LA RIVOLUZIONE E' FICA.

15 gennaio 2018 ore 15:07 segnala







OPPURE:
Dire, fare, baciare, lettera , testamento.


La conobbi nei giorni in cui ero sicuro che la Rivoluzione sarebbe cominciata domani, e io ci sarei stato.
In prima fila!

A quei tempi, erano già quasi dieci anni che mia madre si disperava perché non entravo in chiesa dalla prima comunione,
e ogni mattina, appena aperti gli occhi, la prima cosa che pensavo era:
-Faremo un mondo migliore, più giusto-.
Che è la stessa cosa che penso adesso,
pur con l'alopècia che fa capolino, e gli anni di cassa-integrazione e disoccupazione che mi hanno infilzato sul groppone e nella testa e che mi porto dietro come banderillas omaggio della crisi, inconscia colpa o cartoline dall'inferno.

Erano gli inizi degli anni 90', subito dopo la guerra del Kuwait.
Fluttuàvo nella più bella Università del mondo, considerando il posto geografico dove si trova, cioè la "Federico II" di Napoli.
Nella Facoltà di Architettura, che allora come penso adesso,
era quasi come stare in Unione Sovietica.


Infatti:




http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/foto-gallery/campania/16_dicembre_05/napoli-appare-fidel-castro-federico-ii-d1bc6a1e-bb31-11e6-b065-dc496226e5b7.shtml


Tra le pareti che omaggiavano le B.R. e le macerie morali lasciate dal congresso della Bolognina, ci guardavamo cercando di scorgere
nell'altro i tratti somatici di Prospero Gallinari o di Achille Occhetto, per capire ognuno da che parte stesse, e ci dicevamo:
-Adesso che si fa Compagni?-.
Antropologia fisiognomica e timori di disillusione.
E subito dopo la sicurezza dei joint ovviamente.

La prima lezione, che fu di " Teoria ", me la fece il professor Szèkely, con accento mi raccomando sulla prima e, che ci teneva molto.
Uno splendido 40enne figlio di ebrei ungheresi ma nato a Torre del Greco,
che somigliava ad Alan Sorrenti, solo che aveva i capelli lunghi, molto più chiari di quelli di Alan e gli occhiali di corno.
Era tifosissimo del Napoli e fumava le Kim.
Ultimo motivo questo per cui pensavamo fosse gay:
-Perché solo donne e gay fumano le Kim-,
ci dicevamo, tra le nostre nuvole di fumo a forma di testa di Lenin, fatto di Marlboro e hascisc.

Mi ricordo una sua lezione sulla "Karl-Marx-Hoff" di Vienna , che fu molto partecipativa, tipo Curva da stadio.
Perché appena sentimmo QUEL nome, tutti noi sovversivi, detti anche terroristi, ci svegliammo di scatto lasciando da parte le sbornie della sera prima, il sonno e gli occhiali da sole che li coprivano, e ci incuriosimmo alla cosa.

La "Karl-Marx hof", la più grande e la più famosa, e più in generale le "Gemeindebau", termine austriaco che si può tradurre in "Edificio Municipale",
edificate nella cosiddetta "Vienna Rossa", cioè amministrata dalla sinistra nel primo dopoguerra, hanno molta importanza nella storia della architettura contemporanea.
Vuole dire edilizia popolare fatta nella prima grande città europea in cui la sinistra, la socialdemocrazia, poté prendere decisioni autonome e libere.
Vuole dire edilizia per le classi più povere, realizzata col cuore triste ma leggero per le ferite lasciate dalla Prima Guerra Mondiale e per i buoni propositi scaturiti da essa:
-Il peggio è passato, faremo un mondo migliore, più giusto-

Sempre nel cuore come progetto, solo che lo potevano fare meglio l'esterno.
Ha il gusto estetico-visivo germanico, cioè sembra una cagata o un tailleur di Angela Merkel.








https://www.wien.info/it/sightseeing/architecture-design/social-housing


Bene.
Mi ricordo di quando fregammo il videoregistratore e volevamo
vedere "Ombre e nebbie" di Woody Allen nell'Aula Magna, ma arrivarono i camerati a rompere la minchia.
Un saluto anche a loro, perché comunque erano diversi dai "benpensanti", dalle amebe.
Erano sempre in minoranza ma non si arrendevano, e poi nella vita non si incontra molta gente meritevole dello scontro.
Calci, pugni, banchi, sedie e anfibi che volavano:
-Bordello!-
Fratellanza.
Poi vedemmo il film di Woody Allen.

Ci piaceva molto Rai 3 in generale, perché pensavamo fosse di "sinistra",
a pensarci adesso me viè da rìde,
e il comico Paolo Rossi e il suo programma "Su la testa!" in particolare.
Perché ci ridava un certo piccolo orgoglio, che, in quei mesi di albòri Piddìni, era veramente finito alle ortiche o non si sa dove.

Era tutto abbastanza complicato per le coscienze, come in ogni momento della nostra cara (ex)sinistra italica.
O forse siamo noi di sinistra a complicarci la coscienza per natura, a farci troppe domande, a roderci inutilmente?
A valutare, avere timore di eventuali futuri rimorsi, ad essere insicuri per possibili rimpianti, e poi subito dopo entusiasti per improbabili progetti?
Chissà.
-E' la seconda che hai detto!-.
Tutto d'un fiato.
Bene.


In Facoltà c'era una scritta per le scale, "VIVA STALIN".
Bella, di un rosso brillante, risalente agli anni 50, che mai nessuno si era provato a cancellare.
C'era la memoria delle generazioni passate che andava tramandata, in quella scritta.

Di Le Corbusier, Gropius o della sistemazione di Parigi durante il Secondo Impero ce ne sbattevamo, volevamo la politica!Politica!Politica!

Lei studiava lettere moderne e seguiva l'IDEA all' "Istituto Orientale", che era limitrofo alla Facoltà di Architettura, bastava attraversare la strada.
Infatti la conobbi una mattina di febbraio sulle strisce pedonali che occupavamo nel freddo napoletano, che non si può mai definire pungente, perché anche se è incazzato, lascia sempre una via di uscita.
Dietro un angolo, una fontana o da qualche altra parte c'è sempre un pezzettino di sole che ti aspetta.
Parentesi.


Porgendomi un volantino, mi disse:
-Tieni!-
Ed io prendendolo, le risposi:
-Grazie!-
Fu un primo incontro abbastanza superficiale.

Poi incominciammo a vederci spesso.
Prima lì nei paraggi, cioè per strada, e poi in Facoltà.
La mia e la sua, che erano" free-zone" per noi terroristi, o per chiunque non avesse un cazzo da fare il pomeriggio.
Poi nelle Assemblee, e poi ovviamente alle cene a casa degli amici e con gli amici.
E poi a casa degli amici degli amici,
E poi a casa degli amici degli amici degli amici(periodico).
Che se incontravi uno che non conoscevi già, facevi prima a capire l'albero genealogico dei Romanov, piuttosto che riuscire a comprendere chi era, e chi conoscesse dei tuoi amici.
O degli amici dei tuoi amici
O degli amici dei tuoi amici dei tuoi amici(periodico).
Ma in verità chi se ne fregava:
-Appìcia frà!-


Ogni volta che la rivedevo, sentivo una emozione sempre maggiore, sia nel cuore, sia all'incrocio delle gambe.
E mi domandavo:
-Perchè?Sarà l'amore?-
Cosa di cui non ero tanto esperto,
-O vuoi scopàrtela?-
Cosa di cui ero ancora meno esperto.

Era sempre un soffio di buonumore ed equilibrio, sembrava un'equazione risolta.
Anzi, sembrava Pam Grier in "Jackie Brown" un po' più chiara e più giovane che risolve un'equazione.
Forse era proprio quello che al mio cervello tormentato attraeva, l'equilibrio.
Oltre alla quarta di seno che portava credo.

Era veramente "bòòna", con la pelle ambrata, gli occhi scuri e luccicanti come il petrolio appena esce dal pozzo.
Portava addosso, con semplicità contadina, 4 o 5 chili in più su un metro e 70 di tette e sorriso.
Appena la guardavi ti veniva voglia di succhiarla come una liquirizia.
Aveva i capelli lunghi, neri, lisci e ispidi come la criniera di un cavallo imbizzarrito:
-O come Furia- pensavo io, visto che da pochi anni ero uscito dalla infanzia, ed ero tra parentesi nel pieno della vita masturbativa.


Avevamo "occupato", come si suol dire, perché andava fatto.
Le tasse di iscrizione per l'anno accademico successivo erano state aumentate del 40 percento, così all'improvviso, senza che nessuno ne sapesse nulla, con una nota del cazzo di Magnifico Rettore!

Ma per essere onesti, anche senza l'aumento, un motivo lo avremmo trovato per fare l'occupazione.
Perchè occupare era importante ma divertente allo stesso tempo, era un'esperienza nuova, volevamo farlo.
E perché avevamo 20 anni, e a 20 anni si è così, o guai a non esserlo.



Per quasi tutti era la prima cosa che si faceva da soli, in modo autonomo, senza mamma e papà che decidevano, come era stato fino ad allora.
La prima cosa fatta in comune con altre persone della stessa età, uguali.
Persone che non potevi sfànculare come facevi con tuo fratello o gli amici, perché nessuno ti obbligava a stare lì.

E dunque si imparava a stare in una comunità, ad ascoltare gli altri e a decidere insieme.
A cercare compromessi per raggiungere un obiettivo generale, ad accettare le decisioni della maggioranza.
A trattenersi per non mandare tutto a puttane, a non litigare nelle assemblee, dove si discuteva per risolvere il, ed i problemi, non per distruggere.

Si assaggiava la democrazia come è veramente.
Cioè una cosa che va coltivata con cura e rispetto, e non come è scritta sui libri
o per sentito dire, con tutti i diritti e i doveri che pressuppone.

Poi c'erano problemi più materiali, e cioè trovare un posto e un modo per dormire, senza che la mattina ti sentissi le ossa spaccate, e mettere insieme i soldi per comprare da mangiare.
O trovare cibo da qualche parte, sennò si moriva di fame!

Mentre i joint, non si sa come, non mancavano mai.

Il tutto shakerato in una delle città più affascinanti del mondo, con i sogni di rivolta, le cose lette, i film visti in passato.
Con la musica, il Che, la storia, la memoria della Sinistra italiana e mondiale, i concerti dei 99 Posse, che allora iniziavano a suonare, all'Officina 99.
E soprattutto con le ragazze, le "Compagne", di Sol dell'Avvenire vestite, e col tesoro che portavano sotto la gonna.
Stare sempre con loro, imparare a vederle da vicino, cercare di capirle, dormirci, mangiare, andarci al cesso insieme, e cercare di farsela dare soprattutto.
E in più, tutto ciò, immerso nella ricerca di allegria e felicità continua.

-Guarda te, se non è bello fare un'occupazione, e cosa si perde chi non lo fa-.

Bene.
Quasi ogni mattina, per circa 3 mesi, dopo 4 o 5 ore di sonno passate abbracciato a lei o da solo, a casa sua, sul suo letto o sul suo divano, in casa di qualcuno che nemmeno conoscevo, o per terra in qualche aula o su qualsiasi altra cosa simile a un giaciglio,
senza che si degnasse non dico di darmela, ma nemmeno di farmene sentire l'odore, aprivamo gli occhi, e come per incanto,
ci si accendeva dentro, a me e a lei e a tutti, la solita LUCE.

Quella che ci diceva:
-Il mondo deve essere migliore, più equo, più giusto.
Può esserlo!-
E si faceva quello che andava fatto.
Era come camminare a due metri da terra, perché facevi parte di un insieme, non eri mai solo.

La fica passava in secondo piano, contava la Rivoluzione.
-Si andiamo!-

Prima di partire pensavamo sempre:
-Come dobbiamo fare per scassare le palle agli sbirri?-
E via con ipotesi, tattiche, carrucole, bascùlanti presi dagli ovini kinder:
-Con sto cartoncino delle istruzioni, putìmmo fà nù filtro!-
-Ahahah!-


I cortei, quelli di routine, partivano sempre da Corso Umberto I, all'altezza di Via Mezzocannone, dove c'era Architettura, cioè il "Covo" o il "Politburo".

Corso Umberto, detto dai napoletani "O rettifilo", era più splendido ogni volta.
Senza macchine, era silente ed elegante nei suoi vestiti ottocenteschi, come una vecchia signora col cappellino che ti offriva thè con pasticcini.
Quelli che rimanevano in Facoltà ci salutavano dai balconi e partivamo.

Tutto luccicava del riflesso del sole nelle finestre e se ti concentravi sentivi anche l'odore del mare.
C'era un silenzio che ti emozionava!
Perché sembrava che aspettasse solo di essere svegliato da noi, di fare l'amore con le nostre voci.
Camminavamo io e lei mano nella mano, ero pronto alla Rivoluzione pur di farmela dare.
O la volevo per fare meglio la Rivoluzione?
-Cosa è più importante compagni, la fica o la Rivoluzione?-
Dietro di noi un mare di rosso.

Ovviamente ogni tanto si sentiva qualcuno dire:
-Tieni nà cartina?-
Le sicurezze.

Il corteo cominciava tra le risate, ed era tutto puro e immacolato finchè non si arrivava a Piazza Plebiscito dove stazionavano la Polizia e/o i Carabinieri.

Allora le dicevo, con lo stesso tono che avrebbe usato Gary Cooper in un film western anni 50,
guardandola negli occhi e tenendola per il mento:
-Mettiti al sicuro beeeebi-
e lei rispondeva come avrebbe fatto Gassmann nella "Grande guerra" se fosse stato calabrese:
-Vafancùlo strunz, pensa a te!-
e dopo queste parole come facevi a non innamorarti sempre di più,
tra il colore di pesca del suo viso, l'odore dei lacrimogeni e il Che che ti sorrideva?!

Ci sentivamo allora come guerrieri che dovevano difendere il bene, come Goldrake contro i guerrieri di Vega:

Pre-saundtraaccc(1)!



"Vai, contro i mostri lanciati da Vegaaaaaa".



Chissà dove sono adesso tutti i ragazzi con cui ho preso le botte perché dovevamo fare la Rivoluzzzione.
Detto con almeno 3 zeta.

Enrico, detto Berlinguer, che veniva da Bagnoli e pesava 30 chili con la barba.
Sempre concentrato sul pezzo e a rompere, perché ci credeva davvero:
-No, devono poter dire tutti la loro, nuje qua simmo in democrazia 'e capito?-
-Dai su ragazzi in assemblea, dentro su, jamme ja!-

Massimo, pure lui calabrese, che vantava conquiste femminili infinite, quasi sempre improbabili.
Senza vergogna proprio!

Salvatore di Agrigento, che era sempre con un palmo della mano occupato per "mischiare", e gli piacevano i Nomadi.
Poi a volte la sera si metteva a sentirli e piangeva, forse perché pensava alla sua mamma e alla pasta con le sarde, e io ridevo:
-Ahahah!-
e incazzato mi diceva:
-Bottàna miseria Antonè, te li devi imparare i Nomadi!-:


Pre-saundtraaccc(2)!





"Ai bordi delle strade, dio è morto
Nelle auto prese a rate, dio è morto
Nei miti dell'estate, dio è morto".


Bene.
Un'altra cosa che sentivamo, era la memoria che ci batteva dentro insieme al cuore.
La memoria della scritta " VIVA STALIN" degli anni 50, e dei ragazzi che negli anni passati avevano fatto le stesse cose che stavamo facendo noi allora.

E questa memoria, è la stessa che hanno dentro i ragazzi di adesso.
Si ricordano di noi e di quelli prima di noi.

Perché anche adesso, io con le unghie che ancora mi mangio e che mi mangerò per sempre, o chi è in carrozzina perchè ha 80 anni, o chi ha 50 anni, il mutuo da pagare, 3 figli e lavora in fabbrica, tutti, ogni mattina penseremo, per non sentire il male dentro, che il mondo deve essere migliore, più giusto:
-Può esserlo!-
Sempre insieme, e sarà così per sempre.

E' questo che non potrete mai capire.

Bene.
Poi cominciava la guerra tattica:
-Sfondiamo di qua-
-No forse è meglio di là-

Quelli , nei loro completi blu di rappresentanza, lo scudo e il manganello:
-Minghia, bel manganello hai collega!-
seguivano ogni nostro movimento, insieme sembravamo un'onda:


Pre-saundtraacc(3)!





"Fujakkà fujakkà, no no no nun ce putimmo stà
Fujakkà fujakkà, no no no nun ce putimmo stà".




Ci fù un giorno in cui toccai il mio apice di rivoluzionario, presi una bottiglia di Birra Moretti da 0.66 da terra,
mentre quelli caricavano e la tirai giusto al centro della fronte di uno di loro.
Lo presi in pieno:
-Gooooooooollll-
e tutto il vetro spaccandoglisi in testa, si trasformò in amore per il prossimo nel sole di Piazza Plebiscito.

Anche prima gli avevo tirato cose ai "colleghi", oltre a prendere le manganellate,
Ma mai ne avevo preso uno.
-Wow!-

La sua espressione fù di paura, per un attimo, e poi di sorpresa,
Non si aspettava la bottigliata in testa, o forse per un momento avrà pensato:
-E' giusto quello che sto facendo?-
Visto che quella volta menavano, lui e i "colleghi",
Perché si manifestava contro il raddoppio delle tasse universitarie, Dio Cristo!!
Era giusto?
Bo' chissenefrega di certa gente.


La prese sul casco,
però fui contento della paura che per un momento gli vidi negli occhi.
Sono soddisfazioni.

Chissà che fine ha fatto anche lui.
Sarà in congedo e starà collegato tutto il giorno in "chatta.it", e avrà una figlia sposata con un militare che sta in missione in Afghanistan a prendere 6 mila euro al mese senza fare una minchia.
O forse sarà diventato gay, e sta con un produttore musicale di Mantova.
Bene.

La sera tornando in Facoltà con le mia aurea da eroe, ma senza l'alloro in testa, che sennò ci saremmo mangiati pure quello dalla fame che avevamo!
La Simona pendeva dalle mie labbra e dalle mie mani.
E successe, arrivò il momento!

Presi due piatti di pasta, che solo quello mangiavamo, e le pòrsi, insieme al piatto, la forchetta di plastica, con la delicatezza, la tranquillità, e le mani tremanti che poteva avere che sò, un uomo veramente arràppato!
O forse inamorato.

Ci sedemmo sul davanzale di uno dei finestroni che davano su Corso Umberto di notte,
mancava solo un cuscino di raso come quello su cui sicuramente si era seduto qualche Borbone secoli prima.
Ma noi eravamo comunisti e dovevamo stare col culo sul freddo marmo.

Corso Umberto di notte, non per dire, ma è roba.
Abbastanza romantico anzichenò.




Con le luci gialle dei lampioni, i capitelli dei palazzi e una macchina che passa ogni 5 minuti.
Si sentivano in sottofondo le voci dei ragazzi di là.
Non c'era nessuna luce dentro.

Lei cominciò a imboccarmi e lo feci anche io.
Il cuore mi batteva a più di mille, ero a rischio infarto.
Poi ci baciammo piano, di labbra.

Lo fece lei, perché io non avrei mai avuto il coraggio, per paura di rovinare tutto o la splendida cornice.
Poi ci baciammo forte, di lingua.

Poi tirai fuori l'animàlo che era in me, le strappai i vestiti di dosso, e feci un giaciglio con loro, il suo cappotto viola dal collo leopardato, di cui mi ero sempre chiesto:
-Questa come cazzo fa ad essere comunista con questo cappotto?-
E la mia giacca dell'esercito della Germania Ovest, che uno vedendomi si sarebbe potuto chiedere:
-Questo come cazzo fa questo ad essere comunista con questa giacca?-

Si mise supina e le saltai addosso in un secondo.
Scoppiò a ridere, poi tornò seria e mi guardò con quello sguardo infinito, senza limiti e senza senso, che può avere solo una donna quando ha deciso che tu sei suo.
Quello sguardo, che anche se dura un secondo, ha dentro milioni di anni di vita umana.


Mi accarezzò i capelli e il viso, e sorridendomi leggermente, disse in un soffio:
-Scopami…-
Vedevo i suoi denti bianchi, gli occhi neri lucenti e il riflesso delle luci della strada che le si riflettevano sui seni, e pensavo:
-Sono l'uomo più forte di tutti.
-Il Che sarebbe fiero di me, mi prenderebbe con lui a fare il guerrigliero sulla Sierra se fosse vivo!
E sto per fare l'amore con la donna più bella del mondo-.


E facemmo finalmente quella cosa che desideravo da quando 3 mesi prima porgendomi un volantino, mi aveva sfiorato la mano, e io avevo sentito subito un brivido felino.
Animali.

Devo dire che fu bellissimo, fantastico.
Scopammo con tutta la forza dei lombi, del bene che ci volevamo, perché praticamente da tre mesi vivevamo insieme, e creatività, pensando a quello che avevamo fatto ore prima e a quello che avremmo fatto domani:
-Un Mondo migliore, più giusto!-
Insieme.

Io questo pensavo.

Poi dormìi "perfetto", come mai più ho fatto in vita mia.
Era stato un giorno sublime quello, un ascensore verso il Paradiso.
-The world è mio!-mi dicevo,
anticipando Leo Di Caprio di qualche anno.

Invece la mattina dopo, al risveglio, volevo toccarle il culo, ma sentii il gelido pavimento.
Non c'era.
-Dove sarà?-
Cercai di qua, di là, in aule, bagni ed ogni anfratto possibile.
-Hai visto Simona?-chiedevo a tutti.
Ma nessuno poteva rispondermi, a stento ricordavano i loro nomi.

La incontrai dopo un'ora al bar sotto la Facoltà.
Mi prese la faccia tra le mani, mi baciò e mi disse :
-Sta arrivando il mio ragazzo a prendermi, lascio la Università..-
-Come?Da dove esce questa voce?C'è un nastro registrato?Ho sentito bene?Hai un ragazzo?Lasci la Università?
Chi ha parlato!?-
Mi crollò il mondo addosso, ma nemmeno tanto.
Ero ancora fumato dalla sera prima, la presi bene:
-Ahahah!-
Ero troppo stanco per incazzarmi.

Poi in seguito le telefonai.
Prima disperato, poi una volta a settimana, poi qualche volta, finché tutto si spense e rimase solo il ricordo.
Il ricordo della Simona, cioè la prima donna di cui sono stato(forse)innamorato,
e di quei mesi.

Come il ricordo del presepe che mi facevano da piccolo, o delle parole della nonna, che mentre si medicava la gamba, mi raccontava di quando da bambina portava le capre in campagna e aveva paura, e poi mi faceva un panino:
-Mangia-

Dentro al cuore, rimane solo il ricordo, la memoria.
Dei sentimenti provati, del bene voluto o dell'odio.
E delle cose imparate, che ognuno nel suo piccolo, cerca di tramandare a qualcuno in cui crede.

Il resto è nutrirsi, bere, cagare, scopare.
Coreografia per arrivare nel modo più comodo possibile sottoterra.


D FAINAL SOUNDTRACCCC!!!!





"And its whispered that soon
If we all call the tune
Then the piper will lead us to reason.
And a new day will dawn
For those who stand long
And the forests will echo with laughter".
806ae61e-56c7-400d-9955-794efe915e22
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15/01/2018 15:07:42
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Commenti

  1. antioco1 18 gennaio 2018 ore 10:28
    molto bello il post complento delle vite ciao
  2. Catalano.Massimo 04 febbraio 2018 ore 21:16
  3. VirPaucisVerbo 05 febbraio 2018 ore 09:25
    Cristo di un Dio! Cioè, sta cosa qua ti prende dentro come una coltellata. A me manca l'università, non avendola fatta, ma i sentimenti quelli sono.
    Che ti devo dire? Grazie! Di cuore!
  4. Catalano.Massimo 07 febbraio 2018 ore 20:18
    E dunque si imparava a stare in una comunità, ad ascoltare gli altri e a decidere insieme.
    A cercare compromessi per raggiungere un obiettivo generale, ad accettare le decisioni della maggioranza.
    A trattenersi per non mandare tutto a puttane, a non litigare nelle assemblee, dove si discuteva per risolvere il, ed i problemi, non per distruggere.

    Si assaggiava la democrazia come è veramente.
    Cioè una cosa che va coltivata con cura e rispetto, e non come è scritta sui libri
    o per sentito dire, con tutti i diritti e i doveri che pressuppone.


    @VirPaucisVerbo

    a parte il resto, il pensiero più importante è questo.
    Pare na cazzata, ma è così.

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