L’incantroppio II

21 marzo 2019 ore 16:05 segnala
Quanti sono sette anni? Forse sono pochi pochissimi, forse sono tanti, forse sono niente o sono una vita o sono solo di essa un adeguato principio… ma sette anni possono anche essere l’inizio di un percorso ancora più lungo oppure nulla. Le assi erano spesse una decina di centimetri e molto lunghe e sufficienti allo scopo, le sistemammo sovrapposte e avrei detto fossero resistenti ma, diamine, avevo solo sette anni e per i miei sette anni, quelle tavole di legno erano la cosa più dura e resistente del mondo. Sette anni sono sufficienti per farti un’idea della vita e come essa possa improvvisamente terminare? Credo proprio di no, tuttavia, sette anni sono anche un terribile e meraviglioso modo di giocare seriamente ed inconsapevolmente con quanto di più oscuro si celi ai margini, dietro ogni angolo.

Dreamin'on #5191: Deep into the forest, deep into the rain, running, walking, running, bleeding, I sense my blood's spilling all over, it’s too much, it’s too much. I took one bus and suddenly roads change into rivers, how the bus goes it's a mystery but it goes anyway, I feel shallow and cold, my brain’s leaking through my nose and I want to sleep.

Nelle giornate dai pomeriggi interminabili che andavano da metà giugno a metà luglio, quando lo stesso asfalto sembra ammorbidirsi e sembra sia quasi possibile lasciarvi le impronte camminandovi appena, quando l’arsura si moltiplica perché l’acqua da ogni fontana sgorga già tiepida, quando ci si sente invincibili sino a che il sole non tramonti ed il buio sembra solo una parola con troppe vocali, noi, avevamo un posto segreto. Era un grande palazzo in costruzione, la struttura di sette piani era praticamente completa ma come struttura, essa assomigliava più ad uno scheletro che ad un palazzo. Era difficile immaginarvi ambienti e pareti ed ascensori dove tutto era spoglio ed essenziale, cemento grossolano e intelaiature di ferro a vista prive di qualsivoglia protezione o indicazione, sacchi aperti di calce e polvere dappertutto. Diamine! Erano solo gli anni settanta, il loro finire, ma non per questo sarebbe stato congruo affermare che i ragazzini di allora (ed io con essi) utilizzassero maggiori precauzioni o restassero più attenti rispetto a quelli di oggi. In pieno solleone, subito dopo pranzo, ognuno di noi lasciava la propria casa con un’unica meta, il nostro posto segreto. Era molto facile accedere ad una delle rampe perché ci si trovava davanti ad un cantiere completamente aperto ed in mezzo ad altri palazzi ormai completati ed abitati, nessuna recinzione, nessun avviso e per di più i lavori erano fermi ormai da più di un anno, si era nel periodo del cosiddetto assestamento a sentire le persone, si era in terra di nessuno dico io.

La prima cosa a colpirmi era il cambio di temperatura, fuori potevano esserci anche quaranta gradi all’ombra ma dentro, appena dentro, si sentiva subito la frescura dell’aria mista a qualcosa di stantio ed umido. Un’altra cosa incredibile era l’eco presente. Ci si poteva insultare da un lato all’altro dei piani con pochissime pareti non portanti e ogni eco rimbalzava ovunque, ci si doveva insultare altrimenti si perdeva autorità, chi si tirava indietro diventava inevitabilmente un bersaglio comune e la sfida degli insulti non era solo che la prima di diverse altre. Sei debole ti attaccano ma se sei debole allora fingi di essere più forte, anzi meglio, il più forte, allora novantasucento nessuno ti attacca e chi vuole farlo ci pensa almeno due volte prima di farlo, se sei debole, fingi di essere il più forte comunque.

Dreamin'on #2370: Air's slimy, got difficult breathing, no light just flashes of past lives on future comings, somebody’s life, nobody’s life, certainly not mine. No words, no sounds, I'm in deep space racing on cloud nine and I feel my lungs are freezing then my eyes implode, I think I die without even a good look at the closest Nebula Cancer, damn, what a shame.

Dagli insulti alle barricate si iniziava a fare sul serio quasi subito e così si saliva lungo le rampe sottili per sette piani, ogni rampa priva di qualsivoglia ringhiera, ogni rampa sembrava, correndoci sopra, ondeggiare e che fosse quasi sospesa, senza peso, ma incuranti dell’altezza salivamo e correvamo senza guardare ai lati ma solo in avanti e così, a rotta di collo, una dopo l’altra e tutte d’un fiato bruciavamo quelle rampe dai gradini appena abbozzati fino all’ultimo piano. La paura stimola la crescita così a volte sento dire… io credo che la paura possa anche stroncarla definitivamente la crescita a scherzare troppo con il fuoco. Quale fosse la mia paura più grande quarant’anni fa… potrei azzardare ma di sicuro non sbaglierei perché lo ricordo come fosse ieri, non avevo ancora paura del buio ma avevo una terrore sacro di morire, paura di morire tra atroci sofferenze. Puoi spaventarti a sufficienza da solo quanto vuoi ma solo rivedendo nello sguardo altrui quel brivido terrificante ed autentico, a te così familiare, che puoi davvero fartela sotto. Su quel cemento e quella calce, in quel dannato palazzo, ho lasciato metri di pelle abrasa e litri di sangue, tutti noi abbiamo pagato un tributo quasi quotidiano, spesso era cosa da poco ma alcune volte gli incidenti più seri richiedevano dei punti e non ultima una bella dose di mazzate perché nessuno, nessuno di noi avrebbe mai tradito quel luogo, nessuno avrebbe svenduto quel segreto, era il nostro posto e non sarebbe importato a nessuno pagare sulla reticenza e sul dolore. Ci facevamo rappezzare insomma ma solo due volte per quanto io ricordi, gli eventi presero una piega molto ma molto più seria.

Con alcuni compagni di scuola andavo a vedere ogni film disponibile al cinema, questo valeva per ogni giorno privo di scuola e l’estate ne portava un sacco, questo valeva anche e soprattutto quando si leggeva “il film in programmazione oggi, a causa dell’alto contenuto erotico, è rigorosamente vietato ai minori di diciotto anni”, così il manifesto affisso recitava ogni volta, era un manifesto rosso con le scritte in nero ciclostilate, avviso affisso in fretta e sbilenco al posto della normale locandina, “rigorosamente vietato” così recitava ogni volta ed ogni volta che quel manifesto venisse affisso noi dovevamo assolutamente entrare. Erano film del tutto puerili, produzioni ultra scadenti, prive di mercato e distribuzione da vendersi a peso ai cinema come quello che frequentassimo, poteva capitare di guardare un sedicente film del terrore erotico, quasi un nuovo genere pulp, ma non v’era nulla di erotico e semmai erano solo scene un po’ più esplicite del normale. Avevo una gran curiosità e nessuna paura e la voglia faceva il resto e anche il numero… ovviamente entravamo dalla porta di sicurezza rigorosamente aperta e strisciando fin sotto la prima fila a film già iniziato per evitare imprevisti, non che vi fossero platee gremite ma ogni tanto una maschera rompicoglioni (sono ormai estinte) ci scopriva, perché facevamo comunque un gran casino, e ci buttava fuori minacciandoci con “ti conosco, lo dico a tuo padre!!!”. Poi i film (non solo quelli proibiti) iniziarono ad essere molti di meno, poi… ad essere sempre più radi, presto il cinema iniziò ad essere sempre più chiuso sino a che smise di essere un cinema e divenne niente. A quel punto era molto meglio per me leggere ed immaginare leggendo, che vedere l’idea altrui distortamente racchiusa su di uno schermo. È un principio che seguo in linea di massima tutt’ora.

Dreamin'on #4904: She was about to sing, cool stage, she was like suspended and all people went there to watch her, she made a great show and sang absolutely good. I was at (her) home, I knew that, I recalled many things she used while I visited there during my first vacation. She was not at home anyway, even her relatives didn't recall me. In the cellar, somebody was burning photos, black and white photos. The white man was burning all papers in this big furnace, he was barefeet and very uncaring ‘bout the heat and the coke dust. Flames were getting high, the furnace opening was really wide and he was using a pole to manage fire and let everything burns. I took an axe.

Cazzo, anche io volevo essere il RE, non è stata la cosa più stupida che abbia mai voluto in vita mia ma data l’epoca direi di aver strappato una lunga striscia di buoni alla vita essendomi per questo indebitato portandone gli interessi addosso vita natural durante. Non certo la cosa più stupida che abbia fatto ma di certo una cosa pericolosa ogni oltre immaginazione e paurosa in un qual si voglia modo. Nel millenovecentosettantotto, quel luglio, sono stato anche io il RE della base, non sono stato l’unico ma sicuramente uno dei pochi.

Le paure iniziavano a sfrangiarmi le budella al tramonto, si allontanavano solo al primo irrompere dell’alba. Il più delle notti restavo sveglio, attento ad ogni rumore, scricchiolio, respiro, al Palantir sotto il suo drappo di velluto, all’armadio ben chiuso, alla maschera dello sciamano delle sabbie di cui avevo una fotografia rubata dalla biblioteca della scuola. Perché questa maschera? La maschera aiutava lo sciamano delle sabbie ad impedire che la possessione appena esorcizzata potesse impadronirsi di qualcun altro o anche e soprattutto di se stesso. Per evitare ciò il rito da compiersi durante la notte doveva terminare esattamente al sorgere del sole e, davanti la persona appena liberata dalla possessione, lo sciamano doveva tracciare nella sabbia delle linee ondulate con il suo bastone di osso senza mai guardare l’individuo davanti a sé. E a questo serviva la maschera, a proteggerlo dallo sguardo del demone. Allora tracciava delle linee ondulate come acqua, acqua nella sabbia quindi che lo spirito non poteva attraversare e con ciò confinandolo ed obbligandolo a ritornare nel proprio limbo. Se lo sciamano avesse mancato questo rituale sarebbe divenuto egli stesso preda della possessione. Non avevo proprio di che annoiarmi, alla ricerca di nuove informazioni e miti durante il giorno, in preda a terrori sempre più evoluti ed efficaci durante la notte.

Il settimo piano era il nostro quartier generale, la vista dominava tutti gli altri palazzi, il sole spaccava le ombre e rifletteva sui tondini in ferro arrugginiti ripiegati verso l’alto che spuntavano da ogni soletta e da ogni muro o abbozzo di balconata, erano come artigli affilati e letali. Prima di tutto si percorreva l’intero perimetro di questo piano quasi a controllare ogni vista, stazionavamo sui balconi privi di ringhiera, ci si aggrappava alle rientranze e spesso si lanciava anche qualche sasso oppure, se in vena di particolari festeggiamenti, si lasciava cadere uno di quei mattoni forati enormi, lo si lasciava cadere per gustarsi lo schianto ed il frastuono e poi, e poi ci si spostava verso l’interno dove con centinaia di mattoni forati avevamo costruito il cuore della nostra base. La gerarchia era chiara ma veniva stabilita giorno per giorno in base alla sfida finale. C’era anche la corsa del ratto ma ci riuscì solo un paio di volte da che io mi ricordi ed ovviamente anche la gara del piscio. Il tempo volava in quel luogo ma prima di tornare a casa, all’imbrunire, vi si teneva senza dubbio la sfida più difficile da affrontare, serviva a stabilire chi avesse il potere sugli altri almeno fino al giorno successivo. Se avessi paura del buio, certo… ma questo era niente rispetto alla gara degli sputi.

Leggermente disallineato dal centro verso uno dei quadranti esterni vi era il pozzo degli ascensori. All’epoca non avevamo idea del perché una costruzione così grande avesse un pozzo che la attraversasse interamente in altezza, non pensavamo agli ascensori e nemmeno al resto e del resto se lo avessimo fatto non ci saremmo trovati insieme, lì, tutti i pomeriggi. Dai piani inferiori l’accesso al pozzo era interdetto ma dal settimo piano il pozzo era aperto, ci si poteva guardare dentro e sette piani più in basso in un mare di roba putrida e mattoni distrutti e rifiuti e ratti e chissà che altro vi era il buio più buio e freddo che si potesse immaginare. Qui aveva luogo la sfida degli sputi. Il pozzo era in realtà a base rettangolare, sarà stato tre metri in lunghezza per quasi due in larghezza, troppo largo per poterlo saltare e non si poteva saltarlo ovviamente ma lo si poteva attraversare e per questo motivo avevamo posizionato due grosse assi di legno sovrapposte che lo attraversassero. Chi voleva essere il RE doveva attraversare sulle tavole e quindi, fermandosi al centro, chinarsi, guardare la luce farsi inghiottire dalle tenebre e morire e quindi sputare ed attendere che lo sputo arrivasse sette piani più in basso. Fatto questo poteva ritornare indietro e tutti lo avrebbero acclamato e chiamato capo almeno sino al giorno successivo, in realtà poteva capitare che l’indomani nessuno avesse voglia di partecipare alla gara ed allora la gerarchia non mutava.

Dreamin’on #6101: The garden outside is full of skeletons and suddenly the cellar door exploded, a giant spider is living inside there, it just ate the neighbour's dog. It seems it’s gonna be an hell of a day while little spiders, thousands, billions, crawl outside from that cellar, they’re red and really really hungry.

Il giorno prima G. aveva marciato su quelle assi ed aveva sputato sette piani più in basso, tutti avevano gridato al Re ma io rimasi un po’ in disparte perché volevo essere io, anche io il RE e presto. G. ritornò indietro e ancora tronfio ci spiazzò tutti. Come primo editto ordinò che rimanesse da quel momento in poi una sola tavola invece di due come passerella sul pozzo per la sfida finale. Nessuno lo contraddisse e la tavola venne rimossa, G. disse anche che la tavola rimossa andava nel pozzo, la lasciammo scivolare piano e d’improvviso il fragore iniziò a rimbombare come anche lo schianto sette piani più in basso e corremmo subito tutti verso i balconi con la speranza di vedere frotte di topi superstiti lasciare le loro tane. La giornata non era ancora finita ma era già tardi e tutti avevano avuto una più che adeguata dose di emozione e decisero di ritornare a casa. Io rimasi ancora un po’, rimasi sdraiato a guardare in quel pozzo sino a che non vi fu più differenza tra il nero del pozzo ed il nero fuori.
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Quanti sono sette anni? Forse sono pochi pochissimi, forse sono tanti, forse sono niente o sono una vita o sono solo di essa un adeguato principio… ma sette anni possono anche essere l’inizio di un percorso ancora più lungo oppure nulla. Le assi erano spesse una decina di centimetri e molto lunghe...
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21/03/2019 16:05:29
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