L'incantroppio I

08 febbraio 2019 ore 12:46 segnala
Con gèntilebèntile feci il mio primo patto di sangue. Ovviamente quello è il soprannome che gli avessi dato e lui ne aveva dato uno a me, non erano delle ingiurie solo dei nomignoli senza senso, quelle maniere primordiali di confidenza che si adottassero tra ragazzini in un tempo ormai perso e irritrovabile. Un patto di sangue, per un motivo non tanto importante in fondo a pensarci oggi ed a distanza di quasi quarantanni… all’epoca però, per la mia età, quello della religione, mi sembrò un motivo davvero valido. G. aveva un altro credo, diciamo così, un credo a lui imposto ma ormai accettato, questa cosa era palese durante l’ora di religione, nessuno ci faceva caso ma cazzo non era così ed io non riuscivo a capire quale potesse essere il motivo per il quale non potesse comportarsi in un certo modo o (non) fare alcune cose. Spesso tornavamo a casa insieme da scuola ed inevitabilmente io non potevo fare a meno di chiedergli tutto ed ogni cosa su di un argomento che a me sembrasse invero strano tartassandolo di domande continuamente. Dopo mesi di insistenza infine lui accettò di rispondermi a patto che giurassi di non rivelare nulla a nessuno di ciò che mi avesse detto ed io giurai, ma per essere davvero sacro un giuramento aveva bisogno di qualcosa di diverso che la semplice parola di due ragazzini. Decidemmo così per il sangue. Ovviamente si sarebbe dovuto pianificare, ovviamente io avrei dovuto aspettare le sue rivelazioni sino a che il patto non fosse stato consumato ed effettivo ed ovviamente ottenni di conoscere ogni risposta ad ogni mio quesito.

Dreamin’on # 4321: La città in cui cammino è sempre allagata, piena d'acqua, piove sempre, manca la luce, macchine ad ogni incrocio sono distrutte, nessuno in giro. Non so che ora sia, ora è buio ora no, il rumore incessante di acqua che scorre riempie la realtà. Continuo a vagare tra le macerie ascolto un suono. Il silenzio dei morti.

Avevo una folle paura del buio da ragazzino. La paura è una chiave ed è anche il pozzo stesso, a volte è un mezzo altre è solo zavorra che ti mantiene ben ancorato sul fondo dell’incubo. Avevo una paura indescrivibile del buio perché la mia fantasia già sviluppata più del normale necessitasse di linfa continua. Quando i miei coetanei al massimo leggessero forzatamente (causa compiti e/o impegni scolastici) e senza neanche la dovuta attenzione De Amicis, Collodi o (i più diciamocosì lessicamente portati) La Fontaine o Salgari, io pensavo ad Avalon, alla città sommersa e perduta di R’Lyeh ed al suo signore indescrivibile, al Nautilus e come procurarmi una foto, almeno una foto di una piovra, alle Miniere di Moria ed a come aprirne la porta, a non disturbare mai l’acqua calma, al Palantir ed al suo tanto favoloso quanto pericoloso uso. Alle dimensioni nascoste, al fatto che spesso affacciarsi su di un mondo diverso consentisse certamente di vedere dall’altra parte ma al contempo si potesse anche venir visti e che in questo caso, lo scambio di vedute non rimanesse un semplice scambio di vedute, l’azione e reazione combinate trasportavano qualcosa in entrambi i versi e questa era la cosa alla quale non smettessi mai di pensare… Certo, pensavo anche al potere dell’anello, alla sua corruzione, beh, probabilmente non utilizzavo (né conoscevo) un termine come corruzione a quell’età ma senza dubbio, di quell’anello, avrei (dovuto) voluto possederne uno.

“Cazzo come piacerebbe entrare in quella sfera!!!”

Dopo la scuola ritornando a casa, discutevo con i miei compagni, almeno quelli che non mi picchiassero o con i quali non si faceva a botte di tutto ciò che mi risultasse ancora inspiegabile, alcuni condividevano il mio stesso interesse e tali conversazioni ci permettevano veri e propri salti temporali… con il tempo, nel tempo, alcuni di questi assidui conversatori iniziarono presto ad appassionarsi ad altro o più tristemente al niente. Conversare non era d’uopo, non era la cosa più importante, certo era una gran bella cosa ma se non avessi potuto più farlo avrei di certo trovato un altro modo.

“C’è una cosa che non ho mai sopportato in questa fottuta città… tutti quei cazzo di vampiri!!!”

La paura è una cugina molto gelosa, ha per te mille attenzioni e vuol essere coccolata tutto il tempo, non importa il dispendio di energie che possa causarti e non importa le carenze che tu possa avvertire. La paura si evolve e nel farlo ti tiene sempre per mano, se la tua mente risulta essere piccola ed impreparata incide in modo tanto semplice quanto effettivo ed alla tua crescita conseguente, attiva nuovi elementi e nuovi feticci per tenerti saldo. Ti guida per mano, poi ti abbraccia e come una madre troppo apprensiva o un po’ psicosopatica ti stringe sino a soffocarti. E questo capitava a volte, la paura mi soffocava in piena notte, contro il muro lungo il corridoio, un corridoio che sembrasse senza fine, pieno di trappole mortali ed angoli dietro i quali si celassero orrori indescrivibili. L’abbraccio diventava freddo ed io iniziavo a sudare ma per quanto avessi voglia di dar fiato all’urlo che avessi in gola, niente veniva fuori e spesso chiudendo gli occhi, nonostante lo stato nel quale mi trovassi, piombavo in un sonno profondo privo di sogni ed al mio risveglio la luce dell’alba filtrava già attraverso le persiane e la paura era andata via lasciando il posto ad altri cimenti e sfide. La tenzone era solo rimandata ovvio, ci sarebbe sempre stata un’altra notte e la Paura ne era a conoscenza, sarebbe ritornata dolcemente ma inesorabilmente e così la sua stretta adamantina intorno al mio collo.

“storie di lupi mannari... andiamo signore...”

Dreamin’on #3210: Sono seduto, non posso alzarmi, muovo una mano ma mi accorgo improvvisamente di essere legato saldamente alla sedia. La stanza è indefinita, la porta, le porte affiorano sulla parete, si spostano lateralmente rispetto al mio punto di osservazione. Pieno giorno, luce diurna, cammino su un ponte, ma ai lati del ponte una spessa coltre bianca impedisce di osservare.

Cercando tra i libri nella biblioteca di mio nonno, che poi era il suo studio nel quale si ritirasse ogni qual volta dovesse scrivere e poi dettare per telefono un articolo allo stenografo per la Gazzetta, trovai un libro che iniziò ad ossessionarmi, questo libro con una splendida immagine di copertina raffigurante il nostro sistema solare, aveva un titolo interrogativo. Faceva riferimento all’anno duemila. Il millenovecentoottanta era ancora lontano giusto un paio di anni ma quel libro sicuramente descriveva e trattava cose davvero lontane temporalmente parlando e per questo non potei fare a meno di leggerlo. Per non farmi scoprire mi nascondevo sotto la scrivania, leggevo quel libro tra le ginocchia, a pensarci è una posizione che oggi sembri davvero impossibile anche solo da azzardare, leggevo rigorosamente di giorno nel primo pomeriggio mentre mio nonno riposasse, quando soprattutto in estate la calura impedisse di star fuori ad agguantare lucertole. Riuscivo a leggere anche un capitolo intero prima di accorgermi che si fosse fatto troppo tardi e fosse il caso di rimettere a posto quel dannato libro e tornare quindi a fare cose da bambini fuori.

“È un pezzo ad altissima precisione, non può mancare il bersaglio… Eh, del resto, a che cosa si potrebbe sparare con una pallottola d’argento? Anche ad un lupo mannaro, per dirne una…”

Dreamin’ on #5478: Non c'è un motivo in particolare, sento qualcosa in bocca che non va, i denti si muovono, iniziano a staccarsi e cadono. Cadono tutti, anche le gengive vengono via come nastro adesivo. Parlo con difficoltà.

Un giorno esplorando una vecchia casa trovai qualcosa, la casa era pericolante, giravano voci sul suo imminente abbattimento, erano gli anni settanta, respiravamo amianto, facevamo esperimenti con il mercurio quotidianamente, si aveva un senso del pericolo molto più limitato e allo stesso tempo si facevano delle cose davvero impensabili al giorno d’oggi. Questa casa aveva un’anima tutta sua, anche lì entravo di giorno ma una volta dentro era come trovarsi a mezzanotte in piena brughiera. Odore di chiuso e di muffa, scricchiolii e gemiti dei mobili facevano tendere le orecchie, fermavano il respiro, il cuore iniziava a pompare così velocemente da sentire le tempie esplodere per la pressione. Vi erano parti in legno come una grande scala che portasse al primo piano e poi parti in muratura, ogni passo produceva un rumore caratteristico. Salendo su al primo piano, badando a non gravare sui gradini marci si accedeva anche alla soffitta, l’entrata era libera e vi si accedeva tramite una malandatissima scala a pioli salita la quale in principio era buio pesto ma superato questo primo ostacolo visivo e soprattutto oltrepassato il primo tramezzo, il tetto era squarciato ed il sole inondava ciò che della soffitta restasse disegnando letteralmente con la luce gli spazi esposti. Paura cugina mia, in quel momento iniziasti a diventare trasparente, la luce era a lei interdetta e a causa di ciò trascorsi l’intero pomeriggio a rovistare in quella soffitta incurante delle zanzare, del caldo, e del sudore e finalmente come nelle migliori delle storie di pirati, trovai un baule e però per me era un forziere, non proprio di Morgan ma almeno quello del fratello. Ricordo che rimasi a fissarlo nell’indecisione, aprirlo o non farlo, restare ed aprirlo o andare via e ritornare l’indomani, la luce era quasi andata del tutto via e la tenebra minacciasse ormai le zone franche vi era sempre il piano di sotto dove Paura attendesse bramosa.

Dreamin’ on #5313: C'è un mostro nel cassetto, non so come né perché, c'è un mostro nel cassetto se lo apri peggio per te. C'è un mostro nel cassetto non lo so che cosa mangia ma di sicuro non gli è mai venuto nemmeno un mal di pancia.

Quando (mi) capita di attraversare il maledetto bosco, vuoi perché a seguire la provinciale a piedi con tutti quei tornanti rischi di metterci tutta la notte, vuoi perché vanno come i pazzi e ogni auto ti piomba addosso prima delle stesse luci dei fari (comunque spente), vuoi perché ogni volta che mi riprometto di non far così tardi, inevitabilmente, sono sempre qui (lì) ad andare in codesto modo... guardo la strada davanti a me, guardo fisso non più di qualche metro più avanti, la strada sia essa d’asfalto o terra e pietre non importa, non guardo mai ai lati, guardo avanti facendo attenzione a non guardare oltre il ciglio dell’eventuale svolta, ciò che è nel bosco resta nel bosco se vuoi che stia nel bosco, ciò che vuoi che stia nell’armadio sta nell’armadio se vuoi che stia nell’armadio perché diversamente, ad una certa ora, quando non esiste più una netta separazione tra oscurità e luce, quando la ragione pende flebilmente ma tremendamente verso la superstizione, la strada potrebbe non bastare, la porta potrebbe non bastare, le pillole potrebbero non bastare, chiudere gli occhi sarebbe impossibile, aprirli lo sarebbe altrettanto. Eppure… faccio sempre d’estate la solita corsa ben oltre l’imbrunire, attraverso la macchia infestata dai corvi saprofagi, la discarica dei tralicci, se porti con te un tubo al neon causa l’inquinamento elettromagnetico persistente nell’area si accenderebbe persino, salgo con la luce e ridiscendo con l’oscurità, sguardo fisso sempre e attento a dove metto i piedi e pur ascoltando ogni cosa non bado al rumore perché sento solo l’adrenalina ed il flusso sanguigno nelle orecchie e l’acido lattico… e non mi volto mai indietro, mai e per nessun motivo.

Dreamin’on #4871: Aspetto in mezzo alla strada, non so cosa stia aspettando o per cosa ma sono lì ed aspetto. Segni colorati si alternano a luci intense in fondo alla galleria. Un treno salta da un binario ad un altro. Cani impazziti combattono per un osso sotto la finestra del sindaco. Vorrei muovermi ma non ci riesco, sto in mezzo alla strada ed è l'unica cosa che so. Ogni auto è completamente distrutta, incendi ovunque, nebbia profonda e rabbia diffusa. Aspetto in mezzo alla strada adesso lo capisco, mi hanno investito. Sono il cadavere spappolato sull'asfalto che ancora attende di essere portato via.

Ebbene... ricordo una notte terribile e da quella terribile notte ne è passato di tempo, sono volati anni e lustri, è cambiata la casa, è cambiata la mia paura ancora una volta, ancor prima che una notte di tardo novembre esplodesse il camino e mi trovassi faccia a faccia con il fuoco dell’inferno, ancor prima che riuscissi ad avere testa e fare, in quantità talmente importante da dimenticare quella stessa casa, forse solo in modo temporaneo forse solo per poi continuare a riflettervi e ricordare... qualcuno c’è ancora, altri... pochi o tanti... no, non più.

Ci sono io e vi ritorno ogni volta, cinquanta volte l’anno, finché questa paura che cova nel profondo e solo, apparentemente, sopita continui ad esercitare quel fascino pagano, finché ho forza e voglia di macinare strade e chilometri e vento e acqua e disagio e cazzi amari da profondo sud, finché ci riesco la mantengo, mantengo questa paura, questi pensieri e le mie storie ed i miei ricordi…
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Con gèntilebèntile feci il mio primo patto di sangue. Ovviamente quello è il soprannome che gli avessi dato e lui ne aveva dato uno a me, non erano delle ingiurie solo dei nomignoli senza senso, quelle maniere primordiali di confidenza che si adottassero tra ragazzini in un tempo ormai perso e...
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08/02/2019 12:46:23
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Commenti

  1. MorganaMagoo 11 febbraio 2019 ore 08:09
    Ci sono i mostri nei cassetti, e a volte i mostri si mangiano i cassetti...che storia.
    Ogni volta che ti leggo è come entrare in un mondo mentale tuo ma che è assomigliato a tratti anche al mio e a quello di chissà quanti altri...paure, traumi, ricordi, orrori, la casa con l'amianto e il mercurio che solo a pensarci è già in pericolo la vita, il bosco nero...Affascinante e nero come sempre :-) stammi bene, per quel che puoi... :-*
  2. AllegroRagazzo.Morto 11 febbraio 2019 ore 12:46
    @MorganaMagoo: Ciao Morgana, probabilmente ognuno di noi resta succubo delle stesse paure seppur attingenti a fonti diverse, primo o poi questo periodo passa e/o forse le paure semplicemente mutano alzando il tiro... spesso l'origine di ogni paura è solo sepolta dentro di noi a portata di mano ma non per questo estirparla come un'erbaccia risulta essere più semplice.

    Senza nero non potremmo capire e/o apprezzare quanto i colori possano mancarci e per questo probabilmente apprezzarli...

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