E' proprio un ministraccio!

04 agosto 2019 ore 13:35 segnala
Cosa accade alla società se alcuni comportamenti diventano da osteggiati consentiti? Ecco cosa insegna l’esperimento sociale di tre studiosi statunitensi effettuato nel 2016

il Sole24 - Vittorio Pelligra



“Zingaraccia” è un dispregiativo. E non solo grammaticalmente, in virtù di quel suffisso, ma anche e soprattutto da un punto di vista espressivo, per il significato che a quel termine si attribuisce e per l'uso che di quel termine si fa nel contesto del clima sociale dell'Italia di oggi. Il fatto che tale disprezzo, poi, venga manifestato nei confronti di un membro di una minoranza etnica fa ancora più indignare, perché le minoranze, proprio perché minoranze, vanno semmai protette, tutte, quelle linguistiche, quelle politiche, quelle etniche. Qualcosa è, evidentemente, cambiato in questi anni, se è possibile usare pubblicamente simili espressioni senza paura di una perdita di reputazione, di un moto generalizzato di riprovazione, ma anzi, sperando in una crescita di popolarità e consensi.

La struttura di norme sociali che regola in un dato periodo la nostra convivenza sta, evidentemente, subendo una metamorfosi profonda e questi comportamenti, queste espressioni, questo linguaggio impunito, rappresentano al tempo stesso una conseguenza ma anche una delle cause di tale mutamento. Ci sono regole che traggono la loro valenza normativa dal fatto di essere largamente condivise e sostenute dall'approvazione e dalla disapprovazione di cui siamo fatti oggetto nel momento in cui decidiamo di conformarci o di violare tali regole. La violazione di una norma sociale comporta, poi, un sentimento di imbarazzo, di colpa e di vergogna. Emozioni che tutti noi vorremmo evitare; sono costi psicologici, che, evolutivamente, nascono per scoraggiare i devianti, chi viola le regole della convivenza. Questi costi psicologici sono come una tassa, che, incrementando il costo economico di un certo bene, agisce in modo da scoraggiarne l'acquisto.

Ma allora, cosa pensano, oggi, gli italiani degli “zingari”?Difficile dirlo, ma certamente lo sdoganamento di certe espressioni e di certi termini ha rimosso quella tassa e ha reso certi comportamenti, l'espressione pubblica di certe odiose opinioni, meno costi. E, se si abbassa il costo, certi comportamenti e l'espressione pubblica di certe odiose opinioni, emergono più numerosi e frequenti. A volte, per proseguire nell'analogia, non solo si elimina la tassa, ma si introduce un vero e proprio sussidio. Certe azioni, da socialmente riprovevoli e costose, diventano apprezzabili e convenienti. In questo modo il linguaggio dispregiativo e violento diventa causa del cambiamento culturale e della rimozione di norme che un tempo avrebbero bloccato e mitigato impulsi antisociali; ma quello stesso linguaggio e quegli stessi atteggiamenti si diffondono tra la gente sempre più frequentemente, allo stesso tempo, come conseguenza di tale cambiamento culturale. Origine ed effetto, effetto e origine, in un moto perverso di causazione circolare.

Non tutti abbiamo le stesse responsabilità in questa dinamica circolare. Alcune sono figure chiave, che per la loro particolarmente visibilità, rumorosità e attivismo, rappresentano veri e propri “norm entrepreneurs”, come li definisce Cass Sunstein. “Imprenditori delle norme”, che sono nelle condizioni di attivare potenti fenomeni di influenza sociale noti come “cascate informative”. Succede, per esempio, che il cittadino X non abbia un'idea precisa sul costo e sui rischi dell'immigrazione, però vede che il cittadino Y è particolarmente preoccupato dal fenomeno perché, pur non avendo un'opinione chiara in merito, il suo amico Z gli ha detto che c'è un rischio molto grosso di sostituzione etnica.

Ecco, allora, come in una situazione di mancanza di informazioni dirette e affidabili, in un clima di “verità alternative” e di notizie ambigue e inaffidabili, ci si possa anche accontentare di informazioni surrogate, di ciò che pensa l'amico dell'amico. (Sunstein, C., 2019, “How Change Happens”, MIT University Press). La potenza di queste cascate informative va, naturalmente, liberata e indirizzata. È qui che entrano in gioco le figure chiave con tutto il loro armamentario tecnologico di robot e robottini. Una volta aperta la diga, contrastare la forza di queste cascate, nuotare contro-corrente, sarà molto complicato. Al contrario, facilitarle e assecondarle, invece, sarà facile e politicamente molto remunerativo. Non c'è bisogno di far cambiare idea alla gente per ottenere certi risultati; a volte è sufficiente togliere i freni ai loro comportamenti, rendendoli, ora, socialmente meno costosi.

Alla vigilia dell'elezione di Donald Trump, nel novembre del 2016, Leonardo Bursztyn, Georgy Egorov e Stefano Fiorin, tre economisti di importanti università americane, escogitarono un esperimento per misurare in maniera precisa questo fenomeno. Due settimane prima dell'elezione vennero reclutati 458 partecipanti provenienti dagli otto Stati nei quali si sapeva che Trump avrebbe quasi sicuramente vinto. Ai partecipanti vennero sottoposte batterie di domande, test, e quesiti vari. Tra queste domande, una, in particolare, chiedeva se fossero disposti ad autorizzare i ricercatori a donare un dollaro alla “Federation for American Immigration Reform”, un'organizzazione di chiaro stampo anti-immigrazionista che fa attività di lobbying per influenzare in senso restrittivo la politica del governo americano. A metà dei partecipanti venne detto che tale scelta sarebbe rimasta anonima, mentre all'altra metà venne detto che la loro scelta sarebbe stata pubblica.

Un gruppo di partecipanti, poi, venne informato circa l'alta probabilità di vittoria di Donald Trump nel loro Stato, mentre ai restanti partecipanti non venne data nessuna informazione a riguardo. Gli appartenenti a questo secondo gruppo autorizzarono la donazione molto più frequentemente (54%) quando tale scelta rimaneva anonima rispetto a quando veniva resa pubblica (34%). Per quelli che erano stati informati circa la vittoria di Trump la condizione di pubblicità (46%) o anonimato (47%) non ebbe, invece, nessun effetto.

La prospettiva di vittoria di Trump faceva crollare tutti gli ostacoli di natura sociale nei confronti di certi comportamenti, per i quali non bisognava più sentirsi in colpa e quindi non era più necessario nascondere. Il test venne ripetuto nuovamente dopo una settimana dall'effettiva elezione di Trump portando gli stessi risultati: 49% di donazioni anonime e 48% di donazioni pubbliche. Non c'era più da nascondere le proprie posizioni anti-immigrazioniste. Cos'era cambiato? Niente. La vittoria di Trump, con il suo linguaggio esplicito, la sua storia personale meno che irreprensibile e le sue idee estreme, avevano resi socialmente accettabili comportamenti che prima lo erano meno (Bursztyn, L., Egorov, G., Fiorin, S., 2019. “From Extreme to Mainstream: The Erosion of Social Norms”. WP, University of Chicago).

Le dinamiche informative sono fenomeni potenti e non dovrebbero mai essere sottovalutate o sminuite. La posta in gioco è alta. Parliamo della qualità del nostro dibattito, del pluralismo della nostra società, della tutela delle minoranze, di diritti fondamentali e di importanti garanzie costituzionali. Materie sensibili, da maneggiare con cura. Se oggi, anche in Italia, le cascate informative portano verso lo sdoganamento dell'odio, del conflitto permanente, alimentato anche da una certa prepotenza istituzionale, è un problema di tutti. Dove sono i robusti salmoni capaci e disposti a risalire quella corrente per cercare di cambiarne il corso - o forse ancora di più - il senso. Dov'è la sollecitudine, la giustizia imparziale, la ragione umanitaria, la compassione e l'empatia? Dove si sono nascoste, impaurite, tutte quelle caratteristiche, quelle passioni morali che, primariamente, ci distinguono dagli altri animali?
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Cosa accade alla società se alcuni comportamenti diventano da osteggiati consentiti? Ecco cosa insegna l’esperimento sociale di tre studiosi statunitensi effettuato nel 2016 il Sole24 - Vittorio Pelligra « immagine » “Zingaraccia” è un dispregiativo. E non solo grammaticalmente, in virtù di...
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Benedetta plastica

10 luglio 2019 ore 09:25 segnala
Dal Blog di Dario Bressanini



Ma chi l’ha detto che #zeroplastic e #plasticfree abbiano sempre senso?

Solo perché noi pensiamo che in un determinano prodotto quel pezzo di plastica sia inutile non vuol mica dire che lo sia veramente. Magari si, magari no. Potrebbe anche voler dire che non ne sappiamo abbastanza e quindi dovremmo quantomeno avere l’umiltà di fermarci un secondo, almeno uno, e pensare “io non capisco perché c’è questo pezzo di plastica ma magari, magari, qualcun altro ci ha pensato più a lungo di quello che ho fatto io e ha deciso che era meglio mettercelo”. D’accordo, è più di un secondo ma avete capito.
Siamo nel pieno del movimento #plasticfree e non ne capisco il motivo. O meglio, lo so: la plastica è associata all’inquinamento: tartarughe e delfini soffocati dai sacchetti, isole enormi di bottiglie che galleggiano nell’oceano e così via. Ma il problema non è forse chi l’abbandona invece di riciclarla?

Dice “ma non è biodegradabile!”. A parte che questo non sarebbe comunque un problema se non venisse abbandonata (per dire, neppure il vetro è biodegradabile, o gli ossidi metallici che vi spalmate addosso nelle creme solari). E che biodegradabile non è comunque sinonimo di “non inquinante”: ci sono pure plastiche bioplastiche biodegradabili.

Dice “ma deriva dal petrolio, una fonte non rinnovabile!”. Anche qui: a parte che ci sono plastiche che non derivano dal petrolio (derivano da biomasse e sono chiamate anche loro bioplastiche creando un po’ di confusione), ma anche i metalli che usiamo, dall’alluminio al ferro, sono da fonti non rinnovabili, e quindi? Si sono creati nel nucleo delle stelle qualche miliardo di anni fa e nonostante gli alchimisti ci abbiano provato a lungo a trasformare il piombo in oro, ora sappiamo che non si può creare l’alluminio a partire dal silicio della sabbia dei deserti. “Ah ma le lattine di alluminio le riciclo!”. Bravo, e ci mancherebbe! Ma non puoi farlo anche con la plastica? E se è del tipo non riciclabile comunque fai correttamente la raccolta differenziata?

“Si vabbè, ma non vedi quei broccoli avvolti uno ad uno nella plastica? Non è uno spreco? A che serve? I broccoli si sono sempre venduti nella cassetta. Dai, è ovvio che sia uno spreco di risorse.”

Mi conoscete: non ho mai sopportato i discorsi ipersemplificati. No, mi correggo: li odio proprio. La realtà è complessa e di persone o associazioni che si comportano come i fisici nella famosa (tra i nerd) barzelletta del cavallo sferico non ne abbiamo bisogno nella vita reale. La complessità la si spiega, la si racconta, la si dipana, non la si nasconde sotto il tappeto perché “tanto non capirebbero”.
So benissimo – perché di comunicazione qualcosa ne capisco – che i messaggi delle campagne sono volutamente supersemplici e dogmatici. Sì a questo No a quello. #Stop a questo, #Free a quello.

Nessuno aderisce e dà il 5 per mille a
#NoPlasticaInutileMaSoloSeDavveroInutileMaSeLaRicicloVaBeneEPoiSeèBioplasticaOkEComunqueSiDeveVedereCasoPerCaso.

Se si vuole l’adesione in massa, se si vogliono le decine di migliaia di foto su Instagram o di messaggi su Twitter con il tag, non si può chiedere di dover pensare di volta in volta cosa è bene e cosa è male. Cosa è giusto e cosa è sbagliato. “Troppo sbatti”, come dicono i giovani, “dammi un hashtag facile che non ho tempo di pensare, che devo andare al concerto sulla spiaggia”.

Se non mi piacciono le semplificazioni drastiche, adoro invece le provocazioni come strumento di creazione di una sorta di dissonanza cognitiva. Come lo è l’immagine che vedete che ho creato alterando il meme originale dove il “cattivo” è il broccolo con l’odiata e “inutile” plastica. Ma è davvero inutile? È uno spreco di risorse? E *quali* risorse esattamente?

A che serve la pellicola che ricopre i broccoli? “Beh, facile dai, è solo una questione di igiene!”. Sicuramente l’igiene migliora con la pellicola, ma perché non lo fanno anche con le patate o le melanzane? E già che parliamo di plastica, tu che sei #noplastic li usi i guanti di plastica usa e getta? No perché ti ho visto scaccolarti prima di tastare, senza guanti, quelle pesche che poi hai lasciato nella cesta!

Dicevo che no, non è per una questione di igiene. I broccoli sono tra i vegetali che hanno una velocità di respirazione elevatissima. Ricordate che sono dei fiori immaturi, e una volta tagliati dalla pianta non hanno più l’apporto di acqua e sostanze nutritive, e cominciano a consumare quello che hanno dentro. Certo, dalla raccolta sino a quando sono stati messi sugli scaffali sono stati raffreddati per evitare che appassissero, ma ora sono lì nella cesta, a temperatura ambiente. Si sgonfiano, perdono di turgore, rammolliscono, si ingialliscono nel giro di pochi giorni e poi vengono buttati perché nessuno li vuole comprare.

Tu li compreresti? “Beh, no, però insomma è uno spreco”. Certo, ma tu perché non li compri? “Beh, in realtà nel fine settimana pensavo proprio di fare una pasta con broccoli, aglio olio e peperoncino, ma a questo punto li compro tra tre giorni, e belli verdi. Questi stanno ingiallendo! Ma dico io, l’agricoltore non poteva aspettare a raccoglierli? Cioè, scusa, io stasera ho il concerto in spiaggia, non cucino, e se li compro ora tra tre giorni nel frigorifero sono da buttare.”

A qualcuno magari sembrerà strano ma c’è chi per mestiere studia il modo di conservare al meglio il cibo, compresi i broccoli. E se si va su Google Scholar e si scrive “allintitle: broccoli shelf life”, si trovano più di 80 articoli che hanno nel titolo quelle parole chiave. E alcuni di questi spiegano perché usare una pellicola di plastica su ogni singolo broccolo sia una buona idea. Dai test che hanno fatto, un broccolo dopo 5 giorni dalla raccolta tenuto a temperatura ambiente ha una riduzione della qualità talmente elevata che un panel di assaggiatori addestrato lo considera sotto il livello si accettabilità. Invece conservandolo in un film fatto apposta si è conservato fino a 20 giorni con quasi nessuna degradazione della qualità, e sugli scaffali rimane verde, turgido e buono da cucinare ancora per molti giorni.

Quella che per alcuni sembra solo “plasticaccia” è un materiale altamente tecnologico. Fatto apposta per regolare la quantità di ossigeno e di anidride carbonica all’interno. Perché se il problema dei broccoli – così come di vari altri vegetali – è quello di avere un metabolismo veloce, allora lo si può rallentare riducendo la concentrazione di ossigeno all’interno della confezione e aumentando quella di anidride carbonica.

Vedi? Qualcuno pensa ai problemi, li definisce bene, cerca delle soluzioni, e magari le trova anche. E la ricerca è molto attiva nel produrre sempre nuovi materiali: alcune di queste plastiche hanno delle microperforazioni per permettere il passaggio regolato di gas, altre contengono delle sostanze che assorbono, per esempio, l’etilene, che è un gas rilasciato dagli stessi vegetali per accelerare la maturazione e il decadimento. Riducendo l’etilene i vegetali durano di più.

“Si vabbè, ma alla fine è solo un broccolo, possiamo buttarlo nell’umido e non è un grosso spreco, no?”.

Col cavolo, ciccio! Quando butti quel broccolo perché insisti stupidamente nel non volere la plastica protettiva stai anche buttando tutta l’acqua di irrigazione che è servita per crescerlo. Stai buttando i fertilizzanti usati per concimarlo. L’energia necessaria per sintetizzare gli agrofarmaci per far sì che arrivi sano al supermercato. Stai buttando il carburante usato dalle macchine per lavorare il terreno, seminarlo, raccoglierlo, lavarlo, confezionarlo e trasportarlo fino al punto vendita. Stai buttando anche la plastica, eggià, servita per non far crescere le erbacce a fianco. Devo continuare? Quindi no, col cavolo che butti via “solo un broccolo”. (Anche se sempre di Brassica oleracea si tratta)
Quella poca plastica protettiva serve a evitare uno spreco potenzialmente maggiore, che non è solo uno spreco alimentare.

Morale della favola: sì, qualcuno ci aveva pensato, solo che tu non lo sapevi, e non ti sei fatto venire il minimo dubbio. Eri già pronto con il cellulare a fare la foto instagrammabile del broccolo con un bel #plasticfree e poi via di corsa al concerto sulla spiaggia. Demonizzare la plastica solo perché è plastica è stupido. Quindi ragiona la prossima volta prima di aderire senza pensarci a una campagna di questo tipo. Questi slogan sono subdoli perché ci fanno sentire buoni, e tutti vogliamo giustamente lasciare ai nostri figli un ambiente migliore di quello che abbiamo ricevuto. Ma la voglia di sentirci “dalla parte giusta” può farci abbassare le difese del pensiero critico e farci aderire acriticamente più per sentirci delle persone migliori che non per, effettivamente, dare il nostro contributo per un mondo migliore.

E mi raccomando, usa la testa: quello che ti ho detto non è l’autorizzazione, al tuo concerto sulla spiaggia, a buttare la tua bottiglietta d’acqua in bioplastica biodegradabile (no, bevande in lattine e bottiglie di vetro non sono ammesse). Però puoi portarti una borraccia. Di plastica, ovvio.

#CasoPerCaso

Dario Bressanini
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Se ragionare non è possibile, scegliere è facile!

28 giugno 2019 ore 08:50 segnala
Se un ragionamento non è più possibile e si può quindi soltanto scegliere fra un ministro dell’Interno che dice “mi sono rotto le palle”, e “sbruffoncella pagata da chissà chi”, e “arrestatela”, fra Giorgia Meloni che dice: affondate la nave, fra le migliaia di insulti sui social (annegate, mentecatta, crucca, stronza), e una comandante che non ha insultato nessuno e sta cercando di salvare quarantadue persone allo stremo delle forze, allora la scelta è fatta. Carola Rackete è al porto di Lampedusa, ha chiesto il permesso di entrare, glielo ha negato Malta (che in proporzione alla popolazione accoglie più migranti rispetto all’Italia), la Tunisia non ha una legislazione in merito e ha già tenuto una nave davanti al porto per settantacinque giorni, l’Olanda è lontana e non collabora, Lampedusa è qui ed è un porto sicuro: a bordo della nave ci sono tre minorenni, un bambino di undici anni, e il comandante Carola Rackete ha fornito i documenti, ha chiesto accoglienza, ha scritto dieci mail al giorno, ha detto: non siamo scafisti, non siamo un pericolo per la sicurezza. Ha detto anche, in un’intervista a Repubblica: “Ora gli altri rimasti a bordo ci chiedono quanto dolore bisogna provare per poter scendere a terra”. Carola Rackete, trentun anni, attivista, ufficiale di navigazione da otto anni, ha guidato le navi rompighiaccio, si è laureata in Inghilterra, parla cinque lingue compreso il russo, il francese, lo spagnolo, e secondo Matteo Salvini e molti odiatori sui giornali e sui social ha anche la colpa di essere ricca. Quindi figlia di papà, quindi sbruffoncella, quindi in cerca del “palcoscenico dei migranti”. Se un ragionamento non è più possibile e quindi i poveri possono annegare e i ricchi devono nascondersi e stare immobili, silenziosi e indifferenti, perché ogni loro azione verrà ridicolizzata, insultata, demolita, allora la scelta di stare con la comandante della Sea Watch è fatta. Soprattutto per un dato semplice e inoppugnabile: quarantadue persone a bordo.

Antigone ha ragione, soprattutto quando lo stato le risponde con gli sberleffi. Antigone ha ragione anche se l’idea assoluta di open borders della SeaWatch non può funzionare, anche se la sfida alla legge dello stato si gioca su un altro, opposto, desiderio di consenso e di contrasto che contrappone una giovane donna alla guida di una nave a un ministro che ha promesso: niente più sbarchi (anche il 26 giugno sono scesi a terra altri cinquantacinque migranti).

Entrambi usano la loro retorica, e un’idea del mondo e dell’eroismo, e però anche della responsabilità. E siccome Carola Rackete sa di avere la responsabilità di quelle quarantadue persone sulla nave, e per quelle quarantadue persone non dorme la notte e si tormenta di giorno, e prima aspetta e poi disubbidisce a una legge senza sotterfugi, caricandosi sulle spalle le conseguenze, calcolandole, e spiegando che non può fare altrimenti, ma senza (per ora) parole di sfida, solo parole di preoccupazione per gli esseri umani in ostaggio sulla sua nave, persone fuggite dalla Libia e allo stremo delle forze, e intato Matteo Salvini, ministro su Twitter e in tivù, “si è rotto le palle” e questa sbruffoncella perché viene a rompere le palle in Italia, e deve andare in galera, allora se devo per forza scegliere un modello di disubbidienza alle regole, scelgo quello serio di Carola Rackete.

Se mia figlia mi chiederà chi ha ragione, risponderò che ha ragione Carola Rackete. Che è complicato, ma lei ha ragione. Per le persone che ha con sé, più deboli di lei, più stremate di lei, ma anche per gli insulti che le hanno rovesciato addosso, e perfino per la strumentalizzazione uguale e contraria, quella che la trasforma in fiera oppositrice del governo italiano, salvatrice della nostra dignità e umanità, perfino del nostro futuro politico. Si sfrutta una storia, ognuno ai propri fini, ci si serve di una donna coraggiosa che guida una nave in porto, o di un ragazzo coraggioso che difende i rom di fronte a un militante di CasaPound a Torre Maura, ci si affida a un eroe, offrendogliene immediatamente la patente e facendo il tifo, per sentirsi a posto con il proprio senso di giustizia e di coscienza. Si semplifica, si trova uno slogan: un eroe da esaltare oppure un nemico da distruggere. Sbruffoncella oppure Capitana.

Però se la sfida è questa, se il livello è questo, e se una trentenne viene accusata di essere ricca e laureata ed europea, e quindi vacua e forse perfino intellettuale, visto che ha citato i pensatori greci e romani sull’importanza della vita umana, accusata di avere studiato, di avere viaggiato, di avere navigato, di parlare tante lingue, di avere scelto un passatempo (gli scafisti quindi sono più rispettabili di lei), se lei è la regina dei pirati che dice: speriamo ci facciano scendere, queste persone sono distrutte e sono sotto la mia responsabilità, allora il consenso e la speranza andranno sempre alla regina dei pirati.


Articolo de Il Fogliodi Annalena Benini: https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2019/06/28/news/se-ragionare-e-impossibile-scegliamo-la-sbruffoncella-262783/
Sottolineature mie, a beneficio dei soliti benaltristi...

Facile pure per te che sei leghista...

27 giugno 2019 ore 23:50 segnala
1) Dobbiamo accoglierli tutti?

No, noi dobbiamo salvarli in quanto naufraghi, l’accoglienza con il salvataggio in mare non c’entra niente ed è regolata da tutt’altro tipo di accordi.

2) Perché Carola Rackete si è comportata così?

Perché secondo il Diritto Internazionale Marittimo il comandante ha l’obbligo di prestare assistenza a coloro che si trovano in pericolo in mare, senza distinzioni relative alla loro nazionalità, allo status o alle circostanze nelle quali essi vengono trovati e deve condurli nel primo porto sicuro. Non in uno qualsiasi.

2b) Ma ha comunque violato le leggi.

In parte: ha disobbedito al decreto Salvini ma come detto sopra ha rispettato il Diritto Internazionale Marittimo e applicato l’articolo 10 della Costituzione. Anche Nelson Mandela ha violato delle leggi e per questo ha scontato qualcosa come 27 anni di carcere, questo non significa che avesse torto.

3) Perché non li ha portati in Libia?

Perché contrariamente a quanto affermano i nostri politici, incluso il PD (anzi, soprattutto il PD visto che parliamo del Decreto Minniti), la Libia non è un porto sicuro, ci sono dei veri e propri campi di sterminio dove vengono torturati e uccisi i migranti. Uno si trova in prossimità dell’oasi di Kufra, all’estremità del sud della Libia ed è quello dove vengono reclusi i provenienti dal Corno d’Africa, un altro si trova invece a Sebha, qui sono reclusi e seviziati nigeriani, ivoriani, ghanesi, senegalesi. Vengono pestati e frustati (solitamente a petto nudo) perché convincano le proprie famiglie a pagare un riscatto per il rilascio. La cifra si aggira sui 5000 dollari e ovviamente sono in pochi a poterselo permettere.

4) Perché non li ha portati in Tunisia?

Perché la Tunisia, pur avendo firmato la Convenzione di Ginevra che riconosce lo status di rifugiato, non ha ancora adottato una legge nazionale sull’asilo.

5) Perché non se li prendono le altre nazioni europee?

Perché con molte di queste nazioni mancano gli accordi internazionali e tutte le volte che c’era da discuterli Salvini era assente. Da dicembre ad oggi il Consiglio dei ministri dell’Interno dell’UE ha convocato 6 sessioni su temi importanti come la riforma della direttiva sui rimpatri, i programmi della prossima legislatura su migranti e asilo, nonché sulle misure antiterrorismo. Salvini non c’è andato MAI, preferendo vari comizi elettorali nel milanese, uno a Bergamo, un altro a Biella e soprattutto una irrinunciabile intervista da Barbara d’Urso per Mediaset.

dal blog L'Odio: http://www.lodio.it/2019/06/27/schemino-facile-facile-in-5-punti-per-leghisti/?fbclid=IwAR0GfKmfUCJctG91HQDKyQAp6G33l2PJuvJMM1JcJiEFce6coDrODlBCDcE

Italia ed Europa, le chiacchiere stanno a zero!

03 giugno 2019 ore 22:55 segnala
DISOCCUPAZIONE
Cosa è successo all’Italia con l’ingresso nell’euro? Qualcosa di molto positivo, innanzitutto: un forte calo della disoccupazione, scesa da persistenti livelli superiori all’11% fino a un minimo del 5,8% nell’aprile del 2007. Hanno aiutato probabilmente i tassi di interesse relativamente bassi, forse più bassi di quanto le condizioni dell’economia italiana richiedessero. Solo la Grande recessione, che è stata qualcosa in più di una mera contrazione ciclica dell’attività economica, ha riportato la disoccupazione a livelli elevati. A quel punto l’Italia non è stata più in grado di recuperare, malgrado tassi a zero e quantitative easing della banca centrale.




PRODUTTIVITA'
Il problema è la produttività, che resta stagnante da tempo, e costringe quindi anche i salari reali a restare fermi. Il problema viene da lontano. Dati raccolti da un’analisi dell’Università di Groningen sulla produttività multifattoriale, che misura la capacità di un Paese di “mettere insieme” in modo efficiente capitale e lavoro (e quindi soprattutto innovazione tecnologica e competenze dei lavoratori), mostrano un lungo rallentamento, dopo la crescita del periodo del “miracolo economico”, una lunga fase di stasi e poi una ripresa della decelerazione che ben presto si trasforma in una vera e propria marcia indietro in coincidenza dell’introduzione dell’euro quando, secondo alcune analisi - a cominciare da quelle di Gita Gopinath, oggi capoeconomista del Fondo monetario internazionale - un costo del credito troppo basso ha mantenuto in vita, nel nostro Paese come in altre economie del Sud Europa, aziende inefficienti che sarebbero altrimenti fallite. Non è certo questo l’unico fattore di freno alla produttività, ma sarebbe sbagliato sottovalutarlo.




EXPORT
Non si può dire, però, che abbia sofferto la “competitività” dell’Italia (ammesso che questo concetto abbia senso per un’intera economia). Le esportazioni, in volumi, sono infatti aumentate, a un ritmo medio dello 0,9% mensile prima della crisi e dello 0,85% nel tormentato periodo successivo. Segno che le aziende italiane aperte alla concorrenza internazionale sono in grado di competere senza grandi difficoltà malgrado l’assenza di una moneta e cambi nazionali.




INFLAZIONE
L’ingresso nell’euro, con la conseguente “cessione” alla Banca centrale europea, del compito di gestire la politica monetaria ha portato a una forte flessione dell’inflazione, in un Paese particolarmente incline alle fiammate sui prezzi (soprattutto prima del divorzio tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia). La dinamica del costo della vita, prima della grande recessione, è rimasta un po’ più vivace rispetto alla media di Eurolandia - un altro segnale, forse, di tassi troppo bassi - ma non si è mai tornati ai livelli precedente. Un buon risultato per lavoratori dipendenti (l’inflazione, oltretutto, morde di più chi è meno abbiente) e risparmiatori.




TASSI DI CREDITO
L’ingresso in Eurolandia ha anche permesso alle banche di concedere alle imprese prestiti a tassi decisamente più bassi rispetto al periodo precedente. A ottobre 2008, con i prezzi surriscaldati per il rialzo del petrolio, il costo del credito aveva raggiunto il livello abbandonato a fine ’98, ma nulla di più. Meno lineare l’andamento dei tassi reali, soprattutto nel periodo 2012-2017, ma in questo caso è ancora più evidente che il costo del credito è rimasto a livelli inferiori a quelli del periodo pre-euro.




PRESTITI NON FINANZIARI
In questo modo, non si è avvertita nessuna soluzione di continuità, tra il periodo precedente e quello successivo all’ingresso nell’euro, nell’andamento dello stock di prestiti concessi alle imprese. Persino la Grande recessione ha visto solo un rallentamento, seguito dal tentativo di riprendere il trend originale. La crisi esplosa in Grecia nel 2010, però, ha visto una stasi nella concessione del credito seguita da una flessione dello stock che continua fino a oggi e segnala le difficoltà del sistema produttivo e bancario italiano.




RENDIMENTI BTP
L’andamento di tassi bancari e prestiti è sicuramente legato a quello dei rendimenti dei titoli di Stato, che costituiscono un “pavimento” per il costo del credito. L’ingresso nell’euro ha visto una flessione dei rendimenti dei decennali, che per diversi anni hanno oscillato tra il 4 e il 5% circa, per poi risalire fino a sfiorare il 6% durante la crisi del debito sovrano, che ha visto l’Italia particolarmente vulnerabile. Nel periodo precedente l’ingresso in Eurolandia, ed escludendo la fase finale di convergenza, i rendimenti dei decennali non erano mai scesi sotto l’8,8%. Prima della Grande recessione, l’Italia ha anche goduto di uno spread con i Bund decennali vicinissimo allo zero, salvo poi assistere a una sua impennata con la crisi. Fuori dell’euro lo stesso differenziale non era mai calato, nelle medie mensili, sotto quota 257.




AUSTERITI CHE NON C'E'
Gran parte delle polemiche contro Bruxelles riguarda però la gestione della spesa pubblica. Si è parlato spesso di austerità, ma di questa non vi è traccia. La spesa pubblica in Italia ha continuato ad aumentare a un ritmo invariato fino alla Grande recessione, quando il limitato spazio fiscale e il nervosismo dei mercati ha imposto il rallentamento. Nei dati annuali - rilevati però ogni trimestre - si è assistito in alcuni casi a una flessione, ma si è sempre trattato di eventi isolati, prontamente corretti, mai di una tendenza.




DEFICIT E CRESCITA
Non si può neanche dare troppa importanza - sul piano strettamente economico - ai vincoli di bilancio imposti dalla Ue; e non solo perché la reazione dei mercati è immediata e ineludibile. Il dibattito pubblico italiano si fonda tutto sull’idea sbagliata che il deficit statale sia un fattore (anzi: “il” fattore) di crescita economica. In realtà non è così, ha concluso la ricerca: le politiche fiscali possono sostenere la domanda durante le recessioni e poco più. Anche a uno sguardo superficiale, il rapporto tra il disavanzo e la variazione del Pil mostra addirittura che aumentando il deficit la crescita annua del Pil - in termini assoluti - diminuisce. Eliminare l’outlier, il dato anomalo del 2009, isolare alcuni anni pre-crisi, e prendere in considerazione, per la crescita, un periodo di due anni, non cambia davvero i risultati. La spesa pubblica può dunque avere una funzione sociale, mentre il mondo politico può illudersi che abbia anche un ruolo nelle elezioni (che però a volte si perdono comunque); la crescita è però figlia di lavoro, capitale, tecnologia, competenze, e un ambiente (anche aziendale) favorevole.




CONCLUSIONE
Molto semplice: non c'è Italia senza Europa, sta a noi decidere se affrontare la cosa da protagonisti come meritiamo e migliorarla o da cialtroni quali siamo e subirla. Le alternative stanno solo nei sogni di quelli in malafede o nelle speranze vane degli ignoranti.

fonte Sole24ore - dati Eurostat
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DISOCCUPAZIONE Cosa è successo all’Italia con l’ingresso nell’euro? Qualcosa di molto positivo, innanzitutto: un forte calo della disoccupazione, scesa da persistenti livelli superiori all’11% fino a un minimo del 5,8% nell’aprile del 2007. Hanno aiutato probabilmente i tassi di interesse...
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03/06/2019 22:55:44
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L'invasione...

15 aprile 2019 ore 11:21 segnala
Virginia Di Vivo (da Facebook)
9 aprile alle ore 18:43 ·
Generalmente non mi espongo su questi fatti, perché non sono informata a modo, ma questa cosa ve la devo troppo raccontare.

#MoreMed2019

Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è “sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute”. Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi. Comincia a parlare il tale Dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di *lallallà*. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”. Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro. Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare il riconoscimento cadaverico. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta:”Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail antiprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano”. Mi perplimo.




Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino, poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.

“Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. Sono famiglie. Famiglie come le nostre”.

Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.

“Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio”, mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia.
Mi dimentico dei Pokémon.
“Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo”.
Metto il cellulare in tasca.
”Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo..”
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.
“Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti li, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti. Sono uscito a vomitare e a piangere. Sapeste quanto ho pianto in 28 anni di servizio, voi non potete immaginare”.

Ora non c’è nessuno in aula magna che non trattenga il fiato, in silenzio.




“Ma ci sono anche cose belle, cose che ti fanno andare avanti. Una ragazza. Era in ipotermia profonda, in arresto cardiocircolatorio. Era morta. Non avevamo niente. Ho cominciato a massaggiarla. Per molto tempo. E all’improvviso l’ho ripresa. Aveva edema, di tutto. È stata ricoverata 40 giorni. Kebrat era il suo nome. È il suo nome. Vive in Svezia. È venuta a trovarmi dopo anni. Era incinta” ci mostra la foto del loro abbraccio.

“..Si perché la gente non capisce. C’è qualcuno che ha parlato di razza pura. Ma la razza pura è soggetta a più malattie. Noi contaminandoci diventiamo più forti, più resistenti. E l’economia? Queste persone, lavorando, hanno portato miliardi nelle casse dell’Europa. E io aggiungo che ci hanno arricchito con tante culture. A Lampedusa abbiamo tutti i cognomi del mondo e viviamo benissimo. Ci sono razze migliori di altre, dicono. Si, rispondo io. Loro sono migliori. Migliori di voi che asserite questo”.

Fa partire un video e descrive:”Questo è un parto su una barca. La donna era in condizioni pietose, sdraiata per terra. Ho chiesto ai ragazzi un filo da pesca, per tagliare il cordone. Ma loro giustamente mi hanno risposto “non siamo pescatori”. Mi hanno dato un coltello da cucina. Quella donna non ha detto bau. Mi sono tolto il laccio delle scarpe per chiudere il cordone ombelicale, vedete? Lei mi ringraziava, era nera, nera come il carbone. Suo figlio invece era bianchissimo. Si perché loro sono bianchi quando nascono, poi si inscuriscono dopo una decina di giorni. E che problema c’è, dico io, se nascono bianchi e poi diventano neri? Ha chiamato suo figlio Pietro. Quanti Pietri ci sono in giro!”.

Sorridiamo tutti.

“Quest’altra donna, invece, è arrivata in condizioni vergognose, era stata violentata, paralizzata dalla vita in giù... Era incinta. Le si erano rotte le acque 48 ore prima. Ma sulla barca non aveva avuto lo spazio per aprire le gambe. Usciva liquido amniotico, verde, grande sofferenza fetale. Con lei una bambina, anche lei violentata, aveva 4 anni. Aveva un rotolo di soldi nascosto nella vagina. E si prendeva cura della sua mamma. Tanto che quando cercavo di mettere le flebo alla mamma lei mi aggrediva. Chissà cosa aveva visto. Le ho dato dei biscotti. Lei non li ha mangiati. Li ha sbriciolati e ci imboccava la mamma. Alla fine le ho dato un giocattolo. Perché ci arrivano una montagna di giocattoli, perché la gente buona c’è. Ma quella bimba non l’ha voluto. Non era più una bambina ormai.”

Foto successiva.
“Questa foto invece ha fatto il giro del mondo. Lei è Favour. Hanno chiamato da tutto il mondo per adottarla. Lei è arrivata sola. Ha perso tutti: il suo fratellino, il suo papà. La sua mamma prima di morire per quella che io chiamo la malattia dei gommoni, che ti uccide per le ustioni della benzina e degli agenti tossici, l’ha lasciata ad un’altra donna, che nemmeno conosceva, chiedendole di portarla in salvo. E questa donna, prima di morire della stessa sorte, me l’ha portata. Ma non immaginate quanti bambini, invece, non ce l’hanno fatta. Una volta mi sono trovato davanti a centinaia di sacchi di colori diversi, alcuni della Finanza, alcuni della polizia. Dovevo riconoscerli tutti. Speravo che nel primo non ci fosse un bambino. E invece c’era proprio un bambino. Era vestito a festa. Con un pantaloncino rosso, le scarpette. Perché le loro mamme fanno così. Vogliono farci vedere che i loro bambini sono come i nostri, uguali”.

Ci mostra un altro video. Dei sommozzatori estraggono da una barca in fondo al mare dei corpi esanimi. “Non sono manichini” ci dice.

Il video prosegue.
Un uomo tira fuori dall’acqua un corpicino. Piccolo. Senza vita. Indossava un pantaloncino rosso. “Quel bambino è il mio incubo. Io non lo scorderò mai”.

Non riesco più a trattenere le lacrime. E il rumore di tutti coloro che, alternadosi in aula, come me, hanno dovuto soffiarsi il naso.

“E questo è il risultato” ci mostra l’ennesima foto. “368 morti. Ma 367 bare. Si. Perché in una c’è una mamma, arrivata morta, col suo bambino ancora attaccato al cordone ombelicale. Sono arrivati insieme. Non abbiamo voluto separarli, volevamo che rimanessero insieme, per l’eternità”.




Penso che possa bastare così. E questo è un estratto. Si, perché il Dottor Bartolo ha parlato per un’ora. Gli altri relatori hanno lasciato a lui il loro tempo. Nessuno ha osato interromperlo. E quando ha finito tutti noi, studenti, medici e professori, ci siamo alzati in piedi e abbiamo applaudito, per lunghi minuti. E basta. Lui non ha bisogno di aiuto, “non venite a Lampedusa ad aiutarci, ce l’abbiamo sempre fatta da soli noi lampedusani. Se non siete medici, se non sapete fare nulla e volete aiutare, andate a raccontare quello che avete sentito qui, fate sapere cosa succede a coloro che dicono che c’è l’invasione. Ma che invasione!”.

E io non mi espongo, perché non so le cose a modo. Ma una cosa la so. E cioè che questo è vergognoso, inumano, vomitevole. E non mi importa assolutamente nulla del perché sei venuto qui, se sei o no regolare, se scappi dalla guerra o se vieni a cercare fortuna: arrivare così, non è umano. E meriti le nostre cure. Meriti un abbraccio. Meriti rispetto. Come, e forse più, di ogni altro uomo.


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Virginia Di Vivo (da Facebook) 9 aprile alle ore 18:43 · Generalmente non mi espongo su questi fatti, perché non sono informata a modo, ma questa cosa ve la devo troppo raccontare. #MoreMed2019 Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che...
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15/04/2019 11:21:29
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ABC del sovranista

08 aprile 2019 ore 12:31 segnala
Ovvero sono tutti sovranisti quando l'immigrato è un altro...
Estratto da Next quotidiano - Tutti si sentono indiani a casa loro: la confusione del sovranista italiano - Elio Truzzolillo | 8 Aprile 2019


RICOLLOCAMENTI. Il sovranista italiano vorrebbe il ricollocamento obbligatorio degli immigrati in altri paesi. Benissimo, purtroppo per ottenere questo risultato bisognerebbe che gli altri stati rinunciassero a un po’ della propria sovranità per venirci incontro. Costruire un’alleanza sovranista (leggi paesi del gruppo di Visegrad) sperando che questi accettino di ridurre la loro sovranità in tema di immigrazione, è un’idea abbastanza singolare. Sarebbe un po’ come proporre una tassa sul petrolio per incentivare le energie rinnovabili a un congresso di petrolieri. Inoltre il sovranista italiano non sa che dati i flussi del 2018 (immigrazione via mare), Spagna e Grecia avrebbero molti più diritti a ricollocare immigrati in Italia che non il contrario.

AIUTIAMOLI A CASA LORO. Il sovranista italiano vuole aiutare gli immigrati a casa loro, però poi grida allo scandalo se si tolgono i dazi a qualche tonnellata di olio tunisino per aiutare quel paese, negando, tra l’altro, dei vantaggi al consumatore italiano.

SOLIDARIETÀ EUROPEA. Il sovranista italiano vuole più libertà dagli odiosi vincoli europei nei giorni pari, salvo poi lamentarsi nei giorni dispari della scarsa solidarietà europea. Quando il sovranista italiano usa l’espressione “Europa solidale”, sta in sostanza chiedendo soldi agli altri stati. Si tratti di salario minimo europeo, di welfare comune, di piani d’investimenti straordinari, di fantasiosi meccanismi di condivisione del rischio del debito, alla fine la sostanza è sempre che si sta chiedendo ai cittadini degli altri stati di pagare quello che l’Italia non può permettersi. Vi faccio un semplice esempio: supponiamo che si crei un grande fondo europeo per un welfare minimo comune per contrastare la povertà, secondo voi quel fondo andrà nelle tasche dei tedeschi, dei francesi o dei danesi che un welfare funzionante ce l’hanno già? Voi fareste un reddito di cittadinanza Italo-venezuelano? O avreste il fondato timore che tutti i soldi dei contribuenti italiani vadano ai venezuelani? Se poi uno avanza queste richieste rivendicando nello stesso tempo più indipendenza e libertà di massacrare i propri conti pubblici, capite bene che si fa presto a essere considerati dei cialtroni da tutti gli altri partner.

LIBERTÀ. Il sovranista italiano ama la libertà e la democrazia più di ogni altra cosa e poi si mette in cameretta la fotografia di Putin e odia la Francia.

COMMERCIO INTERNAZIONALE. Il sovranista italiano è convinto che ci sia un complotto mondiale per boicottare i suoi prodotti, che sarebbero sempre e comunque delle eccellenze mondiali. Allo stesso tempo, però, rifiuta i trattati commerciali (vedi TTIP e CETA) perché ha paura di essere invaso da prodotti e servizi esteri. Non si capisce bene perché un paese che è il migliore nel produrre eccellenze in ogni campo, dovrebbe avere paura a eliminare le barriere commerciali. Nel meraviglioso universo parallelo del sovranista italiano tutto il mondo dovrebbe tutelare e accettare i prodotti italici senza condizioni di reciprocità. I dazi (che grazie a Dio non possiamo imporre in quanto materia di competenza UE) sarebbero buoni in quanto tutelano i produttori interni, ma diventerebbero cattivi se messi da altri stati. Sui dazi la confusione del sovranista italico fa quasi tenerezza: prima festeggia i dazi americani (che avrebbero dovuto spezzare le reni alla cattiva Germania che ci fa concorrenza sleale), poi chiede sottobanco di esserne esentata, infine lamenta che la recessione è stata provocata dalle guerre commerciali che proprio il sovranissimo Trump ha iniziato. Il sovranista italiano applaude il km zero per poi festeggiare l’esportazione di arance in aereo in Cina. Evidentemente il km zero utile è solo quello italiano, quello che fanno all’estero è sleale. Il nostro eroe non riesce a capire che i vantaggi del commercio internazionale originano da ben altri meccanismi che il semplice raggiungimento di un surplus commerciale. Se non fosse così il commercio internazionale non esisterebbe, infatti non potendo commerciare con i marziani è impossibile che tutti gli stati facciano registrare un surplus. Chi glielo spiega al sovranista italiano che gli USA sono lo stato più ricco del mondo nonostante un deficit commerciale gigantesco? Spoiler: il sovranissimo Trump in ogni caso è riuscito a peggiorarlo nonostante avesse promesso di migliorarlo con un mix di dazi e politica espansiva. Sapete perché è successo? Perché Trump è un sovranista e non capisce una cippa di economia.

PRIMA GLI ECC. ECC. I sovranisti (italiani e non italiani) non capiscono che gli stati al mondo sono moltissimi. Non si può essere tutti “primi”, nelle questioni internazionali si cercano sempre dei compromessi. Quando tutti scalciano per arrivare primi poi qualcuno inciampa, qualcuno s’incazza, qualcun altro si vendica, fino a che arriva quello che rovescia il tavolo e mette mano alla pistola.

POLITICA MONETARIA. Il sovranista italiano vuole la moneta sovrana perché crede che la ricchezza si crei stampando banconote e svalutando per avere un vantaggio competitivo nelle esportazioni. Non solo non comprende i meccanismi abbastanza elementari che rendono questa ipotesi molto peregrina, ma non riesce neanche a comprendere che quasi tutti gli stati al di fuori dell’eurozona una moneta sovrana ce l’hanno, eppure non seguono questa semplice strategia. Saranno tutti scemi? Perché non assistiamo a una gara mondiale tra stati a chi stampa più moneta e svaluta di più? Gara che, tra l’altro, sarebbe abbastanza ridicola e singolare perché se tutte le monete svalutassero insieme, i cambi (che esprimono valori relativi) rimarrebbero inalterati. Al sovranista italiano sfugge il semplice fatto che la ricchezza nel lungo periodo si crea solo con l’aumento della produttività, non certo con trucchetti monetari che se funzionassero tutti gli stati del pianeta sarebbero in grado di replicare con irrisoria facilità.

RAPPORTI INTERNAZIONALE. Poiché l’Italia vede sempre più diminuire il proprio peso internazionale, il sovranista italiano è convinto che riacquistando la sua libertà da enti o organizzazioni sovranazionali (UE, NATO, ONU, ecc.) potrà contare di più (e magari risparmiare fastidiose “quote associative”) menando per il naso le superpotenze economiche con abili giochi di alleanze a seconda della convenienza del momento. Un po’ come pensare che sia meglio essere capitano di una barca a remi che un ufficiale di una portaerei. Qualche inguaribile romantico penserà che la cosa possa avere un certo fascino, peccato che i mari siano sempre più pieni di portaerei. Non so voi, ma se si creano tensioni tra una barca a remi e una portaerei, io preferirei essere a bordo della seconda.

CULTURA. Il sovranista italiano teme che la sua identità e la sua cultura vengano inquinate o messe a rischio dalla globalizzazione, poi però si vanta che la Ferrari, la Pizza e il suo caffè siano conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Evidentemente la cultura degli altri è sacrificabile.

Rivoluzione 2.0

06 aprile 2019 ore 15:24 segnala
(disclaimer: rubato dalla bacheca di emmeD.emmeA82 :ok )



Abbiamo vissuto anni di patti d'instabilità al grido di "più rotonde meno cultura", ti abbiamo chiesto di scegliere per noi cantanti e cuochi attraverso la televisione, ti abbiamo chiesto di credere ai nostri telegiornali.
Ti abbiamo chiesto di partecipare all'obsolescenza programmata della nostra società per cui ora hai bisogno di un governo nuovo ogni settimana, questo perché ti sei convinto che la politica cambi la società, dopo che te lo abbiamo urlato in ogni modo dai nostri programmi di approfondimento in cui abbiamo reso importante sapere cosa dice la Santanché o Belen, o Paolo Fox o Brunetta, o Balotelli o Bersani, ti abbiamo inondato con una marmellata di dichiarazioni che nemmeno un dazebao.
Ora sei giustamente stanco, oltretutto, con tutta questa ansia, non ti sei nemmeno accorto che non hai più un lavoro, oppure che il tuo compenso è invariato da anni mentre qualunque spesa è aumentata, qualcuna anche del 70%.
Eh si, è vero, ti abbiamo raccontato in mille modi che sei ricco e hai invece scoperto di essere povero. Ma hai fatto bene a crederci perché abbiamo una novità per te.
Lo sappiamo che vorresti ribaltare tutto, che questi legacci che ti abbiamo fissato mentre stavi fermo ora ti impediscono di camminare.
Oltretutto sei disorientato dal fatto che tutti protestano, ma non si sa contro chi. Fanno a gara: se la CIGL blocca il trasporto, i forconi bloccano la tangenziale, se il M5S sale sul tetto, gli studenti bloccano l'Ateneo. L'anno scorso il PD ha fatto una protesta contro la Povertà, ma, a quanto pare, la Povertà non ha desistito. La Lega protesta contro se stessa.



Lo sappiamo cosa vorresti tu: una bella rivoluzione su misura. Certo, non hai minimamente idea di che cazzo sia una rivoluzione, ma è una parola simpatica da dire e poi tu vorresti che le cose si raddrizzassero solo per te perché, diciamolo pure, degli altri non te n'è mai fregato una fava, ti sei sempre fatto gli affaracci tuoi, solo che ora che sei nella merda vorresti tanto che ci fossero altri a cui unirti perché hai capito, troppo tardi, che da solo non conti un cazzo.
È per questo che in cambio di una piccolissima questua, ti faremo partecipare alla rivoluzione, direttamente a casa tua.
Potrai urlare slogan assieme a molti altri che vedrai sullo schermo del tuo televisore, del tuo computer, dello smartphone che siamo riusciti a convincerti che fosse indispensabile e nemmeno più ti accorgi che serve solo a tenerti lontano dalla nostra siepe. Urla anche tu, con tutta la tribù.
Riempi il form, scarica l’app, dacci per l'ennesima volta tutti i tuoi dati e iscriviti alla Rivoluzione Direttamente a Casa Tua.
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(disclaimer: rubato dalla bacheca di emmeD.emmeA82 :ok ) « immagine » Abbiamo vissuto anni di patti d'instabilità al grido di "più rotonde meno cultura", ti abbiamo chiesto di scegliere per noi cantanti e cuochi attraverso la televisione, ti abbiamo chiesto di credere ai nostri telegiornali. Ti...
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06/04/2019 15:24:42
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