Revenge Porn

29 luglio 2020 ore 14:05 segnala


Oggi vorrei portare alla vostra attenzione, un argomento che ho trattato spesso nel mio programma radiofonico 'SERVIZIO PUBBLICO', ovvero il Revenge Porn. Purtroppo ci troviamo di fronte a un fenomeno che non comincia né finisce solo in rete. E per cui il problema di base non è l'esistenza di posti come il web o le app come Telegram, dove spesso si trovano loschi personaggi e pedofili di ogni genere, o il fatto che una persona si faccia delle foto intime, come tanti vogliono far credere. Il problema fondamentale è di tipo culturale, con la mancanza di una vera educazione che liberi da pregiudizi, stereotipi, doppi standard e riconosca concetti come libertà sessuale e consenso.
Per questo motivo, gli strumenti per contrastare il revenge porn devono essere innanzitutto di tipo culturale. È importante continuare a parlarne e che a parlarne siano anche gli uomini, dato che la condivisione di materiale non consensuale avviene nella maggioranza da parte di uomini (a danno di donne soprattutto, senza sottovalutare il problema nella comunità gay).
Questo post parla però degli strumenti legali a disposizione delle vittime. Per costruirlo ci siamo confrontati con Alice e Martina*, due ragazze che sono state vittime di revenge porn, e con l'avvocato Giuseppe Vaciago, esperto in diritto penale societario e delle nuove tecnologie, e socio fondatore del Tech and Law Center di Milano.
QUALI SONO LE TIPOLOGIE DI LEGGI CHE TUTELANO LE VITTIME DI CONDIVISIONE NON CONSENSUALE DI FOTO E VIDEO?
Tecnologia, questa spaventosa app trasformava qualsiasi foto di donna in nudi, ovviamente non parliamo di un solo tipo di foto e video: oltre ai filmati e alle immagini intime ed esplicite, online vengono caricate senza consenso anche foto ritoccate, ad esempio, per sembrare pornografiche (ne è un esempio il caso raccontato qualche giorno fa da Klaudia Poznanska) o trafugate dai social. Quest'ultimo è proprio il caso di Martina, 24enne le cui immagini in costume erano finite su un sito porno, e di Alice, 23enne. Alice è finita sul canale Telegram di cui si è parlato in questi giorni, e spiega: "Le mie foto non erano di nudo. Erano delle mie foto in costume, che avevo messo su Instagram, ma venivano presentate come qualcosa di osceno. Dando il via ad ogni genere di commento sessista e denigratorio." Come mi spiega l'avvocato Vaciago, in caso di condivisione non consensuale "ci sono una serie di leggi da tenere in considerazione. Innanzitutto c'è l’articolo 612 ter del codice penale, che riguarda la diffusione illecita di immagini e video sessualmente espliciti. Tutte le diffusioni di immagini esplicite e illecite, non solo quelle condivise per vendetta." In secondo luogo, poi, c'è l'articolo 167 del codice della privacy, che tratta "il trattamento illecito di dati, effettuato senza consenso. Prevede delle fattispecie di penale rilevanza, che possono avere delle pene variabili fra sei mesi e tre anni."
Spiega Vaciago, c'è il cyberbullismo. "Che non è un reato specifico, ma un insieme di reati. Violenza, diffamazione, revenge porn, stalking, ad esempio. La legge 71 del 2017, che dà una definizione del cyberbullismo, non fornisce però una pena. Quello che prevede è una procedura di ammonimento. E abbiamo una facoltà, che è la rimozione attraverso l’autorità garante per la produzione dei dati." C'è anche il reato di "pornografia virtuale," che si applica ad immagini pornografiche totalmente inventate. Infine, c'è la pedopornografia. "Punita con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000." la soluzione base e sempre quella di DENUCIARE SUBITO E SENZA RIPENSAMENTI il fatto prima alla polizia postale, e in seguito anche alle autorita competenti, mai tacere per paura di minacce o ritorsioni, mai aspettare troppo tempo dal fatto accaduto.
Dtt.sa Christy Rondinelli.
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