Basta la parola...

16 novembre 2018 ore 10:22 segnala
Spiace vedere che le Iene, nella loro spasmodica ricerca dello scoop, abbiano tentato un altro colpaccio a danno di un settore produttivo. Tra le cose significative da sottolineare ci sono,
1. Il "non abbiamo prove" ripetuto diverse volte (e allora che parliamo a fare direi io!)
2. Confusione sul significato di "da consumarsi PREFERIBILMENTE entro" e "da consumarsi entro" nel riutilizzo di alcuni prodotti.
Una cosa però l'ha detta giusta Giulio Golia alla fine: vediamo i registri di carico e scarico e degli scarti. Peccato che quello avrebbe dovuto essere l'inizio di una indagine seria e non certo la fine (e non ditemi che quello che faceva i video del reparto non avrebbe potuto fare un paio di foto ai registri invece per sostenere le sue tesi).
Detto questo se ci sono irregolarità sicuramente adesso emergeranno, peccato però che sarà anche a spese di chi lavora seriamente!
Giornalismo d'assalto italian style...


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Spiace vedere che le Iene, nella loro spasmodica ricerca dello scoop, abbiano tentato un altro colpaccio a danno di un settore produttivo. Tra le cose significative da sottolineare ci sono, 1. Il "non abbiamo prove" ripetuto diverse volte (e allora che parliamo a fare direi io!) 2. Confusione sul...
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Compagni più più

27 settembre 2018 ore 08:22 segnala
David Grieco
26 settembre 2018

Uscendo di casa, incrocio un vicino, mio coetaneo, che conosco bene. Professore universitario, brillante intellettuale, molto comunista. Percorso classico e tortuoso: Pci, Rifondazione, Sel, Potere al Popolo.


Mentre lo saluto, gli dico di andarsi a guardare un video che ho appena visto. Un discorso entusiasmante, memorabile, direi storico, di Jeremy Corbyn contro il capitalismo osceno dei nostri tempi. Un discorso concluso da una folla di giovani che cantano Bandiera Rossa, cioè Red Flag.


"Vatti a vedere il discorso del compagno Corbyn - gli dico - l'ho appena visto, veramente straordinario”.


“Corbyn? Non lo so se Corbyn è un compagno…", mi fa lui.


Il motivo per il quale Corbyn non sarebbe un compagno non gliel'ho neppure fatto dire.


Non mi sono incazzato come avrei voluto, ho mantenuto la calma, ma non sono riuscito a non dire al mio vicino che quelli come lui, tanti e poi tanti, rimbambiti e più rimbambiti, sono i responsabili del coma profondo della sinistra in Italia, né più né meno degli odiati renziani.


Al tempo del Governo della Demenza, questo tic demenziale di tanti compagni che da decenni si chiedono chi è più compagno di chi non l'ho mai sopportato e ora non lo sopporto più per davvero. Anche perché non conosco un giovane, per fortuna, che faccia uno sragionamento del genere.


Godetevi la pensione, cari compagni più compagni degli altri, andate in vacanza per sempre, fate quello che vi pare ma levatevi di torno.


Anche perché quando potevate essere utili, per scongiurare la finta sinistra dei renziani per esempio, non c’eravate o dormivate.

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David Grieco 26 settembre 2018 Uscendo di casa, incrocio un vicino, mio coetaneo, che conosco bene. Professore universitario, brillante intellettuale, molto comunista. Percorso classico e tortuoso: Pci, Rifondazione, Sel, Potere al Popolo. Mentre lo saluto, gli dico di andarsi a guardare un...
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Un uomo di razza!

02 settembre 2018 ore 12:36 segnala


Fonte: Sole 24ore Intervento di Cavalli Sforza
Alcune settimane fa sul New York Times è comparso un articolo di Armand Marie Leroi che riporta a galla il problema delle razze. L'autore si definisce un «evoluzionista biologo dello sviluppo» dell'Imperial College di Londra, cioè appartiene a una nuova setta che sembra un sottogruppo di un'altra più nota, detta di “psicologi evoluzionisti” che ha raccolto l'eredità della sociobiologia. Era questa una disciplina sorta come un fungo nel 1975, con il libro omonimo di Edward O.Wilson, un notissimo ecologo e studioso degli insetti sociali (soprattutto api e formiche) che aveva trasferito un po' troppo violentemente alla specie umana le sue conoscenze entomologiche sulla socialità. Che vi siano geni che possono influenzare il comportamento sociale anche negli uomini non c'è dubbio, ma che la società umana abbia molte somiglianze con quella delle formiche è un po' ingenuo. La sociobiologia ha ignorato il potere dell'evoluzione culturale, e dopo un breve successo ha perso rapidamente in popolarità, continuando in modo meno violento sotto altri nomi
L’origine del concetto di razza
Il concetto di razza ha due origini diverse. La prima: a partire dal '700, zoologi e botanici si sono occupati di classificare tutte le specie di animali e piante, che oggi sono molti milioni. Una specie, così come quella umana, è l'insieme di individui che possono proliferare fra loro senza limitazioni, che invece rendono impossibili, o limitano grandemente gli incroci fra individui di specie diverse.
Quasi tutti sanno che gli ibridi fra due specie diverse come cavalli e asini sono sterili, quindi non possono continuare la vita. Ma una specie, anche se chiaramente fatta di individui tutti interfecondi è tutt'altro che omogenea, e soprattutto studiandone gruppi che vivono in luoghi lontani, si trovano differenze locali anche importanti. Sappiamo tutti riconoscere a occhio un africano da un cinese. Quindi, si dice, le razze esistono.
Discontinuità rare e sottili
In realtà in molti non saprebbero distinguere un africano da un indiano del sud o da un abitante della Nuova Guinea, cioè da molti altri che abitano vicino all'equatore. E in realtà già Darwin, quasi un secolo e mezzo fa, metteva in guardia sulle razze: notando che vi è quasi sempre una sorta di continuità geografica della variazione fra i gruppi umani. Se andiamo da un'estremità all'altra del mondo in qualunque direzione, si passa piuttosto gradualmente da un tipo ereditario a un altro assai diverso. Le discontinuità sono rare e sottili, rendendo problematica la classificazione in razze. E infatti, aggiunge Darwin, gli scienziati non riescono a mettersi d'accordo su quante razze esistono, e le proposte variano da 2 a più di 60. E allora, esistono o no le razze? La situazione non è cambiata oggi; e se non sappiamo neppure quante sono, che diritto abbiamo di dire che esistono? Penso sia essenziale aggiungere: e se vogliamo a tutti i costi accettarne la validità anche nell'uomo, a che cosa servono? Èquesta veramente la domanda più importante.
“La variazione genetica che si ritrova in “razze” diverse è molto piccola, mentre quella che si trova fra gli individui in ogni popolazione è molto più importante
L’uso della parola razza per gli allevamenti
Veniamo così alla seconda origine e all'uso pratico della parola razza, quella degli allevatori. Non per nulla, la parola razza sembra venire dal francese antico haraz (oggi haras), ove significa allevamento di stalloni, e forse prima ancora dall'arabo. Quasi tutti gli allevatori e coltivatori sono interessati a creare razze diverse per usi diversi, e a migliorarne le prestazioni, ma vogliono che ogni razza sia omogenea. Nel caso di cavalli, cani, gatti, topini e via dicendo, il campione della razza deve avere certe caratteristiche e tutti gli altri futuri membri devono assomigliargli il più possibile. Ma la natura rifiuta di creare eccessiva omogeneità, soprattutto tra i Mammiferi, e in genere i Vertebrati. La riproduzione vegetativa o clonazione, che evita il sesso e con esso il rimescolamento radicale dei caratteri presenti nei due genitori, è facile in molte piante ma non funziona tra gli animali più complessi, se non raramente (i gemelli identici ne sono un esempio nell'uomo) e anche sperimentalmente non in modo facile: vedi il successo-fiasco della pecora Dolly. Senza clonazione gli allevatori riescono a creare solo una omogeneità relativa dopo molti incroci fra parenti stretti, e solo per pochi caratteri esterni, o per attività speciali, che sono più facili da controllare geneticamente.
La gran maggioranza dei caratteri ereditari che non si vedono, come molti gruppi sanguigni, restano tenacemente variabili anche dopo dieci o venti generazioni di incroci fra fratello e sorella o genitori-figli, eseguiti dagli allevatori per ottenere l'omogeneità desiderata. E comunque non si può fare allevamento nella specie umana, se non limitatamente a quei pochi tentativi fatti da imperatori, duchi o tiranni che ci hanno provato per sfizio, e sempre su scala molto modesta.
Variazioni genetiche
Leroi asserisce che la dominanza del concetto di razza come costrutto sociale e non realtà biologica, è stata generata da un articolo del 1972 di Richard Lewontin, ora a Harvard, responsabile di importanti scoperte di genetica di popolazioni nel famoso moscerino della frutta. Ma non è vero, perché il concetto è stato affermato in modo perentorio in diverse dichiarazioni ufficiali dell'Unesco negli anni immediatamente successivi alla guerra. Lewontin ha analizzato statisticamente dati genetici raccolti su popolazioni umane, come gruppi sanguigni ed enzimi del sangue, e ha dimostrato che la variazione genetica che si ritrova in “razze” diverse è molto piccola, ed è al più il 15% di tutta la variazione esistente nell'uomo, mentre quella che si trova fra gli individui in ogni popolazione, cioè il residuo 85%, è molto più importante. Cioè, le razze non sono affatto omogenee; al contrario, nascondono un'enorme variazione fra individui sotto un'apparente omogeneità. Perché, si è chiesto, fare tanto chiasso sulle differenze fra le razze? In realtà è stato anche mostrato più tardi che quasi nessun altro mammifero mostra una variazione tra “razze”, comunque definite, tanto piccola quanto quella osservata nell'uomo, e la nostra storia evolutiva spiega bene il perché. E anch'essa, comunque si definiscano le razze, è scesa in un'ultima analisi con dati e metodi più recenti e precisi, al 3-5 per cento.
“Quasi nessun altro mammifero mostra una variazione tra “razze” tanto piccola quanto quella osservata nell'uomo”
Luigi Cavalli Sforza
L’apprendimento
Perché allora insistere tanto sull'esistenza delle razze? Gli evoluzionisti psicologi sono loro stessi una razza (non biologica, ma culturale, si intende!) che amano cercare geni responsabili di comportamenti psicologici: sono genetisti forse un po' fanatici. Non ci sarebbe molto da temere, se non che purtroppo questa ricerca è assai complicata ed è facile pigliare cantonate. Il comportamento umano è in gran parte imparato, e abbiamo pochi modi sicuri e faticosi per distinguere nell'uomo quello che è appreso da quello che è innato (nel senso che è trasmesso dai geni), data l'impossibilità di condurre incroci sperimentali. Questi sono possibili solo negli animali. Ma nessun animale ha, al pari di noi, la potenza di trasmissione culturale e quindi di apprendimento resa possibile dal linguaggio. La conoscenza del genoma potrà aiutare in futuro in questa ricerca, e vi sono certamente caratteri psicologici ereditari, ma a cominciare dal famoso quoziente di intelligenza, il QI, il loro determinismo è praticamente senza eccezione estremamente complesso. Per il QI, il carattere psicologico più studiato ma purtroppo scientificamente il meno interessante, la stima dell'importanza dei geni varia dal 30% all'80%, secondo il ricercatore che ascoltiamo. Le analisi più sicure sono quelle che danno i valori più bassi.
La bellezza
Leroi propone anche di occuparsi della genetica della bellezza, (senza incroci sperimentali, per fortuna). Viene quasi il dubbio: che ci sia magari un po' di quell'ansia dell'allevatore, di creare la razza perfetta? C'è forse anche un po' di quelle spinte psicologiche interne, comunque le si voglia chiamare, per cui quasi ciascuno ha almeno una squadra sportiva del cuore che è diventata una parte di se stesso? Sotto queste spinte, l'io diventa noi, e ci rende partecipi della gioia della vittoria di quei campioni che abbiamo scelto a rappresentare il nostro io: non solo la nostra squadra di calcio, anche la nostra città, la nostra nazione, la nostra gente, la nostra razza, che naturalmente sono sempre migliori di tutte le altre. Una psicologia semplice suggerisce che questa è una delle strade che conducono più o meno inconsciamente al razzismo. Signori psicologi evoluzionisti e affini, forse dovreste diventare genetisti un po' meno ardenti e prestare più attenzione alla psicologia spicciola.
“Le “razze” che veramente contano per la medicina sono delle “popolazioni” cento, mille volte più piccole di quelle che vengono chiamate razze nel discorso comune”
La medicina
Leroi afferma, inoltre, che la razza è importante per la medicina. C'è una vaga verità in questa affermazione, ma io devo considerare un errore il modo in cui l'ha espressa, perché non si è rivolto alle “razze” giuste. Quelle importanti per la medicina non sono certo le cinque proposte dal fondatore dell'antropologia fisica alla fine del Settecento, Johann Friedrich Blumenbach, che tutti conoscono e che corrispondono più o meno ai cinque continenti. È vero che queste razze hanno qualche realtà, anche se modesta, e per una ragione semplicissima. La massima causa di differenza genetica in una specie come quella umana, abbiamo recentemente dimostrato, è la distanza geografica fra due popolazioni. La chiarezza della relazione tra differenze genetiche e distanza geografica è veramente straordinaria. È ovvio che, malgrado le complicazioni dei contorni continentali, le popolazioni di continenti diversi sono in media le più distanti fra loro di tutte le altre, per semplici ragioni di geometria geografica. Perciò le popolazioni di continenti diversi mostrano le massime differenze genetiche, anche a occhio, che però sono così grossolane da non poter venire direttamente utilizzate dal punto di vista medico.
La realtà è che le “razze” che veramente contano per la medicina sono delle “popolazioni” cento, mille volte più piccole di quelle che vengono di solito chiamate razze nel discorso comune. Sono formate da discendenti di individui vissuti trecento, mille, più di rado migliaia di anni fa, che portavano uno o alcuni rari cambiamenti genetici (mutazioni) responsabili di certe malattie precise. Ma non ha molto senso chiamarle razze, e per essere sufficientemente chiaro l'argomento richiede un discorso speciale, centrato sulla storia delle espansioni umane, sulla genealogia e sull'ecologia.
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La sostanza dei social

17 agosto 2018 ore 09:23 segnala








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Approfondiamo seriamente...

11 agosto 2018 ore 19:07 segnala




















E per chi volesse ulteriori informazioni veramente ben scritte e chiare, qui c'è un altro importante documento:
Vaccinazioni pediatriche - le domande difficili
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« immagine » E per chi volesse ulteriori informazioni veramente ben scritte e chiare, qui c'è un altro importante documento: http://www.epicentro.iss.it/temi/vaccinazioni/pdf/LeDomandeDifficili.pdf
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Povera patria

01 luglio 2018 ore 19:12 segnala
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere

di gente infame, che non sa cos'è il pudore,

si credono potenti e gli va bene quello che fanno;

e tutto gli appartiene.

Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!

Questo paese è devastato dal dolore...

ma non vi danno un po' di dispiacere

quei corpi in terra senza più calore?

Non cambierà, non cambierà

no cambierà, forse cambierà.

Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?

Nel fango affonda lo stivale dei maiali.

Me ne vergogno un poco, e mi fa male

vedere un uomo come un animale.

Non cambierà, non cambierà

sì che cambierà, vedrai che cambierà.

Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali

che possa contemplare il cielo e i fiori,

che non si parli più di dittature

se avremo ancora un po' da vivere...

La primavera intanto tarda ad arrivare.


o
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Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! Questo paese è devastato dal dolore... ma non vi danno un po' di...
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Buonismo una cippa!

15 giugno 2018 ore 08:04 segnala
GIACOMO PAPI BLOG SUL POST

La parola «buonismo» fu inventata dal professor Ernesto Galli Della Loggia in un editoriale intitolato «L’Ulivo di Prodi o Garibaldi» pubblicato il 1° maggio 1995 sulla prima pagina del Corriere della sera. Da allora ha avuto un’immensa fortuna, è stata ripetuta da chiunque, in qualunque circostanza e contesto, da esponenti politici, giornalisti famosi, in rete, nei bar, perché serve a ribaltare in insulto una qualità, la bontà che dovrebbe essere la più importante tra le virtù cristiane. L’antecedente storico e linguistico diretto, quasi letterale, è il termine «pietismo», utilizzato dopo il 1938 contro chi spendesse qualche parola in favore degli ebrei vessati dalle leggi razziali. Fu un termine diffuso, di uso comune nel discorso pubblico, con cui si impediva ogni pietà ed esitazione. Ancora nel 1948 nell’Enciclopedia Treccani alla voce «Fascismo» si legge: «È altresì noto come il “pietismo” filosemitico fosse anche nei ranghi del partito, e fin nelle sommità (Balbo, per esempio), largamente diffuso». Anche durante il fascismo, una virtù, la pietà, l’essere pietosi, fu distorta e ribaltata in un vizio e in una debolezza, in modo da assolversi preventivamente da ogni colpa, per esempio quella di rastrellare e mandare a morire gli ebrei italiani.

Si torna a parlare di «buonismo» dopo il caso delle due donne rom rinchiuse in una gabbia e filmate con i telefonini da due impiegati della catena di supermercati Lidl perché sorprese a frugare nell’area dove viene portata la merce fallata. Chiunque abbia protestato o si sia scandalizzato di fronte alle risate dei carnefici e alla grida delle vittime è stato liquidato come «buonista». In un articolo su Repubblica, Roberto Saviano ha proposto di abolire il termine, ormai diventato «una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre il raglio della rabbia e la superficialità del commento». Ma abolire una parola è impossibile, e forse sbagliato, soprattutto se questa parola svolge una funzione sociale e politica importante, centrale nel discorso pubblico. Come ha scritto Michele Serra, il «buonismo» «è un alibi insostituibile», perché «serve a ridurre ogni moto di umanità o di gentilezza a un’impostura da ipocriti, e di conseguenza ad assolvere ogni moto di grettezza e di disumanità».

L’uso del termine «buonismo» è un classico esempio di marketing negativo, estremo perché basato su una doppia negazione. Come in pubblicità si possono esaltare le caratteristiche negative di un prodotto per aumentarne il desiderio, così in politica si possono svalutare quelle positive dell’avversario per apprezzare le proprie. La realtà è che nessuno, nemmeno Salvini, ha il coraggio di dire apertamente di avere liberamente scelto di essere cattivo e spietato, e può immaginare di avere consenso su questo. Così sceglie di svalutare chi sceglie l’opzione contraria, bollandola come sentimentale e ipocrita, quando è evidente che l’ipocrisia è tutta nella scelta di mascherarsi e nascondersi dietro la caricatura dell’altro. Per questo, il modo più efficace di rispondere all’accusa è ribaltare di nuovo il significato morale del termine.

La parola buonismo non va abolita, va rivendicata. È il tentativo – la scelta – di provare a essere buoni e pietosi, sempre, verso gli innocenti come verso i colpevoli, verso gli ebrei deportati e i clandestini sbarcati, verso le rom trattate come animali dannosi e gli impiegati della Lidl probabilmente esasperati dalle continue visite delle donne rom e sicuramente convinti, nella loro ignoranza bestiale, di fare solo uno scherzo da condividere in rete. Il buonismo e il pietismo definiscono l’atteggiamento di chi, comunque, si sforza di comprendere le ragioni degli altri e le circostanze che li spingono a comportarsi male. La pietà di noi buonisti deve valere per tutti, perfino per Salvini che sicuramente racconta a se stesso e a suo figlio di avere delle buone ragioni, anche se nasconde ipocritamente a se stesso e agli altri la propria interessata ipocrisia. È buonista chi scommette sul fatto che ci si possa capire, anche quando è difficile, quasi sovrumano. È buonista chi vuole distinguere sempre, perché rifiuta di sprofondare nell’ignorante pigrizia autoassolutoria della categorizzazione, è buonista chi respinge la logica amici/nemici e cerca di non cedere mai alla tentazione incivile di fare di tutta l’erba un fascio.

Un giudice buonista non condannerebbe gli impiegati della Lidl al licenziamento. Gli imporrebbe di trascorrere un mese in vacanza in un campo rom, con i bambini rom e le donne rom, per cercare di capire come vivono e perché rubano, a mangiare con loro, dormire con loro. Si farebbero un’idea più complessa, anche nel male. E un giudice veramente buonista, ma buonista buonista, buonista fino alla meravigliosa imbecillità dei buoni davvero, li spedirebbe a fare una vacanza di lusso, magari al Billionaire Malindi Resort di Briatore, insieme alle due donne rom che hanno rinchiuso in gabbia, ripagando queste ultime del sacrificio con ricchi buoni sconto alla Lidl e con la licenza a vita di frugare nell’area della merce fallata tutte le volte che vogliono. Dopo un mese insieme probabilmente tutti e quattro sarebbero persone migliori. Il buonismo è concedere la buona fede agli altri, anche quando non c’è. È desiderare di fidarsi perché se finisce la volontà di comprendersi – ed è quello che sta succedendo anche in Italia – finisce la civiltà e non ha senso la democrazia. Roberto Saviano e Michele Serra terminano i loro articoli citando il Maestro Yoda: «La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza». Le fasi della paura, dell’ira, dell’odio per molti sono passate. Siamo dentro la sofferenza, quindi bisogna ricominciare dalle parole: e se nessuno vuole concedere più la parola buoni a chi si sforza di esserlo, vada per buonisti, che in fondo è lo stesso.
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GIACOMO PAPI BLOG SUL POST La parola «buonismo» fu inventata dal professor Ernesto Galli Della Loggia in un editoriale intitolato «L’Ulivo di Prodi o Garibaldi» pubblicato il 1° maggio 1995 sulla prima pagina del Corriere della sera. Da allora ha avuto un’immensa fortuna, è stata ripetuta da...
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Il mare, il sole le barche... che pacchia eh?

05 giugno 2018 ore 10:25 segnala
Eh già basta con questi immigrati che vengono a rovinare la nostra bella Italia e arubarci i soldi... ora grazie a Salvini la pacchia è finita eh!!! Evviva il nostro italico eroe!





PS se vi offende non me ne frega un cazzo!
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Eh già basta con questi immigrati che vengono a rovinare la nostra bella Italia e arubarci i soldi... ora grazie a Salvini la pacchia è finita eh!!! Evviva il nostro italico eroe! « immagine » PS se vi offende non me ne frega un cazzo!
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Non pensate male!

02 giugno 2018 ore 17:05 segnala


Non sono affatto prevenuto, credo che ognuno debba fare quel che vuole della propria vita. Ma trovo assurdo che io sia costretto ad assistere a una scena del genere.
Ciò che ognuno fa in privato è un problema suo, ma ciò che si fa in pubblico riguarda anche noi. E mi rifiuto di vedere una scena del genere, dovendola considerare qualcosa di normale.
Non voglio il male di nessuno, ma la gente dovrebbe avere più buonsenso. Qui si stanno sfidando le regole sociali, e questo potrebbe essere pericoloso.
La cosa peggiore è l'esempio per i bambini.
Cosa deve pensare un bambino che vedrà questa scena ogni giorno? Quel bambino penserà che sia normale aspettare la metropolitana sulla striscia gialla. Ecco cosa penserà.
Allora non fate come quel tizio laggiù.
Seguite l'esempio delle due ragazze.
Aspettate la metropolitana prima della striscia gialla, e superatela solo dopo che la metropolitana sarà ferma con le porte aperte.
Mi raccomando
Oggi come ogni giorno:
#StopOmophobia
(cit. facebook)