brucia, accelerandone la decomposizione, resti comunque indifferente del proprio consumarsi seppur ancora lento ma inesorabile. Il gatto grigio, già lo chiamavano il Grigio, per il suo colore, per il fatto che anche durante una giornata di pioggia incessante se ne stesse imperterrito all’umido, arrotando la propria voce ed avvisando gli altri felini residenti che quello fosse il suo posto e che lo avrebbe difeso se fosse stato necessario. Credo che il Grigio abbia sostenuto un’ultima lotta e che abbia perso, non solo ai punti. Credo anche che sia ritornato in quell’angolo ormai stanco e ferito e sofferente e sotto la pioggia si sia acquattato proprio contro quei mattoni irregolari delimitanti l’aiuola dal complesso adiacente. Col freddo e tra le foglie è rimasto lì per giorni ed ora che il cielo si sia aperto ed ogni flora si prepari e rifiorire, lui resta lì da monito alla vita. Presto o tardi essa finisce e sai una cosa, non credo lo porteranno via, resterà lì a consumarsi perché questo accade a ciò che dimenticato sia, ciò accade costantemente e non ci se ne accorge, e se anche dovesse capitare, ogni sguardo indugerebbe altrove perché alla vita invertita, alla morte, non ci si vuole proprio pensare. Credo che presto, appena l’odore di decomposizione si attenui arrivi un altro felino a prendere possesso di questo fortino e su questa posizione continuerà a lottare per mantenerla incurante del pericolo e del tempo. Per adesso è ancora il territorio del Grigio, per adesso…

Sai Ginger, eccoti il testo… provalo e dimmi se il tuo basso ci possa andare…

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Oh Ginger, ma non dovevamo sentirci più… interrogativo-negativo. Il tuo tempo ed il mio scorrono in modo del tutto differente, è un’abitudine niente male e, tuttavia la tua, resta un’abitudine discutibile, assolutamente inappropriata e se mi concedi il francesismo, un’abitudine del cazzo. Non...
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14/03/2019 17:06:02
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IMAGINAR(eal)Y HEROE(friend)S III

15 febbraio 2019 ore 11:25 segnala
È aria frizzante ma allo stesso tempo umida e pungente, aria timida per il sole appena nato ed ancora troppo in confidenza con la notturna brina. Aria ferma che circonda che non pesa e che non sublima.

È un po’ che non ci si incontri, nonostante queste strade e questi incroci non mutino mai, nonostante le distanze perpetualmente identiche e nonostante le buone maniere, la cattive abitudini, le barriere e le fissazioni del cazzo, mi chiedo se sia solo l’inevitabile arrangiamento di una stabile e triste alternanza. Lo so anche io, è da un po’ che volessi mettertene al corrente, la mia indole è sempre la stessa, la mia propensione non è stata alterata, il mio lessico diventa ogni giorno più forbito e anche nella ricercatezza di termini o concetti da esprimerti mi prendo il mio porco tempo. È un po’ che il risveglio mi causi sonnolenza, avverto non senza alcuna preoccupazione il protundere di una vertebra, il cuore del mio cervello vi si arrovella, un giorno finalmente poco prima della mia cremazione prenderanno ad esempio e monito i miei polmoni, saranno due stracci grumosi, umidi e sfilacciati di appiccicoso e putrescente catrame, li innalzeranno a mo’ di stendardo, restiate accorti, siatene testimoni che le cattive abitudini in fiamme e cenere, in breve, vi porteranno. È un po’ che non ti guardi come un tempo. Il nitrato di argento sembra essersi incupito, la stessa luce vi si comporta stranamente, ciò riflette forse la mia metastasi crescente che è la vita, la mia cerchia ristretta di amici della festa e sù al Poligono le notizie anch’esse dilluse, regolano malamente il cervello del mio cuore inducendo al contempo piccole ansiolitiche ma furibonde reprimende che non attutiscono né la mia rabbia né il mio dolore. Ah che fragranza, l’ossigeno trasformato durante la combustione, questa è una pezzatura invidiabile, una stagionatura unica ed irripetibile, l’avverti immediatamente che sia diversa anche dovessi avere un palato inadeguato, il segreto è tutto nella sua lenta essiccatura che si completa durante la stagionatura di lustri non di mesi o attimi puerili, occorre del tempo, molto tempo e vite e lavoro e sudore per poter arrivare a gustare questo piacere per molti effimero e inutilmente deleterio.

Aria adesso come una ventata improvvisa, trasporta l’odore intero che spazia tra la valle e la collina, è un’aria leggermente più calda perché è il sole a disciplinarla, sembra voler essere di sostegno quasi fosse un sospiro di marina.

Conversare, entusiasmi… entusiasmi… ogni vena mefitica deve prima o poi essere estirpata, bisogna scovarla indagando, se necessario, sin nel profondo e poi con fredda decisione e limpido impegno estrarla via come una radice perniciosa, come un budello necrotico, come una terminazione infetta. Conversare, il fuoco era vivace, quasi troppo ampio per il camino, unica fonte di luce e calore dell’ambiente, presi la scatola Alimento Mellin in metallo, la sua normale posizione è proprio sopra il camino, a destra, a destra l’estrema, per ovvi motivi di credo e di patria. Loro osservarono ed attesero mentre io estrassi il miglior coadiuvante termico. Avevo già una relazione ossessivo-compulsiva con il XXXXXX ma questa era tutta un’altra storia, io mi feci pregare, loro non fecero complimenti e il fuoco bruciava e bruciava ed arroventava uno dei fermi in metallo posto sotto al ceppo più grande di spalla per garantire un adeguato passaggio di ossigeno. ‘st’picciriddh’av’b’sognu d’aria… senza aria la fiamma non si attizza ma si bagna e soffoca e soccombe come una pianta che è priva di linfa. Non so per quanto durò il coadiuvante termico, certi erano una faccenda ed un elemento conclusivo. La stanza iniziava a dilatarsi ed a contrarsi seguendo il pulsare delle fiamme, loro in terra a fissarne l’origine attoniti, io seduto a curare il metallo facendolo arrossire. Non c’è stato modo di controllare ogni incidenza, o meglio, è il solo metallo acceso a dare una certa sostanza ed una certa prepotenza e, del resto, era una festa, una piccola ma intensa festa sia sul pavimento che sù al Circolo, avvertivo dolore ma potevo e posso permettermelo non avendo nulla di meglio da fare. E lo sai che sia sempre stato come un vaso incrinato, grande potenziale in una misera riuscita, sono sempre i riferimenti inculcati o forse è solo perché qualunque cosa sia, di fatto, relativa. Sarebbe d’uopo ritrovar l’ardire, sarebbe il caso di aprire ogni valvola e lasciar sfogare, sarebbe necessario ancorché prodromico e ne guadagnerei forse in salute se non fisica almeno mentale. Sai, a questo punto non so cosa sia meglio fare, sono stanco di darmi da fare, sembrare ciò che non sono solo perché così appaia, sono stanco di aspettare che tu ti degni e mi venga a trovare. Sarebbe un piacere, è solo piacere, nulla di formale, sarebbe un gesto ben gradito, un segno persino di buona volontà ma chi sto a prendere in giro, qui la sola cosa che davvero abbia un senso è in tutta onestà, la pianta fradicia dell’omertà.

Aria fredda che investe, rapida e sottile taglia il pensiero, aumenta proporzionalmente all’aumentar del battito e della sottigliezza del vero allorquando la menzogna ispessisce la cresta, quando ogni cosa è sempre come invero non è e per quest’ultima cosa si presta.

Lieve si volse in avanti, oltre il ripido cotto, oltre ogni tolleranza di baricentro, si volse spingendosi senza per questo affrettare il momento, senza distogliere mai lo sguardo, senza in alcun modo proteggersi il volto. Sai, è un punto di osservazione niente male, spalle alla collina, fronte al mare, mi ricorda il golfo del verde d’Irlanda tra residuati bellici ormai inservibili ricoperti di alghe e bruciati dalla salsedine e dal tempo su di una spiaggia di sabbia grossolana di colore grigio a tratti invasa dall’erbetta. Era una spiaggia molto pianeggiante tra risacca e strada quasi nessun dislivello, molti gabbiani soprattutto all’alba quando fosse probabilmente più semplice ghermire un bocconcino. Mi manca, a dirtela tutta, quella sensazione, mi mancano quei luoghi, mi mancano le interazioni sociali lì sviluppate, mi manca la mia allora inadeguata memoria e l’imperfetta capacità di razionalizzazione. Oggi forse non apprezzerei a pieno quelle sensazioni, certo sarei in continuo deja vu ma al di là di questo, probabilmente, resterei distaccato ed incurante, sarei sprecato per un posto così, risulterei… mancante. Conversare… è stata una notte che non porta alcun riposo, alcun ristoro, solo ragionamenti ridondanti e via via sempre più deleteri, non riesco nemmeno a darmi un tono, la mia gola è completamente bruciata, ho tentato per un po’ di lasciarmi alle spalle quella inutile perversione polmonare ma esistono individui capaci e volenterosi e per la legge dei grandi numeri o per semplice bilanciamento di un’equazione nata già male in partenza, resto inevitabilmente arroccato, declino l’esistenza, gli altri e me stesso per assoluti, non lascio alcuno spazio di manovra, non avverto più nemmeno il calore di una voce, resto spesso alienato nelle mie elucubrazioni e solo come abitudine ormai consolidata mostro solo della circostanza mista ad apparenza. Ciò che serve per non aver alcun problema, dover spiegare o approfondire qual si voglia contatto, è una modalità a risparmio cerebrale, i miei neuroni possono così focalizzare solo per il peggio, l’assoluto, qualunque comportamento personale e fottersene allegramente delle interazioni sociali e delle buone maniere e del nobile ciarlare, un tempo ti avrei detto che tu stia infastidendomi con la sola tua presenza, oggi direi che mi tu mi stia sfarinando i coglioni e beh, non voglio che tu stia qui a comprendermi o aiutarmi, non ho bisogno di questo aiuto e non ho bisogno che tu stia e sia qui allo stesso tempo ed infatti perché cazzo stiamo parlandone?

Aria che è un muro lungo il quale scorrere senza ritegno, accompagna questa volta gravando, non più aria di sostegno ma se fosse fiato sarebbe un urlo, l’urlo gelido dell’inverno.

Vorrei tu potessi comprendere senza drammi, vorrei aver avuto una migliore capacità ed intraprendenza nei tuoi confronti, oh quante cose avrei voluto oh quante cose darei oh quante cose potrei dirti adesso oh quante cose avrei… avrei… avrei per te in nuce ma la luce ed il buio si alternano in un milione di fotogrammi sfavillanti ogni secondo, volti, luoghi, rimpianti, odiati amori, semplici complessità incoerenti, semplessità univoche singole rodenti, è il lungo binario di Terminopoli ed è tutto in discesa e lo si percorre a tutta velocità e la stessa aumenta proporzionalmente all’avvicinarsi alla meta e forse la stessa non necessita nemmeno di esser raggiunta perché forse è di tutte la meta meno apprezzata, l’unica che merita veramente di essere distrutta. Ma una cosa la conosco, di una cosa ho sensazione, paura, conoscenza, è che mi manchi e il tuo vuoto nutre la mia nebula oscura e collassante e che obliterando divora e mi opprime e mi sbrandella, è sempre stata lì, nel punto più oscuro, sei sempre stata tu alla corda del pozzo buio, un crotalo affamato che attorciglia le mie budella, sei ed eri e sei e continui a lacerarmi. Hai preso sempre ogni cosa incurante del tempo, hai preso all’improvviso e sempre in ogni momento e da ogni momento estinto ho anche imparato, la mente vacilla e non regge a ciò che adesso mi viene mostrato mentre viaggiavo e viaggio disperato… ma a volte, mi hai recato anche sollievo e pur non perdonandoti, pur non essendo tuo il volere, smarrirmi su questo becero sentiero di inutili e deleterie pulsioni sembra l’unica possibilità ancora protesa, non posso perdonarti ma continuo ad amarti ora e sempre. Vorrei dirti, vorrei stringerti, vorrei averti, vorrei poterti sussurrare ciò che sia sempre stato mia intenzione rivelarti… e sono parallelo alla pioggia del niente, il suono si cheta e il cuore fugge e solo l’ardore della scoperta, imprime vigoroso l’impulso retinico e allora viaggio ancora verso di te a braccia aperte.

Aria ferma e finalmente stagnante, pesa e confonde e si carica di strano colore, si scontra ed affonda sullo scuro bagnato, l’oscuro bagnato che infrange e prospetta e si infetta di frequenze cicliche e costanti ora a quattrocentosessantasei ora a seicentoventidue Hz.

E nel momento stesso in cui Newton, il grande e fottuto Newton impresse tutta la sua congruenza ed il suo scibile, ogni parete ossea sembrò divellersi per poi esplodere in un tripudio di coriandoli umidi ed affilati, a questo primo sciame estrusivo se ne accompagnò immediatamente un secondo molle ed informe in forma di onda protundente e superante la precedente. Piccoli pezzi di pensieri e di ricordi e di infinite emozioni mollicci e sparsi, piccole affinità di tempo lungamente memorizzate adesso eran sparse ed informi come ogni vaso esploso lungo le maggiori arterie di circolazione e persino la grande pompa e cuore, cervello del ferroso fluido denso, ritorto e stralciato come un acino schiacciato e denti e tessuti e tendini e frantumi ossei e budelli e organi a brandelli. Ma il sangue anch’esso, adesso libero da vincoli ma cineticamente eccitato, quasi fosse stato per immemore tempo in lunghi corpi cavernosi compresso ed immediatamente posto davanti la visione e l’odore di una famelica fica, si proiettava di slancio ben oltre il limite delle precedenti deflagrazioni, oscurando, inondando, ricoprendo ogni piccolo barlume di ragione e di articolazione, lei, loro, il mondo fuori e il cuore sordo e il cervello bagnato, ogni cosa dissolutamente dissolta impattava il freddo ed acuminato manto dell’asfalto seicentoquarantasette metri più in basso.

E per quanto lui l’amasse o credesse di averla amata, l’amore è una lama strana, ti carezza e ti dilania, l’amore è in guisa di bestia arcana prima ti coccola e poi ti sbrana.

466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz 466-622 Hz

SILENZIO

Ebbene sì, alla fine sono arrivata, la tua tanto attesa e sospirata compagna silenziosa, l’ombra onnipresente, come il caldo gelante ed il freddo rovente, un urlo strozzato, il peccatore impenitente, emesi dell’anima, una nota fuori registro, una lacrima invisibile, un vagito emottoico, una lingua che sferza e taglia, dall’inferno una corrente, (e)vento liquido entropico che investe e scaglia e raschia onnisciente, sono l’Omega e sono della vita l’unico richiamo, l’ultimo monolitico accesso, il bastione più forte, degli imponderabili e degli sconosciuti, l’ultimo arcano…

Amore ECCOMI, sono qui… IO SONO LA MORTE.
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È aria frizzante ma allo stesso tempo umida e pungente, aria timida per il sole appena nato ed ancora troppo in confidenza con la notturna brina. Aria ferma che circonda che non pesa e che non sublima. È un po’ che non ci si incontri, nonostante queste strade e questi incroci non mutino mai,...
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15/02/2019 11:25:52
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L'incantroppio I

08 febbraio 2019 ore 12:46 segnala
Con gèntilebèntile feci il mio primo patto di sangue. Ovviamente quello è il soprannome che gli avessi dato e lui ne aveva dato uno a me, non erano delle ingiurie solo dei nomignoli senza senso, quelle maniere primordiali di confidenza che si adottassero tra ragazzini in un tempo ormai perso e irritrovabile. Un patto di sangue, per un motivo non tanto importante in fondo a pensarci oggi ed a distanza di quasi quarantanni… all’epoca però, per la mia età, quello della religione, mi sembrò un motivo davvero valido. G. aveva un altro credo, diciamo così, un credo a lui imposto ma ormai accettato, questa cosa era palese durante l’ora di religione, nessuno ci faceva caso ma cazzo non era così ed io non riuscivo a capire quale potesse essere il motivo per il quale non potesse comportarsi in un certo modo o (non) fare alcune cose. Spesso tornavamo a casa insieme da scuola ed inevitabilmente io non potevo fare a meno di chiedergli tutto ed ogni cosa su di un argomento che a me sembrasse invero strano tartassandolo di domande continuamente. Dopo mesi di insistenza infine lui accettò di rispondermi a patto che giurassi di non rivelare nulla a nessuno di ciò che mi avesse detto ed io giurai, ma per essere davvero sacro un giuramento aveva bisogno di qualcosa di diverso che la semplice parola di due ragazzini. Decidemmo così per il sangue. Ovviamente si sarebbe dovuto pianificare, ovviamente io avrei dovuto aspettare le sue rivelazioni sino a che il patto non fosse stato consumato ed effettivo ed ovviamente ottenni di conoscere ogni risposta ad ogni mio quesito.

Dreamin’on # 4321: La città in cui cammino è sempre allagata, piena d'acqua, piove sempre, manca la luce, macchine ad ogni incrocio sono distrutte, nessuno in giro. Non so che ora sia, ora è buio ora no, il rumore incessante di acqua che scorre riempie la realtà. Continuo a vagare tra le macerie ascolto un suono. Il silenzio dei morti.

Avevo una folle paura del buio da ragazzino. La paura è una chiave ed è anche il pozzo stesso, a volte è un mezzo altre è solo zavorra che ti mantiene ben ancorato sul fondo dell’incubo. Avevo una paura indescrivibile del buio perché la mia fantasia già sviluppata più del normale necessitasse di linfa continua. Quando i miei coetanei al massimo leggessero forzatamente (causa compiti e/o impegni scolastici) e senza neanche la dovuta attenzione De Amicis, Collodi o (i più diciamocosì lessicamente portati) La Fontaine o Salgari, io pensavo ad Avalon, alla città sommersa e perduta di R’Lyeh ed al suo signore indescrivibile, al Nautilus e come procurarmi una foto, almeno una foto di una piovra, alle Miniere di Moria ed a come aprirne la porta, a non disturbare mai l’acqua calma, al Palantir ed al suo tanto favoloso quanto pericoloso uso. Alle dimensioni nascoste, al fatto che spesso affacciarsi su di un mondo diverso consentisse certamente di vedere dall’altra parte ma al contempo si potesse anche venir visti e che in questo caso, lo scambio di vedute non rimanesse un semplice scambio di vedute, l’azione e reazione combinate trasportavano qualcosa in entrambi i versi e questa era la cosa alla quale non smettessi mai di pensare… Certo, pensavo anche al potere dell’anello, alla sua corruzione, beh, probabilmente non utilizzavo (né conoscevo) un termine come corruzione a quell’età ma senza dubbio, di quell’anello, avrei (dovuto) voluto possederne uno.

“Cazzo come piacerebbe entrare in quella sfera!!!”

Dopo la scuola ritornando a casa, discutevo con i miei compagni, almeno quelli che non mi picchiassero o con i quali non si faceva a botte di tutto ciò che mi risultasse ancora inspiegabile, alcuni condividevano il mio stesso interesse e tali conversazioni ci permettevano veri e propri salti temporali… con il tempo, nel tempo, alcuni di questi assidui conversatori iniziarono presto ad appassionarsi ad altro o più tristemente al niente. Conversare non era d’uopo, non era la cosa più importante, certo era una gran bella cosa ma se non avessi potuto più farlo avrei di certo trovato un altro modo.

“C’è una cosa che non ho mai sopportato in questa fottuta città… tutti quei cazzo di vampiri!!!”

La paura è una cugina molto gelosa, ha per te mille attenzioni e vuol essere coccolata tutto il tempo, non importa il dispendio di energie che possa causarti e non importa le carenze che tu possa avvertire. La paura si evolve e nel farlo ti tiene sempre per mano, se la tua mente risulta essere piccola ed impreparata incide in modo tanto semplice quanto effettivo ed alla tua crescita conseguente, attiva nuovi elementi e nuovi feticci per tenerti saldo. Ti guida per mano, poi ti abbraccia e come una madre troppo apprensiva o un po’ psicosopatica ti stringe sino a soffocarti. E questo capitava a volte, la paura mi soffocava in piena notte, contro il muro lungo il corridoio, un corridoio che sembrasse senza fine, pieno di trappole mortali ed angoli dietro i quali si celassero orrori indescrivibili. L’abbraccio diventava freddo ed io iniziavo a sudare ma per quanto avessi voglia di dar fiato all’urlo che avessi in gola, niente veniva fuori e spesso chiudendo gli occhi, nonostante lo stato nel quale mi trovassi, piombavo in un sonno profondo privo di sogni ed al mio risveglio la luce dell’alba filtrava già attraverso le persiane e la paura era andata via lasciando il posto ad altri cimenti e sfide. La tenzone era solo rimandata ovvio, ci sarebbe sempre stata un’altra notte e la Paura ne era a conoscenza, sarebbe ritornata dolcemente ma inesorabilmente e così la sua stretta adamantina intorno al mio collo.

“storie di lupi mannari... andiamo signore...”

Dreamin’on #3210: Sono seduto, non posso alzarmi, muovo una mano ma mi accorgo improvvisamente di essere legato saldamente alla sedia. La stanza è indefinita, la porta, le porte affiorano sulla parete, si spostano lateralmente rispetto al mio punto di osservazione. Pieno giorno, luce diurna, cammino su un ponte, ma ai lati del ponte una spessa coltre bianca impedisce di osservare.

Cercando tra i libri nella biblioteca di mio nonno, che poi era il suo studio nel quale si ritirasse ogni qual volta dovesse scrivere e poi dettare per telefono un articolo allo stenografo per la Gazzetta, trovai un libro che iniziò ad ossessionarmi, questo libro con una splendida immagine di copertina raffigurante il nostro sistema solare, aveva un titolo interrogativo. Faceva riferimento all’anno duemila. Il millenovecentoottanta era ancora lontano giusto un paio di anni ma quel libro sicuramente descriveva e trattava cose davvero lontane temporalmente parlando e per questo non potei fare a meno di leggerlo. Per non farmi scoprire mi nascondevo sotto la scrivania, leggevo quel libro tra le ginocchia, a pensarci è una posizione che oggi sembri davvero impossibile anche solo da azzardare, leggevo rigorosamente di giorno nel primo pomeriggio mentre mio nonno riposasse, quando soprattutto in estate la calura impedisse di star fuori ad agguantare lucertole. Riuscivo a leggere anche un capitolo intero prima di accorgermi che si fosse fatto troppo tardi e fosse il caso di rimettere a posto quel dannato libro e tornare quindi a fare cose da bambini fuori.

“È un pezzo ad altissima precisione, non può mancare il bersaglio… Eh, del resto, a che cosa si potrebbe sparare con una pallottola d’argento? Anche ad un lupo mannaro, per dirne una…”

Dreamin’ on #5478: Non c'è un motivo in particolare, sento qualcosa in bocca che non va, i denti si muovono, iniziano a staccarsi e cadono. Cadono tutti, anche le gengive vengono via come nastro adesivo. Parlo con difficoltà.

Un giorno esplorando una vecchia casa trovai qualcosa, la casa era pericolante, giravano voci sul suo imminente abbattimento, erano gli anni settanta, respiravamo amianto, facevamo esperimenti con il mercurio quotidianamente, si aveva un senso del pericolo molto più limitato e allo stesso tempo si facevano delle cose davvero impensabili al giorno d’oggi. Questa casa aveva un’anima tutta sua, anche lì entravo di giorno ma una volta dentro era come trovarsi a mezzanotte in piena brughiera. Odore di chiuso e di muffa, scricchiolii e gemiti dei mobili facevano tendere le orecchie, fermavano il respiro, il cuore iniziava a pompare così velocemente da sentire le tempie esplodere per la pressione. Vi erano parti in legno come una grande scala che portasse al primo piano e poi parti in muratura, ogni passo produceva un rumore caratteristico. Salendo su al primo piano, badando a non gravare sui gradini marci si accedeva anche alla soffitta, l’entrata era libera e vi si accedeva tramite una malandatissima scala a pioli salita la quale in principio era buio pesto ma superato questo primo ostacolo visivo e soprattutto oltrepassato il primo tramezzo, il tetto era squarciato ed il sole inondava ciò che della soffitta restasse disegnando letteralmente con la luce gli spazi esposti. Paura cugina mia, in quel momento iniziasti a diventare trasparente, la luce era a lei interdetta e a causa di ciò trascorsi l’intero pomeriggio a rovistare in quella soffitta incurante delle zanzare, del caldo, e del sudore e finalmente come nelle migliori delle storie di pirati, trovai un baule e però per me era un forziere, non proprio di Morgan ma almeno quello del fratello. Ricordo che rimasi a fissarlo nell’indecisione, aprirlo o non farlo, restare ed aprirlo o andare via e ritornare l’indomani, la luce era quasi andata del tutto via e la tenebra minacciasse ormai le zone franche vi era sempre il piano di sotto dove Paura attendesse bramosa.

Dreamin’ on #5313: C'è un mostro nel cassetto, non so come né perché, c'è un mostro nel cassetto se lo apri peggio per te. C'è un mostro nel cassetto non lo so che cosa mangia ma di sicuro non gli è mai venuto nemmeno un mal di pancia.

Quando (mi) capita di attraversare il maledetto bosco, vuoi perché a seguire la provinciale a piedi con tutti quei tornanti rischi di metterci tutta la notte, vuoi perché vanno come i pazzi e ogni auto ti piomba addosso prima delle stesse luci dei fari (comunque spente), vuoi perché ogni volta che mi riprometto di non far così tardi, inevitabilmente, sono sempre qui (lì) ad andare in codesto modo... guardo la strada davanti a me, guardo fisso non più di qualche metro più avanti, la strada sia essa d’asfalto o terra e pietre non importa, non guardo mai ai lati, guardo avanti facendo attenzione a non guardare oltre il ciglio dell’eventuale svolta, ciò che è nel bosco resta nel bosco se vuoi che stia nel bosco, ciò che vuoi che stia nell’armadio sta nell’armadio se vuoi che stia nell’armadio perché diversamente, ad una certa ora, quando non esiste più una netta separazione tra oscurità e luce, quando la ragione pende flebilmente ma tremendamente verso la superstizione, la strada potrebbe non bastare, la porta potrebbe non bastare, le pillole potrebbero non bastare, chiudere gli occhi sarebbe impossibile, aprirli lo sarebbe altrettanto. Eppure… faccio sempre d’estate la solita corsa ben oltre l’imbrunire, attraverso la macchia infestata dai corvi saprofagi, la discarica dei tralicci, se porti con te un tubo al neon causa l’inquinamento elettromagnetico persistente nell’area si accenderebbe persino, salgo con la luce e ridiscendo con l’oscurità, sguardo fisso sempre e attento a dove metto i piedi e pur ascoltando ogni cosa non bado al rumore perché sento solo l’adrenalina ed il flusso sanguigno nelle orecchie e l’acido lattico… e non mi volto mai indietro, mai e per nessun motivo.

Dreamin’on #4871: Aspetto in mezzo alla strada, non so cosa stia aspettando o per cosa ma sono lì ed aspetto. Segni colorati si alternano a luci intense in fondo alla galleria. Un treno salta da un binario ad un altro. Cani impazziti combattono per un osso sotto la finestra del sindaco. Vorrei muovermi ma non ci riesco, sto in mezzo alla strada ed è l'unica cosa che so. Ogni auto è completamente distrutta, incendi ovunque, nebbia profonda e rabbia diffusa. Aspetto in mezzo alla strada adesso lo capisco, mi hanno investito. Sono il cadavere spappolato sull'asfalto che ancora attende di essere portato via.

Ebbene... ricordo una notte terribile e da quella terribile notte ne è passato di tempo, sono volati anni e lustri, è cambiata la casa, è cambiata la mia paura ancora una volta, ancor prima che una notte di tardo novembre esplodesse il camino e mi trovassi faccia a faccia con il fuoco dell’inferno, ancor prima che riuscissi ad avere testa e fare, in quantità talmente importante da dimenticare quella stessa casa, forse solo in modo temporaneo forse solo per poi continuare a riflettervi e ricordare... qualcuno c’è ancora, altri... pochi o tanti... no, non più.

Ci sono io e vi ritorno ogni volta, cinquanta volte l’anno, finché questa paura che cova nel profondo e solo, apparentemente, sopita continui ad esercitare quel fascino pagano, finché ho forza e voglia di macinare strade e chilometri e vento e acqua e disagio e cazzi amari da profondo sud, finché ci riesco la mantengo, mantengo questa paura, questi pensieri e le mie storie ed i miei ricordi…
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Con gèntilebèntile feci il mio primo patto di sangue. Ovviamente quello è il soprannome che gli avessi dato e lui ne aveva dato uno a me, non erano delle ingiurie solo dei nomignoli senza senso, quelle maniere primordiali di confidenza che si adottassero tra ragazzini in un tempo ormai perso e...
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08/02/2019 12:46:23
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