Come il tempo di Spoon IV

10 febbraio 2017 ore 17:34 segnala
Basta baccano, basta balocchi, basta brucianti beceri baccanali. Bella, bellissima baracca battente bandiera baronale, bella belligerante bardotta bastarda. Bocca bastarda. Brancola… Brancolai… buio… bistrattato bissai bordi, bramai bruciare, brindando bevvi, brunendo bacchette, beffando benefici, blindando bassezze. Bestia bastarda battuta bottana, bacia, batti, baciami, batti, bofonchiando batti, biascicando bene bacia, batti, battendo bersaglio bendato… bucato, bloccato, bucato. Bastonata, bella brutta bastarda, batti, batti ben bilanciata, burlati boccheggiando, buttati, basta bissare. Banalizzando… baciami, benedicimi, battezzami, biasimami… bruciandomi.

Avete idea di quanto sia da evitare il primo mattino nel momento in cui ci si accorge che sino ad un istante prima (si) fosse ancora (in) piena notte e che tutto sia cambiato mentre, rimanendo assolutamente vigili, le ore schizzano via emottoicamente, dissanguando(mi) stilla dopo stilla ogni restante e minima speranza che l’oscurantismo non finisca mai. Il maltempo si è rimesso finalmente. Da un po’ di tempo parlo al vento… forse solo alle foglie… faccia nella terra, parlo con i vermi, tra le travi, sotto i pavimenti, scorrono liberi in/per ogni fessura, scorrono e scivolano come fiocchi viola di neve marci, li sento crepitare ogni istante, sono tarli mutanti, rosicchiano e succhiano, succhiano e rosicchiano e questo mi consuma, mi erode, maceramaceramacera marciscimarciscimarcisci, mi fa pensare che sia questa luce così odiata ed inaspettata che mi sorprende all’improvviso e non ho con me le mie pillole, le mie care pillole, piccole, solide, facili da perdere e per questo ne ho sempre una scorta, le ho perse, per questo ne ho con me una scorta, le ho perse, piccole acuminate schegge che attaccano la mia base elementale. Agiscono, oh sì, agiscono ed io mi sento quasi brillo ma è solo un modo per non attaccare alla gola il primo che si azzardi a dirmi anche solo ciao. Agiscono, oh sì agiscono ed io galleggio come un palloncino, un palloncino non gonfio di elio ma di frizzantino puro ed avverto quel sibilino nelle orecchie, un sibilino come quello che faccia il vapore prima di superare la barriera del suono, prima che si trasformi in fischio, urlo, sirena, frastuonospaccatimpani. Chi cazzo ti ha detto di salutare, devi per forza rompere il ghiaccio? A me il ghiaccio piace quindi non rompermi il ghiaccio e soprattutto non rompermi i coglioni. Perché devi dirmi ciao, ti è indispensabile, necessario, forse vitale di primo mattino? Maceramaceramacera marciscimarciscimarcisci. Allora lasciami il mio ghiaccio, il mio iceberg, puoi lasciarmi nel fottuto polo per quel che mi riguarda ed allo stesso tempo vedi di lasciarmi anche e soprattutto in pace che a me il ghiaccio piace.

Probabilmente fu solo quella notte che decidesti di dir(me)lo, fu quasi un sospiro, fu quasi un sussurro, era quello che servisse, era ciò che ci piacesse, era l’unica scelta possibile e fu solo quella notte che finalmente le possibili curve temporali rallentarono il loro vorticare per costruire una via retta. Certo, cosa sarebbe durare in eterno? Niente potrebbe, forse le intenzioni no meglio gli intenti. E la strada sembrò spianarsi, mollarsi in discesa, accelerando senza alcuna intenzione di rallentare, senza alcuna remora che potesse dalla strada farci deviare. Penso che tu abbia conservato quell’insieme, quel piccolo insieme. Penso che te ne ricorderai al momento opportuno e penso che non avrai alcun problema a farlo. Sono gli aspetti positivi di un ricordo, sono le inevitabili aderenze di una scelta comune, sono solo…

Non ricordo… dobbiamo risalire lungo il fiume o discendere lungo lo stesso? E l‘ansa che ci interessa in questo caso verrebbe sul nostro lato oppure sull’altra sponda? Non capisco, che cazzo mi devo portare a fare questa pala quando l’ultima volta ne abbiamo lasciata una lì ad memoriam, in attesa di ritornarvi? Credi stia facendo troppe domande? Porga troppi quesiti? Faccio domande perché voglio risposte, anelerei delle risposte, non ti costa fatica rispondere, mettere in moto testa e cervello e dare fiato, fa’ vibrare codeste tue succulente corde vocali, fa’ ch’io l’oda, t’oda, soda questa sabbia, soda da bere, mi costa una fatica starti al passo non sono mica un cane da chiamare fischiando, dobbiamo avere un rapporto civile quindi io domando e tu rispondi, tu indichi ed io scavo, sai com’è… quid pro quo, io ti do una cosa tu mi dai una cosa, tu conduci, io ti seguo. E poi perché diamine a quest’ora? Non era meglio spostarsi con il fresco? Non sarebbe stato meglio attendere il crepuscolo? La luna, la bella luna, quant’è bella la luna, un minimo di sensibilità cazzo, si poteva attendere che la lunazza si affacciasse prima di iniziare. E invece no, sono nel bosco perché a te piace andar per rovi in pieno giorno, con le zecche che saltano alle ginocchia, non c’ho niente contro il bosco ed il sottobosco e la pineta e per quel che mi riguarda l’intera fottutamente intera foresta pluviale, ciò che asserisco è solo il fatto che forse si sarebbe potuto aspettare un tempo ed un orario più consoni tanto poi sono io che debba scavare. Oh… credi che ti stia facendo un favore? Il favore lo faccio a me stesso, non siamo ancora così intimi da poterci salutare figurati farci i favori a vicenda… comunque… li vedi tutti quei corvi, aspettano, aspettano, come chi deve abbandonare casa e cerca un passaggio iniquo come la sua fine, aspettano come il ragno sulla sua tela di controllo, aspettano impassibili, ho provato a contarli ma faccio prima a contare i posti vuoti che quelli occupati. Aspetteranno te? Aspetteranno forse anche loro un’ora decente mica sono teste di cazzo come te e me, sono solo uccelli.

Ricordo… rettitudine randomica, rossa rabbia, rozzi rostri rapaci, rane, rane romantiche, rane raccapriccianti. Rastrellai rosse rune, riccamente rabbrividii, riuscire? Ragguardevoli reagenti razziai, razionalizzando… rettitudine! Ragionai, ragguagliai realizzando recinti ramificati. Recuperai razioni, raccordandomi rammollendomi rividi, ressi, regnai. Rapinai rafforzandomi, raschiai rappezzandomi. Rozzo romanticismo recitato, rammentai rischi recalcitranti, regole recise; ricordi rubai raddolcendomi. Ricordi… raddoppiati, rabberciati, rassicuranti, regalati… Ricordo rimasi rantolante... ricordo, rimasi.

Piccole sezioni di cilindro, appena segnate a mezzo, appena appena sottili, piccole e numerose, insapori, inodori, sezioni minuscole di un cilindro caoticamente disposte in un cilindro di plastica più grande e se te lo agiti, intendo il cilindro grande, avverti un rumore come di sabbia vorticante, un rumore sommesso eppure così caratteristico, la coda del tempo che scorra, la vite che (ti) affonda, la crosta che si deforma, l’uragano nel piccolo stagno, alba rossa in uno specchio frantumato. Facili (piccole sezioni, sono piccole) da perdere e per questo ne ho una scorta… Lithium, ah sì… questo cambia tutto, devi sapere che il Litio è un metallo, metallo leggero certo, il suo numero atomico è tre, quindi parte già bene, quando interagisci con suddetto metallo chimicamente parlando, alcuni processi, diciamo così, non perfettamente regolari traggono gran giovamento. È ovvio che se restassi esposta a del litio puro non riceveresti alcun beneficio anzi resteresti probabilmente incenerita e/o dilaniata dalla deflagrazione poiché il Litio ha il vizio di reagire molto violentemente a contatto con acqua o aria e con la risultante di sprigionare idrogeno. Facci caso, per farti stare meglio deve essere imbastardito, per non farti stare in nessun modo per sempre deve essere semplicemente puro, sembra quasi una figura retorica non ti pare? Detto ciò, e ritornando al suo splendido uso chimico, al di là degli eventuali effetti collaterali causati dall’uso prolungato e non controllato della sua assimilazione, il Litio agisce sull’umore ed in particolare sul disturbo bipolare. Cosa? Quando siamo? Vedi l’obliquo come si interseca a mezzo? Non che si sia savi a questo punto ma sappi che l’uso della chimica è certamente (chiedilo a mille e novecentonovantanove di risponderanno che sia) morte e distruzione ed annichilimento globale ma (solo l’uno su mille ti dirà) con piccole eccezioni. Afferro il cilindro grande, lo sbatto un poco, mi assorbe la sua musica, apro il cilindro grande e catturo le minuscole sezioni di cilindro al suo interno, due quattro, no… meglio due… vabbene quattro, no due… insomma le prendo tutte… tutte quelle che abbia catturato, per non doverlo rifare dopo, che fatica, le prendo adesso o sì, oh sì… Oh, a proposito… meglio il Litio del Mercurio comunque… dovendo scegliere, io andrei sul mercurio ma il Litio ha una sua perversa putrida prorompente poesia.

Fammici pensare… ma ho idea di aver già vissuto questa situazione solo che ad un certo punto tu vomitavi, adesso se fosse stato un sogno il (tuo) vomito non avrebbe dovuto lasciar traccia e allora perché sento ancora questo tanfo? Non è stato un sintomo di medullo blastoma, non è stato un sogno, abbiamo effettivamente fatto già questa cosa e (se) acconsenti… devo andare via da qui. Sì sì andiamo andiamo basta che ci spostiamo, il fiume è tutto uguale, non capisco se ci si stia muovendo a monte o a valle, magari è uno di quei fiumi circolari, quelli che non sfociano da nessuna parte, immagina la fregatura, ma tu dici che la strada sia quella giusta ma ho la spalla che mi fa veder le stelle, e non sono solo stelle, ma ci sono comete, asteroidi se mi concentro vedo pure una cazzo di nebulosa, adesso ti dico cosa… vedi l’argine più alto con quelli che sembrano castagni, lo so anche io, in riva al fiume quanti cazzo di castagni vuoi trovare? Eppure quegli alberi castagni sono, ecco… ci fermiamo lì all’ombra, perchéperchéperché? Perché due no fa tre, ci fermiamo, ci sediamo, io fumo tu fa’ pure un solitario ma ci fermiamo. Mentre piove, il fiume ingrossa, i miei pensieri si diradano, puoi anche fare a meno di far conversazione e anche fare a meno di rispondere, ascolto il fluire dell’acqua, il cadere dell’acqua, il fragore dell’acqua, tanto (mi) basta. Penso che mi fermerò per un poco, non saprei quantificare quanto, ma adesso non ascolto niente di male, i mattoni sono a terra nel sacco e non me li devo sobbarcare, dovresti rilassarti, respira piano quasi fosse un veleno, accoglilo piano e lascia che vada, tu fa lo stesso, conformati anche contorcendoti se ciò ti aggrada. Stiamo di nuovo ‘a menz’u fangu, ‘addha u fangu. Anche questa sembra una figura retorica, questo è il tuo ruolo… darmi le maschere? Ma sai da quanto tempo io le/ne abbia? Non ho mica bisogno che tu me ne fornisca altre, è un tempo immemore e a volte non riconosco più il mio volto tante siano le stesse volte che abbia cambiato una maschera come il mio nome, una per ogni nome, una più una più una più una e sono quattro come quattro i nomi e il cambiare vorticosamente mi lascia spesso perplesso perché credo di non sapere più chi io sia.

Chiama concettualmente cara, chiama con cura, chiama, cerca. Compiute conformazioni concimano, cattive compagnie camuffano corpi canuti. Chiama, chiama, cadrai come caddi, cadrò come cadesti. Calmati, chiama con convinzione, chiama… carpirai concetti, comprenderai come circuire, cucirai ciocche, cucinerai cimici, canterai… canterai. Corri! Corri!

Ah, controllo, sono anni che non perdo il controllo, aneli questa perdita o solo una perdita oppure la perdita? Cosa vuoi che sia a questo punto? L’acqua sale e nel fango si scende, si affonda, si profonda, striscia sulle ginocchia se ti sembra più semplice avanzare. Vedi cosa sia la perdita del controllo? Conta pure, io a quattrocentocinquantanove ho perso il conto, vorrei esattamente ricordare ogni perdita, ogni disgregazione autoinflitta ma il tempo ammorba come la ragione, come ogni altra cosa abusata. Nonostante questa situazione, la strada da fare, le maschere perdute, la pala, i mattoni che devo ricaricarmi addosso, vedi… nonostante tutto questo ti sto ancora a seguire, ti sto ancora a sentire, stiamo aspettando, sto aspettando ma solo che il fango scorra e ritorni acqua e speranze e latenze di un pensiero che da troppo tempo trovo disperso. Avresti dovuto usare quel nome, insomma, non si pensa così tanto ad un nome, non ci si spende e non ci si consuma così a lungo inseguendo un nome per poi non usarlo. È un peccato, sarebbe un peccato… quindi tienilo ed usalo non appena ti serva.

Accesi il fuoco mentre dalle frasche umide un denso fumo misto a vapore iniziava a levarsi, certo non era solo per le frasche, c’era dell’altro, poco ed infinitesimale ma bastante. Lo spazio era ristretto ma così doveva essere e per quanto ci si potesse preparare ogni volta, ogni volta è sempre come la prima, non sai quale porta ti verrà incontro e non sai se attraverso quella passerai. Non puoi sapere dove il cammino porti e se effettivamente ve ne sia una ragione. Maceramaceramacera marciscimarciscimarcisci. Non è una questione di parole, di lettere incastrate alla perfezione, di una fitta trama tessuta di frasi come incisi, di discorsi come fiumi, di virgole incastonate come gemme che ripecchino l’insieme dandovi un senso. L’ora immensa continuava nel dilatarsi, la temperatura procedente a sbalzi, piccoli riflessi e l’abbacinio crescente, era quasi tempo, era quasi adesso, era quasi un momento. Non era una questione di luce, non era una questione di parole appunto, contava solo la percezione, l’ingannevole chimica che ci si potesse aspettare, attendere e così attese, e così attesi.
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Basta baccano, basta balocchi, basta brucianti beceri baccanali. Bella, bellissima baracca battente bandiera baronale, bella belligerante bardotta bastarda. Bocca bastarda. Brancola… Brancolai… buio… bistrattato bissai bordi, bramai bruciare, brindando bevvi, brunendo bacchette, beffando benefici,...
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10/02/2017 17:34:16
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Commenti

  1. VirPaucisVerbo 14 febbraio 2017 ore 14:39
    Strepitoso. Non riesco ad aggiungere null'altro. Bisogna solo leggere più volte questo pezzo.

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