da "canto" nell'album UNO

23 ottobre 2007 ore 22:48 segnala

ho conosciuto un artista che scolpiva le statue dei fratelli e delle sorelle che nn aveva mai avuto.mi diceva che , a pensarci bene,nella vita lui aveva amato davvero soltanto una donna, ma ora che lei era molto vecchia e stava per morire, l'uomo si rendeva conto di quanto era stato avaro di affettocon lei.perciò si immaginava fratelli e sorelleinesistenti, più bravi di lui ad amare.li scolpiva a partire dai suoi stessi lineamenti, sfigurandoli un pò: una specie di autoritratti poco somiglianti.li ho vosti con i miei occhi, a casa sua.sono entrato nella sua stanza.ho sentito un brivido lungo la schiena.sembrava di partecipare a una veglia funebre: statue di uomini e donne,giovanotti e ragazze, erano disposti in piediattorno al letto dell'artista.rivolgevano uno sguardo sconsolato e severo al suo giaciglio, come se stessero fissando un morto disteso dentro un sarcofago.sono i miei sensi di colpa mi ha spiegato quell'uomo, tutto l'amore che non ho dato a mia madre.

Tiziano Scarpa

Il violinista silenzioso

20 ottobre 2007 ore 15:01 segnala

Era un pomeriggio d’autunno che lo incontrai. Camminavo per le vie della città, i vicoli più piccoli e sconosciuti, tornando a casa da scuola. E nel silenzio irreale e brulicante di quei ricoveri faccia a faccia, una sensazione mi trafisse gli occhi. Un suono acuto…cioè, nulla di udibile, ma ….insomma attraverso quella finestra del primo piano distinsi un ragazzo tutto preso, avvolto su un violino.  Allora mi avvicinai, perché qualcosa mi incuriosiva; c’era qualcosa che non tornava in quel banale, ordinario conticino:  un ragazzo, un violino, lui suona, la sua musica, la passione con cui…un momento, …la musica! Mio Dio, la musica. Beh, …cosa aveva di tanto eccezionale quella musica? Nulla, se non conti il fatto che non c’era. Non c’era! Non un suono, una nota, un qualche annuncio dello strumento che dicesse: “Ehi, ci sono”. No. Nulla. Eppure il  ragazzo suonava, toccava distintamente le corde col suo archetto, e la finestra era socchiusa, e lui così vicino a questa. Ma la cosa ancora più strana (se ce ne può essere nell’immaginazione di qualcuno una tale) era che io mi ero rivolta verso quella direzione convinta di essere stata sedotta da una melodia,…ma di averla sentita con le mie orecchie, accidenti!
Il giorno dopo ripassai di lì, stessa ora, stessa atmosfera. Niente violinista. La stanza vuota.
Mi volsi ad andarmene e mi trovai lui di fronte.
  “Così tu sei la mia piccola ascoltatrice”.
“Eh,…ehm,…sì”: in quel momento mi venne in mente la frase “Ho sentito che suoni molto bene…”, …ma non era il caso: avrebbe avuto lo stesso effetto di quando dici ad un cieco: “…vedi,…”.
“Se ti fa piacere puoi venire qui quando vuoi, nulla te lo impedisce”.
“Grazie” risposi, e me ne andai velocemente dicendo che dovevo tornare a casa.
Così andavo quasi ogni giorno lì, a quell’ora stessa della prima volta. Qualcosa mi faceva paura di quella situazione misteriosa ; qualcos’altro mi ci teneva attaccata, un topolino in balìa del pifferaio magico. E poi il fatto che dopo quel giorno, quello dell’incontro intendo, non avevamo più scambiato una parola: quando io ero lì ad ascoltare, lui non volgeva mai lo sguardo, mai…eppure sapeva che io ero lì. Sapeva perfettamente il momento in cui ero giunta e quello in cui me ne stavo per andare.
Non c’era motivo per cui io, piccola ragazzina, non dovessi prendermi una cotta per quel misterioso personaggio. E infatti andò proprio così. Cominciai a fantasticare di lui e di me,…di noi,…beh insomma, capite cosa voglio dire, no? Il fatto ancora sorprendente era che queste mie creazioni le sentivo…poco mie!, nel senso che era come se lui stesso, l’oggetto delle mie fantasie, decidesse di entrare in me a modo suo. Per capirci, una volta, ad esempio, immaginai (tutto ciò in un istante) di giocare a rincorrermi con lui per una grande casa; ad un tratto prendevo a salire velocemente una scalinata e poi di botto, stop! Mi fermavo e mi volgevo immobile; lui era in fondo alla scala e ci fissavamo  negli occhi. Poi, ciak!, comincia lo spettacolo! E noi, novelli Romeo e Giulietta, ci scambiavamo l’un l’altro intime confessioni…e le sue, salivano ad ogni passo, ad ogni gradino scalato dal suo piede…ma non erano parole…era la scala di una melodia culminante in un acutissimo e triste sì, che mi si posava sulla bocca…
Ero confusa ma felice in quei giorni. Solo quando fresco e nuovo  che ti ristora l’anima puoi sentirti così!…innamorata, no?!, ero innamorata! E non so, ma anche avendogli parlato una volta sola, lo sentivo così vicino a me: piccoli gesti, intuizioni d’animo le chiamo io; vale a dire: capire qualcuno il cui animo vibra, il cui animo fa risuonare il tuo, e solamente il tuo, in modo unico.
     E poi, quando noi ci mettiamo di piglio buono, noi come individui incosci voglio dire, riusciamo a farci accadere e a vivere “casi” che coincidono e ci confortano delle nostre convinzioni simil-campate-in-aria. Suggestione ?…naaa…c’è altro, c’è di più; è perché ne va di noi stessi che riusciamo ad essere registi di molte sequenze del nostro destino.
       Me ne andavo camminando da sola per il luna park semideserto delle otto di sera. Quando vuoi stare davvero da sola o vai in posto sperduto,…o scegli un posto “perduto”!, un posto cioè dove la gente va per perdersi un attimo, nel gioco, nello scherzo, nel frastuono, nella paura, nell’ebbrezza. E qui, con i piedi per terra e la testa per aria,vagabondavo tra un “Vuoi provare a sparare, bella ?” e una giostra in pausa-mensa.
       Poi camminando, tu non pensi più a niente…un attimo e…tac!
 …una giostra di quelle con i cavalli impiumati che galoppano tra mille luci ed un valzer di fisarmonica alla francese. La fissano due amanti sedutivisi di fronte , su una panchina, la testa di lei appoggiata sulla spalla dell’abbraccio di lui. La giostra è ferma, fotografa l’attimo in cui quelle due anime diventano infinite, e la musica-che-non-c’è è dolce e culla tutta quella storia,…è la musica silenziosa che culla ogni storia, sempre lei; ma quale, nessuno sa dirlo, anche se molti ci provano.
          Il tempo intanto passa, ma non è come al solito; non me ne accorgo io, piuttosto è lui che, impotente, mette il broncio e ripete: “…beh, vedi, io sono il Tempo,…e sto passando õ,…ehi, mi senti? Sto passando anche per te!…o no?”.
          In un nuovo pomeriggio affretto il passo verso quel luogo, dove ogni giorno si rinnova il miracolo. Stavolta il cuore batte più forte che mai, e non è il camminare veloce: sento che sto per afferrare il dono che pende dal cielo; ad ogni balzo la gravità può sempre meno.
        Sono con il cuore in gola di fronte a quella finestra, fissando il violinista silenzioso, come già innumerevoli volte nel tempo; non alza lo sguardo fisso in un punto non precisato, centro della gravitazione armonica di tutto il suo corpo e del suo prolungamento di legno lucido-scuro.
       Non so come lo so, ma so che sta per finire: è alla penultima nota. Stop!
Un istante, veramente un istante: si dilata quell’istante, e in esso entra tutto: lui alza gli occhi ed entra nei miei, fissi. E’ un attimo: “Ti amo” dicono i miei occhi, li ricambia avvolgendoli un sorriso; loro si chiudono ma non fanno in tempo ad intrappolare una lacrima. Ultima nota e…poi di nuovo luce.
      
        Non c’è più. Resta quel legno lucido lì, solo. Sul tavolo, colpito da un raggio di sole in picchiata che trapassa la vicina finestra; protegge poche parole sul bianco, il violino:

Non dà gioia,
non dà dolore,
è su la soglia
che muore l’amore.

Volgo la testa, credendo alle mie orecchie: una musica tzigana. Sorrido dolce-amaro, e le mie gote sollevano quella che poco fa era una lacrima, ed ora è del mio fiume acqua già passata.
                  Ottobre 1999

"di quel ke sciupai,ben più sciuperò..."

17 ottobre 2007 ore 20:11 segnala
BIG citY

 

1.

 

In quella grande città la tecnica aveva reso tutto più comodamente accogliente. Freddo. Ma un piccolo miracolo di certo sembrava questo che Yukio stava creando al suo passaggio. La zona del parco dietro lo stadio, fatta di torri luminose, era diventata una calda scia gialla, perché al passaggio di quell’unica piccola visitatrice i sensori del movimento andavano attivando una dopo l’altra le lampadine dei bassi lampioni stile ‘800. Era proprio così: il nuovo miracolo della vita che era entrato a rinnovare l’entusiasmo di Yukio si rimarcava come un’inconfondibile stradina di briciole luminose, visibili al più sensibile dei satelliti spia, lassù.

Jermaine stava seduto in terra vicino alla finestra dell’appartamento vuoto, le braccia poggiate sulle ginocchia, la testa ammainata tra le spalle. Non era triste né malinconico: a vederlo dava più un senso di inevitabile abbandono. Dove non c’è dolore…

 

Di sicuro non si può dire che un momento del giorno sia migliore di un altro: che il mattino all’alba di una tersa giornata invernale sia più apprezzabile di una serata di pioggia battente. Ti ci trovi in mezzo,… in quel momento…, ed è lì che stai, ringraziando il cielo o chi per lui, o bestemmiando qualcuno che non hai mai avuto il piacere di conoscere. Inutile farsi abbaiare da romantiche fandonie sul fatto che sia epico o sia pacificatore un paesaggio o un altro: quello che è epico o pacificatore risiede altrove.

Altrove. Non lontano o vicino. Solo altrove. E’ questo che deve aver pensato Jermaine in quel momento: è questo che pensava. Lei si trova solo altrove: non sta né meglio né peggio. Guidare era forse lo stato mentale che più si avvicinava all’ascesi meditativa per lui: guidare era il luogo in cui ogni fantasia poteva farsi vera per pochi ritagli di tempo infiniti. Le colline lo accompagnavano a destra e a sinistra di quel sentiero moderno che percorreva con la velocità che non è dell’uomo. La velocità che non si ferma ad apprezzare i particolari della realtà e che ha il pregio di farti vivere più vita di quanta non potresti…a passo d’uomo. La velocità che spreca la realtà in ogni sua magagna, in ogni sua perla.

Pensava. Certo che non c’è da stare allegri in un mondo in cui l’ambizione e la fame di potere di pochi condiziona le esistenze (e le cancella perfino, a

MI per SI

13 ottobre 2007 ore 17:14 segnala

Invece di andarmene da qui
piuttosto che
lasciarti ancora la soddisfazione
decisi di cambiare totalmente la mia posizione
è solo che
mi persi

E ancora ieri
consideravo che
se tu non c'eri io..
però è un pensiero inutile
ma sì ma sì lo so qual era il modo esatto
per riavere tutto
è solo che
mi persi

E poi chissà
ognuno ha il suo piccolo razzo
lanciato nel blu dello spazio
con dentro frammenti di sé
eh già

Ma sì ma sì lo so che avrei dovuto
prenderti e sfidare il mondo
è solo che
mi persi

Ma sai che c'è
che se ognuno ha il suo piccolo razzo
io devo aver perso il contatto
e adesso perdonami se
mi è rimasta soltanto
la parte peggiore di me

è nata da lui

HH

07 ottobre 2007 ore 17:10 segnala
Come pesano queste giornate!
Non c'è fuoco che possa scaldare,
non c'è sole che rida per me,
solo il vuoto c'è,
solo le cose gelide e spietate,
e perfino le chiare
stelle mi guardano sconsolate
da quando ho saputo nel cuore
che anche l'amore muore.

musa,dea..o solo donna?

07 ottobre 2007 ore 12:33 segnala
cantami ,o diva, del pelide Achille l'ira funesta.

der Marlene Kuntz "Fingendo la poesia"

04 ottobre 2007 ore 19:36 segnala
Una carezza si corica
sulle creste agitate dell'oceano:
stelline d'oro si accendono
e pare il chiasso di una galassia magica.

Franta e rifratta si aduna in una corsia
la luce che il sole disegna andando via.

Stanno due palme dove termina
quella striscia di perline che galleggiano:
fronde fuori fuoco gialleggiano
come fuse nell'oro che le illumina.

Anche un gabbiano che passa per quella via
per un istante si indora con la sua scia.

Ti prego, taci. Volgi gli occhi fin là
e resta con me a guardare.
Preferisco così
e non mi chiedere
a cosa penso: è inutile.
Preferisco così, ti prego, non insistere.

Una carezza si corica
sul mio viso che interpone il suo velo,
sperdo lo sguardo in fondo al cielo
e ti resta una faccia fotogenica.

Se solo fosse stato ieri, sai
nel metallo prezioso eri un'effige
ma oggi - la mia maschera non dice -
lì ti fondi e per me non tornerai.

Guardo nel sole che fugge e mi porta via,
guardo nel sole fingendo la poesia.

ES___senza

02 ottobre 2007 ore 14:34 segnala
alla fine non resta che un'immagine distorta...c'è qualche cosa di sbagliato nell'amore.