Pane e burro I

30 dicembre 2013 ore 10:56 segnala
Dov’è il dannato faro, ah lo vedo, ecco il dannato faro, qui dove si incontrano due terre, dove ogni nave deve per forza passare, qui dove finisce il mondo e anche l’universo, qui tra il dire e il fare. Senti che vento, come soffia, avevo un sacco di pensieri, avevo tante cose da dirti ma è il vento memorabile su questo molo, dove la camminata è irta e precaria, i frangionde sono maestosi ma il percorso è alquanto difficoltoso in ogni caso, è sempre il vento a comandare. Non ho dormito molto, ho fumato invece di respirare, continua a fare male ma al vento questo non importa, al vento questo non è pertinente. L'acqua del mare in tempesta, arriva anch’essa in ogni caso, se si ottimizzassero il tempo e il momento si potrebbero evitare grandi ondate inopportune che, considerando la temperatura bassa e il clima non certo idilliaco, renderebbero alquanto spiacevole l'immediato tempo a venire intriso della subitanea umidità relativa. Eppure, in questo freddoumidoventoso ci sto bene, sono a casa, per tutto il tempo che dura, per tutto quello che serve e che mi serve e sto XXXX così. Leggo o comprendo e soffro, leggo e vorrei solo accendere e spegnere gli interruttori del cazzo che pompano diossina e formaldeide nel mio sistema linfatico. Vorrei, vorrei, vorrei il modo di bruciare giusto per sentirne il calore e aspettarselo più freddo del sonno e della disperazione. Restare al freddo, restare sotto perché in fondo abbiamo uno scopo, ogni cosa lo ha, lo si può determinare, forse, lo si può guidare ma interagirvi è una gran bella scocciatura. Io stimo, bella questa, di aver capito ma l’oggi porta uno spessore effimero alla mia certezza solidamente piantata a sangue nella mia carne. Puoi leggere e condividere puoi leggere e pensare che non arriverai alla fine e puoi solo credere di interessarti al nero filo che scorre e gira e gira e gira.

E poi, un giorno fottutamente non per caso, oggi per esempio, parliamo, sì perché io e te non parliamo mai o meglio tu vorresti sempre farlo ed io, che ho da dispensare io, che ho da fare io se non negarti ogni semplice valutazione… entro nella stanza, solita sedia, solito tavolo, solito odore, dannazione, ci sono posti che se demoliti e ricostruiti manterrebbero lo stesso, medesimo, immutabile, fottuto odore. Non è un olezzo, non è un aroma, è solo odore, odore di tempo e di dolore forse, odore di speranza e di disperazione. Non so, non è che avessi intenzione di tornarvi, proprio alcuna intenzione, devo rivedere le mie priorità latenti, la mia attitudine al vizio, al becero opportunismo, all’insofferenza di genere, sai una cosa… pensai, decisi, pensai ancora un po’ e alla fine tornai però… vi tornai anche in anticipo. Certo, prima o poi sarei andato via, ancora, però il fatto preponderante era lo stesso un dato di fatto, ancora fatto ancor prima di iniziare una qualsivoglia terapia. Non è una questione di aria o di tempo, il giorno, la notte, la marea e l’acidosi. Nella nebbia, ogni mattina è come addormentata ed è difficile immaginarsi l’immediato futuro e/o anche il futuro passato, una volta tanto in viaggio autoindotto, su mezzo lanciato, seduto sveglio, seduto e basta, facce e mezzi, pezzi e lacci, carte e mazzi. C’è oggi, domani forse, ieri magari, domani che vuoi. È difficile forse capire o anche solo immaginare e restare per il tempo che si ritiene giusto, restare un attimo infinito a respirare quel senso che sembra sfuggire, il senso più complicato in seno all’esistenza tra le vipere, le mammelle e anche le torte. È sempre una questione di opportunità, devo riempire questo vuoto, a volte sono azioni e altre sono gesti, a volte è una penna su di un foglio altre è un dito su di un tasto. Anniento lo spazio, distruggo il silenzio, alterno parole a frasi, pensieri a modi, se dovessi usare sempre la penna penso che taglierei via un paio di dita, il dolore mi concentrerebbe l’attenzione e mi distoglierebbe dalla mania compulsiva di scarabocchiare tutto intorno.

Una cosa interessante che credo di aver acquisito ed assolutamente imparato è quella di rendermi scostante essendolo, di essere rozzo e scorbutico continuando ad esserlo. È un po’ come al mattino quando, dopo una periodo di assenza per un qual si voglia motivo, ogni collega si affaccia al (mio) cubicolo, sacra postazione di lavoro immutabile, scolpita nel tempo, iniziando a proferir(mi) saluti, auguri, del come e del però, qualche perché e un magari, avverbi a profusione insomma e, tutta una serie di frasi di circostanza, che mi fanno letteralmente incazzare ed imbestialire… ecco… io non sono tagliato per questo tipo di conversazioni, da tempo ho ucciso i modi gentili e le parole (a mia volta) di circostanza, sono diretto, come un auto contro un platano e sono delicato come il marmo, la prima indicazione che do è quella dell’itinerario più rapido per raggiungere tale località amena ed agognata in fondo da tutti, della quale prima o poi tutti sentono parlare e finiscono per conoscere, oltre tutto… essendo propenso all’altrui erudizione credo fermamente che sia necessario, a chi non sia capace di raggiungerla o andarci da solo o che abbia smarrito momentaneamente la strada, rendere quindi un servizio di utilità e mandare AFFANCULO senza alcun problema, chiunque si affacci in cotale situazione subito, subito, senza perdere tempo inutile. Se la prima indicazione non dovesse scoraggiare e/o esaurire la vena garrula del visitatore dei miei coglioni, la successiva (seconda ed ultima lo garantisco) indicazione, risulta essere sufficientemente esaustiva a risolvere il problema. Adesso potrei anche spiegarlo ma avendo raggiunto un alto tasso di efficienza in questo senso preferisco rimanere il solo e lascio agli altri eventuali saggi o sapienti, il machiavello di arrovellarsi su come o cosa chiedere, senza alcun tatto e/o garbo, perché ci si trovi in un dato luogo a proferire tutte queste parole non richieste, non necessitate, chiedere insomma il motivo di cotanto interesse, ad un’ora del mattino nella quale, se ne avessi facoltà, farei anche a meno di respirare. Rispondere o meno alla mia domanda è del tutto irrilevante perché la mia, oltre ad essere volutamente retorica serve o meglio, dovrebbe anche servire a licenziare l’interlocutore, rimandarlo al suo quotidiano, ah, io sto bene da solo, sopravvivo senza tutte queste etichette del cazzo e non me ne frega assolutamente un cazzo.

Ho perso quello smalto, se mai ve ne fosse stato mai abbastanza, quella motivazione e quel sano senso del pericolo che in condizioni ottimali vigila sul proprio senso di autoconservazione e che in qualche modo impedisce di precipitare verso la disgregazione. Oggi è un giorno porpora, è l’ultimo giorno porpora dell’anno e non so se sentirmi sollevato da questa constatazione, non so se assumere una paresi a modo di sorriso, quale sia o qual è il motivo di cotale affermazione è e resta sepolto, dove deve stare, dove deve riposare. La schiena mi ricorda tutti gli anni che ho, mi fa un male cane, sembra che abbia preso proprio un impegno a farmi ricordare questi giorni in gloria. Nel momento in cui non senti più le dita allora… forse… puoi iniziare a pensare che possa essere qualcosa di cui preoccuparti e allora mi domando... e se invece non sento più la schiena…che faccio… benedette le matrone che con vigore, sapienza ed amore arrotolano foglia dopo foglia la fragranza che brucia e che mi trasmette piacere e placida calma e assuefazione pallida. Benedette quelle mani che delicatamente consentono la permeabilità dell’aria e il susseguente diffondersi dell’aroma, benedette quelle mani che segnano il tempo e cantano in silenzio, muovendosi nello spazio con grazia, gesti misurati di un direttore d’orchestra, al cospetto di una piantagione sconfinata, sotto il sole di marzo dispettoso come la diverticolite. Esistono individualità incredibili, speciali, ne ho solo scalfito la superficie, per quanto possibile, per quel che ne possa venire… io a volte penso ancora, sanno di esserlo… sanno di essere così speciali, forse, forse no… però è un dato di fatto che esistano, che siano presenti, che attraversino come tutti gli altri questo denso pandemonio quotidiano e che nonostante tutto restino perfettamente a proprio agio, integre, adamantine, pure.

Cosa è successo, come siamo andati, cosa abbia fatto, come sia potuto essere tutto questo. Darmi una spiegazione… a che serve, a chi dovevo chiedere, cosa avrei dovuto fare, come avrei potuto sopperire alle mie continue perdite, al dolore, come secondo te, dimmi un po’… ho proprio bisogno di andare in terapia o fare della stessa una coperta sufficiente surrogato della verità che mi opprime costantemente, dici che devo piantarla di ripetere gli stessi errori, dici che dovrei concentrarmi su altro e più positivo, dici che con questa umidità e temperatura ogni ferita non si rimargina, figuriamoci quando ogni buco lo allarghi in continuazione vanificando il lavoro delle piastrine. Oh sei ancora qui ad ascoltare, bene e male, so che quello che avresti voglia di dirmi io non voglio comunque ascoltarlo, so che quello che tu pensi lo penso anche io e so senza averne cognizione che il mio tempo, come le mie risposte, è limitato, genio del cazzo, ci hai messo tutto questo tempo per venire qui senza proferire, credi basti la sola tua presenza a farmi apprendere magicamente quello che non so, quello di cui non voglio avere certezza e consapevolezza. Cosa è successo, come siamo stati… un tempo, era una rotta comune, tra un baklava e un’attesa al molo mentre si attendeva uno dei traghetti, ah mi ricordo che ci fosse sempre guerra e che poi per un po’ ci stava anche pace e forse per questo la si apprezzava di più. Un tempo io e te parlavamo senza parole di contorno, guardavamo senza davvero mai aver bisogno di aprire gli occhi e esistevamo vicini pur con un oceano e mezzo di distanza. Un tempo io e te eravamo come il pane con il burro, inseparabili…
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Dov’è il dannato faro, ah lo vedo, ecco il dannato faro, qui dove si incontrano due terre, dove ogni nave deve per forza passare, qui dove finisce il mondo e anche l’universo, qui tra il dire e il fare. Senti che vento, come soffia, avevo un sacco di pensieri, avevo tante cose da dirti ma è il...
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30/12/2013 10:56:38
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Commenti

  1. MorganaMagoo 30 dicembre 2013 ore 15:47
    "sono diretto, come un auto contro un platano",
    questa è prerogativa di Eleanor.Peacock, anche
    se lei continua a insistere che sono gli alberi
    che le tagliano la strada ;-)
    mi piacerebbe tanto farti non pensare per un pò
    e strapparti qualche sorriso - non ho detto risata.
  2. serenella21 30 dicembre 2013 ore 17:51
    dici di essere un allegro ragazzo morto
    di allegro nn leggo nulla mi dispiace
    di questo tuo disagio interiore :-(
    cmq ti faccio i miei sinceri auguri
    di un sereno anno nuovo:ok
  3. Stellacadente56 30 dicembre 2013 ore 18:07
    Un tempo era una rotta comune..poi il faro è sparito,buio e vento e silenzio..rivoglio il Faro... :-)
  4. dealma 30 dicembre 2013 ore 23:37
    Che strano... strano il senso che ognuno di noi dà ai colori. Il tuo ultimo giorno porpora dell'anno e io ho pensato: che bello!
    Poi leggo la tua classificazione cromatica dei giorni e scopro che il calore del porpora ti provoca bruciature. A me invece fa passare i dolori alla cervicale. E mi placa la sinusite. Mentre il freddo blu me le peggiora.
    Forse dobbiamo solo imparare a dosare le temperature nostre e ad adattarle a quelle delle giornate.
    Buona evoluzione, ragazzo. Hai tutto un nuovo anno a disposizione. Abbiamo tutti un nuovo anno a disposizione. ;-)
  5. calypte 04 gennaio 2014 ore 18:49
    ...e marmellata!

    Bello e triste! :ok

    Ci sono i perche' per ogni cosa ma in amore troppo spesso non si osano dire!

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