ARZANAH (6) L'EPILOGO

01 aprile 2016 ore 09:47 segnala


scritto da Odirke, prima pubblicazione 04 agosto 2013, ore 20:19


(non è stato possibile salvare il quinto capitolo, già rimosso da Google)


Ship to Ship. L’allibo, in lingua nostrana. L’operazione che permetteva il trasferimento da una nave all’altra del prodotto presente a bordo. Ad Arzanah era un evento che avveniva mediamente ogni tre mesi. Ed evento lo era in tutti i sensi.

La routine quotidiana veniva sconvolta dalle prime luci dell’alba con l’arrivo della gemella della Tropical Lion arrivata dai mari caraibici. Maestosa anch’essa. Con lei giungevano, in una lunga sequenza di imbarchi, americani e arabi che avevano il compito di supervisionare le operazioni.

Quel giorno avevamo a bordo esattamente un milione di barili di petrolio, frutto di un continuo travaso dal sottosuolo durato novanta giorni. L’equipaggio si muoveva come un’orchestra ben collaudata. Settimane di preparazione e simulazioni trovavano sfogo nell’ “x-day” che tutti aspettavamo per spezzare la monotonia del tempo.

Tutto doveva essere al suo posto e funzionante. Dalle pompe del carico ai manifolds, dai cavi di accosto ai Yokohama Fenders, quei palloni giganti che venivano calati in mare con potenti gru allo scopo di frapporre un cuscinetto di sicurezza tra le due navi. Mentre la “Sea Lion” si affiancava con l’aiuto di quattro rimorchiatori, tutti erano occupati a fare qualcosa. La preparazione ed il controllo dei collettori di carico attraverso i quali sarebbe defluito l’oro nero. Il “Meter” invece era di esclusiva americana. Una complessa ed enorme attrezzatura composta da sofisticatissime apparecchiature elettroniche, tubi, cavi che aveva lo scopo di calcolare con un errore massimo di un decimo di litro, la quantità di greggio che veniva trasferita. Quella creatura dal costo esorbitante veniva controllata regolarmente ed era coccolata da sei tecnici d’oltreoceano. Gli arabi presenti erano soltanto dirigenti, imbrattacarte e comunque padroni di tutto quel teatro.
Su tutti Mohammed Nonmiricordoilrestodelnome. Un uomo mingherlino dai modi effeminati che a quanto pare deteneva un potere enorme in quello Stato. Lo avevo visto solo una volta prima di quel giorno, e ricordavo ancora il suo modo di fare mellifluo che dava i brividi di disagio. Ad operazioni di affiancamento ancora da concludere venni chiamato dal Primo Ufficiale. Dovevo portare dei documenti a Mohammed, nella sua cabina. Quando bussai alla porta di quello che non era un alloggio normale come i nostri, ma una vera e propria suite ricavata dall’unione di 4 cabine, non vedevo l’ora di tornare in coperta per non perdermi niente di quello che stava succedendo. Si aprii la porta e mi si presentò davanti Mohammed appena uscito dalla doccia. Coperto solo nelle parti intime con un asciugamano che sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Mi disse “come in, Paolo” con un sorriso. Risposi al suo sguardo viscido con una freddezza ed un’occhiata che poteva fulminare un plotone intero di navy seals. “Sorry Sir, but I have a lot of work to do”. Gli sbattei in petto i documenti che tenevo in mano, girai le spalle e me ne andai senza aspettare la replica. Quello fu il primo momento in cui pensai seriamente di essere rispedito a casa per ordini superiori. E pensai anche che, dopo quell’episodio, i test HIV a cui eravamo sottoposti avevano finalmente un senso. Senso che si perdeva al pensiero di quel cameriere di bordo che, risultato positivo, passò 15 giorni di tragedia interiore pensando alla moglie ed ai figli a casa. Chiedendosi come potesse essere successo. Per poi ricevere due righe di scuse per il risultato del test errato.
Ma non fui mandato via. Mi chiesi anche se, in passato, qualche mio predecessore avesse accettato di entrare in quella cabina.

L’evento intanto continuava regolarmente e senza intoppi. Anche sulla “Sea Lion” c’era equipaggio interamente italiano. Ed era bello ritrovare dei connazionali in quel luogo dimenticato da Dio. Un corridoio di cime e cinture di sicurezza permetteva il passaggio da una nave all’altra e viceversa.
E questo permise un altro genere di allibo, che niente aveva a che vedere con il petrolio.

Dalla nave gemella mi accorsi di un traffico insolito. Bidoni, fusti, damigiane, bottiglie che venivano trasportate verso la nostra cambusa. Il tutto sotto l’occhio vigile e famelico della “Bestia”. Stavamo imbarcando una quantità industriale di vino e alcoolici vari. Il tutto pagato in dollari sonanti.

Il divieto di bere alcoolici sulla Tropical Lion nacque anni prima non perché la nave sostava in acque islamiche, ma perché due poliziotti locali, dopo una cena conviviale a bordo esagerarono con la bevanda di Bacco. Tornati all’isola si capottarono con la jeep di servizio ubriachi fradici alla prima curva. Dei due militi si persero le tracce, ma la dirigenza, furiosa, estese la proibizione coranica anche all’equipaggio italiano. E per le nostre genti, far mancare un bicchiere di vino a tavola fu peggio di una tragedia greca.

Il traffico a cui stavo assistendo, pur se effettuato nella maniera più discreta e nascosta possibile, non poteva non essere visto dai dirigenti presenti. Ma evidentemente chiudevano tutti e due gli occhi per quieto vivere e per premiare comunque un equipaggio che faceva sempre in pieno il proprio dovere.

L’evento si concluse al tramonto. La potenza delle pompe di bordo fece si che quel milione di barili trovasse dimora in un’altra pancia nel giro di poche ore.
Quando la Sea Lion salpò per tornare negli Stati Uniti e si allontanò all’orizzonte, noi tutti cominciammo a sentire un senso di vuoto. Così come erano vuote le nostre cisterne. Dall’indomani sarebbe iniziata la solita routine.

PERSONAGGI: IL DIRETTORE

Del Direttore avevo già raccontato il primo approccio a tavola, in quella cena che difficilmente dimenticherò.
Nella mia vita in mare ho conosciuto tanta varia umanità. Da ognuno di loro ho appreso qualcosa. Ma sicuramente nella mente restano più vivi i ricordi di quei personaggi che, per una ragione a cui non so dare spiegazione, sporadicamente ti si affacciano davanti agli occhi anche a distanza di anni.

Giorgio, il Direttore di Macchina, è uno di questi. Assomigliava a Clark Gable in versione capelli e baffi bianchi. Di statura elevata e, nonostante l’età, con un portamento che lo faceva sembrare ancor più alto. In sei mesi di “convivenza” a bordo non l’ho mai visto scendere in sala macchine. Mai. Tranne che per una volta, quando venne il famoso ispettore di New York. Stava seduto davanti alla sua scrivania dalle otto di mattina fino a mezzanotte. Si muoveva solo per i tre pasti giornalieri. Il suo diretto sottoposto, il Primo Ufficiale di Macchina, gli rapportava regolarmente due volte al giorno ciò che succedeva nei meandri dei motori. La sua cabina era poco distante dalla mia, e per scendere in coperta dovevo obbligatoriamente passare davanti alla sua così che non potevo fare a meno di vederlo attraverso la sua porta sempre aperta. All’inizio ci scambiavamo solo un cenno di saluto. Poi invece prese ad invitarmi a sedere con lui, per scambiare quattro chiacchere. Io accettavo volentieri.

Noi tutti incontriamo persone nella vita che rimangono simpatiche al primo istante e non sai il perché. Un “feeling” immediato che spesso non trova un perché. Giorgio era una di queste.

Quello che non accettavo invece erano i bicchierini di whisky, frutto di allibi precedenti, che regolarmente mi offriva ad ogni incontro. Declinavo l’offerta con un sorriso e lui, in perfetto accento genovese, mi diceva sempre.. “Belìn, ma prima o poi ti convinco eh” con un viso ancor più sorridente misto a finta disapprovazione.

E poi stavo ad ascoltarlo per ore. I suoi viaggi. I suoi imbarchi. Le sue avventure con il mondo femminile. Forse storie inventate ma raccontate così bene che non potevo pensare non fossero vere, anche perché regolarmente documentate con fotografie dove lui appariva insieme a donne bellissime.. E storie di vita. Tante storie di vita. Un insegnamento lo ricorderò su tutti. “Paolo, ricordati che il mestiere non si impara. Ma si ruba. Osserva in silenzio, studia chi ti sta intorno e chi potrebbe insegnarti qualcosa. Non chiedere. Non mendicare. Impara con i tuoi occhi e fa tuo ciò che è di altri”.

Mai parole furono più vere, ed ebbi modo di capirlo negli anni successivi.

Ma sotto quel sorriso capivo che c’era una solitudine ed una tristezza a cui non riuscivo a darne fonte. Ricordo quel giorno che lo vidi per l’ultima volta. Stavo sbarcando per tornare in Italia. Mi mise in mano tremila dollari da portare a sua moglie. La cosa mi sembrò strana perché la paga veniva versata dalla Compagnia direttamente alle famiglie a casa. Lui invece se la faceva mandare a bordo. Non gli chiesi nulla, ma accettai volentieri di fargli quel favore.

La pioggia scendeva battente il giorno dell’appuntamento a Genova. Arrivai con cinque minuti di ritardo, perso in quei dedali di vicoli a cui non ero uso. La moglie, una megera esteticamente all’opposto di Giorgio, mi aggredì con parole poco educate per il lieve ritardo. E con epiteti ancor meno eleganti verso il marito. Le consegnai la busta in fretta e mi allontanai senza una parola.

Non ho mai capito cosa avesse trovato Giorgio in quella donna. E forse una risposta alla sua tristezza nascosta l’avevo trovata sui marciapiedi inzaccherati di pioggia della capitale ligure.

PERSONAGGI: DIEGO

Diego era un marinaio. Lo notai il primissimo giorno che arrivai a bordo. Sessant’anni, basso, ma un fisico scolpito che lo facevano assomigliare ad un bronzo di Riace. Di una educazione sconcertante. Quando veniva chiamato da qualche superiore, anche per la più piccola questione di servizio, prima di presentarsi si toglieva la tuta da lavoro, si faceva la doccia ed alla fine bussava alla porta di chi lo aveva convocato. Sempre impeccabile. La sua abbronzatura perfetta si intonava meravigliosamente con i capelli, ancora folti ma ben curati, nerissimi, ed il baffo sottilissimo ancor più nero e perfettamente tagliato.

Nel tempo libero andava a prendere il sole sulla monoboa. Ma quello che mi fece rimanere a bocca aperta fu vederlo, la prima volta, nuotare intorno alla Tropical Lion. In un mare infestato di barracuda e squali lui con delle bracciate perfette percorreva due giri di nave, per poi risalire a bordo soddisfatto. Io quei giri li facevo a piedi, in coperta, e mi sentivo massacrato. Non avrei mai avuto forza e fiato per farli a nuoto.

Gli chiesi “O Diego ma non hai paura dei pescicani ?”. Con un sorriso mi rispose, tirando fuori un coltellaccio di 20 cm., “Siò, io penso che debbano essere loro ad aver paura di me”.

Schivo. Riservato. Non partecipava mai agli scherzi di bordo, tenendosi in disparte da tutte le attività ludiche che riuscivamo a concederci. Amico di tutti, amico di nessuno. Il tempo libero, oltre che a nuotare o ad abbronzarsi, lo passava in cabina. Molto ligio al dovere. Sempre. Quando c’era da fare qualcosa che andasse al di fuori della routine lui era sempre presente. Il marinaio che ogni Comandante vorrebbe avere. Qualsiasi membro dell’equipaggio, finito il turno di tre mesi, sbarcava allo stesso orario, le quattro di mattina, per intraprendere il viaggio a ritroso che lo avrebbe ricondotto a casa. Diego si faceva svegliare prima. Bussava alla porta dello sbarcante. Ne prendeva le valigie e le portava in prossimità del basket. Quando gli chiesi “ma chi te lo fa fare?”, lui mi rispose semplicemente.. “Siò, potrebbe essere che io veda quelle persone per l’ultima volta nella vita. E non riuscirei mai a perdonarmi di non averle salutate e abbracciate, ringraziandole per aver condiviso questi giorni con me”. Non riuscii a replicare.

Su di lui circolavano tante leggende. Bisbigli di notizie frammentate arrivate chissà come. Ma nessuno aveva il coraggio di approfondirle. Un giorno in cabina mi ritrovai un biglietto, scritto da una mano che poca dimestichezza aveva con la grammatica e l’ortografia. “Siò, le sarei grato se potesse venire a trovarmi in cabina alle ore 15, oggi, per poter parlare con lei”. Rimasi sconcertato. Ma, dopo aver messo la divisa per rispetto alla sua educazione, mi avviai a rispondere a quella “chiamata”.

La sua cabina era un’oasi a parte. Piante, fiori ne adornavano ogni angolo possibile. Pulitissima ed ordinata. E fu quel giorno che mi raccontò la sua storia. Non la conosceva nessuno.

Diego era di origini liguri. Gli ultimi anni della seconda guerra mondiale lo videro ragazzino con idee ben chiare che lo portarono ad indossare la divisa della gioventù hitleriana. La fine del conflitto lo videro sconfitto nel corpo e nelle proprie convinzioni. L’interdizione perenne dai pubblici uffici e la caccia dei partigiani nei suoi confronti fecero sì che dovette fuggire oltralpe. Legione Straniera. Tre turni in Indocina. Raccontava di guerre, agguati ed uccisioni con la stessa naturalezza con cui una mamma racconta una favola al proprio piccolo. E foto. Diari. Ricordi dell’epoca. Non riuscivo ad aprire bocca. Dalla Francia emigrò in Argentina. Dove conobbe la moglie. E dove si costruì finalmente una famiglia.
Sotto la sua cuccetta notai una quantità enorme di confezioni tetrapak, usate per il latte, perfettamente tagliate, pulite e ben riposte. Il mio sguardo interrogativo fu subito colto da Diego, che mi spiegò.

Per poter imbarcare, i Cosulich gli posero una condizione. Il viaggio da Zurigo ad Arzanah lo avrebbero pagato loro. Ma per il volo da Buenos Aires a Zurigo e ritorno doveva arrangiarsi lui.

Il prezzo era esorbitante per la sua paga. Così, giocoforza, si era trovato il sistema per coprire la cifra. Nel periodo di tre mesi di licenza si addentrava nelle foreste paraguaiane per conto di un ente che controllava la fauna locale. Catturava giaguari ed altri animali, li consegnava ai suoi datori di lavoro che avevano lo scopo di metter loro dei collari numerati. La clausola era ben precisa. Se Diego avesse solo sospettato che a quelle bestie veniva fatto del male, l’avrebbe fatta pagare cara a tutti. Il tetrapak gli serviva per raccogliere acqua piovana nelle lunghe giornate in attesa, nella foresta.

Alla fine del racconto, che durò tre ore, ma sembrava fosse iniziato solo pochi istanti prima da quanto ero rapito, mi consegnò una lettera. Era scritta in tedesco. Diego aveva saputo non so come che era un idioma a me conosciuto. Mi pregò di tradurla. “Siò è quasi vent’anni che la conservo, ma non sono mai riuscito a capire cosa ci fosse scritto. Potrebbe dirmelo lei ?”.

Lessi con interesse ad alta voce. Era di un ex ufficiale della Wehrmacht. Tedesco, ma non un nazista. La lettera proveniva da Vienna ed era indirizzata a Buenos Aires. Non rivelerò mai il contenuto. Gliel’ho promesso. Ma se mai ce ne fosse stato bisogno, ammirai quell’uomo ancora di più.

A bordo le notizie volano presto. Tutto l’equipaggio mi guardava con aria diversa. Con più rispetto forse. In fin dei conti ero l’unico di tutti loro a poter dire… io so chi è Diego. Uomo dalle idee che potremmo considerare dubbie, ma che non ha mai rinnegato. Uomo leale. Sincero. E di una gentilezza a cui non ho mai trovato eguali.
Il giorno del mio sbarco, l’ultimo. Diego trascinava la mia valigia come fosse stato il peso più grande che avesse mai portato. Entrambi sapevamo che non ci saremmo più rivisti. L’abbraccio con cui si accommiatò non lo scorderò mai. E nemmeno le nostre lacrime silenziose.

ASSASSINO

La miglior conoscenza che possiamo acquisire è quella di noi stessi. E noi… ci conosciamo fino in fondo?


Quante volte nei tg ci raccontano di uccisioni senza un motivo apparente ? Quante volte avete giudicato quegli assassini dicendo a voi stessi… “a me non capiterà mai”….

Lo facevo anch’io. Fino a quel giorno.

Il secondo di Macchina era molto più grande di me, come età. Quasi cinquant’anni rispecchianti l’evidenza di una carriera che si sarebbe conclusa con quel grado. Non molto ben visto a bordo, di carattere spesso rissoso e non socievole. Si chiamava Stefano.
Si presentò alla mia postazione con la tuta da lavoro e con una puzza di alcool che non lasciava dubbi sul suo stato mentale. Tutti i bevitori di bordo sapevano dosare bene il bicchiere di vino e non si sarebbero fatti mai trovare in stato di ebbrezza. Ma lui evidentemente non sapeva farlo. E fu strano, perché mai lo avevo visto in quelle condizioni. Sarebbe dovuto sbarcare il giorno dopo, aveva finito il suo sesto turno di servizio.

“Stronzo, famme telefonà”. L’accento marchigiano molto marcato.

“Siò… sono le otto, sa che prima delle nove non si può, vero?”. Facendo finta di non aver capito l’offesa.

“Non menteressa un cazzo oh. Famme telefonà e movite”.

“Siò, non posso. Chiami il Comandante e si faccia autorizzare da lui”.
Le consegne erano ben precise. Non le avrei trasgredite per un ubriacone. Forse era meglio chiamare il Direttore, il suo superiore. Chiamare il Primo o la Bestia avrebbe fatto passare una brutta mezz’ora al macchinista. Ma se fosse salito un arabo a bordo avremmo passato sei guai seri tutti quanti.

“Senti mezza sega crucca del cazzo, non me rompe li cojoni e comincia a fa el numero”. Sempre più aggressivo.

“Siò. Chiamo il Direttore”. Lo guardavo dritto negli occhi con un mezzo sorriso. Fremevo. Ma riuscivo a controllarmi.

Un marinaio era presente. Cominciò a parlargli con calma, cercando di fare ragionare il Secondo. Quest’ultimo dette una manata per allontanarlo.

“A gran fijo de na troia ! Famme telefonà!!!!”

Ed avvenne il black out.

Quello che successe da quell’istante in poi, mi fu raccontato dai testimoni, successivamente.

Accanto a me ed alla mia sedia c’era appesa un’accetta alta un metro. Serviva per sfondare porte o paratie in caso di incendio. La presi. E cominciai a correre dietro a Stefano.



Il marinaio testimone, ancora a terra, mi vide passare con uno sguardo che non avrebbe dimenticato. Gli occhi dilatati di furore che ricordavano quelli di Schillaci delle notti magiche.
Gli urli di terrore di Stefano che correva, e che richiamarono l’attenzione di tutti. Io ero silenzioso. Invece di rifugiarsi in cabina, scese in coperta e cominciò a correre verso prua. Io dietro. Allenato. Giovane. La mia preda era un uomo grasso ed ubriaco. Che correva. Volava. Io dietro. Tirai un fendente in corsa che gli lacerò la tuta, senza però ferirlo. E questo gli mise ancor di più le ali ai piedi.
Furia omicida, mi dissero.
Il tankista ed il Nostromo che erano a prua ci videro arrivare. All’inizio non capivano cosa stesse succedendo. Pensavano ad uno scherzo. Poi capirono. Mi placcarono come un rugbista sul ferro in coperta, tanto che mi slogai una spalla.

E mi svegliai.
Non capivo come potessi trovarmi a prua. Vedevo il sole che stava imboccando il sentiero del tramonto. Il viso dei due marittimi che mi osservavano come se guardassero un alieno. L’accetta in mano al tankista.
Non capivo. Non ricordavo.

Stefano all’alba seguente partii per tornare a casa. Non sarebbe più tornato. Lo cacciarono. Io pensai che lo avrei seguito subito, nonostante mi mancasse ancora un mese di servizio. La Bestia invece liquidò tutto con poche parole. “ O Paolo, ma mi spieghi a che ti son serviti l’allenamenti se ti sei fatto fregà da una palla di lardo?”. Finì tutto li. L’accetta riposta in un punto più sicuro ed il mio posto ancora a disposizione.

Ma non finì per me. E non è ancora finita. La domanda che spesso mi investe come un treno in corsa, corredata dall’immagine di quell’accetta, recita… “ e se succedesse ancora? Chi sei, in realtà, Paolo?”.

Un altro interrogativo che mi assillerà fino alla fine dei miei giorni è… come ha fatto a correre più di me ?

Quando lasciai per l’ultima volta la “Tropical Lion” era il 27 luglio 1990. Il 2 agosto di quell’anno Saddam Hussein invase il Kuwait, poco lontano. Da quel giorno tutto cambiò, e finì l’era di una regina del mare.

La visita medica biennale è un obbligo per tutti i marittimi. I centri che la effettuano normalmente impiegano giorni per finire tutti gli accertamenti. Unica eccezione la Cassa Marittima di Genova che permette di espletare il tutto nel giro di mezza giornata. Ed è li che vado sempre.
Inverno 2000. Stavo aspettando il mio turno per la visita oculistica. Davanti a me un viso familiare. Che mi guarda… e dice… “cazzo, non ci saranno mica accette qui, vero ??”. Era Stefano. Una gran risata. Un abbraccio forte. Un caffè. Ed è come se non fosse successo mai nulla.


Ma come fanno i marinai… ?

ma come fanno i marinai
a fare a meno della gente
e rimanere veri uomini però





FINE

Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, prima pubblicazione 04 agosto 2013, ore 20:19 (non è stato possibile salvare il quinto capitolo, già rimosso da Google) Ship to Ship. L’allibo, in lingua nostrana. L’operazione che permetteva il trasferimento da una nave all’altra del prodotto presente a bordo. A...
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ARZANAH (4)

31 marzo 2016 ore 09:49 segnala


scritto da Odirke, prima pubblicazione 17 luglio 2013, ore 22:35


(la foto presentata è presa dal web e non è la Tropical Lion)


Due turni di servizio di tre mesi ciascuno. Ricordo i particolari ma non so collocarmi nel tempo. Quello che seguirà sarà l’insieme dei due imbarchi. Una storia unica, per me… Una storia di uomini.. di personaggi..



LA NAVE

Immensa. Maestosa. Tonnellate di ferro sotto i piedi. Il maggior spazio possibile ricavato per ricevere l’oro nero. L’alloggio che mi fu assegnato non era molto più grande, però, di quelli in cui ero ospite su altre imbarcazioni. Ma non mancava nulla.

La Tropical Lion non era una nave “normale”. Era una “storage-tanker”. Ovvero una nave deposito. Era trattenuta a poppa da due bracci che la cingevano ai “fianchi” provenienti da una enorme boa (dal valore di cinque milioni di dollari). Con molta fantasia si poteva immaginare l’abbraccio “proibito” di un’amante.

Il petrolio veniva estratto in mare aperto non lontano da Arzanah. Il greggio confluiva sull’isola e da qui, tramite una condotta sottomarina, attraverso la boa per finire nel ventre del colosso galleggiante. Al ritmo di circa diecimila barili al giorno. In tre mesi le cisterne si riempivano così di un milione di barili. A quel punto arrivava la gemella della nostra. Si affiancava. Si allibava, e tutto il petrolio finiva sulla “Sea Lion”. Che lo avrebbe trasportato negli Stati Uniti, dopo un viaggio di un mese e mezzo.

La “mia” era comunque una nave a tutti gli effetti. Motore sempre in moto. Pronta a mollare i bracci della boa e partire in qualsiasi istante. I 27 uomini di equipaggio, tutti italiani, svolgevano le attività come se fossero in navigazione. Questo perché anni prima, durante la guerra Iran – Iraq , un gruppo di pasdaran silurarono vigliaccamente lo scafo rischiando di affondarla o, peggio, di farla saltare in aria. Morirono comunque due marittimi in quell’occasione.
Il destino volle che l’ignoranza dei banditi su come è strutturata una petroliera fece sì che confusero le cisterne del greggio con quelle della zavorra, piene d’acqua. Comunque quell’attacco costò sei mesi di lavori di riparazione a Dubai. Da quell’episodio i proprietari della Tropical Lion trassero un insegnamento. Al minimo cenno di avvisaglia, la nave doveva essere in grado si partire nel giro di un’ora al massimo.

Il primo compito di un ufficiale che imbarca per la prima volta su una nave è quello di conoscerne i segreti. Passò una settimana prima che memorizzassi collettori, linee, impianto gas inerte, pannelli di comando valvole e tutte quelle strumentazioni necessarie alla gestione del petrolio a bordo. Il locale adibito alle pompe per la movimentazione del greggio era enorme. Si sviluppava per un’altezza di 29 metri. Tantissimi piani serviti da ascensore e scale. Ed una miriade di tubi, valvole e marchingegni da tenere a mente. L’ascensore era lento e faceva perdere tempo. L’uso delle scale nel salire e scendere innumerevoli volte da quei pianerottoli e la temperatura interna di oltre 40° mi tolse diversi anni di vita. E poi il Ponte di Comando, il radar, il timone… Una full immersion intensa.

Avevo scelto non a caso di imbarcarmi li. Pur sapendo che non avrei navigato. Sono poche al mondo le navi che effettuano quel tipo di servizio. E che più di ogni altra regalava un’esperienza impagabile sulla gestione di una petroliere. Era un’occasione da non perdere, un’esperienza che si è rivelata tesoro impagabile e che mi ha ripagato negli anni successivi.

L’EQUIPAGGIO – IL COMANDANTE

Al mio arrivo a bordo mi fu consegnata la divisa sociale. Bella a vedersi, ma di un pessimo cotone americano che mi faceva sentire prurito dal collo ai piedi. Ed era obbligatorio indossarla, purtroppo. Mi presentai al Primo Ufficiale, un siciliano dai caratteri genetici di un norvegese, il quale mi disse che avrei conosciuto il Comandante durante la cena.

19.00. Da che mondo è mondo, i turni per soddisfare lo stomaco sulle navi sono sempre quelli. 11.00 e 12.00 a pranzo, 18.00 e 19.00 a cena. Da terzo Ufficiale qual’ero mi toccava il secondo turno serale, insieme a Comandante, Direttore, Terzo di Macchina, Primo di Coperta e Primo di Macchina.

Il mio posto era proprio di fronte al Direttore. Accanto al capotavola, che pensavo riservato al Comandante. Via via tutti gli altri. Quando il “Master” entrò mi venne incontro e mi salutò cordialmente. Era un toscano di Viareggio. Piccolo e molto rotondo, alla cui mano mancavano un paio di dita, frutto di uno spiacevole incidente in mare anni prima. Quando si accomodò su un tavolo tondo distante dal nostro, la cosa mi stupii non poco. La sua tovaglia era completamente foderata da uno strato di cellofan trasparente. Intanto il Direttore mi guardava con un sorriso divertito, come se non volesse perdersi nessun istante del mio linguaggio facciale.

Era un uomo che mi entrò subito in simpatia, un genovese vecchio stampo che, nonostante l’età, poteva considerarsi un vero e proprio “tombeur de femmes”. Alto, portamento elegante, ed un aspetto che non avrebbe sfigurato ad Hollywood.
E si deve essere divertito molto vedendo l’espressione del mio viso che osservava il cameriere cingere un tovagliolo…. Anzi no, una tovaglia intorno al collo del Comandante. “Ma non gli taglierà mica i capelli ora, qui a tavola ??” pensai.

Capii durante il corso della cena il perché. Era un gran forchetta e tra un boccone e l’altro di cibo esplorava i propri denti con uno stuzzicadenti che diveniva catapulta per i residui di alimenti che volavano sul suo tavolo e tutto intorno. Dove non riusciva lo stuzzicadenti, veniva in soccorso lo sputo. Giorgio, il Direttore, aveva le lacrime agli occhi nel guardarmi. Penso di non aver ingerito un solo pezzo di pane quella sera. E rimanevo rapito nel guardare il mio Superiore. Alla fine della cena, intorno al suo desco, era come se fosse scoppiata la guerra. E ci voleva solo il fegato del cameriere per ripulire tutto.

Ogni marittimo ha un soprannome. Quello del Comandante, mi confessò Giorgio, era… “la bestia”.

L’apice delle performance della “bestia” fu un paio di mesi dopo. Durante la visita a bordo di un ispettore statunitense. Che era malvisto da quella parte di equipaggio che lo conosceva da più tempo, Comandante compreso. Era alloggiato accanto a quest’ultimo, quale ospite di riguardo.

Al mattino, a colazione, gli disse “Master, ma si è sentito male stanotte ? Mi sembrava che si lamentasse, ero preoccupato stavo chiamando aiuto !”….

… La “bestia” alzò gli occhi stancamente… lo guardò e disse… “nooo, non ti preoccupà. M’ero solo fatto una sega con l’urlo”.

Pagherei ancora oggi per rivedere l’espressione di quell’ispettore. E forse anche la mia.

Non ho mai saputo se avesse scherzato o se era vero.
Da un Comandante ci si aspetterebbe altro stile, certo. Ma quello che imparai, alla fine di quell’esperienza, era che quando un equipaggio intero, nonostante tutto, vuole bene al proprio “capo”. Quando questi dimostra di essere un ottimo “marinaio”... E lo dimostrò più volte. Si possono perdonare anche le bizzarrie.

D’altronde la leggenda dice che su ogni nave ci sia il cartello… “se non sono matti, non ce li vogliamo”.

Ah si. Quelle dita mancanti. Venni a sapere, dopo che partii definitivamente da Arzanah, che le perse per salvare un collega. Non se ne vantò mai, con il suo equipaggio.

(continua)

Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, prima pubblicazione 17 luglio 2013, ore 22:35 (la foto presentata è presa dal web e non è la Tropical Lion) Due turni di servizio di tre mesi ciascuno. Ricordo i particolari ma non so collocarmi nel tempo. Quello che seguirà sarà l’insieme dei due imbarchi. Una ...
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ARZANAH (3)

21 marzo 2016 ore 09:46 segnala


scritto da Odirke, prima apparizione 07 luglio 2013 ore 21:35


Il copilota mi snocciolò distrattamente alcune poche regole da seguire nelle prossime due ore. Andai oltre le istruzioni e legai la cintura di sicurezza così forte che mi sembrava di essere incollato al sedile. Non ho nessuna immagine mentale del decollo, perché tenni gli occhi chiusi. Le due mani stringevano la maniglia come se da essa fosse dipesa la mia vita. Non sentii nemmeno l’intorpidimento delle falangi.

Quando riaprii gli occhi eravamo già alti. La vista di ciò che stavamo sorvolando mi fece sparire come per incanto la paura.
Il deserto. L’autostrada che avevo percorso pochi giorni prima, di notte.
Si svelò il segreto della bellissima vegetazione accanto ad essa. Il verde finiva a pochi metri per parte dalla carreggiata. Un’illusione, per chi la percorreva in macchina, di eden in terra ma che sarebbe miseramente crollata affacciandosi oltre quei muri floreali. Dove regnava il deserto.
Poi fu la volta di Abu Dhabi. Bellissima vista di giorno, dall’alto. Sempre di più una sensazione di città americana in un contesto sbagliato.

E quindi il mare. Di un colore stupendo, Da lassù.

Mi sentivo come quel bambino che… “ooohhhh”.

Ogni tanto i vuoti d’aria e le turbolenze, in aggiunta ai bagagli che sbattevano su schiena e sedile, facevano si che mi ricordassi dov’ero. Alla mia mente cercavo di imporre l’immagine di Gardaland. “Si Paolo, sei su una attrazione. Tra poco finisce e scenderai. E’ solo un divertimento”.
Ma le immagini che scorrevano oltre il finestrino ebbero comunque la meglio. Riuscivano a rilassarmi.
I due piloti britannici sembravano invece non fare assolutamente caso a quei sballottamenti. Chiacchieravano senza tregua, forse dimenticando anche la mia presenza. Passò infatti un’ora prima che il Secondo si girasse con un sorriso e mi chiedesse “ Sir, it’s all ok ? ”. La risposta mi venne spontanea, con un sorriso tanto stirato che voluto. “ Yes thank You Captain.But I think that today the Hostess will not serve beer, right ? ” (Si grazie Capitano. Ma penso che oggi la Hostess non serva la birra, giusto?).

I due scoppiarono in una risata fragorosa. Sarà stata la battuta. O l’accento anglosassone curato, che non si aspettavano (sapevano che ero italiano).
Ma fatto sta’ che fu come se si fosse rotto il ghiaccio. I miei “autisti” erano un gallese di Cardiff ed un inglese di Liverpool. Conversammo nell’ora rimanente in allegria. Mi spiegarono parecchie cose sul funzionamento del “trabiccolo” e ad ogni risposta la mia curiosità aumentava. Si parlò di famiglie. Della lontananza. Mi sembrava quasi di essere protagonista di una storiella… “Su un aereo ci sono un inglese, un gallese ed un italiano….” Fu veramente piacevole.

Poi la vidi. Arzanah.


Dio quanto era piccola quell’isola, vista da lassù. Due, forse tre chilometri di diametro. Uno scoglio in mezzo al Golfo Persico. Ma il peggio era che proprio lì dovevamo atterrare.

E ricominciò la paura. Guardavo attraverso il finestrino anteriore come fossi il terzo pilota. I rudimenti che mi furono insegnati pochi minuti prima mi dettero la presunzione di credere di capire se stavano facendo le mosse giuste. Evoluzioni, contatti con la torre di controllo a terra, istruzioni, informazioni sul vento, trovare l’assetto sbandando un po’ le ali da una parte e l’altra… poi il Comandante prese di mira la pista, che ai miei occhi sembrava troppo corta.

L’atterraggio fu perfetto. L’aereo si fermò a pochi metri dal limite della striscia d’asfalto.

Scendere fu comunque come una liberazione. Presi i miei bagagli e camminando accompagnato verso gli uffici, guardavo il mare alla ricerca della nave su cui avrei dovuto imbarcare. Ma non la vidi. Quando ero “in aria”, preso dalle chiacchere, non pensai ad avvistarla.

Sbrigate le pratiche, fui accompagnato nel complesso centrale dell’isola. Mi dissero che avrei dovuto aspettare ancora, prima di poter salire a bordo. Il “viaggio” non era ancora finito.

Nella struttura, enorme, mi sembrava di essere solo. Una specie di cattedrale nel deserto dotata di innumerevoli servizi. Sale ricreative, palestra, mensa, biblioteca, sala tv… tutto a disposizione del personale di stanza sulla piattaforma petrolifera poco distante, e dei lavoratori sull’isola. La maggior parte di loro erano americani e arabi (o, meglio, cittadini di paesi musulmani). La Società proprietaria di tutto ciò che era li e nei dintorni (nave compresa) era l’Amerada-Hess. Non ho mai capito bene se il 51% delle azioni appartenessero agli Stati Uniti o agli Emirati, ma poco mi importava.

Per ingannare l’attesa girai per i vari corridoi, dove era consentito farlo. Quello che mi colpii fu una serie di fotografie appese alla parete, con tanto di spiegazione posta al di sotto di ognuna di esse, che formavano una cronistoria in immagini. Le guardai una ad una. Dalla prima all’ultima.
Gli scatti raccontavano, in pratica, la preparazione e la festa di inaugurazione, anni prima, di quel complesso petrolifero.

Non riuscivo a crederci.
L’isola che veniva pitturata (sì, pitturata) completamente di verde. Il tappeto rosso, enorme, steso dall’aeroporto fino all’ingresso principale della struttura. L’elicottero che posa dolcemente una Rolls Royce all’inizio del tappeto. Lo Sceicco Bin Sultan Non So Cosa che atterra, sale sulla macchina di lusso, percorre i 50 metri di strada sul tappeto, scende, taglia il nastro sotto gli occhi entusiastici dei presenti, e dopo tre minuti se ne va. Cosi come era arrivato.
Ma dov’ero finito? A Disneyland?

Ero ancora meravigliato dalla visione di poco prima, che mi dissero di andare alla mensa. Era l’ora di pranzo.
Chiamarla mensa è riduttivo. La parola più giusta sarebbe stata Luxury Self Service. Con il vassoio scorrevo i vari contenitori di cibi che avrebbero fatto invidia a qualsiasi ristorante a 5 stelle nel mondo. Cuochi libanesi in perfetta tenuta da Chef si affrettavano a consigliarmi questa o quella portata. Riempii alla fantozziana maniera i miei piatti con ogni ben di Dio. Gli inservienti mi dissero che comunque potevo ripassare quante volte volevo. Ma quello che avevo davanti era la quantità di cibo che generalmente consumavo in una settimana. Il tutto troppo allettante. Mi ripromisi di iniziare la dieta il giorno dopo. Altrimenti sarei tornato in Italia rotolando.

Con il termine “panatica giornaliera” si intende la quota che viene versata dall’armatore alla società di catering che gestisce la cambusa a bordo, per pagare il vitto giornaliero dei propri marittimi. Oggi, mediamente, è di 6/7 euro al giorno, per persona.

Ad Arzanah la panatica elargita dalla Amerada-Hess era di 36 dollari. A testa. Al giorno. In pratica ogni singolo lavoratore, li, disponeva di un “buono spesa” mensile di oltre mille dollari. Gli impiegati erano a centinaia. E parlo di inizio anni 90.

Per gli “irriducibili” americani c’era a disposizione un grill-restaurant che offriva hamburger, bacon, tacchino e carne di manzo alta tre dita. Tanto per non dimenticare le tradizioni. Non mi ci avvicinai, per timore di vomitare tutto quello che avevo ingurgitato sotto la sapiente guida libanese.

Arrivò l’ok. Potevo andare a bordo. Finalmente.

Sotto il sole che avrebbe cotto un uovo al tegamino in pochi secondi, con i miei bagagli al traino mi avvicinai verso il porticciolo. Un Supply-Vessel, una sorta di rimorchiatore d’altura, mi avrebbe condotto alla nave. Ma prima dovevo passare l’ennesimo controllo di sicurezza.

Che consisteva in una baracca di vetro dove a malapena poteva starci una persona. Li dentro c’era un poliziotto, vestito di una divisa verde pesantissima che da noi avrebbe potuto essere utile solo da un’altitudine da Brennero in su. Mi fermò.
Stop ! Nome. Cognome. Cosa ci facevo li ? Perché andavo a bordo ? Nulla da dichiarare ? Ok. Firmi il foglio.

Non sapevo se era eccesso di zelo o se fosse la procedura normale. In quel micro-mondo tutti sapevano chi fossi, ormai. Ma non fiatai e proseguii.

Arrivato alla banchina, mi dissero che era un falso allarme. Il mio “mezzo” sarebbe partito successivamente. Ma non potevo stare li. Dovevo rientrare nel complesso. Porc….

Poliziotto. Lo stesso.

Stop ! Nome. Cognome. Cosa ci facevo li ? Perché tornavo nel complesso ? Nulla da dichiarare ? Ok. Firmi il foglio.

Sentivo il sole sopra di me, ma per guardarlo (classica alzata d’occhi al cielo della situazione) avevo paura mi venisse il torcicollo per come era allo zenit. Mestamente tornai al sollievo dell’aria condizionata. Questo viaggio non voleva finire proprio mai.

Due ore dopo, altro ok.

Valigie. Questa volta fazzoletto in testa, bagnato.

Stranamente nella baracca non scorgevo nessuno. Sollevato, accelerai il passo e mi avvicinai verso l'agognata meta.

Stop !

Mi si gelò il sangue. Dove diavolo era il poliziotto ?

Lo intravidi supino all'interno della baracca, su un tappeto e rivolto verso Ovest. Stava pregando, tenendo una specie di rosario. Non disse altro. Ma era chiaro. Dovevo aspettare la fine del momento religioso fermo ed in assoluto silenzio.
Quando finì, dopo cinque minuti..

Nome. Cognome. Cosa ci facevo li ? Perché andavo a bordo ? Nulla da dichiarare ? Ok. Firmi il foglio.

Mi domandai se Benigni e Troisi, prima di interpretare la scena del fiorino nel mirabile film “non ci resta che piangere”, fossero passati da qui.

Salii a bordo del rimorchiatore. Equipaggio di indiani e filippini. Un odore misto di spezie, profumi e cibi mi penetrarono immediatamente attraverso le narici.
La traversata sarebbe durata poco, la nave era a sole due miglia.

Finalmente la vidi.
Era immensa. Mai in vita mia ero salito su un bestione del genere. E mai ci sarei risalito negli anni successivi. La VLCC (very large crude carrier, la super-petroliera) diventava sempre più imponente mano a mano che ci si avvicinava.

Trecentomila tonnellate di stazza. Lunga 350 metri. Larga 60. Alta 65. Era vuota, in zavorra, e quindi ancor più maestosa. Dal pelo dell’acqua alla coperta c’era una distanza di 18 metri.

Quando arrivammo sottobordo non vidi ne scale ne biscaggine. Come avrei fatto a salire ?

Nemmeno se avessero sentito la mia domanda, dalla nave cominciarono a sbracciare la gru. Appeso ad esso vi era un “cestino” che assomigliava molto ad un canestro rovesciato, con la base chiusa da una piattaforma.

Quando il basket, così scoprii che si chiamava, si appoggiò delicatamente sulla superfice del Supply, mi dissero che dovevo metterci dentro le valigie e salire. Eseguii l’ordine e mi infilai insieme alle valigie. Mossa sbagliata perché sia dal Supply che dalla nave mi urlarono di uscire immediatamente. Al basket dovevo starci attaccato, ma dall’esterno.

Mentre salivo su quell’ascensore di fortuna, attaccato ad esso come un babbuino sulle liane ma senza guardare verso il basso, mi chiesi se c’erano altre sorprese in serbo in quella giornata.

La risalita fu lentissima. Ma ce la feci.

Posai i piedi sulla coperta. Ricambiando il saluto ai connazionali che mi aspettavano, mi guardai intorno a quell’immensità di ferro.

Si chiamava “Tropical Lion”. Si. Il nome si addiceva.

E mi piaceva.
(continua)

Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, prima apparizione 07 luglio 2013 ore 21:35 Il copilota mi snocciolò distrattamente alcune poche regole da seguire nelle prossime due ore. Andai oltre le istruzioni e legai la cintura di sicurezza così forte che mi sembrava di essere incollato al sedile. Non ho nes...
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ARZANAH (2)

16 marzo 2016 ore 09:02 segnala


scritto da Odirke, 04 luglio 2013 ore 00:28


N.B.: il primo capitolo è ormai stato cancellato dagli archivi Google


Quando mi risvegliai, il giorno dopo, ero circondato da una miriade di cuscini sofficissimi. Il letto enorme mi faceva sembrare piccolissimo riflesso nei vari specchi della stanza. Mi affacciai dal balcone di quell’albergo sontuoso e vidi ospiti di varie nazionalità ed etnie divertirsi nella piscina.
La colazione fu all’altezza della struttura. Non ricordo di aver mai mangiato così tanto come quella volta. Le tentazioni non finivano mai, ed io, oltretutto, andavo pazzo per i dolci.

Diego mi riportò con i piedi per terra, con il suo immancabile sorriso, illustrandomi il programma della giornata. Ero convinto di andare a bordo quello stesso giorno. Ma non era così.

Ogni marittimo, prima dell’imbarco, viene sottoposto ad una visita medica che si somma a quella più dettagliata ed obbligatoria da effettuare ogni biennio. Prima di partire avevo fatto quest’ultima, risultando idoneo. Diego mi spiegò invece che per potere lavorare in quel Paese, ed ottenerne la cittadinanza temporanea necessaria, avrei dovuto essere sottoposto a tutta una serie di esami e controlli clinici. Il tutto sarebbe durato quasi una settimana.

Quel mattino avrei dovuto essere “esaminato” ed i restanti quattro/cinque giorni avrei dovuto rimanere in attesa dei risultati. Se fossero andati bene avrei proseguito per la nave. Altrimenti sarei stato rispedito in Patria come ospite non gradito.

A Genova di tutta questa procedura non mi accennarono nulla. Mi feci un appunto mentale da riportare quando fossi rientrato, e con i dovuti vaffanculo, ai Cosulich.

Pensavo alla colazione luculliana appena consumata. “Ma non dovrei andarci a digiuno?”. “Non ti preoccupare Paolo, comincerai con le radiografie e tutto il resto. Quando inizierai le analisi del sangue avrai già digerito”.

E così fu. In quell’ospedale immenso e modernissimo in puro stile americano seguivo le righe colorate che mi portavano ai vari reparti sparsi per i piani di quel “General Hospital”. Mi chiesi se il daltonismo non era contemplato a quelle latitudini. Nessuna attesa. Nessun paziente in giro snervato da code o numerelli per la fila. Un tour senza soluzione di continuità. Iniziai alle 10. Finii alle 18. Credo che non un solo centimetro cubico del mio corpo sia sfuggita al controllo medico. Assoluta efficienza sanitaria.

E non solo. Mi furono prese anche le impronte digitali.

Ritornai all’albergo sfinito. Ripensando anni dopo a quella giornata, sorrido di fronte al gracchiare “garantista” di certa politica che ritiene uno scandalo controllare e schedare la marea di clandestini che arriva quotidianamente sulle nostre coste.

Ora non rimaneva che attendere i risultati.

Il mio anfitrione mi disse che potevo tranquillamente passare le giornate di attesa come un semplice turista. Bastava seguire semplici regole.
Non sfoggiare simboli cristiani (collanina e crocifisso li riposi in valigia). Non fumare per strada, era il periodo di Ramadan (pacchetto di MS lasciato nel cassetto della stanza). Non fotografare perché per sbaglio avrei potuto immortalare qualche obiettivo sensibile o qualche persona suscettibile (la macchina fotografica la lasciai comunque a casa, di questo ero già stato avvertito dai genovesi).

Si raccomandò che ritornassi in albergo non più tardi delle sette di sera e di usare sempre i taxi, molto economici in quella città.

Dopo quel decalogo da “sta fuori dai guai”, mi misi a tavola per cenare. Guardai stupito i 5 bicchieri, le 12 posate i 4 piatti davanti a me. Ed i tre camerieri di servizio esclusivo al mio tavolo che mi fissavano. Ma non perché fossi chissà quale personalità. TUTTI i tavoli del salone ristorante erano “armati” così. Mi sentivo un po’ Fantozzi in quella situazione. Percepivo gli occhi degli inservienti puntati addosso, pronti a biasimare la scelta sbagliata di un cucchiaio o di un bicchiere. Ma dovevano averlo capito perché con mio sollievo suggerivano loro stessi gli “attrezzi” da usare. Mangiai con crescente imbarazzo e disagio alcune specialità della casa. Non facevo in tempo a finire l’acqua che subito uno dei tre, Mohammed, me lo riempiva di nuovo. Così come i piatti. Per celare il mio malessere mi guardavo in giro osservando gli altri commensali con la speranza che pure loro non fossero a proprio agio come me. Nulla. Sembravano tutti abituati a quello stile. Americani, inglesi, italiani, olandesi, brasiliani, giapponesi… sembrava una riunione dell’ONU. E io mi sentivo fuori posto. Decisi che sarebbe stata “l’ultima cena” li. E pregavo che la città si fosse occidentalizzata abbastanza da offrire dei Mc Donalds per i disperati come me.

I giorni li passai passeggiando tra le vie di Abu Dhabi, i suoi negozi magnificenti, le strade stile americano a più corsie. Tra gli innumerevoli giardini curati all’inverosimile ed annaffiati dalla mattina alla sera da un esercito di giardinieri. I grattacieli davano l’impressione di trovarsi a Chicago, ma la vista delle moschee ed il canto del Muezzin mi facevano ricordare il luogo su cui stavo camminando. Imparai a conoscere il kebab. Che mi permise di evitare imbarazzi all’Hotel. Mi rifornii di tutte le schifezze possibili e immaginabili per un eventuale crisi di fame notturna. Cioccolate, caramelle, succhi. Avrei potuto resistere anche all’assedio di Lawrence d’Arabia. Imparai a salutare. Salam Aleikum. Aleikum Asalam.

In albergo conobbi altri connazionali. Erano muratori ed artigiani di Bergamo e Brescia. Erano li per la costruzione del nuovo municipio di Abu Dhabi. Il loro racconto, su come era stato progettato quell’edificio pubblico, avrebbe fatto impallidire anche l’architetto del Taj Mahal. Lampadari in vetro di Murano. Marmi di Carrara. Maniglieria in oro lavorato nel Veneto. Un made in Italy che avrebbe dovuto inorgoglirmi, ma che mi lasciò l’amaro in bocca. Ricordo ancora la visita a bordo dello yacht “Nabila” proprietà dello sceicco Kashoggi a Livorno. I miei occhi di studente non avrebbero mai dimenticato lo sfarzo ed il lusso di quella imbarcazione.

I lavoratori padani, già da mesi in servizio in quelle terre, mi dettero qualche altra dritta utile. Per telefonare a casa avrei risparmiato andando all’ufficio postale centrale.
Mi ci feci portare da un taxi.

E trovai l’autista più chiacchierone di tutto il medio-oriente. Nella mezz’ora di tratta mi ubriacò con le storie più bizzarre che variavano dalla sua famiglia, ai suoi otto figli, alle tre suocere, al cane… stavo per vomitare dal finestrino quando di colpo frenò facendo ululare i pneumatici come lupi feriti. Mancò poco che andassi a finire in strada passando dal parabrezza. Alzai gli occhi e vidi un SUV enorme e scintillante che ci bloccava il passo, appena uscito da un garage. Al volante un signore con la tonaca bianca, una barba lineare che sembrava tagliata con le squadrette ed in testa il classico copricapo bianco fasciato da una cordicella nera. Ci guardava sprezzanti.

Lo spirito italico si impossessò subito di me e stavo abbassando il finestrino per gridare, a quell’idiota che ci aveva tagliato la strada, tutto il vernacolo vulgaris labronico che avevo in mente. L’autista del taxi posò di colpo il braccio sul mio petto guardandomi terrorizzato. “Arab ! Arab!” mi disse quasi sottovoce riferendosi al bastardo. “E allora ? te che sei, non sei arabo pure te ??”.

E mi spiegò. Negli Emirati Arabi, i nativi erano come semidei. Tutti sceicchi o parenti di questi. Nessuno di loro lavorava. E chi lo faceva era solo per dirigere la stanza dei bottoni delle multinazionali legate al petrolio. Tutti gli impieghi “normali”, i negozianti, i tassisti, camerieri, giardinieri, ragionieri… erano a beneficio di immigrati per la maggior parte provenienti dai paesi islamici di tutto il mondo. Nordafricani, pakistani, libanesi, filippini, palestinesi, indonesiani… Mi aprii gli occhi. Era proprio vero. Facevo mente locale ai negozi visitati. Ai lavoratori dell’albergo. Non ce n’era uno che uno che fosse “made in Emirates”.

E questi lavoratori erano terrorizzati dai “padroni”. Vittime di un razzismo che non avrei mai osato immaginare e che mi ha fatto capire, ancora di più, l’impossibilità da parte del popolo arabo di poter vincere la coesione e la forza di unione israeliana.

I giorni passarono ed arrivò l’esito del mio tour ospedaliero. Era tutto a posto. Guardando le cartelle degli esami notai anche la sigla HIV. Domandai a Diego se avessero fatto anche il controllo sull’AIDS. Rispose affermativamente come se per lui fosse la cosa più naturale del mondo. Ero allibito.

Insieme alle cartelle mi consegnò una specie di passaporto che mi sarebbe servito durante la mia permanenza in quel Paese. Era tutto scritto in arabo, per quanto mi riguarda poteva esserci scritto di tutto. L’unica cosa riconoscibile era la mia foto.

Il viaggio proseguiva dunque. Per raggiungere la nave dovevo sorbirmi altre due ore di volo.

Al gate di partenza ero l’unico passeggero. E questo mi inquietò non poco. Il pullman che dal terminal mi doveva portare al velivolo sembrava volesse portarmi a destinazione direttamente. Non si fermava mai. Passò davanti al primo boeing e mentalmente mi dicevo “accidenti, un jumbo tutto per me!”. Ma non si accostò. Fu la volta di un airbus, ma anche in quel caso l’autista del mezzo mi fece capire che non era la meta. Sfilarono una decina di aerei sempre più piccoli. Fino a quando l’autobus parcheggiò accanto ad un Piper. “Cos’è uno scherzo ?” dissi in inglese. Lo sguardo truce dell’operatore portuale non lasciava adito a dubbi.
Dovevo salire su quel trabiccolo. Ecco perchè ero l’unico passeggero.

Salii sul sedile posteriore. Alle mie spalle, a diretto contatto, una rete di canapa tratteneva a stento le mie valigie. Davanti a me il Comandante ed il Copilota. Elegantissimi in impeccabili divise color kaki. 2 piloti ed un passeggero ??

Fuori dall’abitacolo due ali ed un’elica che sembravano fragilissime.

Dentro di me l’inizio di un terrore che non volevo assolutamente mostrare. (continua).



Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, 04 luglio 2013 ore 00:28 N.B.: il primo capitolo è ormai stato cancellato dagli archivi Google Quando mi risvegliai, il giorno dopo, ero circondato da una miriade di cuscini sofficissimi. Il letto enorme mi faceva sembrare piccolissimo riflesso nei vari specchi d...
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LA GABBIA

11 marzo 2016 ore 10:30 segnala


scritto da Odirke, 28 giugno 2013 ore 02:40



Se si provasse ad aprire la gabbia di un animale nato in cattività…
Lui non fuggirebbe… perché i suoi sensi gli farebbero credere che la libertà si trova all’interno di quel cancello… e non oltre.



Mi ritrovo anch’io, così, in una gabbia.

Cosa ci faccio qui? Perché non attraverso quella porta aperta?

Me lo domando spesso…
Trovo sempre la stessa risposta, che mi spaventa.

E riformulo ancora il quesito per elucubrare altre ipotesi…
ma è come voler ingannare se stessi… non ci riesco.

Libri mai letti e impolverati mi guardano al di là delle sbarre con aria accusatoria, in attesa di essere vissuti… Viali e terrazze circondate da fiori mi tentano con i suoni ed i profumi di vita… Invano.

Ci sono molte altre gabbie comunicanti con la mia… Ognuna che ospita un esemplare diverso…

Mi incammino in esse e le attraverso… a volte guardando ma senza vedere… a volte, mio malgrado, assorbendone il dolore.

Immagini, parole, melodie ne adornano le pareti.

Spesso, per “sentire”, per aprire quegli scrigni, dovrei essere in possesso di una chiave che non posseggo.

E rimango cieco pur vedendo.

A volte succede anche di non aver bisogno di grimaldelli... e di vedere me stesso nella profondità di occhi non miei.

Se succede alzo il ponte… Ritorno nella mia gabbia... Faccio uscire chi vi è entrato…

I muri della mia cella sono riempiti da graffiti… racconti… Già. Forse è questo il punto.

Sarà che quando non avrò più nulla da raccontare, il peso che lega la mia anima qui… si dissolverà.

E riuscirò a varcare quella soglia.
Per non voltarmi più indietro.

Che ci faccio qui ?

Semper Fidelis.
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« immagine » scritto da Odirke, 28 giugno 2013 ore 02:40 Se si provasse ad aprire la gabbia di un animale nato in cattività… Lui non fuggirebbe… perché i suoi sensi gli farebbero credere che la libertà si trova all’interno di quel cancello… e non oltre. Mi ritrovo anch’io, così, in una gab...
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LIVORNO

10 marzo 2016 ore 10:11 segnala


scritto da Odirke, prima pubblicazione 11 giugno 2013 ore 22:10


Il lungomare nell’ora del tramonto è spettacolare. Amo passeggiarci fino a Terrazza Mascagni, mi libera dai pensieri e, guardando il mare, mi chiedo quando avrò un altro appuntamento con lui.

C’è sempre tanta gente sul Viale Italia, quando le giornate accarezzano con il tepore le strade di questa città. Una coppia, sui trent’anni, mi sta incrociando. Lei cammina su degli aggeggi che chiamarli scarpe è un’impresa fantasiosa. Due zeppe enormi che sfidano la forza di gravità. Mentalmente prendo appunti con la speranza che a mia figlia, un giorno, non le venga la stessa idea. Proprio in quell’attimo la donna perde l’equilibrio, e si tiene in piedi solo per miracolo. Il suo uomo, sorreggendola, pronuncia delle semplicissime parole:
“O Erika, o che scarpe di merda c’hai??”

Ho faticato a trattenere le risate. In qualsiasi altre parte d’Italia le parole sarebbero state altre. “Amore, ti sei fatta male ?”… oppure… “Tesoro, è stata colpa di quel sassolino, tranquilla”… In qualsiasi altra parte d’Italia, ma non a Livorno.

Non perché quell’uomo non amasse la sua donna. Glielo si leggeva comunque negli occhi.
Ma perché il livornese E’ così.

Livorno dal volgo volgare, anzi no volgarissimo…

…. che se visto da occhi esterni lo si bolla come autentica fucina di maleducazione ma che per chi, come me, ha assorbito l’anima di questo popolo, è poesia.
Uno scrittore locale disse

“l’impostura che stravolge il senso della nostra lingua fino a rendere confuso e contraddittorio il messaggio dei nostri rapporti interpersonali, sociali e soprattutto politici, reclama a gran voce dagli uomini di buona volontà e dai begl’ingegni la ricerca dell’autenticità, di ciò che nella comunicazione e nell’informazione appaia meno consunto, più icastico e piacevole”.



Il livornese è autentico, appunto. Che sia laureato o portuale. Di qualsiasi ceto sociale.

La schiettezza è lo strumento che il labronico usa per disarmare. Il Vernacoliere va ben oltre a ciò che vi si trova scritto.

Livorno e le scritte sui muri…

…. Epiche. La cui ironicità non trova riscontro in nessuna parte dello stivale. “Boiadè cosa vi siete persi!!” a caratteri cubitali sulle mura cimiteriali, l’indomani della prima storica promozione del Livorno calcio in seria A. “Puccio, sterza!!” sul tornante dove tale Puccini Fabio andò a sbattere per ben tre volte. “Ma vi rendete ‘onto che siete pisani ??” sulle mura della cinta esterna in bella vista per chi, in macchina, proviene da Pisa…

Livorno la rossa…

… e le sue contraddizioni. Gli amanti che si appartano sotto il monumento a Galeazzo Ciano. Il mercatino ameri’ano. Lo sport più amato, il basket degli odiati Stati Uniti. L’Accademia Navale che sforna l’elite della marina militare, sinonimo di guerra e non di pace....

Livorno e i suoi rioni…

… che sono famiglie che “guai se mi tocchi ir figliolo”… In men che non si dica hai 2, 3… 400 persone che accorrono in tuo aiuto.

Livorno ed il suo umorismo….

…. Micidiale, rapido. Secco. Nedo a cui è stata ritirata la patente da anni, ma che imperterrito continua a guidare, risponde ai carabinieri che lo fermano e gli chiedono il documento di guida…”Uimmena. Ce l’avete voi da na vita!! Me l’avete persa??” Alberto che torna dall’Australia dopo 30 anni, e che ancora con i bagagli in mano entra nel bar dell’infanzia e vede dopo tutti questi anni il suo amico… “O Gigi !!”… Quest’ultimo abbassa lo sguardo dall’Unità.. lo guarda… e dice… “O Alberto ! Ca fai con le valigie ? Parti ??”.

Livorno ha le sue colpe….

…. di aver permesso la chiusura del cantiere navale, dopo una storia centenaria, per sostituirlo con residence e negozi che nessuno frequenterà. Di lasciare in stato di abbandono i simboli di una comunità che non deve dimenticare… Villa Letizia, Barriera Margherita…

Livorno è la città meridionale più a nord d’Italia…

… così ama definirla il mio Armatore. Labronico da generazioni. Ed è vero. Ospitale. Caotica. Sgarrupata. Ma non si può non amarla.

Livorno e i pisani….

… una rivalità che ormai è leggenda. Da tramandare di padre in figlio. Perché nessuno sa spiegare come è nata.

Il destino mi ha indirizzato a Livorno più volte. Mi rendo conto di non avere mai avuto radici. Di un posto dove tornare. Ma questa città la sento un po’ mia.

Specchio di una parte di carattere che è parte di me. Sono ospite.

Ma so di non esser sgradito.

Si Erika. C’avevi proprio delle scarpe di merda.

Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, prima pubblicazione 11 giugno 2013 ore 22:10 Il lungomare nell’ora del tramonto è spettacolare. Amo passeggiarci fino a Terrazza Mascagni, mi libera dai pensieri e, guardando il mare, mi chiedo quando avrò un altro appuntamento con lui. C’è sempre tanta gente sul...
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Notre Dame de la Garde - Notre Dame de la Mort

09 marzo 2016 ore 09:32 segnala


scritto da Odirke, prima pubblicazione 15 maggio 2013 ore 20:00


Prima ancora di arrivare a Fos, in questo viaggio che sembra non avere epilogo, so già che non mancherò ad un appuntamento.
Fos, Laverà e Port de Bouc sono mete a cui spesso facciamo rotta, alla foce di quel fiume –le Rhone-, nel cui letto spesso si incanala e ruggisce un altro temibile avversario di chi va per mare. Il Mistral, da noi chiamato “Maestro” o “Maestrale”, quando vuole sa essere implacabile nel Golfo del Leone.

Poco distante c’è Marsiglia. In questa città di mare francese che più di tutte ha sembianze italiane, c’è un luogo splendido. La cattedrale di Notre Dame de la Garde. Quando posso le faccio visita. Questo luogo sacro e la Camargue sono due dei posti che più amo.

“Nostra Signora” ha un significato particolare per i marittimi. All’interno del suo tempio non si contano le dediche votive e doni lasciati dalla gente di mare per ringraziare la Santa nell’averli protetti. Non mi stancherò mai di leggere. Naufragi, collisioni, incendi… testimonianze di gente miracolata che non ha dovuto abbracciare il buio anzitempo.
E penso a Gibilterra. A ciò che poteva succedere a quel Primo Ufficiale. Nulla in confronto a molte tragedie ma è nelle cose semplici che si celano le insidie.

Prego. Per ringraziare. Per la mia famiglia. Per i miei amici. E per coloro che sacrificano la propria vita in mare.

Notre Dame è monumentale lassù, inondata dal sole che quasi sembra di buon auspicio.



Sento la brezza gentile che mi accarezza la pelle, guardo giù e vedo l’Ile d’If…



… chiudo gli occhi e ricordo quel mirabile racconto di un uomo prigioniero che trova riscatto… così come noi gente di mare, prigionieri senza catene ma legati ad un sogno che quasi mai trova compimento.

Vento in poppa.
Ravenna.

Pronti a ripartire anche da li. Poi la notizia.

Michele era un collega. In quell’assurda tragedia che ha sconvolto non soli i cuori di Genova perdo quell’amico che vidi arrivare, quattordicenne e timido, al portone dei Salesiani a Livorno. Io ero già un "veterano", così come lui studiavo lontano da casa per inseguire quel sogno comune. Mi faceva molte domande, lo aiutavo a in quei compiti che per me erano facili. Un bravo ragazzo. Poi le strade si divisero, ognuno a percorrere quel sentiero che avevamo scelto. Gli incontri a Genova. Io ormai Comandante, lui Pilota. Due chiacchere. Un caffè. Una stretta di mano ed un abbraccio immancabili. Che ora non potranno più esserci.
E non posso fare a meno di pensare a “Nostra Signora”. Perché ?

Non avrò mai risposta. Guardando la scia che lasciamo nelle acque elleniche mi sento quasi in colpa per non aver pensato direttamente a lui, quel giorno, a Marsiglia.



Aspropirgos. Lo sbarco. Finalmente. E’ ora di andare a casa. Ma non riesco a togliermi quel peso dal cuore. Dovrò volare per tornare dai miei figli. Odio gli aerei. Però c’è ancora tempo.

In tutte le mie incursioni passate in terra greca mi era sempre sfuggita la possibilità di visitare l’Acropoli. Avevo promesso a mia figlia di portargli un ricordo. L’occasione forse non si sarebbe mai più ripetuta. Camminare in quella splendida testimonianza di un’epoca antica e che potrebbe essere di esempio ancora oggi, mi fa inoltrare le stesse domande a quei Dei che un tempo li erano padroni. Ma è solo il vociare dei numerosi turisti che mi filtra nel cervello. Null’altro.



Casa. Non ho il tempo di godermi la serenità con i miei figli. Un’altra telefonata.

Daniele. Ho raccontato di lui nel post “Il viaggio”.

“Paolo, la mi moglie per i dieci anni di matrimonio mi vole portà a Parigi, la devo convincere ad andà a Sharm, te che faresti?”. “O Daniele, ma meglio di Parigi per i diec’anni cosa voi che ci sia ? Pensaci”.

Nel pari e dispari con Federica, ha vinto lui. Sbarcato a fine aprile, il Comandante della Nina, ha fatto le valigie ed insieme al piccolo Giulio è partito. Destinazione Mar Rosso. Doveva essere una vacanza. Quella che ha sempre sognato. Immersioni in quei fondali meravigliosi.
Mi telefona prima di partire.

“O Paolo, ci si ribecca tra un par di mesi a bordo. La prossima volta vedrai mi dovrai portà la torta del tu compleanno”.

Il giorno dopo il suo arrivo in terra d’Egitto, non ha avuto il tempo di immergersi. La Signora con la falce lo ha portato via.

Quando me lo comunicano, quella maledetta sera, non ho nemmeno la forza di piangere. Penso a lui. Ad un altro fratello che se ne è andato. Dopo Salvatore. Michele. Ed altri ancora. Penso a suo padre che ha condiviso con me anni di mare. Penso a Federica. Sola. Penso a Giulio. 6 anni. Che si chiederà, come tutti, l’ennesimo perché.

Trovo a domandarmi quando toccherà a me.

Penso a “Notre Dame de la Garde”.

La chiamerò, nel mio cuore, “Notre Dame de la Mort”. Non ha senso forse. O forse si.

Sicuro, che non ho più la forza di pregare.

Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, prima pubblicazione 15 maggio 2013 ore 20:00 Prima ancora di arrivare a Fos, in questo viaggio che sembra non avere epilogo, so già che non mancherò ad un appuntamento. Fos, Laverà e Port de Bouc sono mete a cui spesso facciamo rotta, alla foce di quel fiume –le R...
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09/03/2016 09:32:10
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IL VIAGGIO

08 marzo 2016 ore 08:57 segnala


scritto da Odirke, prima pubblicazione 10 aprile 2013 ore 23:19


Non sempre è mare. A volte, anzi spesso, sono costretto a dover seguire le mie “signore” anche dalla terraferma. Mio malgrado, e non mi dispiace. Quando si riesce a pianificare, a organizzare. Non quando, come questa volta, il tutto ha avuto il contorno del surreale.
A chi me lo chiede e non è del mestiere mi è difficile spiegare la professione, anzi le professioni che esercito. Mia figlia di 16 anni non lo ha ancora capito. Per i suoi compagni di classe sono un dottore. E’ più facile. Non servono molte spiegazioni.

Nel “viaggio” mi sono ritrovato a chiederlo anche a me stesso.

13 marzo 2013

09.20 - La nostra compagnia possiede tre navi. Amo chiamarle Pinta, Nina e Santa Maria. Sono imbarcato sull’ammiraglia della nostra “piccola” flotta, la Santa Maria. A Venezia, in porto. Domani si salpa destinazione Sicilia. Le operazioni procedono senza particolari problemi.

18.00 – Arriva la chiamata. La Nina ha avuto un intoppo, invece. E’ ad Augusta, ha caricato e doveva dirigersi a Malta per un allibo. L’allibo è l’operazione in cui due navi si affiancano per travasarsi il carico da una all’altra. I ritardi per il maltempo hanno bloccato la nave ricevitrice in Algeria. La Total, padrona del carico, decide quindi di dirottare la Nina verso Laverà, Marsiglia, Francia. Se ormeggerà laggiù o qualsiasi porto estero dell’Europa continentale è passibile di PSC da parte delle Autorità locali. Il Port State Control è la visita ispettiva più temuta. L’Armatore vuole che io sia presente. Previsto arrivo (ETA, estimated time of arrival) della Nina in Francia è il 15 AM. Devo sbarcare e ripartire per Livorno. Da li dirigermi a Laverà. Alle 20.50 parto. Arrivo alle 23.55 (350 km).

14 marzo 2013

08.00 – Parto per la Francia.

09.00 – Sono all’altezza di La Spezia. Squilla il telefono. Contrordine. La Nina è ferma alla cappa dalle parti di Marzamemi. Il mare in tempesta forza 9 le impedisce di proseguire. Torno a Livorno (200 km – totale 550 km). E attendo il miglioramento delle condizioni meteo.

15 marzo 2013

10.00 – La Total decide di cambiare. Dà una nuova destinazione alla Nina. Zona A.R.A. per ordini. ARA è l’acronimo che indica la zona di mare di fronte ad Amsterdam – Rotterdam – Anversa. I tre porti insieme sviluppano un traffico mercantile immenso. ETA della Nina ad ARA, che nel frattempo è ripartita, il 22 PM. Passare le Colonne d’Ercole comporta anche l’imbarco di tre membri di equipaggio in più, come previsto dalle nostre bizzarre normative. Il mio collega deve trovare le persone, avvisarle, e organizzare loro il viaggio per raggiungere la nave.

18.00 – Parto per il trentino. Posso stare qualche giorno insieme ai miei figli ed allo stesso tempo avvicinarmi alla destinazione. (400 km. – totale 950 km.)

16 marzo 2013

12.00 – Altro cambiamento. Forse il proprietario del carico ha trovato una nave per fare allibo a Gibilterra. ETA della nave alla Rocca, 19 PM. Devo riorganizzarmi il viaggio.

17 marzo 2013

13.00 – Sulla Nina ci sono problemi tecnici legati al maltempo. Di due motori ne funziona uno. Il Direttore di Macchina non riesce a risolvere. Ha bisogno di assistenza.

16.45 – Parto dal Trentino, e ritorno a Livorno. Il tecnico di assistenza è li. (400 km. – totale 1350 km.)

18 marzo 2013

05.00 - Parto di nuovo in macchina insieme al tecnico verso Gibilterra. Per via della strumentazione che porta con sè, non possiamo prendere alcun volo. Ho prenotato un albergo a Murcia che spero di raggiungere non troppo tardi, per fare tappa. Il tempo è pessimo. Acqua, nebbia, neve in Liguria. Un caffè a Ventimiglia. Il pieno lo faccio dopo il confine, costa di meno. Vedo scorrere Marsiglia, Tolone, Montpellier e Perpignan. In Francia non mi fermo. Non mi è mai piaciuto farlo, escluso Marsiglia. Cibo pessimo e mancanza di gentilezza mi spingono verso i Pirenei. Poi La Jonquera, subito dopo il confine spagnolo. Quando viaggio da solo odio andare al ristorante, ma ho un ospite. Non posso costringerlo ai panini degli autogrill. Conosco già La Jonquera e so che preparano una buona paella. Si riparte.
18.00 – Il mio collega mi avvisa che i quattro membri di equipaggio sono arrivati a Malaga, e da li l’agenzia li porterà a Gibilterra, in albergo. Li invidio. Barcellona, Valencia, ed infine Murcia scorrono veloci indicate dai cartelli autostradali. Finalmente in albergo, sono le 20.15. (1635 km – totale 2985 km.).

19 marzo 2013

08.00 – Si riprende il viaggio. Attraversiamo l’Andalusia che ai miei occhi pare sempre avvolta da un alone magico.. ne rimango sempre incantato. Una bufera di neve che non ti aspetti.

Guadix.. con le sue case ricavate nella roccia, ed i ricordi di bambino che riaffiorano. Granada. Il percorso autostradale non mi permette di scorgere l’Alhambra, magnifica testimonianza di arte moresca che tengo nel cuore. La Sierra Nevada. La telefonata di auguri dei miei figli. Già. Sono papà.

11.00 – Arriva la telefonata da Livorno. La Nina si fermerà a Gibilterra solo il tempo di fare rifornimento ed imbarcare il personale. Dopo proseguirà per il Nord Europa. Non riesco a trattenere un’imprecazione. Non vorrei essere nei panni di chi ha gestito il carico alla Total. Non riescono a venderlo. La Nina sta costando al colosso francese 13.000 euro al giorno dal 12 marzo. L’Armatore è pagato e non ha interesse, in questi tempi di crisi, ad accelerare le cose. E attende. Così come attendo io nell’incertezza sul cosa fare. Decidiamo comunque ormai di proseguire. Il tecnico, nonostante i tempi ristretti, qualcosa potrà fare.
13.15 – Gibilterra.

La Nina è arriverà tra due ore. Ma deve attendere a 12 miglia. Non potrà entrare in porto fino a quando non sarà pronta la bettolina del rifornimento, rendendo così impossibile salire a bordo subito. Attendiamo il rappresentante dell’Agenzia in quella strada che diventa pista di atterraggio per lo striminzito aeroporto locale. Ci scorta fino all’albergo nella zona orientale della Rocca, dove sono alloggiati i marittimi che dovranno imbarcare. Non possiamo fare a meno di notare i macachi che, evidentemente ormai padroni del posto, saltano sulle macchine parcheggiate.

15.00 – Incontriamo il personale che dovrà imbarcare, annoiatissimo, nella hall dell’albergo. Il pranzo, seppur buono, non vale le sterline spese. Amara sorpresa: i cellulari aziendali sono andati in tilt, compreso quello della nave. Rimane il satellitare della Nina. E per me il telefono dell’albergo. Per passare il tempo riesco ad usufruire del wi-fi gratuito dell’albergo collegando pc e I-Pad. In emergenza posso sempre mandare una mail. L’attesa è snervante. Passano le ore e l’agenzia ogni tanto mi informa sugli sviluppi. Mi dice che devo avere pazienza. Da un momento all’altro potrebbe esserci l’ok per l’imbarco. Ed intanto il tempo peggiora. Non ceno e non faccio cenare nessuno per timore che ci chiamino. Telefono in Compagnia dal telefono della hall. 1 minuto di conversazione è costato 7 sterline. Mi riprometto di non farlo più. Ma almeno mi danno una buona notizia. Il Direttore di Macchina è riuscito a sistemare il problema tecnico. Giriamo l’albergo come anime in pena.
23.00 – Finalmente. Arriva un pullmino che ci prende e ci porta in darsena. Tira un vento terribile e la pioggia battente fa il resto in una serata da tregenda. Ma il peggio viene dopo. Per arrivare a bordo dobbiamo salire su una barchetta a motore di 5 metri. La traversata dalla banchina alla nave dura 20 minuti. Mare, vento e pioggia investono il guscio di noce con violenza. Io non riesco a stare seduto. Nessuno di noi ce la fà. Ci aggrappiamo con forza ai corrimano cercando di assecondare i salti delle onde. L’equipaggio della barca invece chiacchera, fuma e gioca con il cellulare nemmeno fosse una scampagnata domenicale. Parlano una lingua che è un miscuglio imbastardito di spagnolo ed inglese. Incomprensibile.
23.30 – Siamo sotto la Nina. Altissima perchè è carica solo a metà. Dall’altro lato c’è la bettolina che sta procedendo per il rifornimento, e quindi il Comandante della nostra nave non può nemmeno farci ridosso. Deve stare fermo all’ancora. Noto che è pericolosamente vicina alla riva. E la biscaglina è li che attende. La barca fa una fatica immane ad avvicinarsi, rolla e beccheggia paurosamente. Nessuno ha il coraggio di salire. La coperta della barchetta è di lamiera. Scivolosissima con la pioggia. Il tecnico che ha viaggiato con me è terrorizzato. Mi faccio coraggio, esco allo scoperto e vado sulla prua. Agisco d’istinto e salto sulla scala di corda nell’istante in cui sono più vicino. Ce la faccio a salire. Dopo di me prendono coraggio anche gli altri marittimi. Uno ad uno, riescono a prendere al volo la biscaglina e salire. Ma il tecnico no. Lui non è di mare, e si vede. Ci prova. Salta. Ma non afferra la scala. Cade pesantemente di nuovo sulla barca e se non fosse per i marinai di Gibraltar cadrebbe in mare. Al buio e con quel tempo sarebbe stata una tragedia. Ci rinuncia. Oltretutto il problema era stato risolto, lui non serviva più. Le sue imprecazioni in romanesco me le ricorderò a lungo. I bagagli degli imbarcanti vengono tirati a bordo della Nina con una sagola. Ora deve scendere il 1°Uff.le sbarcante. Ha finito il suo turno di 5 mesi ed il sostituto è appena salito. Non vede l’ora di tornare a casa. Scende la scala piano piano. Di sotto i “barcaroli” gli fanno coraggio e gli chiedono di seguire le loro istruzioni. Si lancia. Ma nel momento e modo sbagliato. Un piede rimane schiacciato tra la lancia e la nave. E cade di schiena pesantemente sulla barchetta. Il grido di dolore è forte. Ma anche lui, fortunatamente, non finisce in mare. Zoppica ma riesce a camminare. Dalla barca mi dicono che non sarebbero più tornati quella notte e che quindi se volevo scendere avrei dovuto farlo con loro. La Nina sarebbe ripartita alle 3 di notte. Non potevo rimanere. Avrei voluto posticipare il tutto al giorno dopo, magari con tempo migliore. Ma non era possibile. La nave non era autorizzata a restare nelle acque di Gibilterra, finito il rifornimento. Riesco a consegnare documenti importanti al Comandante della Nina e ad abbracciarlo, promettendogli che sarei tornato. Suo padre era stato il mio superiore in passato. Lui invece era stato un mio Ufficiale, non molto tempo fà. Daniele. Un bravo ragazzo. Sbarco dalla Nina al volo lanciandomi letteralmente tra le braccia dell’equipaggio della barchetta. Si torna a terra. Il 1°Uff.le non ne vuole sapere di andare all’ospedale. Domani ha il volo prenotato per ritornare in Patria. Si farà visitare li. Non posso impedirglielo. Ritorniamo al punto di partenza. In albergo, a Gibilterra. Sono le 01.00. Il mio cellulare è ancora fuori servizio.

20 marzo 2013

02.00 – Preferisco allontanarmi da Gibilterra. Lascio il 1° Uff.le nello stesso albergo che ha ospitato i colleghi. A lui ci penserà l’Agenzia d’ora in poi. Dopo “La Linea” mi fermo con il tecnico, ancora scioccato, al primo bar che troviamo aperto nonostante l’ora. Ci siamo ricordati improvvisamente di non aver cenato. Le facce poco raccomandabili del locale non ci notano nemmeno. Una signora anziana, fasciata di fuseaux leopardato da cui si intravede la protuberanza di quello che sembra un pannolino per incontinenti è l’unica ad osservarci. La casa offre solo hamburger e patatine fritte, ma per noi è come se fosse un pranzo al Ritz.
02.30 – Algeciras. Albergo. Non riesco a prendere sonno. Guardo il sito “marine traffic” e vedo che la Nina è partita. Ha la prua diretta in atlantico. (40 km. – totale 3025 km.)

07.00 – Il cellulare ha ripreso a funzionare. Suona. E’ Daniele. Mi informa che dopo il mio sbarco ha dovuto spostare il suo ancoraggio perchè le condizioni meteo peggiorate lo stavano facendo finire sulla spiaggia. Ma ora è tutto a posto. Destinazione ARA. ETA 25 PM. Ho il tempo di riportare a Livorno il tecnico.
09.40 – Comincia il viaggio di ritorno. La stessa strada. Stessi posti. Stessa magia. Mi chiedo sempre come faccia la Spagna a far pagare il gasolio 1,40 €. Da noi 1,70€. Trenta centesimi sono tanti.
21.10 – Arriviamo di nuovo a La Jonquera. Cena consumata in fretta, e poi a dormire. (1290 km. – totale 4315 km.)

21 marzo 2013

08.00 – Si riparte. Stessa strada dell’andata. A ritroso. Avviso il tecnico che probabilmente verremo fermati dai doganieri spagnoli o francesi. Mi succede tutte le volte, e ci vuole solo pazienza. Il passaggio del confine è tranquillo, invece. Anche il transito dalla prima barriera di pedaggio in territorio francese, dove di solito mi fermano. Sono convinto che ormai il viaggio proseguirà tranquillo fino in Italia.
10.00 - All’altezza di Montpellier invece veniamo affiancati da due autopattuglie. Douane. Maledizione, un’altra volta. Mi fanno accostare sulla corsia di emergenza. E ricomincia la solita tiritera. I doganieri sono sei. Ci fanno scendere e stare a 10 metri dalla macchina. Avviso il mio compagno di viaggio di non avvicinarsi al mezzo se dovesse suonare il cellulare. Il ricordo della pistola puntata contro per averlo fatto, due anni prima, è ancora vivo. Ci chiedono se parliamo francese. Alla nostra risposta negativa non fanno nemmeno uno sforzo di comunicare in inglese. Arroganza. Come sempre. Dopo aver ispezionato minuziosamente la mia peugeot, fanno venire il cane anti-droga. Lo fanno salire e chiudono le portiere. Con rabbia vedo le sue zampe infangate saltellare sui sedili, ma non dico una parola. Vedo transitare sull’autostrada furgoni di nord-africani stracolmi all’inverosimile fin sopra il bagagliaio che ci guardano e sorridono. Già, ma gli italiani siamo noi. Dopo 20 minuti ci fanno ripartire. Senza nemmeno un grazie.
17.15 – Arrivo a Livorno. Lascio e saluto il tecnico alla sua azienda. Credo non dimenticherà tanto presto questa avventura. Io non mi sento stanco. Vado in Compagnia dove mi aspettano per il resoconto di quanto è successo. (905 km. – totale 5220 km.)

22 marzo 2013

09.00 – Sono pronto per tornare in Trentino. Ho promesso a mia figlia di assistere al suo saggio di danza, l’indomani. Da li sarei ripartito per il Nord Europa, per tornare a bordo della Nina. Chiamo il 1°Uff.le sbarcato a Gibilterra per sapere come sta. Mi racconta che ha il piede fratturato in tre punti. Mi sento in colpa, ma mi rincuora dicendomi che mai e poi mai avrebbe rinunciato a sbarcare. E che ora era insieme alla sua famiglia. Non gli importava nient’altro.
09.30 – La Total cambia ancora le carte in tavola. Vuole fermare la Nina a Donges, in Francia, sulla Loira. ETA previsto 23 PM. Domani. Di conseguenza cambia il mio programma. Non so come dovrò dire a Michelle che non ci sarò al suo saggio. Ennesima assenza di cui mi sento mortificato.

13.00 - Mi caricano la macchina di materiale che dovrà servire al Direttore per meglio sistemare il problema tecnico avuto nei giorni scorsi. Arriva anche la moglie di Daniele, che abita a Livorno. Mi porta quattro enormi pacchi pieni di leccornie pasquali, con la preghiera di consegnarli al marito ed all’equipaggio. Non me la sento di rifiutare. Ma per fare posto nel bagagliaio, devo mettere le mie borse e valigie sul sedile posteriore.
16.55 – Riparto. Mi fermerò quando sarò stanco, devo cercare di fare più strada possibile. Alla radio sento il discorso di Napolitano che conferisce l’incarico a Gargamella. Penso che in Italia le cose non cambieranno mai.
22.30 – Sono al traforo del Frejus. Non ci ero mai passato in vita mia. L’idea di transitare in un tunnel così lungo non mi entusiasma. Al casello mi chiedono se voglio il biglietto andata e ritorno. “sola andata, grazie”. 41,40€. Eh ?? Ribadisco al casellante che lo voglio di sola andata. “Si signore, è il prezzo di sola andata” mi risponde scocciato. Non profferisco parola e riavvio la macchina. Nei miei appunti mentali scrivo in grassetto che il passaggio del Frejus, il primo, sarà anche l’ultimo.
23.45 – Sono stanco. Confido sulle autostrade francesi e nella presenza dei suoi innumerevoli alberghi. Un segno di civiltà. Lo trovo all’altezza di Saint Etienne. WiFi gratis e parcheggio custodito. Perfetto. (690 km- totale 5910 km.).

23 marzo 2013

09.00 – Riparto per dirigermi a nord. Il messaggio da Livorno arriva quasi nello stesso istante. Non sarà più Donges la destinazione, ma Le Havre. Il balletto continua. Per me cambia poco. Ho solo più tempo a disposizione. L’ETA della Nina è 24 AM. Mi fermo per riflettere. Non ho la connessione, quindi chiamo mio figlio. Gli chiedo di prenotarmi un albergo nella città francese, tramite Booking.Com. E’ un sito davvero fatto bene e lo uso spesso. Fa davvero presto, dopo pochi minuti mi manda l’indirizzo con un sms. Scorrendo la cartina stradale mi salta sotto gli occhi un nome. Ile St. Michel. Perché no ? E’ sempre stato uno dei miei sogni nel cassetto vederla. Avrei deviato di poco il viaggio e di tempo ne avevo. Il percorso mi fa passare dalla periferia di Parigi. I caselli “gare de peage” si susseguono senza sosta, quasi irritanti. L’autostrada termina e la Normandia mi distrae con la sua semplicità ed un paesaggio incantevole. Noto anche gli innumerevoli cimiteri americani, simbolo di un’epoca che ha segnato la nostra storia.

Ad una delle innumerevoli rotonde mi ferma una pattuglia di gendarmi. Ancora, penso. Come al solito parlano solo la lingua locale. E pretendono che io capisca. Uno di loro mi fa vedere sul suo cellulare una cifra: 146. Da quello che riesco a capire mi accusano di avere viaggiato a quella velocità. Assurdo. Sono sicuro di essere stato attento ai limiti. Che era quasi sempre di 70, max 90. Mai ho raggiunto quell’andatura assurda. Contesto. Senza cambiare atteggiamento mi spiega che o pago 90 euro o mi ritira patente e libretto. Guardo il gendarme con un sorriso e parlo italiano. Mi escono di bocca solo offese a lui, ai suoi colleghi, ed alle precedenti 9 generazioni. Mi dice di non capire ma io continuo con il sorriso. Pago. La ricevuta la butto dal finestrino dopo la prima curva.
15.00 – Arrivo alla meta agognata, però con mio rammarico mi vedo costretto a parcheggiare parecchio distante dall’isola. Penso ai bagagli in bella vista sul sedile. E se… ? Ma la tentazione è troppo forte. A passo veloce mi incammino. Eccola. E’ stupenda.

Un sogno realizzato. Mi avvicino ma non salgo sull’isola. La fotografo e mando l’immagine a chi amo. Il mio pensiero è però fisso sulla macchina ed al suo contenuto. Pazienza. Mi riprometto di ritornarci un giorno. Riparto.
20.00 – Mi chiama Daniele. Non riesce a trattenere le risate. Non si fermerà nemmeno a Le Havre. Continuerà per ARA. ETA 25 AM. Cristo.
20.30 – Arrivo a Le Havre, transitando dal maestoso “Pont de Normandie” lanciato sulla Senna. Ormai avevo prenotato. Proseguirò il viaggio domani. ( 1070 km. – totale 6980 km.)

24 marzo 2013

10.30 – Me la prendo con calma. Ho tempo. Decido di evitare le autostrade e proseguirò per Anversa su strade normali, stanco di pedaggi e curioso di vedere questi luoghi. Prima passo dal centro di questa città portuale. Non mi piace. E’ fredda.

12.00 – Attraversando un bel paesino, Yerville, al semaforo vedo passare sulle strisce molta gente con una piantina in mano. Sembra che provengano dalla Chiesa poco più avanti. Già. La Domenica delle Palme. Trovo un parcheggio e mi dirigo verso il luogo di culto. Vorrei prendere una palma per poi portarla ai miei figli. Nel bancone allestito all’esterno della Chiesa però non ce ne sono più. Una signora, forse leggendo la mia delusione, se ne sfila una parte dal mazzo che teneva in mano e me lo porge con un sorriso. Riesco solo a dire un timido merci. Lei mi dice qualcosa che non capisco. Mi saluta e va via. Le palme qui sono diverse dalle nostre. Ma la forza che mi danno dentro è la stessa. Prima di rimontare in macchina non resisto alla tentazione di comprare una baguette chilometrica. E’ buonissima.
17.20 – Arrivo ad Anversa. Il passaggio dalla Francia al Belgio per me è stata una liberazione. Mi trovo molto meglio in queste terre. L’albergo lo avevo prenotato la sera prima. Ho solo bisogno di rilassarmi. Mi stendo sul letto e mi addormento. (480 km. – totale 7460 km.).

19.00 – Sto ancora dormendo quando squilla il cellulare. E’ l’Armatore. Mi avvisa della possibilità che la Nina sia destinata ad Immingham, con eventuale ETA 25 sera. Inghilterra. Mi sveglio di colpo. Accendo il pc e comincio a pianificare il viaggio ed a documentarmi. Da Anversa al porto inglese ci sono 700 km. Bene. Calcolando anche il passaggio della Manica circa 8 ore di viaggio. Escludo il tunnel, opto per il traghetto più economico e dove mi troverò a mio agio. Nessun pedaggio in terra inglese a parte 2 sterline in un breve tratto. Guida a sinistra. Dovrò stare attento. Assoluto divieto di fumare alla guida. Dovrò calcolare qualche sosta in più per il mio vizio irrinunciabile. Annoto l’indirizzo di un paio di alberghi a Hull, vicino alla eventuale destinazione. Sono assorto nel raccogliere informazioni quando chiama anche il Comandante della Nina. Ha bisogno di pubblicazioni nautiche più dettagliate. Poco male, poco distante c’è Rotterdam. L’anno scorso ci andai per la “Pinta”, conosco il negozio. Non perderò troppo tempo.

25 marzo 2013

10.00 – Parto per Rotterdam. Non mi accorgo nemmeno del passaggio dal confine belga a quello olandese. Parlano la stessa lingua, i cartelli stradali sembrano tutti uguali.
11.00 – Sto acquistando ciò che serve a Daniele, squilla il cellulare. Immingham bocciata. Meglio così. La nave arriverà nel pomeriggio e si fermerà, finalmente, all’ancora davanti ad Ostenda e Zeebrugge.
13.00 – Sono di ritorno ad Anversa. Non mi rimane che fare il turista, in attesa di novità. (200 km. – totale 7660 km.).

26 marzo 2013

11.00 – Ancora nessuna notizia. Il freddo è ancora più pungente che in Francia. La temperatura è di 0°. Ed è un bene per la cioccolata di Daniele che custodisco in macchina. Devo cambiare albergo. La mia stanza era già prenotata da tempo e non ce ne sono altre disponibili. Poco male. Mi dirigo a Bruges. E’ molto più bella e meno caotica di Anversa.
12.15 – Arrivo nella città fiamminga. Mi sistemo in albergo. E torno a fare il turista. Che mi resta da fare ? (120 km. – totale 7780 km.)

27 marzo 2013

12.00 – Silenzio dalla Total. L’attesa ed il pensiero dell’avvicinarsi della Pasqua mi rende inquieto. Non voglio saltare anche questo appuntamento con i miei figli. Continuo a vagabondare per la città. Camminare mi fa bene.

Mi reco anche a Zeebrugge per i ricordi piacevoli che mi legano a questo posto. La sosta della Vespucci.. Sophie.. mi sono ancora nel cuore. Cerco di vedere la Nina ancorata proprio qui fuori, ma è troppo lontana.

28 marzo 2013

01.00 – Lo squillo del telefono mi fa spaventare. E’ Daniele. Finalmente. E’ stato deciso di far scaricare la nave ad Anversa. Prenderà il Pilota alle sette questa mattina, e nel pomeriggio sarà ormeggiata, dopo il passaggio sulla Schelda e dalle chiuse. Sosta prevista 24 ore.
07.50 – Mi riporto ad Anversa. Devo solo aspettare l’ormeggio. (120 km. – totale 7900 km.)
10.00 – Decido di fare un’ultima passeggiata. E soprattutto di ringraziare chi ha ascoltato le mie preghiere.

14.00 – Attendo davanti alla banchina di attracco della Nina. E’ curioso vedere davanti a me la centrale nucleare, ed alle mie spalle un mulino a vento antico. Il porto di Anversa è immenso. Ponti mobili, pale eoliche, raffinerie, depositi, industrie. Ringrazio anche il mio navigatore per non avermi mai abbandonato.

16.00 – A bordo. Finalmente. Consegno i materiali e, soprattutto, i dolci. Almeno la Pasqua, per chi rimarrà, non sarà così amara.
18.00 – Inizia a nevicare. Ma non è la sola brutta notizia. La discarica sarà velocissima. La nave ripartirà alle 3 di notte. Non le 24 ore che volevamo. Il PSC non avrà luogo. Una missione compiuta a metà, quindi. Da li la Nina infatti tornerà in Italia. Ed io pure. Seppur via terra.

24.00 – Sbarco. Non ha senso rimanere ormai. Torno all’albergo del mio primo arrivo qui, sperando di trovare una stanza. Sono fortunato.

29 marzo 2013

11.30 – Prima di ripartire mi accerto che la “Nina” sia effettivamente in mare aperto per il rientro in Mediterraneo. Così è. Colonia.. Stoccarda… Innsbruck.. Trentino… Sono le 21.30. Il viaggio sicuramente più folle che abbia mai fatto è finito. (1070 km. – totale 8970 km.)

E ora ? C’è la “Pinta”. In Nord Europa anche lei, oggi.
Forse avrò altro da raccontare.
Sicuramente non ho capito cos’è il mio mestiere.

Semper Fidelis
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« immagine » scritto da Odirke, prima pubblicazione 10 aprile 2013 ore 23:19 Non sempre è mare. A volte, anzi spesso, sono costretto a dover seguire le mie “signore” anche dalla terraferma. Mio malgrado, e non mi dispiace. Quando si riesce a pianificare, a organizzare. Non quando, come questa vo...
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08/03/2016 08:57:43
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PIRATES ? – Parte 2 – Non ci sarà epilogo

07 marzo 2016 ore 10:36 segnala


scritto da Odirke , prima pubblicazione 31 marzo 2013 ore 01:16


Ero rimasto al “Programma Nazionale di Sicurezza Marittima”.
Nella sua inutilità tipicamente italica (essendo speculare e più restrittivo dello ISPS Code internazionale)un punto di accordo comunque, tra gli Armatori, lo aveva trovato.
Ed era quello basato sulla presenza di militari sulle navi battenti bandiera italiana che attraversassero acque ritenute pericolose per la pirateria. Il tutto fu sancito a Piazza Santissimi Apostoli, Roma, sede della Confitarma (la confederazione degli Armatori). Ero presente. La richiesta fu dunque da parte della marineria italiana coinvolta nelle tratte a rischio. Richiesta accelerata, e poi accettata dal Governo, dagli eventi della nave “Montecristo”.Non fu quindi decisione del Governo, ma una mano tesa alle Compagnie di Navigazione nostrane. Il prezzo da pagare era 250 euro al giorno per ogni soldato imbarcato, più le spese di viaggio da e per i vari check point tra Africa ed Estremo Oriente. Un’inezia rispetto a quanto chiesto dalle società di assicurazione alle Compagnie per coprire il rischio se queste facevano transitare le proprie navi senza squadre armate.

Ecco quindi il percorso che ha portato Latorre e Girone a bordo della Erica Lexie.
Si sono scritti fiumi di parole, giuste e sbagliate.
Sono state dette parecchie sciocchezze e si è denotata molta superficialità sull’argomento.

Premetto che non giustifico fino in fondo il comportamento dei nostri marò.
Fino a quando non sarà fatta piena chiarezza sull’episodio, giudico l’accaduto come la morte di quel tifoso nell’area di servizio ad Arezzo, oppure di quel manifestante a Genova. Uccisi da un irresponsabile uso delle armi. Ma non con la volontà di ammazzare.

Un’altra premessa. Chi naviga sa cosa vuol dire effettuare una traversata in zona rischio pirati. Raddoppio delle vedette, turni straordinari, oscuramento notturno. E questo stato di cose può andare avanti per diversi giorni o settimane a seconda del viaggio da compiere, con il risultato di una tensione altissima ed un senso di inquietudine che non ti lascia fino a quando sei in porto.

La Erica Lexie, al momento dell’incidente, si trovava a circa 21 miglia dalla costa, in acque contigue quindi. Le acque territoriali si estendono dal bagnasciuga fino alla linea delle 12 miglia. Dalle 12 alle 24 si estende la zona contigua in cui lo Stato costiero può esercitare la propria Autorità ma solo a determinate condizioni. Oltre le 24 miglia ci sono le acque internazionali. Il tutto sancito dalla Convenzione di Montego Bay, accettata internazionalmente se pure qualche Stato la disattende, come ad esempio Gheddafi che pretendeva l’estensione delle acque territoriali fino a 200 miglia. Ma ce ne sono molti altri di esempi non ancora risolti.
Uno Stato ha il diritto di esercitare la propria Autorità su navi straniere nelle acque contigue, solo nel caso che esse siano sospettate di aver infranto le proprie leggi nelle acque territoriali. Altrimenti la giurisdizione spetta alla bandiera di appartenenza della nave o al limite da un tribunale internazionale. Ed è il caso della Lexie. Il fatto è successo in acque contigue, non territoriali.

Parlando con i miei colleghi della Compagnia a cui appartiene la Enrica, la decisione di entrare in porto a Kochi fu presa dal Comandante della nave, sotto richiesta del suo Armatore, nonostante il parere contrario del Governo italiano. Una nave militare NATO era già pronta a trasbordare i due marò. Ma le Autorità del Kerala avevano formalmente promesso di voler sentire solo l’accaduto, e di non arrestare nessuno. Ed il Comandante in buona fede ha attraccato. C’è stato inganno ? SI. E lo ribadisco. SI.

Mi è capitato, durante la mia carriera, di navigare con equipaggio di nazionalità indiana. Nella maggior parte delle note caratteristiche che compilavo riguardo a loro, ne indicavo l’inaffidabilità e sottolineavo che pensassero in un modo per poi agire in un altro. Sarà un caso ?
I pescatori indiani, vittime delle pallottole nostrane, sicuramente saranno state degli innocenti. Ma ne vorrei la prova certa, perchè di dubbi ne ho parecchi. Consideriamo questi fatti:

1)Qualsiasi navigante nel mondo, petroliere o pescatore che sia, sa che per meri motivi di sicurezza due natanti (peschereccio o petroliera enorme non fa differenza) non devono avvicinarsi tra loro in navigazione a meno di 0,5 miglia nautiche (900 metri). In una zona riconosciuta a rischio pirateria, dove transitano (e tutti lo sanno) navi mercantili con squadre armate, perchè il peschereccio si è avvicinato fino a 300 metri dalla Lexie, nonostante i continui e ripetuti avvisi di allontanarsi ?

2)Nella stessa zona e quasi allo stesso momento una nave greca, la “Olympic Flair”, ha denunciato un attacco di pirateria. Smentito dal Ministero della Marina Mercantile greca, ma mai dalla Compagnia di quella nave.

3)I “pirati” della Montecristo, arrestati in flagranza di reato dai Seals inglesi a bordo della nave italiana ed incarcerati a Roma (qui si è applicato il diritto in maniera corretta) cosa sono ? Pescatori e pastori. Proprio come i due sfortunati indiani. Povera gente a cui è stato messo in mano un lanciagranate RPG. Situazione ancor più pericolosa se si pensa ad un’arma micidiale in mano a degli sprovveduti. Ho ancora davanti agli occhi la devastazione del ponte di comando di quella nave a seguito di un colpo sparato non per avvertire ma per distruggere. Se avessero ucciso qualcuno dei nostri marittimi ? O se gli inglesi avessero ammazzato i “pirati” ? Di cosa parleremmo ora ?

4) Perchè le Autorità indiane hanno distrutto in fretta i resti del peschereccio ? Noi abbiamo ancora il relitto della strage di Ustica, dopo svariati anni. Non è più possibile analizzare quindi parte delle “prove”. Perchè ai tecnici italiani non è stato consentito di partecipare ai test balistici sulle armi incriminate ? Tutto questo è quanto meno sospetto.

La vicenda del ritorno in India dei marò, poi.
Anche qui si è fatto un clamore inutile. In tutto questo ho trovato estremamente grave ed inaudito solo l’imposizione indiana a non permettere al nostro Ambasciatore di lasciare quel Paese.

Ricordiamoci tutti che il nostro rappresentante, a nome del nostro Governo, aveva promesso (ben prima della licenza “elettorale”) la restituzione dei marò solo nel caso che non venisse violata la Costituzione italiana. E visto che il processo, nel frattempo, era stato spostato dal Kerala a quello Federale (dove è prevista la pena di morte in caso di omicidio, quindi contro la nostra Costituzione) il nostro Governo ha dichiarato che sarebbero rimasti in Patria, cioè come era previsto nell’accordo. Le Autorità Federali indiane lo sapevano bene. Ed infatti hanno dovuto mettere nero su bianco che i due soldati non saranno mai giustiziati. Ma alla fine, il nostro circo mediatico ha fatto sì che la parte dei buoni la facesse l’India e quella dei coglioni, l’Italia. Sonia Gandhi, le elezioni in Kerala e tutte le altre vicende di contorno servono solo a confondere la realtà dei fatti.

Ho letto anche di accostamenti alla tragedia del Cermis.
Che, dal mio punto di vista, non ha nulla a che vedere con questa vicenda. Quella tragedia l’ho vissuta in prima persona. Ero li. Con i miei figli, per una gioiosa giornata sulla neve. La nostra fortuna fu solo che non avevamo gli sci, ma una semplice slitta. E non avevamo bisogno di prendere la funivia.
A differenza della Lexie, i due militari statunitensi si trovavano in pieno territorio italiano. Se i due marines non sono stati consegnati alle nostre Autorità, è solo grazie agli accordi (dei quali molti sono tuttora segreti) che il nostro Paese ha dovuto firmare con gli USA a seguito della guerra. Che ci piaccia o no, non abbiamo fatto altro che essere fedeli ad un patto. Abbiamo mantenuto la parola. Io personalmente strozzerei con le mie mani i due aviatori. Ma non potrei mai mancare ad una promessa. Siamo pronti, come Stato Italia, a ridiscutere accordi e presenza americana qui in Italia ? Ne dubito.

Questo post era comunque nato per un motivo diverso, da come si è sviluppato.
Per la mia posizione, tra le altre cose, come CSO, ho la possibilità di ricevere giornalmente i rapporti che il Terzo reparto della Guardia Costiera manda per aggiornare la situazione delle aree a rischio. Arrivano notizie di attacchi o tentativi di attacco a navi mercantili dal West Africa, Oceano Indiano, Cina, Sudamerica a cadenza quasi quotidiana. I giornali ed i telegiornali ne parlano solo se scappa il morto, o se i pirati riescono a sequestrare una nave ed un equipaggio interi.
La domanda che mi posi, un tempo, era semplice. Ma è possibile che con tutta la tecnologia a disposizione non si riesca a stanare definitivamente quei pochi disperati senza arte ne parte e rendere liberi i mari ?

Poi con gli anni compresi.
Sono italiano, ergo malpensante.

Insieme ai rapporti della Guardia Costiera, mi arrivano mail di presentazione da parte di società private che offrono personale da imbarcare sulle navi per azioni di antipirateria. I pacchetti che mettono a disposizione sono variegati. Mercenari armati, non armati, professionisti, a gruppi di due tre o addirittura sei. Li vuoi in divisa ? Non c’è problemi. Li vuoi vegetariani ? Pronti. Il tutto a partire dalla modica cifra di 1250 euro al giorno (pacchetto base senza optional). I 250 euro spesi per i nostri soldati sono una mancia, quindi.

Di queste società nella sola area di Mogadiscio ce ne sono 150 (e la prima fu aperta da un italiano. Dove c’è da far soldi sulla pelle degli altri, chissà come mai, siamo sempre i primi). In tutto il mondo sono svariate centinaia. E stanno aumentando. Un’altra società italiana, ma con sede a Tunisi, mi ha offerto un lavoro con una prospettiva di paga doppia a quella attuale.

I gruppi assicurativi principali delle navi mercantili stanno aumentando il fatturato in maniera esponenziale.

I noli per le navi che transitano nelle aree a rischio sono aumentati a dismisura.

Il giro di affari che si sta sviluppando in questo settore propone delle cifre sbalorditive. Nel silenzio generale.

E in tutto questo quindi, c’è veramente la volontà di combattere e debellare la pirateria ? Io non lo credo proprio.

Ho solo la speranza che il sito “saveourseafarers” non sia un semplice bluff. La classica carota da offrire ai malpensanti come me.
Perchè tanto, alla fine, e come sempre.. chi ci rimette è solo chi, come me, va per mare.

Semper Fidelis


Dichiaro di possedere tutti i diritti sulle immagini caricate, che il contenuto di questo messaggio non lede alcun diritto di terzi e che non viola alcuna legge vigente; dichiaro inoltre di essere titolare di ogni diritto morale e patrimoniale d'autore e manlevo Chatta da tutte le responsabilità, dai costi e dagli oneri di qualsivoglia natura che dovessero essere sostenuti a causa del contenuto che sto inserendo.
Sono altresì consapevole che l'uso improprio degli strumenti offerti da Chatta potrà portare alla cancellazione del mio account ed essere perseguito civilmente.


Firma: Odirke
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« immagine » scritto da Odirke , prima pubblicazione 31 marzo 2013 ore 01:16 Ero rimasto al “Programma Nazionale di Sicurezza Marittima”. Nella sua inutilità tipicamente italica (essendo speculare e più restrittivo dello ISPS Code internazionale)un punto di accordo comunque, tra gli Armatori, lo...
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07/03/2016 10:36:07
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PIRATES ? - Parte 1 - L'origine

04 marzo 2016 ore 09:38 segnala


scritto da Odirke, data di prima pubblicazione 15 marzo 2013 ore 09:57


La nascita della pirateria marittima si perde nella notte dei tempi e non si hanno certezze su chi o su cosa la causò. Dal diciannovesimo secolo in poi, sembrava che questo fenomeno fosse scemato del tutto, tranne sporadici raid nello stretto di Malacca, Singapore o in Sudamerica. Ma questi ultimi si limitavano ad episodi in cui i pirati si accontentavano di una cassa di sigarette, qualche dollaro e tutto finiva li. A me personalmente, in Perù, l’abbordaggio di quattro “pellegrini” mi costò un cavo di ormeggio. Niente di più.
Poi la recrudescenza. Dal 2005 ad oggi soprattutto nella regione del Corno d’Africa, in Somalia, Nigeria, Oceano Indiano gli episodi di pirateria sono comparsi con sempre più frequenza e violenza. Con dei danni stimati, ad oggi, di oltre quattro miliardi di sterline all’anno (fonte www.SaveOurSeafarers).

Anche se di pirateria non si è trattata, la vicenda dei due marò italiani già prigionieri in India è molto legata ad essa.

Come si è arrivati a questo episodio iniziato male, e finito ingloriosamente ?
Per capire meglio la questione nella sua interezza, bisogna fare alcuni passi indietro.

Nel 1959 nasce l’IMO (International Maritime Organization) che, sotto l’egida dell’ONU, viene fondato con l’intenzione di fissare regole uniche per disciplinare la marineria mondiale. E’ singolare come all’IMO abbiano voce e dettino legge quasi solo ed esclusivamente i rappresentanti degli Stati Uniti e del Regno Unito. Che sono quei Paesi responsabili dei più grandi disastri marittimi che si ricordi a memoria d’uomo, partendo dal citato Titanic, passando per la Exxon Valdez e finendo con la piattaforma BP nel Golfo del Messico. L’Italia ha un solo rappresentante messo li per pura figura e ottimo solo per intrattenimenti da pranzi conviviali.

Il primo frutto dell’IMO, nel 1960, fu la Convenzione SOLAS (Safety Of Life at Sea). Questo codice stabilisce, fra le altre cose, regole su come vanno costruite le navi, i mezzi di salvataggio, su come dotare questi mezzi in ambito di sicurezza.
Nel 1972 nasce la COLREG (Collisions Regulation) che regola il traffico in mare, stabilendo come due imbarcazioni, ad esempio, che si trovino in rotta di collisione, debbano comportarsi con le precedenze. Uno dei punti più importanti stabiliti con questo Codice fu la definizione dei primi schemi di separazione del traffico nelle zone più congestionate al mondo di navi, come il Canale della Manica.
A seguire, nel 1978, entra in vigore la MARPOL (Marine Pollution) che invece decreta per quanto concerne il trattamento degli idrocarburi (sia trasportati come carico che come combustibile), delle emissioni in atmosfera dai fumaioli, i rifiuti generati dal bordo (dalla buccia di banana fino alla batteria scarica) ed i liquami (acque nere e grigie). Nello stesso anno viene ratificata la STCW (Standards of Training, Certification and Watchkeeping) che stabilisce lo standard minimo dei marittimi per quanto riguarda le qualifiche professionali a partire dal marinaio per finire al Comandante. Studi, corsi, addestramenti… Questa convenzione ha reso certamente la categoria di lavoratore marittimo come quella più certificata al mondo.
Nel 1998 viene sancito lo ISM Code (International Safety Management) che regola le procedure operative a bordo ma, soprattutto, negli uffici della Compagnie armatrici delle navi. Questo è stato un passo fondamentale nella storia della marineria perché, per la prima volta, veniva dato un nome, un volto ed un indirizzo a coloro i quali gestiscono la nave, Armatore compreso. Fino a quell’anno le ispezioni di controllo periodiche avvenivano solo a carico di marittimi e della nave. Ora anche verso gli uffici di gestione a terra ed i loro responsabili.

Solas, Colreg, Marpol, Stcw, Ism. 5 libri. 5 Costituzioni. 5 bibbie per chi lavora in mare. Leggi che devono essere seguite alla lettera, per evitare pesantissime sanzioni pecuniarie, il fermo della nave in porto o, peggio, l'arresto dell'equipaggio. Tutto questo sistema porta ,per ogni nave, a dover sostenere mediamente oltre 100 certificazioni all’anno che vanno rinnovate a periodi diversi, verificate dalla Autorità Marittima e dall’Ente Tecnico di Classifica. Un dispendio di energie, denaro e tempo sostanzioso.

Nel 2004 invece, la chicca dell’IMO. Nasce lo ISPS (International Ship and Port Facility Security) Code. Nella prefazione di questa ulteriore “bibbia” c’è scritto a chiare lettere che nasce, tra le altre cose, dopo i tristi avvenimenti dell’ 11 settembre. In pratica esso stabilisce le misure di sicurezza (attenzione, intesa come security, non come salvaguardia della vita) da mantenere a bordo per evitare eventuali attacchi terroristici.
Il primo pensiero che mi venne in mente all’epoca, ricordo, fu quello della fregata americana Uss Cole saltata in aria per colpa di un barchino saturo d’esplosivo nello Yemen. Come possono quindi pretendere da dei marittimi non addestrati e soprattutto non armati la difesa della propria nave da carico, se 200 marines non sono stati in grado di difendere la propria?
Mentre i 5 codici citati prima hanno un senso anzi, hanno contribuito a migliorare lo standard delle navi e degli equipaggi, questa ultima “creatura” è di una assurdità e inutilità disarmante.
Il risultato dello ISPS ? Ogni Compagnia di navigazione ha dovuto istruire, formare e certificare un proprio dipendente come CSO (Company Security Officer). Per farvi capire la portata di questa novità vi riporto le cifre sborsate dal mio datore di lavoro. La mia formazione da CSO costò 2000 euro, ed altrettanti per il mio vice (obbligatorio). Almeno due marittimi a bordo di ogni nave certificati come SSO (Ship Security Officer). La nostra è una piccola Compagnia. Il costo per una decina di ufficiali fu di circa 15.000 nel primo anno, la media degli anni successivi 5.000 euro ogni dodici mesi. Ogni nave deve disporre di uno SSP (Ship Security Plan), ovverosia un Piano di Security (segreto) con tutte le procedure da attuare in caso di terrorismo o sospetto terrorismo. Costo 4.000 euro per nave. Inoltre deve installare un sistema SSAS (Ship Security Alert System) che è composto da un’antenna,un dispositivo e due pulsanti nascosti che, una volta attivati, inviano un allarme silenzioso al Comando Generale delle Capitanerie di Porto. Costo per nave circa 5.000 euro (più le certificazioni annuali da 800 euro cadauna). Poi sigilli, lucchetti, catene e, dulcis in fundo… l’hand metal detector, il cui scopo dovrebbe essere quello di rivelare la presenza di armi di persone che si trovano a dover salire a bordo (sic!). Ho dovuto addestrare di persona non so quanti marinai all’uso di questo aggeggio. Ma è stato come mettere la cravatta ad un cinghiale. Costo di un HMD, circa 500 euro.
E mi fermo qui perché potrei andare avanti per ore. Dovrei parlare della famosa “cittadella” cioè quella zona della nave (preferibilmente la sala controllo macchina blindata e dotata di mezzi di comunicazione satellitare, atta ad ospitare tutto l’equipaggio per qualche giorno in attesa dei soccorsi. Il costo per allestirla? 20.000 euro)che ha salvato i marittimi della “Montecristo” due anni fa. Parlando con il mio collega, responsabile di quella nave, non fu comunque il “fortino”a salvarli, ma la prontezza di spirito dei marinai italiani ed ucraini ed una buona dose di fortuna. Tonnellate di carta che va riempita ogni scalo della nave. Esercitazioni. Prove.
Pensate alle cifre citate e moltiplicatele per tutte le navi e tutte le Compagnie sparse per il mondo. Un mare di soldi sperperato.
Ma non solo navi. Chi vive in una città di mare avrà senz’altro notato che la fisionomia del porto è cambiata dal 2004 in poi. Fili spinati, guardie, recinzioni. Entrare nella zona commerciale non è più agevole come una volta.
Fatevi un giro al porto Petroli di Genova Multedo se ne avete occasione. In una linea d’aria di nemmeno 200 metri ci sono: abitazioni, petroliere, depositi di carburanti, un porticciolo turistico da diporto (accessibile a tutti) e la pista di atterraggio dell’aeroporto. Entrare nel porto petroli e successivamente a bordo è più difficile che entrare nudi a Montecitorio. Ma se dal porticciolo turistico, il talebano di turno sale sul suo guscio di noce, lo imbottisce di tritolo e dà due colpi di remo, ha solo l’imbarazzo della scelta se far saltare una nave carica di carburante o un aereo. Assurdo.
E l’Autorità italiana cosa ha pensato bene di fare ?
Oltre a recepire in toto lo ISPS Code, ha ideato “Il Programma Nazionale di Sicurezza Marittima” che, dopo una protesta collettiva di tutti i CSO (me compreso) italiani è stato stralciato in più punti (deliranti) ma che purtroppo è rimasto in parte come ulteriore fardello al codice internazionale già esistente.
Ed è da questo che ripartirò, nella seconda parte,per arrivare ai nostri due marò.

Dichiaro di possedere tutti i diritti sulle immagini caricate, che il contenuto di questo messaggio non lede alcun diritto di terzi e che non viola alcuna legge vigente; dichiaro inoltre di essere titolare di ogni diritto morale e patrimoniale d'autore e manlevo Chatta da tutte le responsabilità, dai costi e dagli oneri di qualsivoglia natura che dovessero essere sostenuti a causa del contenuto che sto inserendo.
Sono altresì consapevole che l'uso improprio degli strumenti offerti da Chatta potrà portare alla cancellazione del mio account ed essere perseguito civilmente.


Firma: Odirke
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« immagine » scritto da Odirke, data di prima pubblicazione 15 marzo 2013 ore 09:57 La nascita della pirateria marittima si perde nella notte dei tempi e non si hanno certezze su chi o su cosa la causò. Dal diciannovesimo secolo in poi, sembrava che questo fenomeno fosse scemato del tutto, trann...
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