Tropico del Fuoco II

27 ottobre 2017 ore 10:26 segnala
Orizzonte obliquo, penombra, luce interrotta, coordinazione forzata, un metro su pelo di mucca, un metro su legno trattato, suoni scomposti, che bello il soffitto, la luna e le stelle mi sembrano quelle, pensieri e bretelle, pensieri e padelle un metro ancora, fronte su porcellana avariata, lagna costante, luce calante, tremare accecante, tremava e il ronzio aumentando intasava, la testa che pesa, il corpo si inchioda, rimane lontana l’uscita da scuola, un metro no mezzo e il pelo è macchiato, acido in bocca, orizzonte alterato, buio poi luce poi buio poi ancora legno a listelle, freddo sudante, caldo raffermo è un metro a piastrelle, scivola dietro, arranca costante e tenta l’allerta ma resta contrito, pensiero avariato ma scivola indietro, dolore pulsante, rotola gira striscia violento e senti il fardello ma muovere e muoversi e sapore di botola e allora ancora rotola…

Eih! Cosa credi! Credi che forse non sappia della tua paura folle, del tuo terrore notturno, della tua provata incapacità di restare in questa stanza senza accendere la lampada dopo il tramonto, credi che solo per il fatto che non ti abbia mai accennato nulla al riguardo sia tutto assolutamente segreto ed a me inaccessibile? Vedo che lo sguardo sia ancora attonito, credo che sia ora che la sveglia suoni, credo sia ora che da questo letto tu finisca di morire, credo/credi di essere già sveglio ma questo però ancora non posso/puoi saperlo. Hai usato troppo Tfbò@xoò.,dfr5weév3 e non è una pratica che possa continuare e non puoi continuare a fare guai e se lo si scopre a casa, questa è la volta che ti ci lasciano chiuso e buttano via la chiave.

Se mi trovassi seduto dall’altra parte del banco alla stregua di ogni altro avventore, sicuramente il bicchiere lo porterei da casa poiché bere un bourbon che si rispetti necessita assolutamente di un bicchiere ed uno soltanto, il mio. Lo devi bere dry senza alcuna roccia aliena e senza la pretesa di renderlo più chiaro, è quello che serve ed è quello che servi. L’ora è quella dell’ombra a candela, è quella che è al tempo di sera, un’ora particolarmente avara di complimenti ma tendenzialmente ricca di spunti interessanti e beceri allo stesso tempo. Differenze tra un becero differentemente interessante e un interessante semplicemente becero è sottile, aguzza come il taglio di parole covate in silenzio che feriscono dentro e che sprizzano sangue se solo le attendi. Spesso la cognizione del tempo diviene qualcosa di molto approssimativo e, riflettendovi, potrei invero affermare di sapere che qui si sia aperto ad una certa ma è anche vero che (mi) risulti altrettanto difficile capire da quanto tempo stia qui a rimuginarvi. Rathild mantiene il suo eccellente livello, non sarebbe appropriato dire che faccia semplicemente un ottimo lavoro. Adesso, tra una richiesta e l’altra, tiene d’occhio le scorte, il livello del ghiaccio, il flusso di cassa, il palco, il banco, i tavoli e tutto il resto e anche l’essere del sottoscala. Non dico sia semplice ma ci vuole qualcuno che sappia fare quello che si debba fare in qualunque momento senza farsi condizionare dal numero delle richieste e dalla ressa eventuale. Ecco perché Rathild non mi dia pensiero alcuno.

La notte è la migliore strada, è quella che (mi) serve affinché tutto proceda in modo spedito. Su quel banco molteplici sono i pensieri che vi si addensano e in modo altrettanto immediato Rathild fa in modo che non stagnino più del necessario, un colpo di straccio, un nuovo sottobicchiere, un nuovo bicchiere e quindi un goccio di quello che serve. Ci sono notti durante le quali i pensieri al banco latitino in modo del tutto lapalissiano ma il ritmo degli shot risulta essere (ad essi) inversamente proporzionale ed al momento opportuno, con un occhio alle scorte, Rathild ammicca in modo molto discreto e quindi ci si adopera affinché il flusso degli shot non risenta e la notte si consumi un dito di distillato alla volta, dito dopo dito, shot dopo shot, bottiglia dopo bottiglia, ressa dopo ressa. Non è come una partita a scacchi poiché l’avversario non mantiene la minima logica necessaria ai basilari presupposti del suddetto gioco ma resta pur sempre un interessante esercizio.

Cerca cassetto disastra divano, disastro invano, bastioni obliqui, rumori sul tetto, pensiero lontano, cerca pallina, poi laccio, poi spugna, poi faccio, poi caccio, consistenza variante attento alla punta, cerca cassetto e cosa mai vista e senso che cede, afferra la breccia ritira giù il piede. Acido brutto, olezzo lontano, striscia tappeto striscia pantano, pillola, pillole, tin-tin continuo d’intorno, arto stanco, la testa, il cancro nel corpo, rimesta divano e disastra divano e disastra divano, fa’ fuori i cuscini, annaspa nel mezzo, cercare piastrine, soffitto poi guerra, soffitto poi guerra rotola e dondola versando per terra, sudando per terra, grondando per terra, sudando per terra, sognando una stella, morendo per terra, gattona no striscia, gattona no annaspa, un metro di un metro che sembra una vasca, acchiappa la plastica ma cade già vuota, pillole tin-tin pillole tin-tin non sono a portata la testa rigira tutto sembra lontano, sbatto vetrata mi serve soltanto, se, a portata di mano.

Zippora scalda le corde, non ha ancora iniziato ma tra un po’ le luci indicheranno il suo trono e il brusio si cheterà. Resterà un fascio azzurro ed allora l’aria stessa diverrà ridondante della sua melodia. Non è un appuntamento fisso ma non essendovi rigida programmazione Zippora decide. Come fare ad incontrare aree così diverse e contrastanti, misture creative invero costanti… è la sua arte vicino al suo abituale carosello di cavallucci e se anche avesse voglia di cavalcarne uno o più di uno a sera sarebbe lo stesso. Muove la testa in un modo indiscutibilmente unico e Schwabhild opera al mixer luci e al mixer audio ed a quel punto la Mamuska smetterà di buon grado il suo normale monopolio. Spesso non vi è modo di spostarsi dal banco ai tavoli e viceversa e, quando Zippora decida che sia giunto il momento, occorre avere un buon posto o ottimi riflessi per potersela così godere appieno perché altrimenti si resta in seconda linea, in penombra, sotto mezza trincea, tra gli echi e il fruscio, tra i marchi e le impronte. Spesso ci si illude di percepire il controllo, di avere in ordine il resto del mondo e altrettanto spesso ci si accorge di essere fallaci ed inadatti e assassini dell’altrui fiducia. Non avrei dovuto ma ho preso una scatola di assoluti al fondente, il mio metabolismo è così lento che se anche morissi impiegherei un mese a rendermene conto e tuttavia non ho resistito, non ho potuto negare al palato quella soffice vellutata scioglievole sensazione. Farò ammenda nel turno di sotto, farò ammenda accordandola, farò ammenda sentendola ancora.

Normalmente il tempo che intercorra dal suo cenno al suo angolo di spettacolo è quello di una sigaretta fumata avidamente ed in bella vista. Non c’è una vera e propria limitazione in questo senso, non v’è una politica assoluta di divieto e se vieni a bere puoi anche liberamente fumare. Ovviamente come diceva il mio vecchio se la tua cicca la lasci sul pavimento è possibile che vi lasci anche gli incisivi ma al di là di questa particolare evenienza puoi bruciarti tutti i polmoni che hai oltre al fegato. Oggi, tra la questione sottopostami da Mhammudh e il solito calendario pieno zeppo di eventi da epurare, i secondi sono stati gli unici elementi probatori di questo odierno e surreale viaggio che sin qui mi abbia condotto. Vero, a volte vi arrivo per altre vie, altre strade ma ci si può arrivare comunque in molteplici modi e la cosa più importante è se si voglia davvero arrivarvi. Quando Schwabhild non si mette in mezzo per confondermi ulteriormente come quando quel dannato piano suona sordo sul Do della terza ottava o quando la solita iarda di J.Cuervo 250 non (mi) basta, riesco allora a sentirmi per come non dovrei, per come non vorrei ma intanto è la percezione che si affranca e che mi lascia un telaio scarno in mezzo a folli ed ampie parti da riorganizzare. Ogni notte il pieno di avventori è simile alla ressa dei furetti attirati da una succulenta carogna e questo nonostante gli eventuali e molteplici pensieri stagnanti più di ogni altra cosa.

Margine aneddotico, tendine teso, perso, acuto, ossitocina dispersa, tregua inoltrata, la terra che trema e che sporca, striscia oltre il tappeto, striscia no rotola no striscia no macina, affossa coscienza, assuefatti all’assenza, perdenza di peso, cercando, rimesta, niente per testa, equilibrio preteso e nulla trovato, tin-tin-tin i denti rimbalzano dal troppo al mancato, striscia sui nervi dolore irraggia, striscia matura che origina e spacca, striscia stavolta sul piano inclinato, tira col naso il principio ferroso ed il muco seccato, muro attesta, muro ritrova consistenza piena e nel buio riposa. Spirito macchinico, silenzio turbato, occhi ritorti, striscia inclinato.

Dei pensieri stagnanti non ho nostalgia, di quelli stagnanti tra un bicchiere e l’altro, tra mani di diverso genere, tra sospiri e malinconiche tristezze, tra discorsi più o meno articolati e sagge decisioni logiche. Come diceva sempre il mio vecchio, non è mai un buon momento per iniziare a bere, non è mai un buon momento per continuare a farlo e non è mai un buon momento per smettere ma se proprio lo si debba fare allora che sia intenso e che ne valga la pena. Non sprecare mai un brindisi e non versare ciò che invece dovresti bere. Quando non hai idea del fatto che la tua coordinazione motoria sia già andata a puttane da un pezzo allora devi comunque renderti conto che sia giunto il momento di alzare il culo dallo sgabello e senza rimettere il distillato ingollato sul pavimento, avviarsi verso il portico lasciandosi alle spalle questo locale e lì, una volta giunto, assaporare la fresca aria notturna, prendere fiato e svuotare il proprio cuore dai propri risentimenti ma non la vescica. Attendere il giusto e quindi andare. Così il mio vecchio diceva e però non fatevi ingannare, quanto appena enunciatovi poteva (anche) essere una serie di osservazioni congrue e logiche ma questo non gli impediva di usare ben altre forze fisiche e vincoli incidentali nel momento in cui la suddetta serie non fosse recepita correttamente dall’avventore medio.

Carenze, carenze, carenze, ferite. Ho dormito troppo o troppo poco, sarà per questo che non abbia idea di che ora sia, il cielo non aiuta, è da un po’ che abbia smesso di dare una mano ad orientarci temporalmente parlando. Questa tempesta elettrofonica non accenna a diminuire e lo spettro cromatico è come sempre impazzito, la banda VLF è costantemente satura, i pennuti artificiali mantengono il loro canto armonizzato. Certamente contrite cave coriacee contendenti. Dovrebbe essere l’alba ma potrebbe essere anche piena notte o pieno giorno, l’ossigeno molecolare stria queste porzioni di cielo di/in venature di rosso, a volte si visualizza in archi più o meno ampi, a volte si manifesta in ondate lente ed altre drasticamente più rapide che sfumano via nel blu dell’azoto.

Percezione distonica, il certo è inesatto, l’oscuro sereno, il tempo un viatico, il male un lusso supremo, se i tempi siano migliori o semplicemente siano… a volte mi è capitato di utilizzare parte dei suddetti vincoli in modo del tutto occasionale ma ciò non di meno quello che si dovesse fare è stato ovviamente portato a termine. Ah senza di te, Suleika, non saprei come fare. È il tempo di farsi rapire ed aspettare lungo il fascio stellare, lungo l’onda e la cresta lungo il profilo e la sua forma. Allora ascoltando… quei pensieri si chetano per il metro che serva, per il mezzo che spiazzi e per il suddetto tempo che spenda.

Zwaantje e Volkberta vegliano coloro pazzamente lucidi, straordinariamente persi, inestricabilmente liberi, realisticamente avellenti, subdolamente eccelsi, contortamente aperti coloro inevitabilmente presenti, pedissequamente omogenei, liberamente frustrati, congruamente delicati coloro attendenti in silenzio, che pregano ogni avverbio, rifiutano l‘assenso, comandano in eterno, si nutrono del tempo e delle vite in esso perse, lasciano sempre ferite aperte, leggono, fomentano, recidono, ingannano, lasciano il superfluo annichilendo, incidono, trafiggono, scarnificano, distruggono la stessa essenza in ogni tassello, angeli malati, arti divelti protesi infinitamente feroci, anime liquide in menti e ricordi.

Quando, mio malgrado, mi ritrovo ad affrontare la stessa paura di lasciarmi invischiare da remore che non sono mai del tutto sopite, mi accorgo di quanto labile sia quel limite oltre il quale cerchi di non andare. A volte la volontà è uguale al mio pensiero altre volte è solo una base diversa e una forza contraria… a volte… ma solo a volte la sento… è la mancanza nell’esistenza… ombra primaria.
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Orizzonte obliquo, penombra, luce interrotta, coordinazione forzata, un metro su pelo di mucca, un metro su legno trattato, suoni scomposti, che bello il soffitto, la luna e le stelle mi sembrano quelle, pensieri e bretelle, pensieri e padelle un metro ancora, fronte su porcellana avariata, lagna...
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27/10/2017 10:26:36
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Commenti

  1. h.ardest 27 ottobre 2017 ore 12:27
    Rimango allibito,blog straordinario,complimenti
  2. Elazar 07 novembre 2017 ore 23:44
    Grande spessore, ottimo linguaggio. Vivo, diverso e affascinante
  3. AllegroRagazzo.Morto 08 novembre 2017 ore 10:31
    @h.ardest:
    grazie... vorrei riuscire a serbare per me parte della tua ottimistica visione...
  4. AllegroRagazzo.Morto 08 novembre 2017 ore 10:39
    @Elazar:
    Caro Elazar, grazie... se stia male è molto probabile che mi metta a scrivere, se stia peggio è altamente probabile che la suddetta azione diventi una certezza. Ci sono momenti nei quali unire in un filo seppur non logico e/o lineare questi pensieri stagnanti sia altamente propedeutico al mio stato. Non so se in effetti tutto questo risulti infine in un bene o un male ancora peggiore.

    Sarà lapalissiano ma è sempre bello leggerti in queste acque...

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