C'ERA UNA VOLTA...

22 marzo 2016 ore 19:22 segnala


Caro S.,

c'erano una volta i sogni, quelli che nascondevi bene perché ti avevano detto che se li riveli non si sarebbero avverati e allora non ne parlavi mai con nessuno aggrappandoti a questa convinzione, proteggendoli, accarezzandoli, sfiorandoli, celandoli in qualche angolo della mente, ma con la voglia irrefrenabile di condividerli con qualcuno.
C'erano una volta i silenzi, quelli che ti scoppiavano dentro guardando il mare, quelli che seduta su quel pontile con la testa affollata di pensieri, lasciavi che fossero trascinati via dalla brezza fredda dei primi giorni d'inverno, quelli che mentre alzavi lo sguardo verso il cielo e scorgevi gli uccelli che migravano, ti facevano desiderare di essere uno di loro per unirti allo stormo.
C'erano una volta le mani gentili, quelle di tuo padre che ti accarezzavano i capelli e ti asciugavano le lacrime quando qualcosa non riuscivi ad accettarla, ma eri una bambina e scegliere non potevi, quei capelli che poi hai continuato a tenere lunghi per tenerti stretta quella sensazione familiare e rassicurante anche ora che lo fa qualcun altro.
C'erano una volta le attese, quelle di un nuovo viaggio, di una nuova esperienza, di una nuova vita, quelle attese che non ti facevano dormire la notte in preda all'ansia e all'eccitazione, che ti chiudevano lo stomaco e ti inebriavano lo spirito, quelle che ti facevano sentire più viva che mai.
C'erano una volta le paure, quelle che non riuscivi mai ad esorcizzare del tutto, quelle che ricacciavi in fondo alla gola perché non avresti permesso a nessuno di vederle o peggio usarle contro di te, quelle paure che hai dovuto affrontare, con le quali hai giocato partite memorabili, a volte hai vinto altre hai perso, ma nessuna di loro ormai può più fermarti.
C'erano una volta le favole, quelle che ti raccontava tua madre prima di dormire, quelle che avevano sempre un lieto fine con i loro "E vissero felici e contenti", quelle storie dove il "male" aveva sempre una forma ben definita e facilmente identificabile, non era subdolo e mascherato da amabili parole o scaltre persone.
E c'eri una volta tu ... C'era la nostra amicizia, quella che ti sei sempre immaginata: pura, naturale, inattaccabile e spassionata, quell'amicizia nata per caso, durata per scelta, finita per colpa di quel "male". C'era finalmente la mia "rosa", quella di cui avevo letto nel mio libro preferito* :

"Voi siete belle, ma siete vuote"..."Non si può morire per voi. Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due e tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltata lamentarsi o vantarsi o anche, qualche volta, tacere. Perché è la mia rosa".


Tutto questo è stato, è passato e si è evoluto, restano solo frammenti di ognuno di questi ricordi.

Solo il tuo resta immutato nel tempo.
C'eri una volta tu … Ma tu ci sei ancora, tu ci sei sempre, tu ci sarai sempre.

Un abbraccio S.

* Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry

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PEOPLE

28 febbraio 2016 ore 23:30 segnala

Caro S.,

Ho sempre sentito dire che gli opposti si attraggono. Sarà vera questa cosa?
A me sono sempre piaciute le persone silenziose, quelle che dicono tutto senza bisogno di parole, quelle che anche in una stanza piena non riesci a smettere di guardare mentre loro se ne stanno in disparte ad osservare senza dire nulla, quelle che appena incroci il loro sguardo capisci, però, che stanno pensando esattamente quello che pensi tu.
Mi sono sempre piaciute le persone che non hanno paura della solitudine, che la solitudine l’hanno scelta e, anzi ne hanno bisogno, quelle che al rumore del nulla preferiscono che il nulla sia la cassa di risonanza per il frastuono dei loro pensieri, quelle che con le loro voci interiori ci giocano a scacchi sovente e non sempre vincono.
Mi sono sempre piaciute le persone sicure, quelle che non hanno bisogno di continue conferme, quelle che non cercano mai un pubblico adorante, quelle che la loro storia non hanno bisogno di raccontarla per farsi apprezzare che tanto la si intravvede dalla luce che hanno o non hanno negli occhi, dalle piccole rughe che solcano i loro visi o dai segni che portano, e non solo sul corpo, quelle che prima di sentirla la loro storia te lo devi guadagnare.
Mi sono sempre piaciute le persone che hanno quello che chiamano il “lato oscuro”, che non è un posto dove nascondere orribili segreti, semplicemente un piccolo angolo di anima che non vogliono svelare perché tanto nessuno capirebbe, un piccolo antro dove pochi potranno arrivare, ma saranno quelli veramente speciali, quelli che loro poi terranno rinchiusi lì dentro solo per proteggere una di quelle affinità elettive così rare e così preziose dalle quali sarebbe troppo doloroso staccarsi.
Mi sono sempre piaciute anche quelle persone che lottano, lottano ogni giorno per migliorarsi, quelli che se realmente vogliono qualcosa o qualcuno non si appellano mai a un “Sono fatto così!” o a un “E’ la vita!” solo per mancanza di coraggio, per ignavia o apatia, quelle che non si alzano ogni giorno solo per sfoggiare un nuovo trofeo da mostrare alla “gente”, ma che quel trofeo sanno di esserlo, quelle che non hanno paura di provare, cadere e rialzarsi anche al cospetto di una folla con il pollice verso in attesa della loro sconfitta, sono le persone che non chiedono scusa per i loro errori perché quelli sono concessi a tutti (se non reiterati e consapevoli), ma che sanno chiedere scusa se, a causa di questi errori, hanno ferito qualcuno.
Si mi sono sempre piaciute questo tipo di persone, sono persone rare di quelle che nella vita faranno la differenza, sono quelle che dovrai impegnarti a tenere strette a te, sono quelle che lasceranno un vuoto assordante il giorno che se ne andranno anche se sarai circondato da una marea di altre persone.

Sono le persone uguali a te S.

E allora S. mi vengono in mente le tue parole “Dicono che gli opposti si attraggono, ma ricordati bambina, che chi si somiglia alla fine si piglia”.

Mi sa che avevi ragione. Come sempre.

Miss you
Buona Notte S.

Your beloved sister.



PS: Ascolto questa canzone che non mi sarebbe mai piaciuta, ma in qualche modo mi fa pensare a tutte le cose che non ti ho detto e a quelle che tu non hai avuto il tempo di dirmi.
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« immagine » Caro S., Ho sempre sentito dire che gli opposti si attraggono. Sarà vera questa cosa? A me sono sempre piaciute le persone silenziose, quelle che dicono tutto senza bisogno di parole, quelle che anche in una stanza piena non riesci a smettere di guardare mentre loro se ne stanno in d...
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STORIA DI UNA BAMBINA

04 ottobre 2015 ore 01:34 segnala


Caro S.,

questa sera ti voglio raccontare una storia. E’ la storia di una Bambina.
Era una bimba calma e silenziosa e piuttosto solitaria. Passava spesso le sue giornate nella sua grande camera della sua altrettanto grande casa. Anche la sua casa era avvolta da una sorta di calma apparente che sembrava spesso irreale, ma era piccola e non se ne curava al tempo.

In quella camera c’era anche una grande finestra che illuminava tutta la stanza, la Bambina amava inginocchiarsi di fronte a quelle vetrate e osservare da questo, che nel suo immaginario era diventato una specie di portale, le vite altrui.
Il suo gioco preferito era scegliere un passante che aveva attirato la sua attenzione e continuare a seguirlo con gli occhi fino a quando fosse stato possibile, studiando minuziosamente ogni suo gesto e reazione. Una volta fuori dalla sua visuale, cominciava ad inventare per lui storie fantastiche e avventurose come quelle che leggeva nei suoi libri. A seconda dell’impressione che le aveva lasciato, decideva se sarebbe stato l’eroe o il “malvagio” da sconfiggere. Prendeva il suo quaderno e dava forma alla storia incorniciandola con i disegni delle ambientazioni e dei personaggi che ne facevano parte.
Poi nascondeva di nuovo il quaderno nel suo posto segreto e tornava alla finestra in cerca di un’altra vita, un’altra storia, un’altra fantasia.

Con il tempo, la Bambina crebbe e piano piano tutto quel silenzio che aveva attorno cominciò a diventarle insopportabile, quella casa improvvisamente troppo piccola e quella finestra maledettamente stretta perché lei sentiva di aver bisogno di vedere di più.

Così un giorno, la Non-Più-Bambina, decise che era ora di scrivere una nuova storia che sarebbe stata l’ultima pagina del suo quaderno e il primo della sua vita.
Mise in una valigia i suoi libri e la sua musica preferita, preparò con cura tutte le sue matite da disegno e piegò le sue aspettative in modo ordinato assieme agli indumenti prima di richiuderla. Prese per la prima volta un treno da sola, si sedette in disparte e fece quello che aveva sempre fatto, guardò oltre il finestrino. Ma stavolta era tutto diverso, ora era lei muoversi mentre guardava tutto il suo mondo “conosciuto” che velocemente veniva ingoiato da quello “sconosciuto”. Sorprendentemente non provò paura e nemmeno angoscia… Provò un sentimento che mescolava felicità, ansia e frenesia. Un sentimento nuovo e dirompente.
Sostando in una delle stazioni che la separavano dalla sua destinazione finale, notò un signore seduto su una panchina che alzò lo sguardo e la osservò. La osservò nelle stesso modo in cui lei, fino ad allora, aveva osservato le persone dalla sua finestra. Probabilmente questa volta era lui a chiedersi che storia avesse quella Non-Più-Bambina e in quale maledetto guaio si stesse andando a cacciare. Quando i loro occhi si incrociarono, istintivamente lei gli sorrise, era una cosa che non faceva mai agli estranei. Lui ricambiò sollevando con una mano il cappello che aveva in testa in un saluto garbato.

Poi il treno ripartì e lei capì che era veramente pronta per la sua nuova storia.

La continuazione la conosci S. , la sua storia assomiglia alla tua, anche se il famoso lieto fine è stato riservato solo a uno di voi due.

Buon riposo S.

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MALO ERES

03 giugno 2015 ore 23:34 segnala


Caro S.

oggi vorrei presentarti una persona, lei è una ragazza che ho conosciuto un po’ di tempo fa. La prima volta che l’ho incontrata sedeva vicino a una grande finestra e la luce che la illuminava faceva intravvedere la sua esile figura attraverso i vestiti, era di spalle e china sul figlio di circa 2 anni che accarezzava dolcemente mentre lui sonnecchiava sulle sue ginocchia. Quando si è voltata verso di me erano ancora evidenti i lividi sulla faccia e gli occhi pesti, aveva un labbro lacerato e il naso avvolto in un cerotto. Ma nonostante tutto questo scempio, i suoi occhi azzurri riuscivano ancora a catturare l’attenzione per primi.

Ho deciso che te la racconterò a modo mio, te la racconterò come lei si è raccontata a me qualche tempo dopo, immedesimandomi in quello che i suoi splendidi occhi hanno vissuto.


- Passi sulle scale, faccio finta di dormire, inutile.
- Porta che si spalanca, luce che si accende, accecata.
- Lui urla, mi rannicchio sul letto, attendo.
- Sento tirarmi per i capelli, afferro la sua mano per alleviare la presa, non funziona.
- Provo a parlare, sberla sulla bocca, sapore di sangue, labbro che pulsa.
- Altra sberla, tento di scalciare per prendere tempo, lui impreca.
- Lui urla, io prego di far silenzio, il bambino dorme, non voglio sentire, mi tappo le orecchie.
- Pugno sullo stomaco, mi piego sul pavimento, non respiro.
- Mi tira per un braccio, afferro la gamba del letto, pestone sulle dita.
- Io urlo di dolore, lui ride.
- Lo guardo, sputo sangue sul pavimento, occhi fissi nei suoi.
- Mi lascia il braccio, mi prende per il collo sollevandomi da terra, cerco di colpirlo in faccia, mi schiva.
- Continua a ridere e a picchiare forte, prima sulle gambe, poi su un fianco, sto per svenire.
- Mi lascia, striscio verso un angolo della camera, mi pulisco la bocca con una manica.
- Mi guarda, lo guardo, non piango, GUARDAMI VERME IO NON PIANGO!
- Ringhia, mi alzo, afferro la prima cosa che mi capita tra le mani.
- Minaccio, "SE CREPO COME TI DIVERTIRAI DOMANI, PEZZO DI MERDA?"
- Sogghigna con l’alito che puzza di alcol, nicotina e malvagità ... Se ne va, sono viva.
- Vado in bagno, vomito e sono viva.
- Conto i lividi anche stasera, sono un mostro, ma sono viva.
- Sento dolore dappertutto, mi guardo allo specchio e ora si piango, piango perché purtroppo sono ancora viva.

Ora, a distanza di tempo, C. continua ad avere quegli occhi belli, i lividi non sono più visibili, perlomeno quelli corporei. Lei sembra serena, suo figlio lo è sicuramente, incontenibile e sorridente con lo stesso colore azzurro negli occhi ereditato dalla madre.
Oggi quel “purtroppo sono viva” lei l’ha trasformato in un “per fortuna sono viva” e sicuramente può avvalersi di essere una di quelle “tacche” che la Vita aggiungerà orgogliosamente sul suo muro.

Sono sicura che ti sarebbe piaciuta S. è una di quelle strane creature che avrebbero tutte le attenuanti per mollare eppure non l'hanno fatto.

Pensaci, buona notte S.

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« immagine » Caro S. oggi vorrei presentarti una persona, lei è una ragazza che ho conosciuto un po’ di tempo fa. La prima volta che l’ho incontrata sedeva vicino a una grande finestra e la luce che la illuminava faceva intravvedere la sua esile figura attraverso i vestiti, era di spalle e chin...
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"L'angolo"

26 aprile 2015 ore 23:04 segnala


Caro S.,

è tanto tempo che non mi racconti più come stai ora nel tuo “angolo”.
Quel posto che tu mi incitavi a visitare dicendomi “Be brave. Follow me into the darkness, I’ll take care of you “.
Quel luogo che credevo oscuro e pericoloso e ho scoperto, invece, essere come "il Giardino Segreto" di Mary, nel mio libro preferito di bambina, dove potevamo essere sereni, canticchiando canzoni di cui spesso nemmeno conoscevamo le parole, era quell'angolo di anima che ardentemente sperava che piovesse per allargare le braccia, chiudere gli occhi, alzare il viso al cielo e lasciare che quelle gocce scendessero sulla faccia e si portassero via tutta l'inquietudine e la frenesia che ci scuoteva perennemente. Quel piccolo antro dove finalmente potevamo sederci, respirare e creare tutto quello che aveva forma solo nelle nostre menti, una nebulosa di idee e pensieri che potevano prendere vita e avere identità. Adoravo stare in quel grembo calmo e silenzioso, così rassicurante da non aver più paura di nulla, soprattutto di me stessa.
Cosa è successo quel giorno S.? Perché non è stato più sufficiente per te nasconderti lì quando fuori tutto era terribilmente duro da sopportare? Perché non hai sbarrato, per l’ennesima volta, la porta alla rabbia che ti stuprava il cuore? Perché non hai mantenuto la tua promessa? Perché hai fatto vincere loro? Ecco questa, si questa è la tua colpa più grave.
Ti Odio e ti odierò per sempre, non per non aver mantenuto quella promessa, avrei potuto sopportarlo, ma per esserti arreso, tu che eri la mia cariatide. E, ti giuro, ho provato mille volte a elaborare uno straccio di difesa che potesse renderti giustizia, ma non ne ho trovata nemmeno una.
Poi un giorno ho realizzato che, alla fine, anche tu eri solo un ragazzo. La mia di colpa è stata quella di idealizzarti a tal punto da credere, forse, che fossi invincibile. Egoisticamente l’ho voluto credere perché ero io ad averne bisogno.
Ecco perché ti Amo e ti amerò per sempre per avermi insegnato l’amore, non quello passionale e nemmeno quello carnale, ma l’amore vero, quello umano. Incondizionato, puro ed estremo.
Ti amerò per sempre per avermi insegnato come usare la mia forza non contro di me, ma per me, per aver fatto crollare tutte le mie stupide certezze di allora, per quelle che mi hai aiutato a costruire di adesso, per tutte le volte che sei venuto a riprendermi, per tutte le volte che invece mi hai lasciata andare, per tutte le volte che mi hai corretto, per tutte le volte che mi hai fatto sbagliare senza dirmi “Te l’avevo detto”.
Ti amerò per sempre per come eri e non l’hai mai nascosto, per quello che eri e non te ne sei mai vantato, per le cicatrici che portavi con orgoglio, per quelle che nascondevi senza farti compatire, per i consigli che non davi, per quelli che mascheravi da opinioni, per le notti passate a parlare, per quelle passate abbracciati senza dire nemmeno una parola, per i nomi delle stelle che mi insegnavi, per cerchi di fumo perfetti che facevi, per i tuoi capelli sempre spettinati, per i bagni da vestiti, per le camminate da scalzi, per i libri che mi hai letto, per le canzoni che stonavi, per la musica che mi hai insegnato, per l’arte che hai imparato ad amare perché volevi bene a me.

Ti amerò per sempre perché, in un’altra vita o in un universo parallelo, noi fratello e sorella lo eravamo davvero.

Ti amerò per sempre e ti odierò per sempre allo stesso modo, ed è per questa insindacabile ragione che, comunque, nel mio di angolo, sarai sempre presente, anche ora che non è più un posto in cui fuggire, ma semplicemente un posto in cui rifugiarsi per assaporare il gusto dei ricordi di cui tu sei il punto focale, per lasciare al pensiero la sua anarchia, per crogiolarsi nella bellezza che lo abita.
Ma ricorda, devi muoverti piano e stare in silenzio, quando sarò lì dentro è il mio momento di “OFF”, il momento in cui avrà libero arbitrio la mia mente, non voglio intrusioni, nemmeno da parte tua.
Anche questo me l’hai insegnato tu. Quell’angolo ha un solo padrone incontrastato. Me stessa.

Ci vediamo lì,
a presto S.

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« immagine » Caro S., è tanto tempo che non mi racconti più come stai ora nel tuo “angolo”. Quel posto che tu mi incitavi a visitare dicendomi “Be brave. Follow me into the darkness, I’ll take care of you “. Quel luogo che credevo oscuro e pericoloso e ho scoperto, invece, essere come "il Giar...
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SCREAM

03 aprile 2015 ore 21:02 segnala

Caro S,,

te lo devo proprio dire, ogni tanto avrei bisogno di ritornare nel “tuo posto”.
Ti ricordi come l’ho scoperto?
Quel giorno avevo appena saputo. Dopo la telefonata mi sdraiai sul letto e comincia a fissare il soffitto, contai una a una tutte le piccole sfere di vetro che componevano quell'orrendo lampadario. Le contai una, due, tre volte ... Poi mi arresi, il totale non tornava mai.
Quando entrasti provasti a toccarmi un braccio e ti scansai infastidita chiedendoti di andartene. Tu ti sedesti sull'altrettanto orrenda poltrona che era nell'angolo e cominciasti a guardarmi senza proferire parola. Dopo circa 5 minuti di totale silenzio io mi voltai rabbiosa e ti chiesi di lasciarmi sola. La tua risposta fu "Non ci penso nemmeno e lo sappiamo entrambi che non riuscirai a cacciarmi fuori a forza visto che peso il doppio di te". Sentii montare la rabbia dentro come faceva sempre, piano piano, partiva dalle gambe, mi lacerava lo stomaco e poi saliva su fino a scoppiarmi nella testa.
"Ok, allora se non te ne vai tu lo faccio io!". Tu ti parasti di fronte alla porta incrociando le braccia e dicesti " Di qua non esci bambina, se vuoi uscire ti porto io in un posto, il mio posto".
Penso che se Dio o chi per esso mi avesse dotato di una qualsiasi facoltà mentale che mi permettesse di sbatterti al muro, credimi quella volta l'avrei usata. Invece sapevo perfettamente che saresti rimasto lì anche tutta la sera e io avevo disperatamente bisogno di uscire da quella stanza, allora ti dissi "Ok portami dove vuoi, ma NON DIRE UNA CAZZO DI PAROLA!" E lo dissi quasi sottovoce, il che, per chi mi conosceva, era un chiaro segnale che non stavo affatto scherzando.
Uscii e salii in macchina sbattendo la portiera così violentemente che quasi mi spaventai io stessa della forza che ci misi. Indossai le cuffie, alzai il volume a un livello assurdo, infilai il cappuccio della felpa, portai le ginocchia al petto e ci nascosi la testa in modo da non vedere nemmeno in che direzione saremmo andati. Dissi semplicemente "Parti coglione!". Dopo circa mezz'ora di tragitto cominciai a intuire che ci stavamo avvicinando al mare. Dal finestrino si sentiva il tipico odore salmastro che lì d'inverno era ancora più forte. Cercai di sbirciare senza farmi vedere, ma OVVIAMENTE te ne accorgesti. "Bambina torna pure a fare il broncio per ancora per 5 minuti, parcheggio e siamo arrivati". Mille diverse imprecazioni possibili mi ruggivano dentro.
Fermasti la macchina e mi dicesti di scendere, io feci finta di non sentire, mi togliesti le cuffie le gettasti sul sedile posteriore, mi voltai verso di te e ti guardai come si guarderebbe un avversario su un ring, occhi negli occhi, solo che i miei credo fossero, metaforicamente, iniettati di sangue. Dissi ironicamente "Ok scendiamo, se il coglione dice che dobbiamo scendere scendiamo!"
Quella parola, “coglione”, sai quanto dannatamente terapeutico è ripeterla in continuazione quando sei incazzata? Troppo!
Scesi e cominciai a camminare a una velocità assurda verso la spiaggia, e poi ancora, verso la battigia, e poi ancora fino a lambire l'acqua con le scarpe già inzuppate. Mi fermai anche se non avrei voluto. Davvero S. … Non avrei voluto. L’acqua ha sempre esercitato un potere calmante su di me.

Rimasi così nella penombra del crepuscolo per almeno 20 minuti, impietrita davanti a quella distesa gorgogliante, nonostante il vento mi sferzasse violentemente. Trasalii quando mi cingesti le spalle da dietro. Provai a staccarmi, ma lo feci senza nessuna convinzione e tu stringesti un po’ più forte, quel tanto che bastò per far cadere qualsiasi resistenza.
Mi sussurrasti "Urla". Non risposi. "Urla!" ... "Smettila". E tu di nuovo a voce alta. "URLA CAZZO!".

E io urlai.

Urlai con tanta di quella forza che mi sconquassò il petto, con tanta forza che le gambe quasi non mi ressero, urlai e mi svuotai completamente. Restammo così per qualche minuto, io con il fiato corto e il tremore per il freddo e tu che mi stringevi sempre più forte per non farmi cadere.

Alla fine mi prendesti in braccio e mi dicesti “Ora ti porto a casa, togli queste scarpe bagnate, ti sistemi i capelli che sono un disastro, e noi lo sappiamo che questo è un problema, poi potrai stare sola tutto il tempo che ti serve, io sarò nella mia camera ad aspettare che tu venga a raccontarmi quale sarà in tuo piano questa volta, come sempre ti inventerai qualcosa, lo sappiamo che sarà così. Solo ogni tanto concediti 5 minuti prima di elaborarlo" E mi facesti l'occhiolino.

Devo proprio dirtelo S., il “tuo posto” era magico, tutti avrebbero bisogno di un posto come quello, un posto dove stare zitti e semplicemente urlare.


Miss you ...
Night Bro.
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« immagine » Caro S,, te lo devo proprio dire, ogni tanto avrei bisogno di ritornare nel “tuo posto”. Ti ricordi come l’ho scoperto? Quel giorno avevo appena saputo. Dopo la telefonata mi sdraiai sul letto e comincia a fissare il soffitto, contai una a una tutte le piccole sfere di vetro che comp...
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LA PERFETTA IMPERFEZIONE

03 marzo 2015 ore 00:13 segnala


Caro S.,

quando ci siamo conosciuti era il tempo in cui l'unica cosa che desideravo era essere "perfetta", secondo la mia concezione del tutto personale di perfezione. Questo perché intorno a me il mondo faceva schifo e mi crogiolavo nella convinzione che se fossi stata "perfetta" quello schifo non avrebbe mai potuto trovare terreno fertile e far attecchire le sue radici dentro di me. Volevo semplicemente restare nel mio piccolo universo che mi ero costruita ad arte, inaccessibile e silenzioso. Nessuna domanda, nessuna risposta, nessuna spiegazione, nessun rumore, nessun dolore ... Niente non volevo sentire assolutamente niente.
Lì c’era posto solo per quello che mi rendeva serena: i miei libri, la mia musica, la mia arte, l’eco dei miei pensieri e per te. Era come tornare a rannicchiarsi in una placenta ovattata che difendevo gelosamente da qualsiasi intrusione.
Un giorno mi hai chiesto perché mi ostinavo ad essere così refrattaria nei confronti della gente e del mondo esterno, allora io ti dissi:
“Sdraiati!”. Tu lo facesti e io appoggiai la mia testa sul tuo torace e con la mano cominciai a riprodurre il ritmo del tuo battito cardiaco. “Lo senti? Senti come il suo battito è regolare? Il cuore è il nostro organo vitale, è come un motore perfettamente rodato. Lui sta lì chiuso nella sua cassa toracica che lo protegge senza aver bisogno di nessuno stimolo esterno, lui comanda e lo fa lì nello spazio che è stato creato per lui. Se il nostro corpo, che è una macchina perfetta, è fatto in questo modo ci sarà pure un motivo!”
Tu facesti un sorriso, mi prendesti la mano e dicesti “Vedi bambina, ha un senso quello che dici, ma se, per esempio, noi fossimo amanti e ora io ti baciassi quell'affare rossastro ora non avrebbe più il suo bel ritmo regolare, anzi, quel ritmo aumenterebbe comincerebbe a correre all’impazzata e non ci sarebbe nessuna gabbietta di ossa che potrebbe proteggerlo da questa cosa, ma non per questo si fermerebbe. Lui continuerebbe comunque a mandare avanti la baracca, anzi ti sarebbe grato per avergli dato una scarica di adrenalina che lo ha reso ancora più forte. E poi ricordati che i muscoli, se non li alleni, si atrofizzano e quando tornerai ad averne bisogno farà il doppio del male rimetterli in moto”.
Ti detestavo seriamente quando avevi sempre una risposta accettabile a tutto. Ovviamente all'epoca non ti avrei dato ragione nemmeno sotto tortura.
Ma in fondo, in un angolo della mia mente, lo sapevo che avevi ragione perché per assurdo, tutte le “imperfezioni” che accettavo negli altri erano esattamente tutto quello che non avrei mai permesso a me stessa. Così più le persone erano "sgangherate", incasinate, complicate e “sbagliate” più mi attiravano. E paradossalmente non le guardavo con lo sprezzo di chi sta guardando qualcuno che non vorrebbe mai essere, in modo del tutto contraddittorio le ammiravo e invidiavo.
Con il tempo credo di aver capito che questo accadeva perché in loro vedevo il mio fallimento.
Perché loro, seppur tra mille problematiche, erano arrivati ad accettare di aver paure, emozioni, rabbia, rancori e non tentavano continuamente di celare questi sentimenti per il timore di non essere all'altezza di quella "perfezione" che altri ti avevano insegnato, ma che non ti apparteneva e che era tremendamente dura da perseguire. Loro non restavano isolati nel loro mondo per paura di affrontare questi sentimenti. No, loro avevano già compreso che sono le aritmie dell’anima che ti fanno sentire veramente viva e che questo è l’unico motivo che, alla fine, spinge ognuno di noi a svegliarsi ogni giorno.

Allora ero piccola, piena di certezze che si sarebbero sgretolate di fronte all’ineluttabilità della vita, e solo con il passare del tempo ho capito che sono tutte le nostre “imperfezioni” a renderci veramente perfetti, per noi stessi in primis e per tutti quelli che sapranno accettarle poi, perché sono quelle peculiarità che ci rendono unici almeno per qualcuno.
E' stato un percorso personale che avrei comunque fatto, ma avere te accanto nei momenti in cui arrancavo fra mille dubbi, ha certamente reso tutto più semplice perché tu eri l'esempio più fulgido della "perfetta imperfezione".

Buona notte S.



(PS: a te che stai leggendo questo blog e pensi di copiarlo e postarlo su un altro sito (come hai già fatto) spacciandolo per tuo, vorrei semplicemente chiedere: è mai possibile avere una vita talmente triste e vuota da essere costretti ad appropriarsi delle briciole di quelle altrui?)

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« immagine » Caro S., quando ci siamo conosciuti era il tempo in cui l'unica cosa che desideravo era essere "perfetta", secondo la mia concezione del tutto personale di perfezione. Questo perché intorno a me il mondo faceva schifo e mi crogiolavo nella convinzione che se fossi stata "perfetta" q...
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Il Mostro

27 gennaio 2015 ore 22:53 segnala


Caro S.,

sai quando parlavamo del "Mostro", noi la chiamavamo sempre così, tu eri l'unico con cui l'ho condiviso, perché tu non facevi mai domande, non esprimevi mai giudizi, non mi guardavi con quell'espressione patetica di chi crede di sapere ogni cosa, tu ascoltavi e basta. All'epoca, estremizzando il mio sentimento in proposito, avrei potuto uccidere a mani nude pur di non dover incrociare nuovamente quel tipo di sguardo.
Ma c'è una cosa che ti ho sempre nascosto. Quando ti dicevo che non sapevo perché "Il Mostro" era diventata la mia più grande alleata in realtà non era vero. Sapevo esattamente perché, ma io e Lei avevamo un patto, finché non l'avessi odiata avrei dovuto proteggerla ... E così facevo ogni singolo giorno. Non dicevo mai quello che "Il Mostro" mi convinceva a fare, né quello a cui io rinunciavo giornalmente in suo nome, eravamo io e Lei e basta. Non avevamo bisogno di nessun altro. Erano "favori" che Le dovevo per avermi svelato il "grande segreto".
"Il Mostro" è maledettamente subdola, si insinua nelle crepe della tua esistenza, che sembra perfetta agli altri, ma non lo è affatto per te stessa, ti offre un appiglio così suadente e rassicurante a cui difficilmente riesci a dire di no, perché Lei non è qualcosa che ingoi, né qualcosa che bevi, Lei ti entra nella testa e comincia a consumarti dolcemente, ti fa credere di essere immensamente forte, ti fa credere di essere superiore agli altri e così caschi in una specie di delirio di onnipotenza che ti illude di poter fare a meno di tutto e di tutti, ma sopra ogni cosa ti fa credere di poter finalmente avere il controllo su qualcosa.
Lei sa che questo è quello che in quel momento ti manca, ti manca come l'aria che respiri, quando tutto intorno a te cambia vorticosamente e ogni cambiamento è come un pugno allo stomaco, un malessere che non puoi scansare né addomesticare.
Lei ti insegna a restare piccola e minuta, perché in questo modo non occupi tanto spazio e se non occupi spazio non dai fastidio, e se non dai fastidio nessuno si accorgerà che esisti, e se non esisti non sarai costretto a dare risposte o giustificazioni per ogni tuo comportamento o per ogni tua decisione ed è così che nessuno noterà che Lei si sta nutrendo lentamente di ogni fibra del tuo corpo.
Questo è il suo grande segreto e Lei sa che arriverai a conservarlo mentendo, aggredendo, allontanando, sfuggendo ogni possibile intruso che possa tentare di dividervi.

Ma nemmeno "Il Mostro" è invincibile, Lei alla fine ha dovuto cedere, sì Le ho regalato qualche anno della mia vita e sì ha lasciato qualche segno, ma sono Io che alla fine Le ho rubato qualcosa di molto più prezioso. E se ora sono quello che sono in parte lo devo anche Lei e ti dirò S., ne sono dannatamente orgogliosa. Quindi, caro Mostro, ti ho fottuta per bene.

E con questa auto-celebrazione :) per oggi ti saluto.

Ciao S.
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VIAGGI SENZA RITORNO

23 novembre 2014 ore 23:58 segnala


Caro S.,

in questi giorni mi è capitato di prendere il treno dopo anni che non lo facevo. Ti ricordi che mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, sedermi in disparte vicino al finestrino indossare le cuffie, ascoltare la musica e osservare il mondo intorno che scivola via lungo le rotaie. Mi piaceva soprattutto la sera, verso l’imbrunire per guardare di sfuggita le luci che illuminano le case, osservare la vita quotidiana delle persone che si intravvede oltre le tende alle finestre.

L’ultima volta che mi hai accompagnato in stazione ero in partenza per tornare a casa in Italia. Avevo scelto il treno perché volevo che il viaggio fosse lungo, forse perché non ero convinta fino in fondo di quella decisione e in un certo qual modo mi lasciava una sorta di via di fuga, in fondo avrei sempre avuto la possibilità di scendere e tornare indietro.
Quel giorno c’era una leggera pioggia e tu mi dicesti “Vedi bambina anche il cielo è triste perché te ne vai”. Io ti risposi facendo una smorfia “Capirai qui piove per ¾ dell’anno“. Accennasti un sorriso, ma tornasti serio in un istante, mi guardasti dritto negli occhi e aggiungesti “Comunque in qualsiasi momento tu decidessi di tornare sai che io sarò qui ad aspettarti e se non ci sarà più la tua camera libera, non ti preoccupare, ti lascio il mio letto e io dormo per terra, ma un posto per te qui ci sarà sempre”. In quel momento sentii le gote diventare rosse e gli occhi gonfiarsi di lacrime, era una sensazione strana per me che non piangevo mai, ormai non mi ricordavo nemmeno più che le lacrime hanno un sapore salato. Scoppiai in una pianto leggero e sommesso, perché a mostrare le emozioni non ero capace e mi trovai indifesa in quella situazione. Feci quello che avrei dovuto fare molto più spesso, ti abbracciai forte e ti diedi un bacio sulla guancia. Anche tu mi abbracciasti e sentii le tue braccia avvolgermi completamente come un mantello protettivo. Ancora mi sembra di sentire le tue mani attorno al costato dolorante per la stretta. Per la prima volta realizzai perché tu e solo tu eri riuscito ad entrare nel mio piccolo mondo incasinato. Perché tu, fino ad allora, eri stato l’unica persona a cui avevo permesso di prendersi cura di me.

Salii e ti guardai diventare una piccola sagoma tra la folla salutandoti con la mano.

Non scesi mai da quel treno per tornare indietro, ma di lì a poco ne presi un altro per una nuova destinazione. Mi sarebbe piaciuto ripartire sapendo che anche lì ti avrei trovato ad aspettarmi sulla banchina.

Buona notte S.
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23/11/2014 23:58:37
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HO SMESSO

09 novembre 2014 ore 22:55 segnala

Caro S.,

Sai che poi quel giorno è arrivato. Il giorno in cui ho smesso. Ho smesso di vagare senza meta per le strade, ho smesso di prendere aerei e treni, ho smesso di nascondermi il viso tra i capelli, ho smesso di urlare in silenzio, ho smesso di digiunare cibo, amore e odio, ho smesso di giocare con le mie costole, ho smesso di non guarire, ho smesso di leggere tutto il giorno, ho smesso di guardare nel vuoto, ho smesso di amarlo quel vuoto, ho smesso di non parlare, ho smesso di non sentire, ho smesso di non provare, ho smesso di non avere paura, ho smesso di dipingere i quadri di altri, ho smesso di non pensare al futuro e soprattutto ho smesso di non pensarti più.

Quello è stato il giorno in cui sono scomparsa.

Night my friend

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