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24 marzo 2019 ore 20:02 segnala
Succede che tante volte, nel bel mezzo di una partita di carte in cui stai clamorosamente perdendo e lo sai già in partenza, qualcuno ti strizza l'occhio e ti fa capire che forse vale la pena provarci prima di buttare tutti a ramengo.
Possono essere libri, animali, canzoni o semplicemente persone.
Sono di quelle che credono che esista l'amicizia tra uomo e donna, mi è stato detto che è solo perché non sono attratta fisicamente da quella determinata persona, ma non penso sia giusto. Anche perché, volente o nolente, vado più volentieri a letto con uno intelligente piuttosto che bello, ma sono fortunatamente a posto sia sul fronte intelligenza che su quello della bellezza in fatto di amore.
Esiste l'amicizia tra uomo e donna quando stai una giornata con una persona e ti sembra essere passato un secondo. Esiste l'amicizia tra uomo e donna quando riesci irrimediabilmente a parlare di culi e di pacchi senza gelosie o invidie. Esiste l'amicizia tra uomo e donna quando, davanti ad un banalissimo caffè, la mattina, ti trovi a parlare di cose che non permetti mai nemmeno di affiorare alla tua mente. Esiste l'amicizia quando, nonostante sia tu un pezzo di marmo e lui l'esatto opposto, sa quando e come stringerti in un abbraccio. Nè troppo, né troppo poco. Esiste quando, dal nulla, ti pianta un morso sul coppino e tu gli molli uno sberlone sul ginocchio. Lo è quando smezzi il pranzo, quando gli offri un morso del tuo panino e lui un sorso del suo prosecco. Quando ordini una rossa, ma appena arriva la sua bionda si inventa di far cambio e lo assecondi.

Chissà se mai mi leggerai. Ti voglio bene.

Sei incredibilmente pieno di risorse, sei brillante. Non me ne frega un cazzo se dovessero mettermi in guardia su di te. So i tuoi mostri, li ho conosciuti anche io, ma sono tanto felice che abbiano perso la partita contro di te. Avrei voluto abbracciarti tanto, ma per come sono fatta io e per quello che mi hai detto tu, mi sono limitata a chiedertene solo uno di più. Tu non credi nell'amicizia, a me non interessa. Chiamala come la vuoi chiamare, ma come è successo a me, pure io voglio stare nell'angolo a consigliarti la mossa giusta, per lo meno per portare a termine la tua stracazzo di partita.


E comunque, ti piacciono i culi molli.
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Succede che tante volte, nel bel mezzo di una partita di carte in cui stai clamorosamente perdendo e lo sai già in partenza, qualcuno ti strizza l'occhio e ti fa capire che forse vale la pena provarci prima di buttare tutti a ramengo. Possono essere libri, animali, canzoni o semplicemente persone....
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16 marzo 2019 ore 20:47 segnala
La parte più difficile dell'essere allenatore di una squadra di bambini, non è l'avere a che fare con dei mini adulti complessati che frignano se li metti in campo, frignano se non li metti in campo, frignano se li riprendi, frignano se li elogi (si, frignano sempre e ancora non hanno avuto il ciclo) e non è nemmeno complicato avere a che fare con mostriciattoli caricati a molla che non stanno fermi neanche se spari loro ad una gamba, ballano, cantano e si fanno i beati cazzacci loro pure mentre sei incazzata nera e gli stai, concettualmente, appendendo al soffitto per i piedi.Il problema non è nemmeno lo sconforto che ti sale quando non hai più cambi utili e in corso d'opera dai un rapido sguardo alla tua panchina e: uno ha le dita nel naso, l'altro saluta il nonno sugli spalti, l'altro ancora fa finta di fare cose che manco quando avevi l'interrogazione e non avevi studiato e l'ultimo, quello che scegli, ossia il meno peggio, quando lo chiami per il cambio ti guarda perso dicendo ''ah, io? PERCHÉ'?!', manco lo stessi mandando al patibolo...no, il vero problema sono i genitori.

- Problema uno: L'esaltato
Questo è il tipico genitore pieno di sé, ma attenzione, non come qualsiasi buon genitore che segue la regola del ''ogni scarrafone è bello a mamma sua'', no. Questo è un invasato patentato, con una figlia o un figlio il più delle volte poco portato nell'attività fisica di qualsivoglia sport, a cui per altro generalmente frega poco meno di un cazzo star in campo. Questo giocatore o una carota piantata in campo sarebbe la stessa cosa. Anzi, la seconda per lo meno germoglierebbe. Il genitore esaltato è colui il quale, a seguito di una prestazione che manco un sordo cieco al buio (con tutto il rispetto per i sordo ciechi che per lo meno non si sono scelti loro il proprio handicap), quando decidi di porre fino al supplizio e decidi un cambio giocatore, lui si alza e ti urla dagli spalti ''COSA FAAAAAII, NON SEI CAPACE''. Ma va beh.
- Soluzione cinica:
Metti in campo il povero figlio prodigio subendo il massimo dei punti con la speranza che il padre capisca che proprio no, non ci siamo.
Rischio:
A fine partita il genio, ti viene muso a muso dicendo che il suo pupillo ha fatto il possibile, ma se gli altri giocatori non collaborano, i miracoli, per ora, suo figlio non ne può fare.

- Problema due: Il CT
Il CT è quel genitore che, pienamente cosciente della sua influenza sul comportamento e sull'umore del figlio (come è in parte giusto che sia), si ostina ad urlare, per fortuna fuori dal campo, l'esatto opposto di quello che tu stai spiegando alla figlia. Hai bisogno di 40 minuti per spiegare che ''stai corta'' corrisponde ad un consiglio/ordine e non un insulto, a giudicare dallo sguardo perso della tua giocatrice e...dopo quel timido passo in avanti che commuoverebbe anche il più duro dei cuori, che...trac! Il CT urla ''vai dietro!'' e lei si rimangia non solo quel cm che per te, allenatrice ormai persa d'animo leggi come fossero 8 chilometri, ma anzi indietreggia pure oltre la fine del campo. La voglia di mandarla direttamente negli spogliatoi è forte, non resisto, ma devo. E dopo aver respirato che manco al parto del 13esimo figlio in travaglio da 6 giorni, ti limiti ad un ''non sentire gli altri, stai in campo, prendi campo, CORAGGIO!''. Coraggio, quello che mi dico ogni secondo che passa, prima o poi finirà anche questo supplizio.
- Soluzione cinica:
Rimanere in religioso silenzio e a fine partita dare come compito a casa, di zittire il genitore.
Rischio:
A fine partita, il genio, ti viene a muso a muso dicendo che non sei in grado di allenare e di consigliare ai giocatori la giusta posizione.

- Problema tre: ''E ma le altre erano più forti.''
Come quando da piccoli si nascondevano i brutti voti ai genitori, questo è un bimbo un po' troppo cresciuto che non riconosce l'inesperienza e dunque la temporanea (si spera) e mera incapacità di gioco del figlio, ma si nasconde dietro a quella maledetta frase ''e ma le altre erano più forti''. E grazie a sto gran cazzo, verrebbe da rispondergli. Probabilmente, pure giocando contro ad un muro si riuscirebbe a perdere, ma lui no, il problema sono sempre gli altri. Il figlio fa invasione? L'arbitro li fischia solo a noi. Il figlio prende male una palla? Eh, ma quello davanti si è spostato. Suo figlio ha giocato male? Eh, gli altri erano più forti. Che poi, sia ben chiaro, non è che siano più forti, semplicemente più reattivi ed attenti...perchè suo figlio ha la reattività di una lavatrice rotta, ma colpa sua non è. Mai. Anzi.
- Soluzione cinica:
Spiegare loro che anche noi potremmo essere all'altezza, se solo non dessimo priorità a qualsiasi altra cosa piuttosto che all'allenamento. Che farsi 2 settimane alle Maldive è stupendo, ma poi non si può pretendere di essere fresche in partita senza essersi allenate. Ma è tempo perso.
Rischio:
A fine partita, il genio, ti viene addirittura a consigliare come preparare il prossimo allenamento perchè lui, dall'alto della sua esperienza, capisce che questo piuttosto che quello non va.

E potrei continuare per ore, ma si sa, da ex giocatrice e da attuale allenatrice, condivido la regola che dice che quando la squadra vince è merito dei giocatori e quando la squadra perde è colpa dell'allenatore in questione.
Da che mondo è mondo.
Ci rido, al momento mi incazzo, mi mordo la lingua, ma capisco che c'è chi può e chi non può. Ammetto le mie colpe, mi prendo i meriti, ma da amante dello sport in generale e soprattutto amante delle tifoserie, quelle vere, mi si chiude la vena quando si va contro i giocatori. Bravi o meno che siano, specie se bambini, hanno tutto il diritto di fare e disfare, di provare e di sbagliare. Sempre.
E se anche qualche Madonna aleggia timida nell'aria, lì deve rimanere perchè l'allenatore deve aiutare e non mettere in difficoltà, non deve urlare cose che spesso e volentieri, nel panico, nemmeno vengono recepite per il verso giusto...per quello ci sono già i genitori.

Però, per favore, ai vostri figli. al quale ormai, nonostante tutto, sono affezionata, spiegate anche che vincere una partita ogni tanto farebbe pure bene, cazzo!
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La parte più difficile dell'essere allenatore di una squadra di bambini, non è l'avere a che fare con dei mini adulti complessati che frignano se li metti in campo, frignano se non li metti in campo, frignano se li riprendi, frignano se li elogi (si, frignano sempre e ancora non hanno avuto il...
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19 febbraio 2019 ore 17:14 segnala
Il magico mondo delle RSA. Capita così che a seguito di una caduta del cazzo, la nonna, come se non avessimo già abbastanza problemi mortacci sua, decide di sfracellarsi rovinosamente la faccia contro il marmo della cucina e, per non farsi mancare nulla e far le cose per bene, rimbalzare a terra rompendosi naso, zigomo, bacino ed anca. Però sta bene, deve stare 60 giorni sdraiata supina, ma sta bene. Lei. Perché da qui in poi inizia il calvario.

Comincia tutto al primo giorno, una volta sistemate carte e cartigli, una volta passata la prima notte in tranquillità, la si va a trovare. Lasciate ogni speranza o voi che entrate.

2019 odissea nell’ospizio.

Si aprono le porte e trovo subito un possente Caronte che con la vestaglietta rosa salmone, molto macha, traghetta nonne in carrozzelle lungo un corridoio interminabile impregnato di odori quali quello del minestrone, costante a cena, o quel misto di muffa e biancospino che non si capisce bene da dove arrivi. Probabilmente è solo odore di canfora che prepotentemente ti impregna anche l’anima e che esce da quelle coperte in pile color cammello, che manco nei peggio motel della route 66.

Arriviamo, arrancando spintonando e slalomeggiando tra velocisti e marciatori col treppiedi, all’ascensore. All’apertura delle porte, trovo all’interno un nonno abbandonato a sé stesso afflosciato sulla sua sedia a rotelle. All’interno un cartello: “per motivi di sicurezza si prega di digitare il numero del piano desiderato, seguito da tre 0”. Ma dove sta la sicurezza? Sono anziani, mica stranieri o ciechi. Fatto sta che il vecchio mi si sta sciogliendo davanti così gli chiedo se vuole una mano ad entrare o uscire, ma lui non risponde. Mi fossa e non risponde. L’ansia. Che sia morto? Tanto l’odore è lo stesso da quando ho varcato la soglia. No, fortunatamente respira. Arrivo al piano di mia nonna, il 300, che già come numero doveva essermi presagio di distruzione. Fermo al volo l’ennesimo infermiere stanco e stinto e lo informo del nonno in stand by nell’ascensore e…”Ah, sarà Manfredi. Lui scappa sempre e poi si addormenta.”
Ma come lui scappa sempre?! E nessuno lo va a ritirare? Non so se ridere o preoccuparmi. Ma decido di andare oltre e finalmente arrivo alla stanza di mia nonna.
Entro. Lei è a letto, nera in volto stile all blacks per via dei lividi, ma mi riconosce e mi saluta felice. La sua compagna di stanza si presenta con la solita frase da over 70: “Io non dormo mai, quindi ci vedremo spesso, almeno mi terrai compagnia anche a me.” Da quel momento non l’ho mai e dico mai più vista sveglia.

Ma il delirio incomincia ora.

Qualcuno urla insistentemente “aiuto!”. Corro istintivamente fuori dalla stanza e quello che vedo è un film tragicomico. Due signore in sedia a rotelle litigano di fronte all’ascensore, probabilmente fonte di svago e città dei balocchi per gli ospiti della struttura. Una delle due sferra una bastonata con tutta la forza che ha in corpo nei suoi possenti 20 chili da vestita, sulla testa della “compagna” che con i riflessi di Andreotti ospite dalla Perego, si copre la testa urlando aiuto e rincarando la dose farcendola con “Angela, senza dio, maledetta”. Beh, che Angela sia senza Dio o che due vecchie si prendano a bastonate, sarò cinica, ma fa ridere. Inutile dire che in tempo 0 arrivano due operatori a dividerle, a medicare la povera vittima e sgridare la bulla Angela. Torno al letto di nonna, la sua cumpañera ronfa alla gran più bella e io sento un rumore avvicinarsi. Cazzo, è Angela la bulla. Si spinge verso di me con il suo piedino lesto, mentre l’altro è a peso morto penzoloni. Mi fissa con i suoi occhietti da isterica mentre l’occhio mi cade sul suo pannolino/cinturino azzurro fluo che la tiene legata alla carrozzina. Per fortuna, altrimenti sarebbe già scattata la rissa, sua ovviamente. “Buonasera!” dico io, mica che mi bastona perché son sgarbata…”Vaffanculo!” mi dice lei…appunto. Ci fissiamo una decina di secondi. Giuro, i più interminabili della mia vita, finché non arriva l’infermiera a riportarla fuori dalla stanza, facendole notare che sono li per mia nonna e non è carino che lei ci disturbi, lei, giustamente, risponde che non gliene frega un cazzo, ma si lascia trascinare via e mi fissa così come i boss fissano lo schermo quando (e se) vengono portati via dalla penitenziaria.

È una fottuta gabbia di matti. E, lo credo bene che poi a qualche infermiere parta la brocca. Scherzi a parte, ho sempre pensato che lavorare negli ospizi fosse noioso e monotono, un cazzo. È un lavoro della madonna. Bisogna avere una pazienza infinita e un pelo sullo stomaco che io non ho. Bisogna sapersi mordere la lingua e pensare che davvero tante persone non pensano e non ragionano, ma tu si. Loro possono e tu no. E non a tutti è chiaro questo. I vecchi non sono poveri indifesi, i vecchi la sanno lunga molte volte, ma proprio in virtù di questo, bisogna rispettarli. E si, se ci mandano a fanculo, tante volte basta solo farcii una risata che tanto, pure noi, su ‘sta terra, siamo qui provvisori.
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Il magico mondo delle RSA. Capita così che a seguito di una caduta del cazzo, la nonna, come se non avessimo già abbastanza problemi mortacci sua, decide di sfracellarsi rovinosamente la faccia contro il marmo della cucina e, per non farsi mancare nulla e far le cose per bene, rimbalzare a terra...
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04 febbraio 2019 ore 17:42 segnala
Non capisco questa mania nel voler sempre e comunque creare amicizie e legami palesemente falsi, tra ipotetici colleghi di lavoro. Partendo dal presupposto che il lavoro mi serva per vivere e non sia la vita stessa, bado bene dal crearmi amicizie in ambito lavorativo. Mi spiego meglio.
Non intendo dire che debba odiare o guardare in cagnesco il mio compagno di scrivania, semplicemente, basta andarci d'accordo per quieto vivere. Che poi mi stia sul culo tre quarti del mondo, è un altro discorso, ad ogni modo sono minimamente dotata di intelletto e riesco a capire dove entra in gioco il ''per correttezza''. Per correttezza sorrido, per correttezza sono cortese anche con chi prenderei a sprangate sui denti, per correttezza tengo la porta aperta alla persona che entra dopo di me. Non perchè gli sono amica.
Le amicizie le ho fuori.
Le amicizie me le sono scelte e coltivate io.

Ecco perchè questo astio nonchè vero e proprio odio, per quelle realtà in cui terze parti, solitamente finti quanto una moneta da 3 euro, ti obbligano ad instaurare falsissimi rapporti di amicizia in cui per partito preso mi devi stare simpatico e dobbiamo pranzare allegramente assieme (perchè ''è così che si fa'') e poi la domenica, quando non siamo a lavoro, posso pure trovarti agonizzante per strada che tanto, chittesencula. Alla francese.

No.

E' giusto, primi giorni di lavoro, primi giorni di corso, primi giorni di qualsiasi cosa, ti presenti, ti guardi un po' attorno, ma da lì a voler a tutti i costi rendere amiche le persone che condividono l'ossigeno della stanza anche no.
Niente di più imbarazzante per altro.
E così mi trovo in cerchio, seduta su una sedia di legno, tipo riunione alcolisti anonimi, a dover guardare questa povera ragazza, in piedi di fronte e tutti e rossa come un peperone mentre viene ripresa perchè nella sua presentazione c'è solo uno scarno ''Mi chiaro Ilaria e ho 37 anni. Sono sposata, ho due figli e sono qui perchè cerco lavoro''. Cosa vuoi che dica a gente che non conosce? E soprattutto, saranno ben cazzi suoi? Che senso ha voler legare persone che probabilmente non si rivedranno mai? E soprattutto x2, se dovranno mai lavorare insieme si conosceranno poco per volta.

Mica finita.

Mi ritrovo con persone dai 26 ai 55 anni a dover giocare a ''cosa porteresti su un'isola deserta'' perchè ''serve per esprimere la propria personalità''. Ma, oggettivamente, che cazzo siamo dicendo? Io vorrei capirlo bene 'sto concetto. Perchè, secondo voi un drogato, di fronte a gente che non conosce se ne uscirebbe tranquillo con ''mi porto la dose''? O io, io che fosse per me ci metterei la firma per abitare su una isola diserta direi ''la residenza''? Eh no. E quindi siamo tutti costretti a mentire dicendo che porteremmo questo piuttosto che quello.
Poi arriverà senz'altro il genio che sostiene la tesi dicendo che non bisognerebbe mentire, ma a questo proposito controbatto dicendo che stiamo facendo un colloquio, dunque che io mi porti una colt o una stuoia poco importa al mio datore di lavoro. Ognuno tira l'acqua al suo mulino.

In sostanza...Io ODIO fare cose del genere e condividere il mio ossigeno in stanze chiuse con più di 3 persone che MI parlano contemporaneamente. Sono un orso? Si.
Sono sociopatica? Si. Sono una persona di merda? Vero anche questo, ma non ho bisogno di farmi amica una che me lo dica, lo so da me.
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Non capisco questa mania nel voler sempre e comunque creare amicizie e legami palesemente falsi, tra ipotetici colleghi di lavoro. Partendo dal presupposto che il lavoro mi serva per vivere e non sia la vita stessa, bado bene dal crearmi amicizie in ambito lavorativo. Mi spiego meglio. Non intendo...
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18 gennaio 2019 ore 22:25 segnala
Perchè mica me l'avevano spiegato come sarebbero andate le cose. Da sempre mi son sentita dire 'hai un carattere forte, non hai peli sulla lingua', ma dove sta la fortuna? E poi, forte cosa significa? Ci sentiamo in dovere di abbassare la testa in determinati casi per cosa? Per uno spirito martire o perchè 'va fatto'? Ma che poi, 'va fatto' chi dice cosa va fatto e cosa no? Che palle.

Mi sento in gabbia. Odio questa sensazione.

E non è vero un cazzo che volere è potere. Volere è potere solo se ne hai le possibilità. Volere è potere quando hai già le spalle coperte. Odio il mio pragmatismo. Odio i miei piedi palesemente inchiodati al terreno. Odio non riuscire a buttarmi nel letto a fantasticare. Perchè l'unica cosa a cui riesco a pensare, quando sono a letto, è al domani. E sicuramente non in senso poetico. La routine mi ucciderà, ma son pienamente cosciente del fatto che la routine sarà essa stessa a salvarmi.
Allora ingoiamo rospi e se ingoi rospi troppo grossi va a finire solo in due modi, o ti ci strozzi, una volta per tutte, oppure devi tossire con quanta forza hai in corpo, vomitando il tuo malessere in faccia al malcapitato di turno.
Poi però ti dicono che sei acida. Stranamente la colpa è sempre di qualcun altro. Che palle.

Mi accendo una sigaretta mentre osservo il fumo salire lento. Fa un freddo porco e i calzettoni in spugna non mi rendono giustizia. Il cappotto non è allacciato e sento l'aria gelida entrare direttamente nell'anima. Che il mio 'gelo' sia solo una sigaretta di troppo fumata la notte?
Mi osservo le mani. Ho le dita lunghe, mio padre ha sempre detto che avrei potuto diventare una pianista. Lui sogna, ma non me l'ha insegnato. Eppure io non ho mai suonato. Il piano, lo strimpello, avrei voluto imparare seriamente a suonare la chitarra, ma poi ho mollato anche quell'idea. Rientro e mi lavo le mani gelide con l'acqua calda. Sento che mi si stanno per staccare le dita, ma è una sensazione che adoro.

Ripongo il tabacco nella borsa, le cartine nel cassetto. Non capisco perchè mia madre dica che non sono ordinata. Ogni cosa è al suo posto qui. Tutto ha un suo preciso schema, così come nella mia testa. Il problema è che dev'essere entrato un qualche soffio di vento a buttare per aria tutto.

Ma io non ho voglia di sistemare e me ne sto seduta a gambe incrociate, malamente dato le anche sbilenche, sul pavimento. Fissando il vuoto.

Mi manca il mio cane. In queste situazioni arrivava lui, mezzo sciancato, con quel mozzicone di coda storta a farmi le feste. Poggiava il musetto sulla mia coscia destra e mi guardava. Lui non si vergognava di chiedermi le coccole. A dire il vero raramente c'era bisogno che me le chiedesse. Lui s'è beccato le peggio sfuriate, le migliori risante, i pianti. E' stato cacciato quando girava per casa il moroso di turno (che col senno di poi sarebbe stato meglio amoreggiare col cane). E' stato sgridato quando sparivano ciabatte o mi cagava sotto al letto. Ma sicuramente avrà avuto una motivazione anche lui. Preludio a giornate intense e di merda. Che palle.

Chi ben comincia è a metà dell'opera vale anche per le situazioni not so positive?



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Perchè mica me l'avevano spiegato come sarebbero andate le cose. Da sempre mi son sentita dire 'hai un carattere forte, non hai peli sulla lingua', ma dove sta la fortuna? E poi, forte cosa significa? Ci sentiamo in dovere di abbassare la testa in determinati casi per cosa? Per uno spirito martire...
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