Non so che viso avesse...

09 marzo 2010 ore 17:42 segnala

Fotografie dai contorni ingialliti ritraggono un paesaggio che non c'è più. Cascinali, alberi, appezzamenti di terreni con i confini segnati dai fossi di irrigazione raccontano un paesaggio che non trova corrispondenza con quello attuale. Dove l'obbiettivo della macchina fotografica inquadrava solo orizzonte restituendo una sensazione di infinito sulla stampa che tengo tra le mani, ora una nuova linea ferroviaria, con massicciate in cemento e rete metallica sorretta da pali grigi che ne proteggono il percorso.

Orizzonte negato.

Cammino in questo paesaggio che non riconosco, e fatico a trovare il punto dal quale queste fotografie sono state scattate. Mi guardo intorno, cercando riferimenti che mi aiutino in questa anacronistica operazione di memoria. Ma gli alberi che facevano anche essi da confine tra una proprietà e l'altra non ci sono più. Dei cascinali che che si intravedono non c'è più traccia, e i ruderi rurali che di tanto in tanto si scorgono non hanno nulla della loro antica struttura, e non possono più essere identificati

Memoria negata.

Provo a chiudere gli occhi, e a immaginare quella figura umana che guarda il mondo attraverso l'obbiettivo di una macchina fotografica, per cercare di fermare in uno scatto immagini e pensieri, profumi e rumori.

Non so che viso avesse, perché non ci siano fotografie che ritraggano la sua figura tra queste che tengo tra le mani. Il bianco e nero di queste stampe mi impedirebbero anche di sapere il colore dei suoi capelli e quello dei suoi occhi, ma immagino il suo sguardo rivolto a quell'orizzonte racchiuso nei trentacinque millimetri della sua macchina fotografica, quel confine che i suoi occhi non riescono a determinare, e che il suo cuore vorrebbe infinito, disegnando uno smorfia di sorriso alle sue labbra. Scorrendo le ingiallite stampe che tengo tra le mani ne seguo il percorso, il suo lento incedere in questa campagna che segnava i ritmi della vita, l'odore dell'aria, i profumi della cucina. Vedo muoversi quella figura sugli argini dei canaletti di irrigazione, osservare il grano da poco spuntato dal terreno, chinarsi a accarezzare quei sottili fili verdi, sentire il lieve solletichio sui palmi delle mani fatti scorrere sulle loro punte tutte alte uguali.

E da quella posizione accovacciata inquadrare la fila di alberi che sta alla sua sinistra, metterla lentamente a fuoco, per non perdere l'immagine di quel passero che fa capolino da un nido, e scattare decisa, per non offuscare con qualche movimento quell'immagine che non vuole perdere nei meandri della sua memoria.

Non so che viso avesse, ma mi sembra di sentire i suoi pensieri attraverso le immagini che ha voluto non si perdessero nella memoria, e mi chiedo se tra i tanti avesse immaginato anche lo scenario che ora ho io di fronte. Un orizzonte negato per una nuova linea ferroviaria con le sue massicciate in cemento armato e la rete metallica a proteggerne il percorso sostenuta da pali grigi, sulla quale passano quattro treni al giorno, non più alberi, e rari argini, e ruderi rurali senza forma e dignità. Mi sembra di sentir stringere quel cuore, e di vedere quella smorfia di sorriso sulle labbra trasformasi in smorfia di muto dolore, per quell'orizzonte negato, per quella memoria tradita. Non più profumo di nascituro grano, ma odore di polvere di una cava per laterizi, non più canzoni di passeri nell'aria, ma il silenzio di abbandono rotto quattro volte al giorno dallo sferragliare veloce di un treno dalla strada segnata.

Fotografie ingiallite nelle mie mani, pensieri ingrigiti nella mia mente, sforzandomi di ricordare un volto, una voce, di ricostruire una immagine di quella figura che si muoveva in questa campagna, e di cui con pudore seguo le tracce in un percorso segnato da sconfitte e dolore, con l'unica certezza che non tutti possono essere eroi, e che non tutti possono avere la forza immaginaria di salire su una locomotiva e scagliarsi veloci contro le ingiustizie, e che anche il solo fatto di seguire una direzione “ostinata e contraria” non è stato sufficiente per mantenere viva la bellezza che, atto d'accusa incontrovertibile, traspare da queste vecchie fotografie.

Non so che viso avesse, e non so se oggi incontrando quella figura sarei in grado di riconoscerla, non potrei neppure sperare di riconoscere quello sguardo segnato da una smorfia di sorriso, sorriso strozzato da un orizzonte che non esiste più.

Non so che viso avesse, ma non dovrebbe essere difficile immaginare oggi quella figura, con delle vecchie fotografie in mano, rialzarsi incerta sulle gambe, mettere le fotografie nell'ampia tasca del suo eskimo, sospirare con rammarico avviandosi verso la massicciata della nuova linea ferroviaria, per superarla e guadagnarsi un nuovo infinito nel quale ritrovare una smorfia di sorriso.

Chiara.mente72

Il volo

06 marzo 2010 ore 11:34 segnala

 

 

Sono nato il 16 Dicembre di trentaquattro anni fa, vivo in una baita a tremilaquattrocento metri di altezza, e sto per realizzare il sogno di una vita, quello per cui sono nato. Essere il primo uomo in grado di volare senza l'ausilio di alcun sistema meccanico o alare, ma solo sfruttando le mie caratteristiche fisiche.

Si dice che il destino di un uomo sia scritto nel suo nome.

Io mi chiamo Angelo, e il mio destino è scritto nel mio nome.

Si dice che il destino di un uomo sia scritto nella sua data di nascita.

Io sono nato il giorno in cui per la prima volta l'uomo navigò il cielo.

Si dice che il destino di un uomo sia scritto nei suoi tratti somatici.

Io sarei uno scherzo della natura se non fossi nato per volare.

Ho gambe corte e quasi rachitiche, un torace sproporzionato rispetto a tutto il resto del corpo, che parte da un bacino taglia 40 e finisce a modellare due spalle che per essere coperte richiedono taglie extra large per qualsiasi tipo di indumento io scelga, che a causa del mio metro e cinquantasei scarso mi rendono molto simile a un pinguino in camicia da notte. Le braccia lunghe, con bicipiti brachiali troppo sviluppati rispetto al brachioradiale, a formare una specie di triangolo, con base sui polsi, e mani lunghe dalle dita sottili. Il volto è segnato da un naso aquilino, tagliente come l'angolatura degli zigomi, con gli occhi piuttosto arretrati rispetto al naso, che mi consentono una visione periferica tre volte superiore la media.

Ero molto diverso da tutti bambini della mia età, che non perdevano occasione di farmelo notare. La mia diversità era evidente, e nei primi anni di vita cercavo di nascondermi il più possibile, e in questo il mio corpo mi aiutò. Le mie ossa parevano fatte di gesso, e a differenza di quelle di tutti i miei piccoli coetanei si spezzavano con una facilità irrisoria. A tre anni avevo già collezionato 6 fratture, e fu solo grazie all'intuito e all'abnegazione di un giovane medico condotto che io non venni sottratto ai miei genitori per maltrattamenti. Per mia fortuna anche quel giovane medico si sbagliava, perché lui era convinto che la fragilità delle mie ossa fosse dovuta a una malattia dal nome impronunciabile che non mi avrebbe consentito di superare l'età dello sviluppo. Invece le mie ossa sono semplicemente molto leggere, quasi fatte di gesso, inadatte a qualsiasi pratica sportiva dove sia previsto un contatto fisico con altri esseri umani o che mi faccia correre il rischio di cadere a terra pesantemente. Per anni ho vissuto come in un contenitore per imballaggi speciali, ma questo non mi ha impedito di arrivare al rispettoso numero di quattordici fratture alla tenera età di sei anni.

Ma a sei anni cessai di fratturarmi le ossa. Era una domenica di fine Settembre, e i miei genitori mi avevano portato al mare, a giocare sulla sabbia, superficie che sembrava preservarmi dalle fratture dai miei ruzzoloni. Quella domenica mentre mangiavamo i panini che mia mamma aveva preparato per il pranzo, seduti sugli scogli, a goderci il calore di un generoso sole di fine stagione, accanto a noi venne a posarsi un uccello, che io non avevo mai visto.

Aveva gambe rachitiche, un torace smisurato, il viso dalle forme taglienti, e ali grandi che faticava a tenere strette al corpo, che ne rendevano l'andatura incerta e goffa.

Io non lo vidi arrivare dal cielo, ma lo notai arrivare con quella sua andatura sgraziata dalle mie spalle, perché io potevo vedere dietro di me là dove gli occhi di un altro uomo non poteva vedere.

Che strano animale, cos'è papà?”, chiesi a mio padre che sulle prime non capiva a cosa mi riferissi, perché quel goffo essere era ancora abbondantemente fuori dal suo campo visivo.

Mio padre dovette voltarsi per vedere l'animale del quale gli avevo chiesto, e dopo averlo fissato per un po' mi rispose: “Un albatro... strano... non dovrebbe essere qui... è fuori dalle sue rotte....”

E cosa è un albatro?” lo interruppi io.

E' un uccello, un uccello che può volare per tantissimi chilometri senza fermarsi mai... più di tutti gli altri...”

Ma papà... come fa a volare.... quasi non sta in piedi...” lo interruppi nuovamente io.

Vedi Angelo, lui non è fatto per camminare... è fatto per volare...”...

Papà proseguì ancora facendo sfoggio delle sue conoscenze in campo ornitologico, ma le sue parole io non le sentivo più, in quel momento io avevo capito quale era il mio destino.

Quell'animale dal goffo incedere si avvicinò a noi, e piano piano, forse invogliato dalle briciole di pane che gli tiravo, mi raggiunse. Misi nella mia mano un pezzo di prosciutto, glielo porsi. Lui mosse ancora qualche passo traballante, poi con il suo becco lungo e affilato lo prese e lo deglutì, poi si accovacciò accanto a me, poggiando la sua testa sulle mie gambe. Rimase così per un poco, poi come attraversato da una scossa elettrica si rialzò, si spostò quasi a fatica su uno scoglio che dava sull'acqua e mentre spiccava il volo io vidi la cosa più bella che sino ad allora mi era capitata davanti agli occhi. Quell'essere goffo che sulla terra ferma era così traballante e sgraziato si diede una leggera spinta con quelle sue gambe rachitiche, spiegò due ali che a parvero infinite e come succedeva nelle favole che la mia mamma mi raccontava per farmi addormentare si trasformò in uno splendido uccello che volava con la leggerezza di una piuma sostenuta un aria dal vento, danzando con il vento che lo portava sempre più in alto e sempre più lontano. A un certo punto, quando ormai era già alto e alle nostre spalle, fece una piroetta, quasi sapesse che io a differenza degli altri lo stavo ancora guardando, disegnò una traiettoria che parve dedicare a me, come a dirmi qualcosa, e poi piano se ne andò.

Quel suo volo era stato rivelatore. La sua presenza in quel luogo dove non avrebbe dovuto essere era un segno del destino che era stato scritto per me.

Io, come l'albatro, non ero fatto per camminare, ma per volare.

Non riuscii a mantenere a lungo per me quella rivelazione, e quando in macchina durante il viaggio di ritorno nel silenzio generale me ne uscii esclamando “Anche io sono fatto per volare, proprio come quell'uccello che abbiamo visto prima!”. Il silenzio nel quale cadde la mia affermazione mi fece capire che quella cosa la dovevo tenere per me, e fu in quel momento che io decisi che un giorno io avrei volato, come quell'albatro che chissà come quel giorno era venuto a cercarmi per regalarmi l'alfabeto che mi aveva permesso di leggere nelle sue evoluzioni in cielo il mio destino.

Da quel giorno non ho pensato ad altro, e tutto quello che ho fatto nella mia vita l'ho fatto per riuscire a compiere il mio destino.

 

Chiara.mente72

11459929
    Sono nato il 16 Dicembre di trentaquattro anni fa, vivo in una baita a tremilaquattrocento metri di altezza, e sto per realizzare il sogno di una vita, quello per cui sono nato. Essere...
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06/03/2010 11:34:59
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Mi chiamo Chiara...

02 marzo 2010 ore 19:26 segnala

Parole mie.

Pensieri sfuggenti alla rete.

Mi chiamo Chiara, ho 37 anni, non ho un lavoro fisso e nella mia camera da letto non ci sono armadi. Da molto ho smesso di accumulare libri sugli scaffali, leggo e poi li regalo. Vivo sola, mi piace pensare in autonomia e preferisco un film mediocre o un libro noiosetto a chiacchiere senza senso. Come tutti ho un passato che mi condiziona, e per poter camminare con il mio passo non posso farmi carico del fardello di passati altrui. Spesso ho la sensazione che qualcuno abbia vissuto la mia vita al posto mio, e a me non sia rimasto che il ruolo di spettatrice. Quei qualcuno hanno nomi e cognomi, ma li ho dimenticati, preferisco impegnare lo spazio di memoria che mi è stato messo a disposizione in altro modo. Per ricordare il profumo delle Alfa che fumava mio padre per esempio, o del sapone fatto in casa che veniva usato per lavare i panni da mia madre.

Come tutti avevo dei sogni, e anche se non si sono avverati non ho smesso di sognare, dimensione che trovo più interessante del quotidiano.

Mi chiamo Chiara, ho 37 anni e ho un carattere deciso. Molti dicono che sono scorbutica, ostinata, dura. Una volta salutati, mentre mi allontano, sento una voce soffocata che riassume: “.stronza.”. Non sempre è un difetto, raramente un pregio, io ci convivo.

Mi chiamo Chiara.