Ciao, sono un leghista semplice...

08 gennaio 2019 ore 07:06 segnala
Ciao, sono un Leghista semplice.

Per un quarto di secolo ho creduto fortemente che ogni mio problema fosse causato dai meridionali. L’ho creduto perché così mi dicevano i capi del mio partito, che erano tutti onesti. Non come i terroni.

Poi però i capi del mio partito sono stati beccati di nuovo con i nostri soldi in tasca, e sono crollati al 4%. Così i capi del mio partito proprio in quel momento si sono ricordati che i meridionali votano. E sempre in quel momento hanno scoperto che i meridionali non sono poi tanto male.

Così mi hanno detto che per un quarto di secolo si sono sbagliati, e che ora devo credere nell’esatto contrario. Che l’Italia non la devo più odiare ma amare. Che con la bandiera italiana oggi non ci puliamo più il culo, ma anzi la baciamo. E spero che almeno nel frattempo l’abbiano lavata, anche se dubito visto quanto è stato repentino il passaggio tra quando dicevamo “Padania is not Italy” e oggi che diciamo “Prima gli italiani”. Un paio di anni forse.

I miei capi mi hanno detto che la causa dei miei mali ora sono altri. Allora ho pensato subito ai potenti, ai privilegiati, ai padroni. A quelli che ci sono da sempre e rubano da sempre migliaia di miliardi.

Ho pensato agli evasori, i corrotti, i corruttori, i falsi invalidi, gli incapaci, Cosa Nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Scu, il traffico di droga, il pizzo, gli appalti truccati, la burocrazia inefficiente, il divario tra Nord e Sud, i terreni avvelenati, la giustizia lenta, i raccomandati, i truffatori, i bancarottieri, e tutti gli altri problemi e italiani che mi fottono la vita da decenni, e che hanno causato disoccupazione, precarietà, tasse altissime e servizi pessimi.

Invece i capi del mio partito mi hanno detto che mi sbaglio, che non sono loro la causa di ogni mio male. Anzi, che siccome loro sono italiani loro vengono "prima". "Prima gli italiani".

Il mio problema ora sono i morti di fame che arrivano sulle barche. Quando arrivano. I miei capi mi hanno detto che è colpa loro se pago troppe tasse, se le vecchiette rovistano nella spazzatura e i divorziati dormono in macchina.

Che loro in realtà stanno bene, e rischiano la vita per divertimento. Soprattutto i neri. Anche se non lo possiamo dire ad alta voce. E pensiamo che siccome alcuni neri sono delinquenti e maleducati - e lo sono sul serio - allora sono tutti così. E vanno cacciati tutti. Anche quelli che non ci hanno ancora fatto nulla.

Ho pensato che questo sia razzismo. Che etichettare una persona non per quello che ha fatto, ma per il popolo a cui appartiene sia razzismo. Ma mi hanno detto di no.

Così come ho pensato che anche noi italiani siamo migranti economici. Siamo quelli che emigrano di più. A centinaia di migliaia ogni anno. Soprattutto giovani (anche palestrati e con l'iPhone). Andiamo negli altri paesi a cercare lavoro, non scappiamo da alcuna guerra. Ma mi hanno detto che noi siamo "cervelli in fuga". Loro invece sono parassiti. Come i meridionali che vengono dal Sud a rubarc... ah no scusate, mi sono distratto.

E' che sono un leghista semplice. E non riesco a stargli dietro. Ma ci provo. In fondo mi accontento di poco: un padrone da seguire qualsiasi cosa dica e che indossi felpe e mangi arancini per farmi sentire che lui è come me; un popolo da odiare e a cui addossare la colpa di ogni mio problema. E sto bene così. Mi accontento.
L'ho detto. Sono un leghista semplice.

by Emilio Mola

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10218075081017163&id=1491263105

“Razza di deficienti!” – Isaac Asimov

15 dicembre 2018 ore 08:30 segnala
Isaac Asimov
Razza di Deficienti
(1957)



Naron, dell’antichissima razza di Rigel, era il quarto della sua razza a tenere i registri di tutte le galassie. Aveva il libro grande, con l’elenco delle moltissime razze di tutte le galassie che avevano sviluppato una forma d’intelligenza, e quello, notevolmente più piccolo, nel quale erano registrate tutte le razze che, raggiungendo la maturità, venivano giudicate adatte a far parte della Federazione delle Galassie.
Nel registro grande erano stati cancellati molti nomi: erano i nomi di popoli che, per una ragione o per l’altra, per sfortuna o incapacità erano scomparsi. Sfortuna, difetti biofisici o biochimici , squilibri sociali avevano preteso il loro pedaggio. In compenso, nessun nome era stato cancellato dal libro piccolo.
Naron, grande e incredibilmente vecchio, guardò il messaggero che si stava avvicinando.
“Naron! Immenso e Unico!” disse il messaggero.
“Va bene, va bene, cosa c’e’? Lascia perdere il cerimoniale.” Rispose Naron facendo fretta come fosse un po’ infastidito
“Un altro insieme di organismi ha raggiunto la maturità.” disse il messaggero.
“Benone! Benone! Vengono su svelti, adesso. Non passa un anno senza che ne salti fuori uno nuovo. Chi è il nuovo popolo?” domandò Naron.
Il messaggero diede il numero di codice della galassia e le coordinate del pianeta al suo interno.
“Uhm, sì, conosco quel mondo.” disse Naron facendo uno sforzo per ricordare e con la sua fluente scrittura prese nota sul primo libro, poi trasferì il nome sul secondo, servendosi, come di consueto, del nome con cui quel pianeta era conosciuto dalla maggior parte dei suoi abitanti, scrisse “Terra” e pronunciò il nome mentre lo scriveva.
“Queste nuove creature detengono un bel primato. Nessun altro organismo è passato dalla semplice intelligenza alla maturità in un tempo tanto breve. Spero che non ci siano errori.” disse Naron dopo aver scritto il nome
“Nessun errore, signore” disse il messaggero sicuro.
“Hanno scoperto l’energia termonucleare, no?” chiese Naron.
“Certamente, signore.” rispose il messaggero.
“Benissimo, questo è il criterio di scelta.” affermò Naron ridacchiando soddisfatto. “E molto presto le loro navi entreranno in contatto con la Federazione.” aggiunse Naron come di cosa scontata.
“Per ora, Immenso e Unico, – disse con una certa riluttanza il messaggero – gli osservatori riferiscono che non hanno ancora tentato le vie dello spazio”.
“Proprio per niente? Non hanno nemmeno una stazione spaziale?” chiese Naron dimostrando stupore.
“Non ancora, signore.” rispose il messaggero quasi scusandosi.
“Ma se hanno scoperto l’energia atomica, dove eseguono le loro prove, le esplosioni sperimentali?” chiese Naron sempre più stupito
“Sul loro pianeta, signore” rispose il messaggero.
Naron si drizzò in tutti i suoi sei metri di altezza e tuonò:”Sul loro pianeta?”
“Sì, signore.” rispose il messaggero.
Lentamente Naron prese la penna e tracciò una linea sull’ultima aggiunta del libro piccolo. Era un atto senza precedenti, ma Naron era molto, molto saggio e poteva vedere meglio di chiunque altro quello che sarebbe accaduto nell’universo delle galassie.
“Razza di deficienti!” borbottò Naron.

La vita, il cinema e le mucche :D

29 novembre 2018 ore 20:31 segnala
da: Il Morandazzo di Massimo Pica













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Basta la parola...

16 novembre 2018 ore 10:22 segnala
Spiace vedere che le Iene, nella loro spasmodica ricerca dello scoop, abbiano tentato un altro colpaccio a danno di un settore produttivo. Tra le cose significative da sottolineare ci sono,
1. Il "non abbiamo prove" ripetuto diverse volte (e allora che parliamo a fare direi io!)
2. Confusione sul significato di "da consumarsi PREFERIBILMENTE entro" e "da consumarsi entro" nel riutilizzo di alcuni prodotti.
Una cosa però l'ha detta giusta Giulio Golia alla fine: vediamo i registri di carico e scarico e degli scarti. Peccato che quello avrebbe dovuto essere l'inizio di una indagine seria e non certo la fine (e non ditemi che quello che faceva i video del reparto non avrebbe potuto fare un paio di foto ai registri invece per sostenere le sue tesi).
Detto questo se ci sono irregolarità sicuramente adesso emergeranno, peccato però che sarà anche a spese di chi lavora seriamente!
Giornalismo d'assalto italian style...


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Spiace vedere che le Iene, nella loro spasmodica ricerca dello scoop, abbiano tentato un altro colpaccio a danno di un settore produttivo. Tra le cose significative da sottolineare ci sono, 1. Il "non abbiamo prove" ripetuto diverse volte (e allora che parliamo a fare direi io!) 2. Confusione sul...
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Compagni più più

27 settembre 2018 ore 08:22 segnala
David Grieco
26 settembre 2018

Uscendo di casa, incrocio un vicino, mio coetaneo, che conosco bene. Professore universitario, brillante intellettuale, molto comunista. Percorso classico e tortuoso: Pci, Rifondazione, Sel, Potere al Popolo.


Mentre lo saluto, gli dico di andarsi a guardare un video che ho appena visto. Un discorso entusiasmante, memorabile, direi storico, di Jeremy Corbyn contro il capitalismo osceno dei nostri tempi. Un discorso concluso da una folla di giovani che cantano Bandiera Rossa, cioè Red Flag.


"Vatti a vedere il discorso del compagno Corbyn - gli dico - l'ho appena visto, veramente straordinario”.


“Corbyn? Non lo so se Corbyn è un compagno…", mi fa lui.


Il motivo per il quale Corbyn non sarebbe un compagno non gliel'ho neppure fatto dire.


Non mi sono incazzato come avrei voluto, ho mantenuto la calma, ma non sono riuscito a non dire al mio vicino che quelli come lui, tanti e poi tanti, rimbambiti e più rimbambiti, sono i responsabili del coma profondo della sinistra in Italia, né più né meno degli odiati renziani.


Al tempo del Governo della Demenza, questo tic demenziale di tanti compagni che da decenni si chiedono chi è più compagno di chi non l'ho mai sopportato e ora non lo sopporto più per davvero. Anche perché non conosco un giovane, per fortuna, che faccia uno sragionamento del genere.


Godetevi la pensione, cari compagni più compagni degli altri, andate in vacanza per sempre, fate quello che vi pare ma levatevi di torno.


Anche perché quando potevate essere utili, per scongiurare la finta sinistra dei renziani per esempio, non c’eravate o dormivate.

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David Grieco 26 settembre 2018 Uscendo di casa, incrocio un vicino, mio coetaneo, che conosco bene. Professore universitario, brillante intellettuale, molto comunista. Percorso classico e tortuoso: Pci, Rifondazione, Sel, Potere al Popolo. Mentre lo saluto, gli dico di andarsi a guardare un...
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Un uomo di razza!

02 settembre 2018 ore 12:36 segnala


Fonte: Sole 24ore Intervento di Cavalli Sforza
Alcune settimane fa sul New York Times è comparso un articolo di Armand Marie Leroi che riporta a galla il problema delle razze. L'autore si definisce un «evoluzionista biologo dello sviluppo» dell'Imperial College di Londra, cioè appartiene a una nuova setta che sembra un sottogruppo di un'altra più nota, detta di “psicologi evoluzionisti” che ha raccolto l'eredità della sociobiologia. Era questa una disciplina sorta come un fungo nel 1975, con il libro omonimo di Edward O.Wilson, un notissimo ecologo e studioso degli insetti sociali (soprattutto api e formiche) che aveva trasferito un po' troppo violentemente alla specie umana le sue conoscenze entomologiche sulla socialità. Che vi siano geni che possono influenzare il comportamento sociale anche negli uomini non c'è dubbio, ma che la società umana abbia molte somiglianze con quella delle formiche è un po' ingenuo. La sociobiologia ha ignorato il potere dell'evoluzione culturale, e dopo un breve successo ha perso rapidamente in popolarità, continuando in modo meno violento sotto altri nomi
L’origine del concetto di razza
Il concetto di razza ha due origini diverse. La prima: a partire dal '700, zoologi e botanici si sono occupati di classificare tutte le specie di animali e piante, che oggi sono molti milioni. Una specie, così come quella umana, è l'insieme di individui che possono proliferare fra loro senza limitazioni, che invece rendono impossibili, o limitano grandemente gli incroci fra individui di specie diverse.
Quasi tutti sanno che gli ibridi fra due specie diverse come cavalli e asini sono sterili, quindi non possono continuare la vita. Ma una specie, anche se chiaramente fatta di individui tutti interfecondi è tutt'altro che omogenea, e soprattutto studiandone gruppi che vivono in luoghi lontani, si trovano differenze locali anche importanti. Sappiamo tutti riconoscere a occhio un africano da un cinese. Quindi, si dice, le razze esistono.
Discontinuità rare e sottili
In realtà in molti non saprebbero distinguere un africano da un indiano del sud o da un abitante della Nuova Guinea, cioè da molti altri che abitano vicino all'equatore. E in realtà già Darwin, quasi un secolo e mezzo fa, metteva in guardia sulle razze: notando che vi è quasi sempre una sorta di continuità geografica della variazione fra i gruppi umani. Se andiamo da un'estremità all'altra del mondo in qualunque direzione, si passa piuttosto gradualmente da un tipo ereditario a un altro assai diverso. Le discontinuità sono rare e sottili, rendendo problematica la classificazione in razze. E infatti, aggiunge Darwin, gli scienziati non riescono a mettersi d'accordo su quante razze esistono, e le proposte variano da 2 a più di 60. E allora, esistono o no le razze? La situazione non è cambiata oggi; e se non sappiamo neppure quante sono, che diritto abbiamo di dire che esistono? Penso sia essenziale aggiungere: e se vogliamo a tutti i costi accettarne la validità anche nell'uomo, a che cosa servono? Èquesta veramente la domanda più importante.
“La variazione genetica che si ritrova in “razze” diverse è molto piccola, mentre quella che si trova fra gli individui in ogni popolazione è molto più importante
L’uso della parola razza per gli allevamenti
Veniamo così alla seconda origine e all'uso pratico della parola razza, quella degli allevatori. Non per nulla, la parola razza sembra venire dal francese antico haraz (oggi haras), ove significa allevamento di stalloni, e forse prima ancora dall'arabo. Quasi tutti gli allevatori e coltivatori sono interessati a creare razze diverse per usi diversi, e a migliorarne le prestazioni, ma vogliono che ogni razza sia omogenea. Nel caso di cavalli, cani, gatti, topini e via dicendo, il campione della razza deve avere certe caratteristiche e tutti gli altri futuri membri devono assomigliargli il più possibile. Ma la natura rifiuta di creare eccessiva omogeneità, soprattutto tra i Mammiferi, e in genere i Vertebrati. La riproduzione vegetativa o clonazione, che evita il sesso e con esso il rimescolamento radicale dei caratteri presenti nei due genitori, è facile in molte piante ma non funziona tra gli animali più complessi, se non raramente (i gemelli identici ne sono un esempio nell'uomo) e anche sperimentalmente non in modo facile: vedi il successo-fiasco della pecora Dolly. Senza clonazione gli allevatori riescono a creare solo una omogeneità relativa dopo molti incroci fra parenti stretti, e solo per pochi caratteri esterni, o per attività speciali, che sono più facili da controllare geneticamente.
La gran maggioranza dei caratteri ereditari che non si vedono, come molti gruppi sanguigni, restano tenacemente variabili anche dopo dieci o venti generazioni di incroci fra fratello e sorella o genitori-figli, eseguiti dagli allevatori per ottenere l'omogeneità desiderata. E comunque non si può fare allevamento nella specie umana, se non limitatamente a quei pochi tentativi fatti da imperatori, duchi o tiranni che ci hanno provato per sfizio, e sempre su scala molto modesta.
Variazioni genetiche
Leroi asserisce che la dominanza del concetto di razza come costrutto sociale e non realtà biologica, è stata generata da un articolo del 1972 di Richard Lewontin, ora a Harvard, responsabile di importanti scoperte di genetica di popolazioni nel famoso moscerino della frutta. Ma non è vero, perché il concetto è stato affermato in modo perentorio in diverse dichiarazioni ufficiali dell'Unesco negli anni immediatamente successivi alla guerra. Lewontin ha analizzato statisticamente dati genetici raccolti su popolazioni umane, come gruppi sanguigni ed enzimi del sangue, e ha dimostrato che la variazione genetica che si ritrova in “razze” diverse è molto piccola, ed è al più il 15% di tutta la variazione esistente nell'uomo, mentre quella che si trova fra gli individui in ogni popolazione, cioè il residuo 85%, è molto più importante. Cioè, le razze non sono affatto omogenee; al contrario, nascondono un'enorme variazione fra individui sotto un'apparente omogeneità. Perché, si è chiesto, fare tanto chiasso sulle differenze fra le razze? In realtà è stato anche mostrato più tardi che quasi nessun altro mammifero mostra una variazione tra “razze”, comunque definite, tanto piccola quanto quella osservata nell'uomo, e la nostra storia evolutiva spiega bene il perché. E anch'essa, comunque si definiscano le razze, è scesa in un'ultima analisi con dati e metodi più recenti e precisi, al 3-5 per cento.
“Quasi nessun altro mammifero mostra una variazione tra “razze” tanto piccola quanto quella osservata nell'uomo”
Luigi Cavalli Sforza
L’apprendimento
Perché allora insistere tanto sull'esistenza delle razze? Gli evoluzionisti psicologi sono loro stessi una razza (non biologica, ma culturale, si intende!) che amano cercare geni responsabili di comportamenti psicologici: sono genetisti forse un po' fanatici. Non ci sarebbe molto da temere, se non che purtroppo questa ricerca è assai complicata ed è facile pigliare cantonate. Il comportamento umano è in gran parte imparato, e abbiamo pochi modi sicuri e faticosi per distinguere nell'uomo quello che è appreso da quello che è innato (nel senso che è trasmesso dai geni), data l'impossibilità di condurre incroci sperimentali. Questi sono possibili solo negli animali. Ma nessun animale ha, al pari di noi, la potenza di trasmissione culturale e quindi di apprendimento resa possibile dal linguaggio. La conoscenza del genoma potrà aiutare in futuro in questa ricerca, e vi sono certamente caratteri psicologici ereditari, ma a cominciare dal famoso quoziente di intelligenza, il QI, il loro determinismo è praticamente senza eccezione estremamente complesso. Per il QI, il carattere psicologico più studiato ma purtroppo scientificamente il meno interessante, la stima dell'importanza dei geni varia dal 30% all'80%, secondo il ricercatore che ascoltiamo. Le analisi più sicure sono quelle che danno i valori più bassi.
La bellezza
Leroi propone anche di occuparsi della genetica della bellezza, (senza incroci sperimentali, per fortuna). Viene quasi il dubbio: che ci sia magari un po' di quell'ansia dell'allevatore, di creare la razza perfetta? C'è forse anche un po' di quelle spinte psicologiche interne, comunque le si voglia chiamare, per cui quasi ciascuno ha almeno una squadra sportiva del cuore che è diventata una parte di se stesso? Sotto queste spinte, l'io diventa noi, e ci rende partecipi della gioia della vittoria di quei campioni che abbiamo scelto a rappresentare il nostro io: non solo la nostra squadra di calcio, anche la nostra città, la nostra nazione, la nostra gente, la nostra razza, che naturalmente sono sempre migliori di tutte le altre. Una psicologia semplice suggerisce che questa è una delle strade che conducono più o meno inconsciamente al razzismo. Signori psicologi evoluzionisti e affini, forse dovreste diventare genetisti un po' meno ardenti e prestare più attenzione alla psicologia spicciola.
“Le “razze” che veramente contano per la medicina sono delle “popolazioni” cento, mille volte più piccole di quelle che vengono chiamate razze nel discorso comune”
La medicina
Leroi afferma, inoltre, che la razza è importante per la medicina. C'è una vaga verità in questa affermazione, ma io devo considerare un errore il modo in cui l'ha espressa, perché non si è rivolto alle “razze” giuste. Quelle importanti per la medicina non sono certo le cinque proposte dal fondatore dell'antropologia fisica alla fine del Settecento, Johann Friedrich Blumenbach, che tutti conoscono e che corrispondono più o meno ai cinque continenti. È vero che queste razze hanno qualche realtà, anche se modesta, e per una ragione semplicissima. La massima causa di differenza genetica in una specie come quella umana, abbiamo recentemente dimostrato, è la distanza geografica fra due popolazioni. La chiarezza della relazione tra differenze genetiche e distanza geografica è veramente straordinaria. È ovvio che, malgrado le complicazioni dei contorni continentali, le popolazioni di continenti diversi sono in media le più distanti fra loro di tutte le altre, per semplici ragioni di geometria geografica. Perciò le popolazioni di continenti diversi mostrano le massime differenze genetiche, anche a occhio, che però sono così grossolane da non poter venire direttamente utilizzate dal punto di vista medico.
La realtà è che le “razze” che veramente contano per la medicina sono delle “popolazioni” cento, mille volte più piccole di quelle che vengono di solito chiamate razze nel discorso comune. Sono formate da discendenti di individui vissuti trecento, mille, più di rado migliaia di anni fa, che portavano uno o alcuni rari cambiamenti genetici (mutazioni) responsabili di certe malattie precise. Ma non ha molto senso chiamarle razze, e per essere sufficientemente chiaro l'argomento richiede un discorso speciale, centrato sulla storia delle espansioni umane, sulla genealogia e sull'ecologia.
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La sostanza dei social

17 agosto 2018 ore 09:23 segnala








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