The Foreseeable Future II (gimme sunshine)

14 marzo 2019 ore 17:06 segnala
Oh Ginger, ma non dovevamo sentirci più… interrogativo-negativo. Il tuo tempo ed il mio scorrono in modo del tutto differente, è un’abitudine niente male e, tuttavia la tua, resta un’abitudine discutibile, assolutamente inappropriata e se mi concedi il francesismo, un’abitudine del cazzo. Non chiamarmi non ti vedo. L’altra notte, brava, è stata inesorabilmente dispendiosa, batteri Gram positivi a strafottere, perdite di liquido necessarie e quella sana resistenza al dolore che rende ogni cosa talmente difficile da ottemperare. Quella (l’altra) notte sicuramente hai provato a comunicarmi il tuo stato, non sono un tipo curioso, non chiedo perché presumo e me ne arrogo ogni diritto, che l’altrui motivazione debba restare solo propria ed in fondo delle altrui faccende non intendo impicciarmi anche con la massima volontà propositiva ed in buona fede… e poi, tu hai Fede, lo si capisce che, nonostante questo calvario e queste attitudini e la mia dillusa presenza, mantenga un recalcitrante e subdolo nodo di Fede. È ammirabile e anche compatibile con le linee guida del quieto e quotidiano esistere ma tutto ciò non mi è di alcun aiuto né rende me l’individuo più adatto a fornirtene. Non guardarmi non ti sento. Che si viva o si muoia, la condizione dell’essere non è di alcuna importanza, la vita come la morte è uno stato, il primo definito, il secondo, un po’ più sfocato agli occhi dell’umana e disumana comprensione e con questo non precludo alcuna preferenza ad uno dei due. Ginger, ieri ascoltavo una delle sessioni registrate, erano i tempi giovani delle improvvisazioni, quando dopo aver dato il tempo si attaccava a suonare e non ci si schiodava più per due giorni, ricordo anche la fase psichedelica, se hai fisso un tempo ben in mente allora puoi permetterti di strafare ed abusare di qualunque sostanza perché resterai un cazzo di metronomo ed invero la stoicità di quelle sessioni è a dir poco ammirevole. Devo anche rimbrottarti che a dire il vero, la prima chitarra dopo i primi tre litri di alcool andasse un po’ a cazzo ma avendo (solo) spregiudicatezza negli assoli beh, sarebbe stato più grave se fosse stata una chitarra ritmica. Ho ascoltato quasi otto ore di materiale e credo sia impossibile riprodurne anche solo una parte dal vivo, non ci sono più né presupposti né indoli né cristiani, la cosa più sensata da fare sarebbe affermare: dovremmo bruciare tutto, registrazioni e nastri e dat e tentare di dimenticare ogni cosa, ciò che accade a casa di XXX, resta a casa di XXX.

L’hai visto il gatto? È un po’ che non si veda in giro, primavera alle porte e schiamazzi nell’aria ma quel cazzo di gatto sembra essere sparito. Non dubito che l’eterna guerra di conquista sia sempre serrata e territorialmente spietata ma per la legge dei grandi numeri si sarebbe già dovuto scorgere, per lo meno, intravedere.

Quando sto male la mia migliore vena pulsante ed aperta puzza di blues, quando brucio tessuti e polmoni, (benché) perché del prevedibile futuro non me ne fotta un beneamato cazzo, l’olezzo è quello del blues. Avete mai pensato, stolti inutili individui (sì voi), irrilevanti pedine (sempre VOI) in uno schema infinitamente cosmico, che la vostra esistenza sia una risultante puramente casuale e priva di scopo e che, di questa, non freghi nulla e che con o senza il vostro perpetuo ciarlare e occupare, questa linea temporale proseguirà sino l’inevitabile collasso entropico e nulla davvero alla fine importerà. Il jazz è la scorreggia di dio ma il blues… cazzo, il blues è una carezza vellutata che d’improvviso s’irruvidisce e raschia e spesso rimane irriguardosa ma ugualmente, nonostante tutto, ti avvolge e ti coccola, è un morbido cuscino e una spinta nel profondo, una spina di traverso impossibile da rimuovere, una corda che stringe sino all’ipossia ma che ti gonfia i vasi fino a farli scoppiare e si trasforma in pura ed endorfica magia. Il blues cazzo! Se il jazz è la scorreggia di dio, allora il blues è la tangibile esistenza del divino.

Non fare su di me affidamento perché sento che potrei crollare da un momento all’altro. È questa la verità che vuoi sentire, è questa la piccola pezzuola che passi umida sugli occhi al fine di lenire quel minuscolo prurito esistenziale che molti identificano con il nome di (un prurito di fica) amicizia, questa pezza unta e bisunta, sfilacciata, sporca, ripulita alla meglio e usata più e più volte, sottile e consumata oltre ogni limite eppure ancora presente seppur incapace di delimitare la propria efficacia. A volte ti sarà più utile ed altre… resti anche tu nel tuo piccolo ed oscuro rifugio umido attendendo che qualcun altro chiami tana per te e inevitabilmente continui ad aspettarti non so cosa. Ti suggerirei di restare lì dove ti trovi, ti direi che delle tue pene ed al riguardo non vi sia nulla che io possa fare, perché siamo tecnicamente incompatibili, perché io non sono quello che a te serva e soprattutto perché ho già i miei di casini fottutamente cosmici, come dire che, avendo come misura una catastrofe nebulare, la tua problematica esistenziale più profonda non sia sufficiente a far accendere il minimo gradino sulla mia scala del dolore. Cosa posso fare eh? Cosa posso fare per favorirti? Come posso venirti incontro? Potrei dirti: non appena hai un problema mitTtTelefoni, potrei dirti: lo sai che queste relazioni nonostante la terra e l’aria che tra noi intercorrano, non cesseranno mai di esistere, potrei anche prestarti un polmone ma in fondo che cosa the ne fai? Non avresti bisogno di alcun aiuto se avessi un cervello e siccome invece credo che tu abbia al suo posto solo della banalissima segatura al piscio secco ecco che un aiuto ti serva ma non certo il mio. Che dici, ce la fai a non rompermi più i coglioni? Eh? Che dici, ce LA FAI??? Non rispondere, perché qualunque sia la tua risposta io sono dannatamente sicuro che tu persisterai, è banale ma sei, eri, resti, sarai sempre UNA femmina.

Non ti capita mai di allontanarti involontariamente dal quotidiano cercando, provando una marcata ed inconfondibile nota di disgusto, una volontaria avversione verso l’altro, scrutando il vero spessore ingannevole di ogni circostanza, della vera ed intrinseca apparenza, di ogni più subdola piaga sentimentalmente compromessa e di ogni marcescente e venefica pulsione umana. In codesto spazio per nulla delimitato o accessibile allora ciò che della mente resta, prova a conformavisi, prova a cedere il controllo all’ID che, come un rettile, non ha bisogno di processi complessi ed affinati, non necessita di scuse o di compiacimenti ma agisce al minimo mutare delle condizioni iniziali, reagisce e si adatta ed agisce, se necessario, di conseguenza. Scrivere porta il treno dritto sul tuo binario, è un binario che è libero solo verso una direzione ma ogni treno richiamato vi viaggerà sempre in direzione semplicemente opposta perché tanto più repentina e violenta è la ripercussione tanto più l’azione sarà efficace, limpida, cristallina, sanguigna, dirompente. Quanti sono gli scontri che puoi sopportare, quanti gli squarci ai quali potrai sopravvivere, quanti i pozzi nei quali cadere e dai quali seppur faticosamente, risalire, sai quanti di questi elementi vortichino costantemente in continua collisione in cerca di una fenditura dalla quale poi sgorgare, fuoriuscire ed attaccare. Quanti… pochi o molti, molto pochi o infiniti, naturalmente vaganti e a volte ridondanti ma non per questo omologati e confondibili. Non sei ancora pronta a sfidare il treno (e nemmeno il diavolo) credo io, ma vedi il lato ilare in tutto questo, la stazione è sempre aperta, i treni non hanno mai smesso di andare e tu sei solo una delle possibili destinazioni quando le condizioni sono favorevolmente eccitate e convergenti. Sei uno dei tanti punti morti, uno dei tanti binari a mezzo servizio naturalmente scadenti, naturalmente inadatti alla potenza di un treno in corsa sfrenata, naturalmente destinati ad implodere. Potrei suggerirti che non sempre il binario morto imploda ma il più delle volte la folle corsa e la massa accresciuta sono sufficienti a non farsi più scrupoli e domande attinenti.

E quando la notte chiude ogni più profondo recesso alla speranza io lo avverto e saldamente mi ci aggrappo incurante e penso che abbia tutto il tempo di perdermici, assecondare i pensieri gravidi e prorompenti in avide parole e righe e versi assetati di blues. Non ho mai detto che sia facile, non ho mai detto che sia impossibile, si necessita di una frequenza e quando, grazie ad essa, la tua mente, il tuo cuore o il tuo colon, vada in dissonanza ecco che scrivere di blues diventi appena accessibile, diventa brama da disadattato, diventa una dose tagliata male ma che serve allo scopo, forse provocando più danni che altro ma non è questa forse l’essenza che tanto si rincorra… non è forse questa l’eccitata bramosia che ci confonda. Ed io scrivo il più delle volte, quando la notte si schiude concedendosi come una guardarobiera cleptomane colta in flagranza a fregarti le chiavi dal cappotto, una donna dal corto costume notturno e abitudini alquanto promiscue. Una donna che condivida la tua incapacità empatica ma che al contempo affili le proprie viscosità nascoste e soffochi l’ultimo rigurgito di coscienza e si presti, si chini e si adegui e paghi con l’unica moneta che a lei possa interessare. Abitudini e costumi che non spetta a me di giudicare benché restino nel contempo ben marcati ed identificabili, affinandosi notte dopo notte ed a volte subitaneamente consumandosi in questo immenso vuoto esistenziale, ardendo velocemente ed iniquamente. Se potessi dare un tono alla sua disperazione sarebbe in chiave di blues… perché il jazz è come la scorreggia di dio ma il blues, beh cazzo, il blues è divino.

Sono nel posto giusto… difficile a spiegarsi, sono nel momento del quando, di un quando appena accennato e tuttavia sufficiente, sono dove devo stare e per quanto ogni tenebra avvinghi la mia cupa esistenza scrivo usurpando dal blues ogni sua consistenza intrecciando alle parole una metrica di basso e poi, certamente, un pattern sicuro da batteria e quello che viene e quello, se viene, sarà per lo più degno di nota.

Era il tempo di cinque lustri or sono, lo stesso tempo in cui un piccolo candido squarcio deflagrò sul mio esistere. Non sono cose che cambino la vita o il modo di viverla o il modo di tormentarsi nell’esistenza eppure, qualcosa andò in corto, magari equipaggiavo un sistema già difettoso a priori… non so… e ascoltai di un tale che non arretrasse mai, che non lasciasse il binario sino a che il treno non gli fosse cinque centimetri dalla faccia. Chissà che vita dovesse avere quel tipo pensai, chissà quale vita potrei vivere io se fossi in codesto modo. Posso affermare con certezza due cose, vivo come vivessi, nutrendo la mia metastasi quotidianamente con tutto quello che più la aggrada. Il tizio di cui sopra invece visse una vita breve perché ad un tratto calcolando male la distanza tra il suo naso ed il treno, un cazzo di Blue Comet completamente cromato, venne dallo stesso travolto e macinato in un ammasso di poltiglia sanguinolenta ed appiccicosa.

Lo sai quel gatto… l’ho visto, anzi l’ho trovato, proprio lì dove restano gli spuntoni dei banani grossolanamente tagliati, accanto ai mattoni putridi delimitanti l’aiuola dal complesso, lì, sembrava stesse acquattato o dormiente ma dopo un’occhiata più attenta capii che quella fosse solo la sua carcassa, una strana poltiglia di pelo appiattita con solo la testa distinguibile con le ossa del cranio appena esposte. Chissà da quanto tempo lì si trovasse, chissà da quanto tempo vi pasteggi il folto ed invisibile micromondo. Credo vi abbia piantato inesorabilmente l’ultima delle sue vite per non andarsene più, lo sai che ogni vita prima o poi abbia il maledetto vizio di terminare e del resto se non sia questo il bello di ogni vita… comunque, sembra quasi stesse al riparo e adesso che il sole lo brucia, accelerandone la decomposizione, resti comunque indifferente del proprio consumarsi seppur ancora lento ma inesorabile. Il gatto grigio, già lo chiamavano il Grigio, per il suo colore, per il fatto che anche durante una giornata di pioggia incessante se ne stesse imperterrito all’umido, arrotando la propria voce ed avvisando gli altri felini residenti che quello fosse il suo posto e che lo avrebbe difeso se fosse stato necessario. Credo che il Grigio abbia sostenuto un’ultima lotta e che abbia perso, non solo ai punti. Credo anche che sia ritornato in quell’angolo ormai stanco e ferito e sofferente e sotto la pioggia si sia acquattato proprio contro quei mattoni irregolari delimitanti l’aiuola dal complesso adiacente. Col freddo e tra le foglie è rimasto lì per giorni ed ora che il cielo si sia aperto ed ogni flora si prepari e rifiorire, lui resta lì da monito alla vita. Presto o tardi essa finisce e sai una cosa, non credo lo porteranno via, resterà lì a consumarsi perché questo accade a ciò che dimenticato sia, ciò accade costantemente e non ci se ne accorge, e se anche dovesse capitare, ogni sguardo indugerebbe altrove perché alla vita invertita, alla morte, non ci si vuole proprio pensare. Credo che presto, appena l’odore di decomposizione si attenui arrivi un altro felino a prendere possesso di questo fortino e su questa posizione continuerà a lottare per mantenerla incurante del pericolo e del tempo. Per adesso è ancora il territorio del Grigio, per adesso…

Sai Ginger, eccoti il testo… provalo e dimmi se il tuo basso ci possa andare…

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Oh Ginger, ma non dovevamo sentirci più… interrogativo-negativo. Il tuo tempo ed il mio scorrono in modo del tutto differente, è un’abitudine niente male e, tuttavia la tua, resta un’abitudine discutibile, assolutamente inappropriata e se mi concedi il francesismo, un’abitudine del cazzo. Non...
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14/03/2019 17:06:02
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