Zio, tu sei la metà del mio cuore

07 dicembre 2016 ore 12:00 segnala
Era la notte del 31 dicembre di qualche anno fa.
Quella che lega come un ponte il vecchio e il nuovo anno.
Uscimmo fuori, dopo gli auguri, a vedere i fuochi.
Esplodevano nell'aria e la coloravano di mille colori e forme. Le luci dei botti si mescolavano a quelle delle stelle, ti sono sempre piaciute le stelle.
Ti presi in braccio, affinché tu potessi vedere meglio, con la visuale più libera.
Avevi solo tre anni.
Il cielo era una festa di colori, tu li guardavi incantata.
Difficile distogliere gli occhi da quello spettacolo.
Ma la tua premura per me ebbe la meglio.
Rinunciasti per qualche attimo ai festeggiamenti che si tenevano in alto e puntassi gli occhi sul mio collo scoperto. Sapevi già della mia debolezza per i raffreddori.
Con le mani piccole prendesti la cerniera della maglia e la alzasti per coprirmi meglio.
"Zio, fa un po' freddino."
Poi tornasti a guardare i fuochi incendiare il cielo.

"Mamma, meno male che zio è nato."

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Era la notte del 31 dicembre di qualche anno fa. Quella che lega come un ponte il vecchio e il nuovo anno. Uscimmo fuori, dopo gli auguri, a vedere i fuochi. Esplodevano nell'aria e la coloravano di mille colori e forme. Le luci dei botti si mescolavano a quelle delle stelle, ti sono sempre...
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07/12/2016 12:00:31
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Caro Babbo

05 dicembre 2016 ore 18:13 segnala
Caro Babbo,
per Natale quest'anno ti chiedo di non portarmi niente. Ho già tanto, forse troppo che rischio pure di non percepirne il valore.
Se puoi, portami via qualcosa.
Porta via un po' della mia paura. Perché la parte sana mi salva la vita, ma quella superflua, la vita, me la ruba.
Porta via qualche mio pensiero perché tanti ne ho da rendere la mia testa piena come un uovo. E chi ha troppi pensieri rischia di smarrire il filo dell'esistenza e rendere più pesanti i sogni e i sogni devono rimanere leggeri per poter volare in alto.
Porta via un po' delle foglie che mi ricoprono, come fa l'autunno con gli alberi. Non per spogliarli, ma rendermi capace di accogliere nuovo amore, nuova bellezza, nuova vita.
Grazie.

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Caro Babbo, per Natale quest'anno ti chiedo di non portarmi niente. Ho già tanto, forse troppo che rischio pure di non percepirne il valore. Se puoi, portami via qualcosa. Porta via un po' della mia paura. Perché la parte sana mi salva la vita, ma quella superflua, la vita, me la ruba. Porta via...
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Un cuore

01 dicembre 2016 ore 20:03 segnala
Avrei voluto che
il mio fragile cuore
fosse composto da qualcosa
di diverso che non
questo burro rosso
che si scioglie dinanzi al tepore
o questo filato bianco di nuvola
che si sfrangia al primo
soffio di vento.
Qualcosa che conservasse pure
la tenerezza, la sensibilità
ma in misura tale
da farmi andare per il mondo
senza avere le braccia chiuse al petto
per proteggerlo,
senza sentirlo battere incessante
come il tamburo di un'antica danza.
Avrei voluto essere uomo
senza tutti questi timori,
questi lividi che faticano
a scolorire,
questi occhi timidi
che non sanno fissarsi nei tuoi.
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Avrei voluto che il mio fragile cuore fosse composto da qualcosa di diverso che non questo burro rosso che si scioglie dinanzi al tepore o questo filato bianco di nuvola che si sfrangia al primo soffio di vento. Qualcosa che conservasse pure la tenerezza, la sensibilità ma in misura tale da farmi...
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01/12/2016 20:03:52
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Me

29 novembre 2016 ore 13:31 segnala
Mi sto vagando dentro.
Come Ulisse,
come Teseo.
Come me
in cerca di me.

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Mi sto vagando dentro. Come Ulisse, come Teseo. Come me in cerca di me. « immagine »
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La cura

25 novembre 2016 ore 11:55 segnala
Possiedono, le donne,
la pazienza dell'attesa,
la lunghezza di uno sguardo
proiettato a domani.
Possiedono il calore di un fuoco
che scalda, rassicura.
Le donne consolano, ascoltano,
piangono insieme a chi piange.
Se fossi un dio
metterei il mondo
nelle loro mani.
Perché le donne curano.
E così farei con questo
mio cuore.

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Possiedono, le donne, la pazienza dell'attesa, la lunghezza di uno sguardo proiettato a domani. Possiedono il calore di un fuoco che scalda, rassicura. Le donne consolano, ascoltano, piangono insieme a chi piange. Se fossi un dio metterei il mondo nelle loro mani. Perché le donne curano. E così...
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La mia città

22 novembre 2016 ore 14:31 segnala
La mia città è
un museo a cielo aperto.
E' una striscia di bellezza
tra il mare e le colline,
bagnata da un cielo
quasi sempre benevolo.
Incorniciata sullo sfondo
da un vulcano che
pare un bacio soffiato in aria.
La mia città è una sirena
che mi ha cullato bambino,
come una madre tenera,
ma che ha le braccia,
la coda di pesce piagate
e non possiamo distogliere
gli occhi da quelle ferite.
La mia città è
una donna che ribolle di vita,
amore, morte,
passione, odore,
urla, abbracci, folla,
verità, fantasie,
sospiri, lacrime,
risa, silenzi,
tenerezza e odio,
giustizia e povertà,
pioggia e sole,
vento e bonaccia,
antica, fragile,
caduca, maestosa,
capace di bruciare e
risorgere dalle sue stesse ceneri.
La mia città contiene moltitudini.
Ed è per questo,
anche per questo,
che la amo.

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La mia città è un museo a cielo aperto. E' una striscia di bellezza tra il mare e le colline, bagnata da un cielo quasi sempre benevolo. Incorniciata sullo sfondo da un vulcano che pare un bacio soffiato in aria. La mia città è una sirena che mi ha cullato bambino, come una madre tenera, ma che ha...
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Tutti in un abbraccio

18 novembre 2016 ore 18:16 segnala
E, almeno per una volta,
vorrei avere con me,
per un giorno intero,
un giorno perfetto
le persone della mia vita.
Gli amici di infanzia,
quelli di una vita,
quelli che sono andati via,
quelli di un giorno.
Le persone che sono in un'altra vita.
Le donne che ho amato e
che mi hanno amato.
I bambini che adesso sono uomini e donne grandi.
I cugini, gli zii, i nonni
delle feste di Natale e dei compleanni
in cui si stava tutti insieme.
I giocatori delle partite
di calcio e quelle di risiko.
Quelli con cui ho diviso un'ora, un giorno,
tutta la vita fino ad adesso.
E tenerli tutti insieme
stretti in un abbraccio

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E, almeno per una volta, vorrei avere con me, per un giorno intero, un giorno perfetto le persone della mia vita. Gli amici di infanzia, quelli di una vita, quelli che sono andati via, quelli di un giorno. Le persone che sono in un'altra vita. Le donne che ho amato e che mi hanno amato. I...
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Anche senza vedere

15 novembre 2016 ore 19:31 segnala
Cercavo la luna, ieri sera
con gli occhi, la cercavo,
ruotando il capo e
inarcandolo per andare
più in alto con la vista.
Quella luna piena, gigante
che gli astronomi promettevano
si sarebbe manifestata.
Ma niente.
Un cielo coperto da un
gregge di nuvole scure,
mi stava sopra il capo
come un nuovo tetto,
non bastasse quello di casa,
a impedirmi di vederla.
Eppure so che era lì
da qualche parte nascosta
sotto quella coltre grigia.
Come so che tu,
anche se non ti vedo,
sei a brillare in un luogo.
Perché esiste anche ciò che
non ci è dato fisicamente
di vedere, in un dato istante.
Ed è questa certezza
a farmi luccicare comunque
lo sguardo.

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Cercavo la luna, ieri sera con gli occhi, la cercavo, ruotando il capo e inarcandolo per andare più in alto con la vista. Quella luna piena, gigante che gli astronomi promettevano si sarebbe manifestata. Ma niente. Un cielo coperto da un gregge di nuvole scure, mi stava sopra il capo come un nuovo...
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Una tavola lunga

14 novembre 2016 ore 19:13 segnala
Arrivo al mare. Il sole ci riflette sopra e mi abbaglia. Ho dinanzi l'intera curva del golfo e le colline e le case aggrappate su. E' una tavola il mare, si vedono le isole come sassi enormi posti da un gigante. Caruso voleva una stanza che guardasse il mare dall'albergo. Lo capisco.
Cammino con al fianco tutta questa bellezza, gli occhi come una macchina fotografica, la memoria come rullino, come una scheda digitale
C'è un'aria calda da friggerci i pesci. Se l'olio potesse stare sospeso si potrebbe fare. Il pesce pescato dalle barchette di legno. Oppure si potrebbe versare del vino nel mare e fare ubriacare i pesci che verrebbero a galla da soli.
Dopo apparecchiare una immensa tavolata su questo tratto di Via Caracciolo chiuso alle auto. La brezza fresca della sera. Il sole tenue che si tuffa nel mare e lo tinge di rosso. E proseguire con cielo e mare che divengono tutti e due blu notte.
Mangiare, chiacchierare, ridere con chi nemmeno si conosce.
Ognuno potrebbe sedersi liberamente, portare qualcosa. Un frutto, un bicchiere d’acqua fresca, un sorriso, una fetta di dolce già iniziata, un bel paio d’occhi, un canto.
Anche soltanto la propria solitudine e, mettendola a sedere insieme alle altre, farla un po' meno sola.

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Arrivo al mare. Il sole ci riflette sopra e mi abbaglia. Ho dinanzi l'intera curva del golfo e le colline e le case aggrappate su. E' una tavola il mare, si vedono le isole come sassi enormi posti da un gigante. Caruso voleva una stanza che guardasse il mare dall'albergo. Lo capisco. Cammino con al...
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La casa rosa

12 novembre 2016 ore 12:00 segnala
Mio nonno vide per la prima volta il terreno in cui avrebbe costruito la casa rosa in sogno.
Lo sognò in una notte di mezza estate con nitidezza e precisione. Lo vide in tutta la sua solitaria estensione. Ne vide ogni sasso, ogni zolla di terreno incolta e bisognosa di cura, ogni ciuffo d’erba trascurato da un inesistente e distratto giardiniere. Si era addormentato senza pretese, lui che non sognava mai, se non quella di un sonno profondo e lungo che gli restituisse l’energia e le forze per il successivo giorno di lavoro che prometteva essere pesante come quelli che l’avevano preceduto. Invece sognò il luogo dove seppe avrebbe vissuto e si risvegliò con l’ansia e la necessità di trovare quel posto e farlo divenire di sua proprietà. Perché quel luogo non l’avevo mai visto da sveglio, non l’aveva mai veduto se non con gli occhi spalancati della sua coscienza.
Impiegò tre giorni per trovarlo o per ritrovarlo. Quando ci fu riuscito lo riconobbe in ogni particolare e lo avrebbe riconosciuto da qualsiasi punto o angolazione lo avesse scrutato.
Quel giorno mio nonno decise che quel posto era sempre stato suo, di un diritto che travalicava le leggi e le decisioni degli uomini. Per questo motivo lo aveva visto per la prima volta in sogno e già in quella occasione aveva sentito quella familiarità e quel sentimento che è proprio delle riconciliazioni. Del ricomporsi dell’ordine giusto delle cose e delle persone.
Sentì finalmente di essere arrivato a casa.
Annusò con vigore per riempirsi non solo gli occhi di quel luogo, ma anche il naso e i polmoni.
Sentì un intenso profumo di orchidee. Un profumo che saturava l’aria rendendola pregna, perfino più pesante. Solo che in quella zona non c’erano coltivazioni di orchidee, non c’erano fiorai. In quel momento non c’erano neanche donne che passavano vicino con un mazzo di orchidee in mano o uomini che un’orchidea portavano nel taschino della giacca. Non c’erano fiori di alcun genere.
Il profumo di orchidee lo sentì solamente mio nonno.
Negli anni successivi fu avvertito anche dalle persone che abitarono la casa rosa e sempre in presenza di un avvenimento importante, significativo, un avvenimento che avrebbe cambiato il corso delle loro esistenze. Tante volte il profumo di orchidee è tornato nella casa rosa.
Io stessa ne ho avuto così di frequente piene le nari ed i polmoni che mi è parso di sentirlo anche quando in realtà esso era in tutt’altri luoghi. Come se fosse divenuto una parte di me. Così come avevo accettato che lo scorrere del tempo per noi non fosse mai pacifico o lineare. Che non fosse a noi concessa la noia o la calma o la normalità, la si chiama così pur se non se ne ha un’idea lontana di cosa possa essere.
Ci sono stati troppi amori, separazioni, nascite, morti, malattie, troppi viaggi, balli, abbandoni, tradimenti, riconciliazioni, troppi pranzi, vestiti, pianti, cene, risate, musica.
Avevo accettato che non ci possa essere per noi avvenimento o parola o scelta che non porti mutamento profondo, sconvolgimento, dolore limpido, passione travolgente. Nulla ci accade senza lasciare segni.
La condanna della mia famiglia a vivere con un’intensità tale da sconvolgere, da ottenebrare l’intelletto, da far vibrare i sensi come corde impazzite di una chitarra.
Siamo stati come un mare in tempesta o accecato di sole. Anche quando ci è parso piatto, senza
increspature, c’erano ben altre inquietudini che si celavano sul fondo, correnti e turbini, che si preparavano a diventare onde e che già essendo gorghi trascinavano sul fondo con la fiducia di un







assassino a cui si crede essere amici. Di quei periodi abbiamo più di tutti imparato a diffidare.
Sapendo che lenti e inesorabili ci avrebbero inghiottiti non appena si fosse abbassato inevitabilmente la guardia. Sapevamo che al più presto ce li saremmo ritrovati dinanzi come mostri allevati in silenzio.
Quella in cui sognò del terreno fu l’ultima volta che mio nonno sognò.
Mille volte mi sono chiesta, qualora gli fosse accaduto di sognare, di vedere con i suoi occhi del sonno tutto o almeno una parte di ciò che sarebbe accaduto a lui e a tutte le persone che avrebbe
amato, se sarebbe andato a cercare comunque quel campo incolto, se avrebbe diffidato delle orchidee, se avrebbe costruito la casa rosa con l’insistenza che gli fu propria per tutta la vita.
Se non avrebbe dimenticato quel sogno girandosi dall’altro lato del letto e proseguendo il suo sonno.
Ma a questa, come a tutte e le altre domande che questa storia ha partorito come la più feconda delle donne, non so dare risposta. Limitandomi a navigarla a vista senza conoscere la rotta che sto percorrendo.
Adesso che gli spiriti sono tornati a trovarmi con il loro carico di significati e parole è il momento di cominciare a raccontarla questa storia. Di mio nonno, della casa rosa, della mia famiglia.
Questa storia che è anche la mia e più di tutto è di chi vorrò raccontarla.
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Mio nonno vide per la prima volta il terreno in cui avrebbe costruito la casa rosa in sogno. Lo sognò in una notte di mezza estate con nitidezza e precisione. Lo vide in tutta la sua solitaria estensione. Ne vide ogni sasso, ogni zolla di terreno incolta e bisognosa di cura, ogni ciuffo d’erba...
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12/11/2016 12:00:59
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