Incipit

14 febbraio 2014 ore 05:59 segnala
“C’era una volta ….. “ no, non va bene. Ricominciamo…

“Era una notte buia e tempestosa …” non mi piace nemmeno così! .. disse tra sé, appallottolando il foglio bianco sul quale aveva scritto quell’unica frase, e gettandolo nel cestino della raccolta differenziata per la carta, quello di colore giallo.

Quella sera pareva particolarmente difficile mettere insieme i pensieri. Di solito funzionava così: prendeva un foglio di carta pulito, scriveva la frase di partenza, poi qualche idea sullo svolgimento, piccoli appunti, note. E infine abbozzava un finale: su tutto questo materiale poi lavorava, per dare corpo alla novella.

Questa volta i pensieri invece vagavano per i fatti loro, senza dare tregua.
Probabilmente era complice la grande stanchezza e i 1.700 chilometri che la dividevano dal luogo nel quale era stata fino a qualche ora prima.

(...)

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“C’era una volta ….. “ no, non va bene. Ricominciamo… “Era una notte buia e tempestosa …” non mi piace nemmeno così! .. disse tra sé, appallottolando il foglio bianco sul quale aveva scritto quell’unica frase, e gettandolo nel cestino della raccolta differenziata per la carta, quello di colore...
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Raccolta differenziata

21 gennaio 2014 ore 00:24 segnala
Il suo nome era Giacomo Fasano, ma tutti ormai lo conoscevano come Giacu.

Non era possibile determinare la sua età. Il viso era appena rugoso, gli occhi profondi del colore del mare. I folti capelli, nero corvino, erano ricci e arruffati. Gli abiti che portava sembravano essere appartenuti a persone vissute molti lustri prima, tanto erano vecchi e lisi: i pantaloni (un tempo forse neri, ma ormai grigi), di almeno due taglie più grandi, erano legati in vita da una cordicella, per impedire che cadessero. La camicia felpata a quadrettoni aveva un colore indefinito, oscillante tra il mattone e l’ocra, i gomiti consumati e a tratti trasparenti. Ai piedi, scarpe logore, che portava senza calzini.

Un tempo non era quella persona lì: viveva in una bella casa, con una splendida moglie, due figli, e lavorava come affermato dirigente. E poi … la sua gelosia ossessiva, peggio di un Otello, distrusse il suo rapporto e la sua famiglia, facendolo cadere in una profonda depressione, che poté vincere solo fuggendo. Da tutto, da tutti, da ogni cosa. Per rifugiarsi nel suo purgatorio personale …

Camminava con un incedere fiero, a testa alta, senza dimostrare alcuna vergogna per il suo aspetto. Teneva in una tasca una borsa di tela ocra, di quelle utilizzate per la spesa. Si muoveva a passo veloce verso una discarica abusiva che si trovava appena fuori dal centro abitato, come spesso accade alla periferia delle grandi metropoli, nelle zone più degradate.



Lì era possibile individuare un cumulo di oggetti impilati a mo’ di montagnola, dei più vari: vecchi elettrodomestici, televisori, scatole e scatoloni, pile di libri e riviste, abiti, stracci, macerie di ogni tipo, una vecchia vasca da bagno, pezzi di ingranaggi, una scala arrugginita …

Si diresse con molta decisione verso quella montagna che per lui rappresentava una valida fonte di ricchezza. Lo sapeva, le persone si liberano di molte cose anche quando queste sono ancora funzionali e funzionanti, per il solo gusto di rinnovare l’ambiente, o anche solo per cambiare il colore delle cose che non soddisfano più.

Riuscì a trovare, in mezzo a quella miniera inesauribile, un vecchio papiro egiziano, contenente una serie di incomprensibili geroglifici, e il disegno del dio Anubi; un libro sgualcito, con la sovra copertina lucida, nera, molto consumata, il cui titolo si riusciva ad intuire: ” I tre moschettieri”, e si vedeva il disegno con i quattro moschettieri (il quarto è D’Artagnan, lo sanno tutti!). Mise il suo bottino, con grande soddisfazione, nella borsa di tela, e si incamminò verso il parco, dove c’era la casetta dell’acqua, nei pressi della quale aveva insediato la sua dimora.

Arrivato alla panchina davanti alla costruzione, sistemò gli oggetti contenuti nella borsa all’interno di un carrello dove teneva le sue cose, si sedette e aprì la confezione di gorgonzola scaduto, recuperato tra i rifiuti di un supermercato a pochi isolati dalla sua “casa” , e qualche pezzo di finocchio, un po’ marcio, ma che togliendo le foglie esterne rivelava un cuore ancora fresco e tenero, e mangiò con voracità la sua lauta cena, soddisfatto del bottino della sua incursione.

Infine, dopo aver tirato su il tessuto del pantalone della sua gamba destra, si massaggiò con dolcezza il ginocchio con un unguento (balsamo di tigre, forse?) che aveva raccolto qualche giorno prima vicino alla farmacia: l’umidità, talvolta, gli procurava qualche dolorino, ma sapeva come farlo passare.



Gli bastava poco, a Giacu, perché non gli mancasse nulla.



Cle

Questo post nasce da un gioco di scrittura praticato tra amici ed è un post "a tema" su elementi dati, suggeriti a turno dai vari partecipanti e pubblicati ogni 15 giorni sul blog del profilo Ilpassaparole (per questo scritto, le parole – suggerite da thya - erano: Geroglifici - D'Artagnan – Gorgonzola – Purgatorio – Otello – Unguento). Sullo stesso blog potrete trovare, nei commenti, i link ai racconti degli altri partecipanti. E... siete invitati a partecipare anche voi!!!
http://www.chatta.it/community/ilpassaparole/
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Il suo nome era Giacomo Fasano, ma tutti ormai lo conoscevano come Giacu. Non era possibile determinare la sua età. Il viso era appena rugoso, gli occhi profondi del colore del mare. I folti capelli, nero corvino, erano ricci e arruffati. Gli abiti che portava sembravano essere appartenuti a...
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Vivo Nuda

17 gennaio 2014 ore 11:46 segnala
Adoro stare in abbigliamento minimale. Poche cose, forse nemmeno lo stretto indispensabile.

Sentire l’aria sulla pelle. Talvolta, provare quel piccolo brivido di freddo, per quanto poco si è coperti. Lasciare respirare ogni poro della pelle, lasciar trasparire la propria fragilità, il proprio essere indifesi, senza corazza.
Senza maschere, senza vestiti. Così, come si è, con le proprie imperfezioni, con la propria ciccia, le smagliature, i segni del tempo.

E’ rischioso, vivere nudi. Ma si sente proprio tutto…

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Adoro stare in abbigliamento minimale. Poche cose, forse nemmeno lo stretto indispensabile. Sentire l’aria sulla pelle. Talvolta, provare quel piccolo brivido di freddo, per quanto poco si è coperti. Lasciare respirare ogni poro della pelle, lasciar trasparire la propria fragilità, il proprio...
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Invidia

13 gennaio 2014 ore 21:04 segnala


Avete mai provato a fare un trasloco?

E’ una strana esperienza, non tanto per la fatica, le interminabili ore a inscatolare, caricare, scaricare, togliere dalle scatole, sistemare… No.

Quello che è particolare, travolgente, malinconico anche, è il ricordo.
Quando siamo costretti a mettere mani a cose messe in un angolo, dimenticate per caso o, molto più spesso, volutamente, facciamo riaffiorare in noi tutto ciò che le cose, le “nostre cose”, hanno dentro si se: un pezzo di noi.

Ho aiutato la mia amica a disimballare scatole di cose appartenute a sua madre.
Scatole piene di libri, di oggettini, di soprammobili.
Il viso della mia amica lasciava trasparire, aprendo ogni scatola, tutto ciò che aveva rappresentato per lei quell’oggetto, quel libro: emozione, allegria, gioia, ma anche tristezza. Disperazione, dolore.



“Questo libro, l’ho già letto. E quello…? Siii… è l’Antologia di Spoon River “, mi dice indicandomi un libro fitto fitto di pagine, con copertina molle, quasi inesistente, il prezzo esposto in lire. Le pagine fortemente ingiallite.

“Guarda questo: era il mio vocabolario delle medie! “ Le si accendono gli occhi, a dirlo, e sfoglia quelle pagine sottilissime, di carta velina, piene piene di parole, e immagini qui e là, rigorosamente disegni in bianco e nero. “Sai cosa mi piaceva tanto?” mi dice…” Adoravo guardare le figure, gli schemi. Li conoscevo tutti”.

“Ma quanti ne ho letti, di libri?” dice con aria persa… “Li ho letti quasi tutti…”



Guardando, sfogliando, troviamo dediche e annotazioni sulla prima pagina: 1954, 1958, 1963… Libri che sono lì da una vita. Molti hanno la copertina rifatta, tutti dello stesso colore, per conservarli.

Tutti quei libri, erano di sua madre. Una donna che ha cresciuto, da un certo punto in poi, tre figli da sola, che ha saputo cavarsela, nonostante tutto. Una donnina minuscola, oggi, che ogni volta che la vedo mi chiede “Ciao. E tu, come ti chiami?” “Sempre Clelia” le rispondo, sorridendo.
Sua figlia la guarda, ora con serena rassegnazione, ora con rabbia, ora con apatia. L’Alzheimer si è impossessato di quella donna che conosceva tante di quelle poesie a memoria (e talvolta, qualcuna, chissà per quale scherzo, riemerge). Che ha letto tanto, che conosceva i cantici dell’Inferno quasi a memoria. Che le ha insegnato a vivere nel mondo, le ha insegnato l’amore per la cultura, per la lettura, per l’arte, la storia; e adesso non riesce più a esserci, nel mondo, e ne ha uno tutto suo.

Apriamo un’altra scatola. E’ zeppa di cartine, depliants, guide di città e stati. “E lei c’è stata, in tutti questi posti. Quanto ha viaggiato…”. Ha gli occhi lucidi. Poi scorge, in mezzo, fogli piegati, e alcuni altri oggetti: un quadernino, tutto scritto a mano (“sono i pensieri che la colpivano, quando leggeva, e li trascriveva qui…”), un’altra agenda.

Si ferma, inizia a leggere quella agenda, e poi corre dalla madre.
Riprende a leggere ad alta voce: sono dediche, le dediche delle compagne di scuola di sua madre. “Te la ricordi, questa?” E le legge il piccolo componimento, e il nome della persona che glielo ha dedicato. E poi un altro, e un altro ancora. La madre scuote la testa… “Non la conosco”. Ma lei continua, fino a quando la sua voce si rompe, e non riesce più a leggere. “Non ce la faccio…” dice, e scoppia in lacrime.

Sono lacrime di chi piange un morto. Perché quella persona meravigliosa non c’è più. La malattia crudelmente se l’è portata via.



Quando le saluto, mi fermo lungo l'argine del fiume, e mi lascio andare anche io, nei ricordi, un po'. L'ho invidiata, la mia amica, nonostante la terribile sorte che ha. Ho invidiato le sue lacrime. Perché io, non ho nemmeno quei ricordi. Nessuno mi ha insegnato ad amarla, la vita.
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« immagine » Avete mai provato a fare un trasloco? E’ una strana esperienza, non tanto per la fatica, le interminabili ore a inscatolare, caricare, scaricare, togliere dalle scatole, sistemare… No. Quello che è particolare, travolgente, malinconico anche, è il ricordo. Quando siamo costretti ...
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Ho combinato un matrimonio

07 gennaio 2014 ore 15:47 segnala


Passeggiata in Baires, uno dei primi giorni dei saldi.
Tanta gente... Milano ha un suo fascino, talvolta, anche se di solito non la sopporto molto. Una città caotica, con gente che ha sempre fretta, che non guarda in faccia, che corre, che non vive, quasi.
Eppure, ieri... l'ho vista diversa, un po'.

Forse a causa, anche, della giornata festiva, e dei negozi aperti per i saldi, e del fatto che finalmente non pioveva. E forse, anche, grazie al mio "cane da rimorchio".
Perché... si, mi accompagno con una cucciola (mi ostino a chiamarla così, anche se ha ormai 15 mesi), di nome Asia, razza incrocio di pinscher. E' un autentico cane da rimorchio, perché quando vado a spasso con lei, le persone si fermano, le fanno le coccole, lei scodinzola sempre, è allegra e gioviale. E favorisce le relazioni interpersonali: due parole, un sorriso, una carezza (sempre tutto a lei, sia chiaro: ma inevitabile, poi, rivolgere una parola anche a me ;-) )
A dire il vero, non è nemmeno un pinscher di razza, non pagherei mai per un cane, non perché non valga, ma perché certi affetti, certi amori, non si comprano. Nascono, semplicemente.



Bene: ieri, tra i tanti incontri fatti per la strada e dentro i negozi (bimbi che si avvicinavano, genitori che mi parlavano, persone che sorridevano alla piccola, e le facevano carezze) ce n'è stato uno folgorante, con Leo. E la sua "mamma"...

Insomma: Leo ci prova, Asia si ritrae. Leo annusa, Asia scappa. Poi si guardano, si nuffiano, si ringhiano (no, solo Asia ha ringhiato). Ma Leo non demorde.
E lì, inizia lei, la "mamma" di Leo, a chiacchierare, a raccontare, a guardare, ad accarezzare. Si presenta, e poi svela il desiderio del suo piccolo, ma che secondo me è più suo, che di Leo: vuole renderlo papà! Vuole donargli il godimento di un amplesso con una femmina sua pari, vuole avere una progenie per il suo protetto...
Resto sconcertata: non mi era mai successo, di "combinare" un matrimonio, ma così è stato. Ci siamo scambiate, noi "consuocere", i numeri di telefono, il whatsApp, con tanto di foto ricordo....



Insiste, che le piacerebbe davvero tanto che Leo, a suo dire "superdotato", possa divertirsi con una femmina. Ne parliamo, un po' scherzando e un po' sul serio.

Verso sera, mi scrive, lei, e mi manda un messaggio con la foto "in tiro" di Leo.
E dicendo, Leo, che ... ama Asia ;-) :-)))



Ma non è carino? Non so se sentirmi un cupìdo, oppure una maìtresse....

Cle, detta anche "putto alato" :-))) 8-)
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« immagine » Passeggiata in Baires, uno dei primi giorni dei saldi. Tanta gente... Milano ha un suo fascino, talvolta, anche se di solito non la sopporto molto. Una città caotica, con gente che ha sempre fretta, che non guarda in faccia, che corre, che non vive, quasi. Eppure, ieri... l'ho vista ...
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PRIMULE NEL CESSO

06 gennaio 2014 ore 14:44 segnala


Nel cesso della stazione di Monza
Carlo desidera
incontrare donna grandi tette
che vuole scopare nel culo

Nel cesso della stazione di Sesto San Giovanni
Giusy grandi tette
desidera incontrare
uomo gentile amante sesso anale

La distanza fra i loro desideri
è pari a quella fra due cessi luridi
e corre su sette chilometri di rete ferroviaria
e in questa domenica di primule e marzo e città
io faccio il tifo
perché Giusy incontri Carlo
spero che Carlo sia gentile
e che adorino farsi l’amore
e che la distanza fra i loro cuori
non sia più lunga di quella che separa quei due cessi
e i loro desideri

Una poesia di Alessandra Racca, dal suo libro " L'Amore non si cura con la Citrosodina", ed. Neo
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« immagine » Nel cesso della stazione di Monza Carlo desidera incontrare donna grandi tette che vuole scopare nel culo Nel cesso della stazione di Sesto San Giovanni Giusy grandi tette desidera incontrare uomo gentile amante sesso anale La distanza fra i loro desideri è pari a quella fra due ce...
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Pregio o difetto?

05 gennaio 2014 ore 12:55 segnala
Raramente ho usato termini tipo “coming out” o “outing”.
Ma da ragazza parlavamo di “autocoscienza”. Questo lo ricordo … Ci trovavamo, gruppo di donne semi incazzate, e anche no, a parlare, a raccontare e a raccontarci, a farci forza, a tirare fuori cose che avevamo dentro e che credevamo “peccato”. Per poi scoprire che peccato non era, che sbagliato in fondo non era. Che eravamo donne, e, prima che tutto, persone, esseri umani. Non dotate di infallibilità.

Si parlava delle proprie esperienze, positive (raramente) e negative (quasi sempre). La tendenza a nascondere, per vergogna, molte esperienze negative fa si che queste assumano proporzioni enormi, quasi bibliche, perdendo adesione con la realtà o con il fatto reale in sé.

Credo che l’esperienza avuta mi abbia, seppur un minimo, fortificata. Anche se non penso di essere, oggi, una persona forte, ma certo spesso consapevole, il che non è poco…



Ho realizzato, sulla base di queste premesse, la mia natura “accogliente”. Cosa significa? Non solo aprire la propria porta (di casa) ed essere gentile ed ospitale con chi vi entra, ma più in generale accettare le persone, tentarne la comprensione, essere tollerante nei confronti degli altri, avere capacità di ascolto. Non è una cosa che ho imparato in fretta, forse devo ancora perfezionarmi… ma anche no… perché, purtroppo troppo spesso l’accoglienza viene travisata, usata, manipolata. E questo è male.

Mi rendo conto che continuo, nonostante tutti i miei buoni propositi da agnostica, o forse atea, a fare distinzione tra il bene e il male, che so con quasi certezza essere concetti prettamente religiosi. Però devo riconoscere che rende molto, usare quelle parole. E ciò che è male, capisco bene cos’è, specie se mi riguarda.

Ecco, devo ancora decidere se il mio essere accogliente sia un pregio, oppure un difetto.

Risposta? ;-)

Cle
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Raramente ho usato termini tipo “coming out” o “outing”. Ma da ragazza parlavamo di “autocoscienza”. Questo lo ricordo … Ci trovavamo, gruppo di donne semi incazzate, e anche no, a parlare, a raccontare e a raccontarci, a farci forza, a tirare fuori cose che avevamo dentro e che credevamo...
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Storia (di una vita qualunque)

03 gennaio 2014 ore 01:14 segnala
Era una persona dolce, sempre sorridente, salvo che quando un velo copriva i suoi occhi, e la sua espressione diveniva malinconica.
Erano ormai diversi anni che viveva sola, in compagnia di due gatti della stessa età, Micio e Bigio (che però non erano fratelli, ci teneva a precisarlo, quando le chiedevano la loro età). Il tempo stava trascorrendo e, nonostante non si potesse dire che dimostrasse la sua età, il peso degli anni passati faceva si che quel velo di malinconia comparisse troppo spesso nei suoi occhi.



Adorava sorridere, e lo faceva anche camminando per la strada, salutando le persone che la guardavano, anche se sconosciute. Sapeva quanto un sorriso fosse contagioso, e quanto poco costasse, e quanto poteva dare a chi lo ricevesse. Sentiva di stare bene, facendolo, e probabilmente faceva star bene gli altri. Si voleva illudere che fosse così.

Viveva in un piccolo paese di provincia, ma nonostante questo, non si curava di quello che i vicini potessero pensare di lei; mai diede peso al conformismo, alle convenzioni, a quello che “non sta bene”. Alle volte ci pensava, quando le capitava di ricevere degli uomini, amici o amanti che fossero, e si chiedeva cosa avrebbero potuto immaginare la signora Teresa della casa a fianco, o la signora Carla, odiosa proprietaria del negozio di fronte a casa.

Il mondo così com’è non le apparteneva troppo. Fantasticava fin da bambina di partire, alla scoperta di quello che gli occhi non vedono, ma che percepiscono col cuore. Quante volte, insieme ai genitori, andava davanti all’aeroporto, a vedere gli aerei che partivano, o che atterravano. I grandi uccelli di acciaio che ingoiavano le persone e le cose, per portarle lontano… Avrebbe voluto essere ancora più piccina, per potersi nascondere e intrufolarsi dietro a qualche passeggero, accoccolarsi piccola piccola e aspettare il rombo dei motori, la spinta che permette all’aereo di staccarsi dal suolo, quando sembra che tutto salga verso l’alto, anche il cuore.



Passava la maggior parte del suo tempo chiusa in casa. Aveva sviluppato una sorta di rifiuto verso il mondo esterno, salvo poi tuffarvisi nelle giornate di sole, per andare a fare un giro con la sua bicicletta, per fare quel minimo di spesa che le occorreva. Non aveva un cestino, e metteva tutta la spesa nello zainetto che portava sulle spalle. Cuffiette con la musica nelle orecchie, talvolta si attardava in giri al di fuori del paese, sfidando il suo poco allenamento, che le faceva venire il fiatone ad ogni minima salita.

Durante le sue passeggiate, pensava, e pensava, e i pensieri erano stormi di uccelli che si incrociavano, libravano le loro ali nell’aria, liberi e apparentemente senza alcuno schema preciso. Ma, come gli uccelli, cambiavano percorso tutti insieme, ordinatamente, saltando da una situazione, ad un’altra e ad un’altra ancora.



:-)
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Era una persona dolce, sempre sorridente, salvo che quando un velo copriva i suoi occhi, e la sua espressione diveniva malinconica. Erano ormai diversi anni che viveva sola, in compagnia di due gatti della stessa età, Micio e Bigio (che però non erano fratelli, ci teneva a precisarlo, quando le...
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Solitudine e Anestetico

06 dicembre 2013 ore 12:36 segnala
Il problema forse non è quello di essere sola.
Non so nemmeno se sento il peso della solitudine, non riesco nemmeno più a capirlo, sai.




Il mio problema è che finisco per allontanarmi dal mondo.
Dalle persone.
Dalla vita.
Mi sento un pochino anestetizzata, quasi....
In un sonno, senza sogni




Cle
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Il problema forse non è quello di essere sola. Non so nemmeno se sento il peso della solitudine, non riesco nemmeno più a capirlo, sai. « immagine » Il mio problema è che finisco per allontanarmi dal mondo. Dalle persone. Dalla vita. Mi sento un pochino anestetizzata, quasi.... In un sonno,...
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Crescita (interiore)

25 novembre 2013 ore 09:22 segnala
Quante cose imparo, sempre, dalle persone.



Sono un piccolo essere umano, con limitate capacità. Ma ogni volta che ho incrociato, avvicinato, conosciuto in modo più o meno approfondito una persona, durante la mia vita, so che mi ha donato, consapevolmente o inconsapevolmente, qualcosa, che mi ha consentito di crescere, un po’.

La mia innata curiosità ha fatto si che molte conoscenze degli altri siano entrate anche nel mio bagaglio, che sinceramente è ormai un po’ stretto, pieno e stracolmo, e straborda un po’. Dimentico pezzi, dimentico nomi, dimentico visi.
Ma le persone non le dimentico, quelle no. E nemmeno ciò che mi hanno saputo dare: una canzone, un film, un libro, una curiosità, una carezza, un pensiero, un gesto. Un momento.

Che la vita è fatta, poi, di tutti questi momenti.

Non è detto che siano stati belli per forza, e nemmeno necessariamente brutti.
Ma... stanno componendo il puzzle che è la mia vita. Disordinata, incasinata, pasticciata. Vera.
Sperando di essere capaci di sistemare i pezzi nel modo giusto....:-)) :-)



Grazie, a tutti. Comunque.


C’è ben poco merito nella virtù, e ben poca colpa, nell’errore (Fabrizio De Andrè)


Cle
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Quante cose imparo, sempre, dalle persone. « immagine » Sono un piccolo essere umano, con limitate capacità. Ma ogni volta che ho incrociato, avvicinato, conosciuto in modo più o meno approfondito una persona, durante la mia vita, so che mi ha donato, consapevolmente o inconsapevolmente,...
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