La Lista di Natale II - Far fare un giro ai gemelli Gallo

29 marzo 2019 ore 16:39 segnala

Lo vedete anche voi che lavorare con questo tempo non sia il massimo, avrei bisogno di una vacanza ma desiderare è un talento innato, proprio dell’essere umano e invece lavorare non è una qualità, ad esso, completamente attribuibile. Ora, io ho un’agenda sempre piena e ritmi serrati macchéddiavolo, una volta o l’altra mollo tutto e vado sul serio in vacanza. Magari coglierò al volo l’occasione ed accetterò l’invito del Notaio, un paio di settimane di dolce far niente a temperature rigide e senza la fantastica possibilità di poter incontrare chicchessia, programma davvero invidiabile. Ad ogni modo, desiderare non porta alcuna pecunia ed avendo scarsa considerazione verso i sentimenti riesco a farmi tornare il buon umore solo quando… all’idea di quel metallo portentoso, onnipossente, un vulcano, un vulcano, un vulcano la mia mente incomincia a diventar…

Vincent e Vladimiro Gallo sono fratelli, non gemelli ma tanto inverosimilmente similari da sembrarlo, erano fratelli certo ma erano anche malerba, fratelli certo ma teste completamente parziali ed incapaci di qualsivoglia miglioramento, teste dure ah… ‘du’cozzi d’arenga, impossibile ragionarci, impossibile parlarci, due blocchi di marmo ripieni di merda e foderati di pomice. Se avessero avuto un cuore, questi, sarebbe stato un pozzo nero ribollente di liquami ed intasato. Nacquero senza particolari problemi pur originandone diversi, erano infatti figli illegittimi (di terzo o quarto o quinto letto e chi lo sa) del Barone Gallo, noto per la particolare predilezione delle governanti e delle cameriere alla legittima moglie che, vistasi non una ma due creature quali prove inconfutabili dell’infedeltà perniciosa del marito, si uccise nella vasca da bagno per la vergogna tagliandosi prima le vene e poi non sopportando (probabilmente) la vista del proprio sangue ammorbare l’acqua nella quale vi si trovasse, sparandosi un colpo in bocca con la quarantacinque rubata del consorte. Il colpo tuttavia causa mano non ferma (tendini recisi) e conseguente traiettoria non perfetta le perforò solo i tessuti molli del lato destro del viso strappandole l’orecchio e vari strati di tessuti e terminazioni lasciandola agonizzante e comunque sola ed annaspante a morire tra sofferenze ancora maggiori in quella cazzo di vasca. La violenta dipartita della baronessa cornuta al Barone, non fece molto caldo e nemmeno freddo, una volta infatti liquidatasi la moglie (in tutti i sensi) poté dedicarsi anima ma soprattutto corpo alla madre di Vincent e Vladimiro. I due figliastri vennero quindi prontamente riconosciuti diventando a tutti gli effetti baronetti e legittimi eredi.

Vincent nato prima era sempre stato tenuto al guinzaglio, non perché fosse un cane ma perché avesse lo stramaledetto vizio di mordere o meglio, azzannare chi gli capitasse a tiro, verso i sei anni divenuto del tutto incontrollabile, risparmiava solo la madre ed ovviamente il barone. Quando nacque Vladimiro tutti pensarono che anche lui sarebbe di diritto entrato nella cerchia degli intoccabili ma per Vincent, egli era solo una forma ed una fonte di inguaribile e perniciosa gelosia. Compiuti infatti due anni, trascorsi tra alti e bassi e botte continue da parte del fratello, si ritrovò seduto davanti una grande torta di compleanno con due candeline sopra. Il barone, libero ormai da stupidi oneri coniugali, aveva allestito una delle sale per festeggiare il secondogenito. Venne l’ora della torta e la madre aiutava il piccolo Vladimiro a dare ad ognuno dei presenti invitati una bella fetta di torta su di un piattino d’argento. Venne il momento di Vincent che stranamente, per tutta la mattina se ne era rimasto quieto, quieto ad osservare prima i preparativi per la festa per il fratello e poi la festa stessa. Non appena gli porse la torta e la manina del fratello gli fu a tiro, gli afferrò il polso liberandogli la presa dall’insulso dolce e diede un morso così forte da staccargli di netto il pollice sinistro. La prima ad urlare fu la baronessa acquisita tra lo stupore generale degli ospiti tutti, il secondo ad urlare fu il barone che si precipitò verso il figlio azzannatore non per picchiarlo ma per recuperare il pollice reciso che Vincent stesse allegramente masticando, il terzo ad urlare fu Vladimiro che più per lo stupore che l’effettivo dolore non si trovasse più un pollice. I bimbi si adattano facilmente ma questo Vladimiro non poteva saperlo e mentre il suo sangue sprizzava sul pavimento e sulla torta spiaccicata e sul suo candido vestitino, adesso piangeva completamente trasfigurato in viso. Nonostante la situazione alquanto surreale non si scatenò il panico e, fortunatamente, Vladimiro recuperò il pollice perché i dottori glielo riattaccarono.

Da quel giorno Vincent trascorse altri sei anni da recluso, tra severissimi istitutori e punizioni corporali. Il barone doveva e voleva inculcargli dei sani principi e soprattutto, cosa non meno importante che, gli arti del fratello minore fossero off-limits ai suoi denti. All’età di dodici anni finalmente rivide il sole, fu accompagnato in giardino per uno spuntino dove anche la madre ed il fratello vi si trovavano godendosi la bella giornata. Nonostante i sei anni trascorsi Vladimiro non fu proprio fortunato nemmeno quel giorno perché lo stesso pollice, questa volta, Vincent, glielo tranciò di netto con una tronchese e anche questa volta del tutto intenzionalmente. Seguì un altro periodo davvero fosco e terribile per Vincent ed un periodo di sofferenza per Vladimiro che però conservò lo stesso il pollice, i dottori fecero miracoli, sebbene con una mobilità molto ridotta, inutile dire che questa volta Vincent se la legò al dito, ah ah, e come si sa al destino non manca diarroica ironia.

A volte penso che le giornate siano troppo brevi e che ventiquattrore non siano affatto sufficienti, sarà questione di meridiani ma ottimizzare la luce viene alquanto difficile quando non si abbia il tempo nemmeno di gustarsi uno scotch come si deve. Fortunatamente Balestra ne ha in quantità, vedete è da lui che mi trovo, la prima visita di questa sera è stata casa sua o meglio il suo palazzo nel quale ha un ufficio ed una casa ufficialmente chiusa ma sempre calda ed accogliente ogni notte o giorno che serva. Non ti presenti a casa di Carmine come un fattorino, all’enorme tizio che ti apre la porta devi mostrare qualcosa di più che un semplice pacco ed un sorriso e così gli mostrai tutta la mia collezione di arnesi da cucina, ottimi per la carne ma anche per il pesce, lisci, a punta, seghettati, ricurvi, sottili, in molteplici forme ma con un unico denominatore comune, affilati, tremendissimamente affilati. Il guardio di porta rimase alquanto senza fiato quando glieli feci provare uno per uno, non che ciò mi stupisca ormai ma c’è stato un tempo nel quale possedessi anche una certa innocenza, avrei ceduto letteralmente un colpo di tosse bonaria in suffragio ma la routine ammazza l’arte e siccome è vero che io non sia costruttore è altrettanto vero che non abbia così tanti vincoli ambientali da rispettare. Lasciai il tizio a ricalibrare il tono monocromatico del pavimento in modo molto più caldo e consistente.

Fu solo quindici anni dopo che i due fratelli vennero portati al capezzale del barone agonizzante, lo scolo e la sifilide erano sempre stati del resto due punti fermi nella propria vita ormai agli sgoccioli. Il barone li osservò dal basso verso l’alto, uno di corporatura massiccia mentre l’altro magro come un chiodo, non vi riuscì di trovare alcuna somiglianza ma ciò non importava. I gemelli rimasero muti ad ascoltare ed il barone assegnò loro senza tante cerimonie dei compiti, poi delle buste e in ultimo, dopo averli dismessi con un cenno rimase a parlare con la loro madre a lungo prima di strozzarsi in un ultimo conato libidinoso col suo stesso sangue. Finalmente il Barone Gallo non fu più ed al suo posto, anche se sotto il vigile tutoraggio della baronessa, i gemelli Gallo iniziarono a farsi strada nel mondo. Per la verità ed a dirla tutta, il loro cammino assomigliava sempre più alla traccia profonda di distruzione e desolazione lasciata da un bulldozer radioattivo attraversando una cristalleria. Non ebbero mai problemi economici o remore o rimorsi ma sino a che la madre ebbe vita, entrambi i figli procedettero paralleli senza mai attaccarsi e/o mutilarsi ma riservando il loro meglio verso gli altri, malcapitanti malcapitati, sulla loro strada.

Non fu facile reperire Vincent. Idiota ma scaltro come una faina era, in fondo, solo un topo di colore leggermente diverso, era allora solo questione di formaggio e quale formaggio usare e come era solo un compito tra tanti. La trappola scattò a mezzanotte quando ignaro ma con una voglia insaziabile, Vincent, entrò da Carmine Balestra, noto strozzino e Pappa. Nonostante l’assenza di luce arrivò dritto davanti la porta dell’ufficio principale e la spalancò. Quante esistenze spezzate, quanti distrutti, quanti inguaribilmente ormai succubi e vittime… non importava perché Carmine non avrebbe più nociuto a nessuno ed il suo compare arrivava adesso di gran carriera. Rimase un po’ stranito quando vide me seduto sulla poltrona di Carmine e non Carmine e rimase un po’ più attonito quando indicai in bella mostra sui rendiconti ormai inzuppati il cazzo reciso di Carmine in bella vista. Mi si scagliò contro con quel verso tipico dei Gallo, un latrato succhiato col naso, un tozzo e rozzo sfiato di aria strozzata dalla saliva sovraprodotta, ottima iniziativa, lodevole persino ma non per questo molto ben congeniata. I capelli scuri corti e ispidi, la faccia distorta in una smorfia rosso acceso, la bocca spalancata e i denti, in gran parte marci in verità, prominenti. Non avevo né il tempo né la voglia di sporcarmi ulteriormente le mani e gli timbrai il cervello o quello che probabilmente ne era la consona posizione con una lega speciale in piombo, solo il meglio per elementi di questo tipo… Vincent, povero cazzone, non fece attempo nemmeno a riprendere fiato che volò all’indietro finendo steso attraverso la porta, non rantolò nemmeno ma sbattendosi uniformemente contro il pavimento si udirono nettamente due rumori, il tonfo del suo corpo e il tonfo più leggero quasi strascicato della sua testa o di ciò che ne rimanesse. Non dovevo preoccuparmi di Carmine perché la lavanderia sarebbe entrata presto in funzione tuttavia, Vincent era tutta un’altra storia. Me lo caricai in spalla e salii sul terrazzo attraverso una delle rampe esterne, anche da morto il dannato pesava come un accidente, novantacinquechili meno qualcosa di cervello, ma alla fine lo issai, lo posizionai in modo che rimanesse ben piantato in un angolo del terrazzo vista incrocio quarantametripiùinbasso ed attesi pazientemente l’arrivo del fratello.

Queste notti calde ed umide sono una malaria sanificante per la mia asma. Io lavoro meglio con il freddo ma non si può avere sempre ciò che si voglia ed un lavoro fatto bene necessita comunque di qualche sacrificio. Diedi un po’ di respiro ai miei polmoni assaporando una media stagionatura la cui fragranza si offrì lascivamente, come la migliore delle femmine ad ore del piano di sotto, ad ognuno dei miei alveoli, senza alcuna reticenza ed eruttando, bella questa, in un combusto adeguato. La notte prosegue il suo cammino, il più delle volte silenzioso ed intimo, il più delle volte ovattato, il più delle volte reciso brutalmente da fischi ed urla e sirene impazzanti. Non ho e non ho da chiedere una tariffa migliore per un lavoro notturno, non ho preferenze in fondo, non ho alcun pregiudizio ma se proprio fossi in condizione di scegliere la prossima volta, opterei per un palazzo dotato di ascensore. Osservo le auto, i loro fanali tagliare la tenebra, ascolto i passi di coloro infreddoliti che velocemente attraversano la strada incuranti della festa impazzante qui al piano di sopra, gente in ritardo o solo tagliata fuori o solo lasciata indietro dai ritmi forsennati della giornata appena trascorsa ed ancora dura a morire. Si ha sempre una mano stretta su di una corda da tirare, resta da vedere cosa stringa la corda che tu stia tirando. Vincent era la mia corda e tirando piano piano stringevo il cappio intorno al collo di Vladimiro. A volte mi stupisco della mia stessa semplicità nell’esporre concetti e dinamiche ben più complicati.

Vladimiro venne diverse volte quella notte, venne prima di tutto per sé, poi venne per la cugina della madre e poi venne da sé da me, perché per quanto odiasse il fratello, l’odio nei confronti del suo rapitore era di gran lunga superiore. Da Gallo qual’era non si preoccupò di suonare con la sordina o usare un guanto di velluto, venne da solo e iniziò ad aprirsi la strada piano dopo piano, porta dopo porta, facendo tanto di quel frastuono da risvegliare pure i morti… sfortunatamente non quelli in loco. Dieci minuti dopo era sul terrazzo anche lui e vedendo l’ombra del fratello proprio sul cornicione quasi a voler saltare si precipitò verso di lui. Fratelli ah, fratelli, correndo non si accorse della mia corda tesa e vi inciampò volando disteso sull’umido e freddo pietrato che era il rivestimento di questo ampio terrazzo. Qualcosa gli volò di mano quarantametripiùinbasso, qualcosa di pesante e di decisivo e così decisi che quella fosse l’ultima notte dei gemelli Gallo. Vladimiro era un fuscello, non ebbi difficoltà ad immobilizzarlo portandogli il braccio sinistro dietro la schiena e piegandogli il pollice nell’unica direzione impossibile, il distacco delle falangi fu sordo ma il suo grido... beh, il suo grido fu più che soddisfacente. Lo feci inginocchiare sul cornicione, gli caricai sopra il fratello e lo pungolai quel tanto da farlo andare gattoni, ansimante e sconvolto, lungo tutto il perimetro del terrazzo. Sì, potrebbe sembrare crudele ma sono stato pagato per fargli fare un giro e questo sto facendo, porto a fare un giro i gemelli Gallo.

Tu prendi e prendi e prendi ma prima o poi, MA PRIMA O POI questo è d’uopo, arriva un momento nel quale devi necessariamente pagare e non solo (per) ciò che hai preso ma anche tutti gli interessi. Sono state solo tre ore di lavoro, non il massimo vero ma nemmeno il necessario per far sì che la notte vada completamente sprecata, ho ancora un appuntamento al magazzino e credo che non vi mancherò.

Inutile dire che Vladimiro non completò mai il giro e stretto nella morsa ferale del fratello fece un salto per incontrarsi e scontrarsi definitivamente quarantametripiùinbasso con il fresco asfalto notturno, direte che non si sia mai troppo sicuri ma proprio in quel punto ed in quel momento un camion travolse quella massa informe dei gemelli Gallo sfilettandola come cefali andati a male. Degna nota calante per un blues, quello dei Gallo, mai parso all’altezza della partitura. Pochi istanti ancora e sarò al magazzino, dovrei affrettarmi ma ho ancora un sigaro in sospeso e passeggiare assaporandolo in piena notte è una cosa che non mi capiti così spesso. Pensateci la prossima volta che ve ne venga la voglia.

Il Notaio lo conoscete, la mia donna pure ed io… ed io che posso dire, sono un libero professionista, un ottimo professionista se è per questo e questo è il mio lavoro. Se aveste i giusti requisiti ed una causa, non importa se buona o congrua o derivante e se io dovessi servirvi e se poi io dovessi, casomai, accettarvi non esitate, chiamatemi, perché io sono Natale e questa è la mia lista:

La Lista di Natale:
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- Strappare un sorriso a Jenny Balletto
- Chiudere il rubinetto guasto di Zio Arpo
- Guardaroba nuovo per i coniugi Vastanelli
- Fare una visita di cortesia con fiori a corredo al Preside Baronilli
- Torta con sorpresa alla Famiglia Uncistretti
- Una revisione all’auto della Notabile Fortibassi
- Pranzo a base di pesce per la Famiglia Arubecchi
- Cassata con ciliegina per Don Bramante
- Taglio di capelli eccelso al Deputato Brassito

Due fatte, ne restano nove.
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Lo vedete anche voi che lavorare con questo tempo non sia il massimo, avrei bisogno di una vacanza ma desiderare è un talento innato, proprio dell’essere umano e invece lavorare non è una qualità, ad esso, completamente attribuibile. Ora, io ho un’agenda sempre piena e ritmi serrati...
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29/03/2019 16:39:53
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