Moi, Elle… du plombe, des saloppes et l’amour au variole IV

31 maggio 2016 ore 00:03 segnala
Ancora una birra e poi andiamo al piano di sopra, tu vecchio lurido bastardo suona quel cazzo di piano, ecco la Chienne, ti pagherà lei e non per quel visino a brandelli, hai quello che ti serve qua in mezzo alle gambe, soprattutto hai qualcosa che gli altri da te vogliono e perché non guadagnarci, guardati, la tua piccola morte non ti ha voluta e la buca non c'è mai stata adesso apri le gambe e (fammi) fatti fare un'altra ripassata.

La notte, quella che mi aspettavo era stellata, l'aroma di tabacco era ancora piacevolmente intorno a me e tagliai per il campo dietro la chiesa. Il fango non era ancora secco, e poi la vidi, no…. Non sapevo cosa stessi fissando. Contorta come una bambola senza più fili a sostenerla, in una strana posizione quasi a voler abbracciare la terra. Mi avvicinai e la strappai al fango, non emise un suono, era sporca, ferita, la raccolsi cercando di far piano non riuscivo a vederle il viso. Corsi verso casa, respirava ancora, respirava ma non emetteva alcun suono. Mi odiai nel farlo ma la adagiai piano e fermai l'emorragia alla testa non senza provocarlo altro dolore e corsi a casa del dottore.

Un suono… la funzione volge al termine e il vento caldo soffia a pochi centimetri dal suolo, dovrebbe essere asciutto intorno ma il campo proprio dietro la chiesa è un pantano di fango. Elle lo sa bene, da piccola ci prendeva i vermi per andare a pescare. In lontananza il brusio della gente, chi torna a casa, chi torna a lavoro, è ancora giorno, ma è un giorno strano pensa. Si era sbronzata un poco e affondava con gli stivali nel fango. Dietro la chiesa non ci andava mai nessuno, per il fango e per il fatto che fosse peccato fare qualcosa alle spalle di dio. Così tutti passavano davanti e mai nessuno dietro. Non le importava cosa gli altri pensassero di lei, aveva scelto una precisa direzione e non si sarebbe fermata. L'aveva presa nella culla, come una febbre, l'aveva presa sulla staccionata, a fumare le paglie, come una malattia, a sbronzarsi e fare a botte con i bulli. Era solo nata per fare qualcosa di diverso, andare e ubriacarsi veramente di mondo, pezzo dopo pezzo, passo dopo passo.

Elle, se avesse potuto scegliere tra camminare o cadere, avrebbe scelto di correre e così correvo anche io, corsi come un dannato e non pensai a niente finché non iniziò a ricucirla e il sangue si fermò finalmente e potei guardarla in viso. Devi aspettare, se conosci una preghiera dilla, non posso fare più niente per lei adesso, resta qui e abbi cura di lei.

Batteva il tacco dei suoi stivali contro la staccionata per liberarlo dal fango secco che solo fango non era, il giorno già oziava in quelle ore calde e roventi, per tutta risposta scopriva i suoi capelli rossi, lasciava il cappello in cima ad uno dei pali più alti e, a cavalcioni sulla stessa staccionata, finalmente si accendeva una paglia una di quelle ottenute con gran fatica. Il figlio del pastore aveva un nascondiglio in fondo al granaio dietro ai barili di melassa, lì, riponeva le sue paglie irregolari con gran cura... in una scatolaccia di metallo ormai completamente arrugginito. In quella scatolaccia custodivano i vecchi chiodi stortigliati scartati dal maniscalco ma il pastore glieli faceva raddrizzare per ferrare i ronzini.

Per la prima volta dopo tanto tempo sentiva di potersene andare, volare via senza voltarsi più indietro, vedere questo mare di cui tanti raccontassero se poi davvero esistesse così tanta acqua da non poter bere. Sarebbe andata via con il fresco della notte, a cavallo e poi da lì alla stazione e poi avrebbe preso il treno, era passato quasi un altro mese e stava per arrivarne un altro. Con quello arrivava altra gente, a volte strani tipi ma per lo più le facce erano uguali ma non c'era nessuno come lei… poco ma sicuro. Stava ansimando, qualcosa era cambiato in lei, lo sentiva, avvertiva una nuova consapevolezza di sé, soprattutto avvertiva il caldo bruciarla quasi mentre il vento era salito di pochi centimetri, i capelli sudati appiccicati al collo, sulle guance bianche, si fermò un attimo a riposare, chiuse gli occhi, non ascoltava alcun rumore adesso, era solo lei e il campo di fango, il suo campo di fango.

A volte portavo nuove assi ai nostri vicini, quel tetto maledetto a volte si sfondava di nuovo. Mio padre lo aveva rattoppato un sacco di volte ma in sua assenza me ne occupavo io, non era un compito gravoso, non era un compito semplice e poi spesso la signora mi dava una bella tazza di caffè, non quella brodaglia che servissero dalla Chienne, era caffè buono, valeva tutte le ore a lottare con la gravità e con il martello e con la scala. A volte mi offriva una tazza di qualcos'altro, era persino meglio del caffè, aveva un gusto amaro eppure così morbido ma accadeva di rado. Feci tardi quella sera ma il tetto era di nuovo decentemente sanato, papà sarebbe stato soddisfatto, avevo fatto un buon lavoro. Mi sarei fumato una paglia sulla via di casa e per non far tanto presto ed evitare la zona della chienne me ne andai verso la chiesa.

Una sera il pastore lo sorprese a fumare, si infervorò tanto che sembrasse lanciare vere e proprie fiamme dalla bocca e la vena sul collo sembrava stesse per esplodergli allo stesso tempo. Anatema dopo anatema gli rovesciò un secchio di letame e lo obbligò a sbriciolare tutte le paglie davanti ai suoi occhi prima di assegnargli una di quelle punizioni esemplari, sissignori la cinghia avrebbe cantato e con ogni cinghiata gli avrebbe inculcato il timore di dio e a costo di ammazzarlo glielo avrebbe fatto sentire sul serio. Elle attese che il poveraccio venisse trascinato fuori dalla furia paterna e quindi vi si intrufolò. Che scempio pensò, tanto buon tabacco sparso sul letame, non si sarebbe fermata. Nel tanfo del granaio adesso senza fretta iniziò a raccogliere tabacco e letame riponendoli nella scatolaccia, impiegò quasi tutta la notte a riempirla e impiegò altre due ore nella tinozza a lavarsi via quel tanfo di dosso. Una volta o l'altra avrebbe preso confidenza con la grande distributrice e allora tutte quelle conserve gliele avrebbe fatte saltare, una per una. Sissignori, tutte quante.

Sembrava un maschiaccio così vestita ma quella chioma infuocata di un rosso puro la tradiva, non era più un maschiaccio, era pronta ad andarsene ed allargò le braccia sollevando il viso verso quella dannata chiesa, un'ultima volta pensò, tirò fuori dalla tasca uno di quei sassi piatti che usava far saltare al fiume e lo lanciò verso la banderuola in cima all'abbaino e la centrò in pieno e si sentì bene, sì qualcosa era cambiato, si sentì libera e per l'ultima volta quel giorno si sentì piena di energia, libera, libera adesso sul serio e... si sentì tirare per i capelli violentemente all'indietro ma non gridò forse più per sorpresa che per il dolore inaspettato e mentre tentasse ancora di capire ecco un'altra spinta, più forte, più decisa la mandò in un attimo in avanti, fece a tempo a vedere quel mare di fango salire come la schiuma del calderone giù alla distilleria e poi si accorse che fosse invece lei ad andarvi incontro e fece per mettere le mani avanti ma si accorse (ancora) di non poterlo fare, erano come legate e con un suono ovattato finì con la testa nel fango, chiuse occhi e bocca istintivamente ma già sentiva premerlo ed entrare perché la forza che la spingeva non era cessata anzi la inchiodava con la faccia giù nel profondo, giù nel fango.

Le grida del figlio del pastore ad ogni cinghiata la facevano sorridere, era un idiota pensava, ad essersi fatto scoprire e adesso le paglie erano le sue, tutte sue. Attese quasi un mese prima di poterle anche solo rimettere insieme e ora sotto il sole, acido come l'odore dello zucchero filato a marcire sotto i banchi della fiera, aspirava la prima boccata. Prima o poi me ne andrò da qui, non oggi, non ancora ma uno di questi giorni pensava. Finì la paglia, riprese il cappello e ci si sistemò sotto tutti quanti i capelli e rimase ancora un poco ad osservare la gente come tante formiche, i cavalli, i bambini fare cose da bambini e gli ubriachi fare cose da ubriachi.

Avvertì due schiocchi sordi alle spalle e questa volta aprì la bocca per urlare ma inghiottì solo altro fango. Inarcò la schiena ma venne battuta come un tappeto, distingueva il tintinnio degli speroni, il rumore della pelle di vacca strusciare, poi tutto cessò com'era iniziato e pensò adesso sputerò questo fango del cazzo e mi rialzo e poi… iniziò a sentire dolore, un dolore nuovo, bruciante, senza sosta, senza pause ed ogni volta la sua faccia andava sempre più giù nel fango, spinta dopo spinta, non sentiva più le gambe, le braccia, forse era così a sentirsi morire, forse era quella la sua piccola candida morte che la chiamava, forse era quella la sua strada per la buca ma perché ci metteva così tanto... e ad un tratto una mano le si frappose tra il fango e la sua bocca e lei sputò il fango senza prendere fiato e morse con forza, con tutto ciò che le rimaneva e allora ascoltò gridare e sputando ciò che della mano le era rimasto in bocca assieme al sangue ed al fango quasi sorrise. La pestarono sul serio a quel punto e continuarono tutti e sei per un bel pezzo e poi se ne andarono ansimanti, stanchi ma soddisfatti. Gliel'avevano fatta vedere a quella puttana.

La notte era fresca e stellata e il fango intorno a lei cominciava a seccarsi, non riuscì a muovere un muscolo, rimase a quel modo aspettando di cadere nella buca, forza muoviti piccola morte sono qui, hai voluto che ti aspettassi ed io non sono andata via, stavo per farlo ma sono rimasta e quindi sbrigati, adesso lo so che c'eri tu sul bordo della culla, tu sotto al ramo sopra al fiume, tu nel deserto e il mare non esiste, adesso lo so, non può esistere così tanta acqua che non si possa bere, sbrigati morte, mia piccola morte vieni e tirami giù nella buca. Ecco che sei arrivata finalmente, sei arrivata finalmente, non ho bisogno di parlare perché di me sai già tutto, sai ciò che mi serviva, era questo e non esiste nessun cazzo di mare, che senso abbia tanta acqua se non la si possa bere. Sbrigati e tirami nella buca non su queste tavole, pensavo di meritare una buca nella terra e non una tavola…

Ancora uno, finisce presto, ancora uno finisce presto, il giorno finisce presto, ogni cosa finisce presto, solo quel cazzo di piano continua a suonare, perché non si ferma mai, forse è così il mare, ti sbatte da una parte e poi dall'altra, prende da te ogni cosa e poi ti sputa sulla risacca e c'è ancora acqua e tu hai sete e non puoi fermare l'arsura che ti consuma, che mi consuma, che consuma la mia fica e mi fa stare a mollo ancora e ancora, ancora uno, finisce presto, il giorno finisce presto e la notte anche prima e poi (non) c'é (mai) sempre un altro che possa darmi sollievo, che possa darmi sollievo che mi lavi finalmente questo fango e questo sangue. Sai cosa… va bene suona pure, andiamo sopra, facciamo come fa il mare e prega che non finisca l'acqua e prega che il sangue non smetta di scorrere… soprattutto mi serve un piccone e una pala, non era necessario il primo ma con il primo adesso me ne serve una e che sia ben bilanciata, visto che non hai voluto me nella mia buca adesso inizio a scavarle io le buche…

Le stringevo la mano, perché il buio non le fa più paura, e la notte dura quello che deve durare, promise a se stessa che non avrebbe avuto più a che fare con la sua pala e le sue buche e la grande distributrice, io (le) promisi che il mare lo avremmo visto sul serio e lo avremmo persino attraversato. Non ce ne rendevamo conto ma stavamo vivendo ed ogni morte, piccola o grande poteva aspettare tutto il tempo che avesse voluto, non gliel'avrei lasciata prendere, soprattutto Elle adesso sognava… mentre il sole liberava un'altra notte trascorsa assieme disegnando già il futuro per tutti e due.
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Ancora una birra e poi andiamo al piano di sopra, tu vecchio lurido bastardo suona quel cazzo di piano, ecco la Chienne, ti pagherà lei e non per quel visino a brandelli, hai quello che ti serve qua in mezzo alle gambe, soprattutto hai qualcosa che gli altri da te vogliono e perché non guadagnarci,...
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31/05/2016 00:03:34
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Commenti

  1. VirPaucisVerbo 31 maggio 2016 ore 14:42
    Diavolo! Ci vuole forza a mandarlo giù tutto d'un fiato. Realistico, acuminato... e terribilmente attuale.
  2. Eleanor.Peacock 01 giugno 2016 ore 07:52
    Pirlazzo!..... scrivi maledettamente bene.
  3. I.Luna 01 giugno 2016 ore 11:40
    ...Bellissimo!!! incollata allo schermo dall'inizio alla fine...complimenti!
  4. AllegroRagazzo.Morto 01 giugno 2016 ore 21:37
    @VirPaucisVerbo
    Scrivere è adesso per me un filo binario, da una parte quello che non posso esprimere lo metto in righe e frasi, dall'altra provo a sentire un po' di quello che la mia scrittura allontana... grazie per i tuoi scritti ed i tuoi pensieri.
  5. AllegroRagazzo.Morto 01 giugno 2016 ore 21:40
    @Eleanor.Peacock
    ah... Esimia Peacock vorrei fosse sempre pronta quella strada che per molti è facile a percorrere...
  6. AllegroRagazzo.Morto 01 giugno 2016 ore 21:59
    @I.Luna
    provo a diventare se possibile me stesso... non so se bene o male, avevo scritto e pensato dell'amore al vaiolo e di Elle in un modo molto diverso dal solito, andava bene forse, non so... non mi so giudicare perché quando scrivo è tutto molto lineare per me tradurre ciò che ho dentro in parole scritte è automatico. Ho iniziato a scriverne e poi a mano a mano è cambiata la prospettiva, si sono intrecciati i punti di vista...

    infatti le cose, tutte le cose spesso mutano, non so ancora se bene o male e però per una volta, provo ad ascoltarmi con maggiore attenzione, è cambiato (forse) il mio modo di rapportarmi a ciò che scrivo, non è solo una valvola, ancora lo è... ma deve essere (è) un modo di non sentirmi freddo ed inespressivo. Un modo di vedere ciò che provo, ciò che da sempre muove le mie dita ma che nel contempo mi isola da tutto il resto.

    Questa vicenda scritta non è davvero iniziata quando abbia iniziato a scriverne e non si è conclusa nonostante naturalmente vi sia un ciclo in ogni cosa, questa in particolare però è una piccola fonte che alimenta il mio motore emozionale... piccolo o forse grande non lo so e ad esso devo il fatto di averla trasposta in un periodo ben preciso, credo si evinca dai piccoli dettagli... grazie.
  7. Eleanor.Peacock 02 giugno 2016 ore 15:23
    Lascia stare le strade, che se solo t'avvicinassi a un Tom Tom, quello si trasformerebbe in una lametta usa e ( soprattutto) getta. Furio ti fa una cippapippa.
    I cagnazzi si sono presentati dopo un'ora.... potevo continuare a insultarti.
  8. crenabog 04 giugno 2016 ore 16:46
    apprezzatissimo, ma chi sa quanto avrei voluto scrivere però non mi regge il cuore. oramai sono comfortably numb. datemi il cappotto di pelle e cominciate a correre. abbracci
  9. AllegroRagazzo.Morto 08 giugno 2016 ore 22:27
    @Eleanor.Peacock

    avrebbe potuto continuare, dicno sia propedeutico ad entrambi e, sono sicuro, non mancherà occasione futura al riguardo...
  10. AllegroRagazzo.Morto 08 giugno 2016 ore 22:32
    @crenabog
    quando hai voglia di scrivere, e so già che farai sul serio, non potrò far altro che leggerti come sempre.

    Per natura sono pigro quantunque a volte, abbia traversato più del dovuto inseguendo un'illusione. Se lo si possa cnsiderare correre, direi allora che si sia sui giusti binari.

    Non mollare mai!

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