X.A (Sognando)

26 marzo 2017 ore 05:05 segnala


Non sono una poetessa,
né una scrittrice. No di certo.
Scrivo o dico spesso parole ben strane,
che solo io riesco a comprendere.
Probabilmente è per questo
che non riesci a capirmi, non al 100%.
Da sei mesi le mie emozioni
che da tanti anni sono state dormienti,
vorrebbero svegliarsi impetuose,
travolgendomi in modo prepotente.
A volte credo di dimenticarmi di tutto,
la mia mente viaggia in mondi sconosciuti,
tranne di rivederti nella mia fantasia,
nei miei sogni.
La mia vita sembra volersi arrestare lì,
in quanto la paura di soffrire
mi induce a non vedere un futuro tra noi...
Mi hai assorbito parecchio,
ed ho la sensazione
che... da un momento
all'altro dovessi dissolvermi.
Ogni giorno che passa,
spero con tutto il cuore
di poterti vedere e
questa volta vorrei che fosse reale,
lasciando in disparte il fantastico
mondo immaginario.
Ho paura di attaccarmi a te,
temo di poterti Amare più di quanto
tu non possa immaginare.
La mia anima è stata rapita
da un potere fortissimo
al quale non posso resistere
né farne a meno;
eppure, cerco di non Amarti,
più volte ho cercato di allontanarti
per farti capire il contrario,
ossia volerti al mio fianco,
in quanto il mio cuore seppur stanco,
ferito, sanguinante,
palpita d'Amore per te.
Mi porta sempre nella tua direzione...
Spero un giorno di poterti dire
"Ti Amo", non solo nei miei sogni
anche nella realtà.
Ho cercato di ragionare
ed essere in me, senza
farmi coinvolgere dalla
passione divoratrice che...
mi consuma ogni secondo
di tutti i giorni.
L'Amore che provo...
si sta facendo troppo grande,
sembra essere egoista,
in quanto non posso più
respirare senza di te...


Autrice: Alessandra Higher
Ore: 04:40
Roma, 26/03/2017


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« immagine » Non sono una poetessa, né una scrittrice. No di certo. Scrivo o dico spesso parole ben strane, che solo io riesco a comprendere. Probabilmente è per questo che non riesci a capirmi, non al 100%. Da quasi sei mesi le mie emozioni che da tanti anni sono state dormienti, vorrebbero...
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Voglio Raccontarvi Una Storia

18 febbraio 2017 ore 17:10 segnala


C'era una volta, in un Regno molto... molto... lontano, un piccolo villaggio dove viveva una piccola popolazione di gnomi, a tutti noti con un particolare nomignolo: i "BENI". Il Villaggio era situato al centro del bosco incantato, ove un baldanzoso ruscello scorreva indisturbato. Si sta avvicinando la primavera ed i minuscoli carrettini erano trainati da formiche o dagli scarabei. Le casette degli gnomi non erano molto grandi di dimensione, avevano la forma di un fungo. Erano davvero piccolissime, oserei dire quasi a misura di gnomo! Avevano anche delle minuscole finestrelle, attraverso le quali gli gnomi potevano osservare eventuali pericoli o insidie che potevano minare la loro quiete. Sui davanzali delle finestre, vi erano dei vasetti dai quali facevano capolino dei fiorellini di vario tipo e i loro colori rendevano il villaggio non solo più armonioso, ma con il loro profumo, inebriavano l’aria, rendendola invitante e favorevole a far uscire di casa anche il più pigro abitante del villaggio, per deliziarsi di salutari passeggiate. I tetti delle casette erano color porpora con delle macchioline biancastre come le nuvole, che magicamente avevano la capacità di cambiare forma: a volte assumevano le sembianze di tanti coniglietti, altre volte diventavano dei dolcissimi cerbiatti, altre volte ancora dei minuscoli uccellini o tante pecorelle. Ai lati dei tetti vi erano ben visibili le grondaie che visti in lontananza apparivano come dei cordoni dorati. Guardando verso l’alto si poteva notare la luce del sole filtrare tra i rami degli alberi dalle grandi foglie. Le stradine che costeggiavano il bosco erano piuttosto ghiaiose, sembravano dei piccoli sentieri che conducevano da una casetta ad un’altra. Vi erano varie tonalità di verde del paesaggio. Al centro del villaggio vi era una rotonda con una piccolissima fontana zampillante, posta di fronte alla casina del Capo Villaggio, completamente ricoperta da verdi piante rampicanti. Accanto alla sua abitazione, vi era una porticina con un nastro di colore blu oltre oceano, se tirato permetteva alla porticina di aprirsi e, nel suo interno (della porticina) vi era un accogliente giardino con tantissime rose che facevano da cornice a un minuscolo stagno circondato da altri tipi di fiori. L’aria era talmente profumata che gli gnomi, ogni qualvolta, vi entravano, si sentivano deliziati nel respirarla. Lo stagno… era bellissimo, in esso si riflettevano tutte le cose che vi erano intorno e al suo interno vi erano tanti pesciolini rossi guizzavano liberamente, della limpidezza di quell’acqua. Ogni estate solo il Capo Villaggio poteva fare il bagnetto nel piccolo stagno, invece, gli gnomi potevano farlo solo nel gorgogliante ruscello. Gli gnomi indossavano: Un cappello a punta, una camicia, pantaloni con la cintura e scarpe a punta. Le gnome, invece, erano solite ad indossare: Un cappello a punta, abitino con il grembiule legato alla vita e scarpette a punta che richiamavano lo stesso stile dei loro cappellini. Solo il Capo Villaggio poteva indossare il mantello color rosso con rifiniture merlettate di colore giallo. Nonostante il villaggio all’apparenza potesse sembrare ricco di cibo e di pietre preziose, in realtà era molto povero. I "BENI" erano fisicamente molto deboli. Tutti gli gnomi si alzavano ogni mattina all'alba e rincasavano al tramonto. Il duro lavoro alla ricerca di bacche, erbe, frutti, avrebbero stancato anche un gigante della più sana e robusta costituzione fisica, foss’egli vigoroso come quello narrato nella storia di Ulisse: Polifemo, il mitico gigante dal grande ed unico occhio. Dall'altra parte del ruscello, viveva un'altra popolazione conosciuti come i "MALI". Questi ultimi erano molto cattivi, prepotenti, distruggevano qualsiasi cosa… Le loro cattiverie erano infinite, non vi era nessun limite, non perdevano occasione di fare scorribande con i loro carri trainati dai buoi e da cavalli, con i trattori e con le ruspe, distruggevano in men che non si dica tutto quello che nel corso degli anni avevano costruito faticosamente: il villaggio dei "BENI". A tal punto da metterli in fuga. Tante furono le risate di scherno per la vittoria conquistata. Il Capo del villaggio dei buoni aveva una pietra azzurra, nessuno sapeva della sua esistenza, se veniva messa sotto i raggi solari, magicamente si apriva un passaggio segreto, solo e quando viene pronunciata la formula: "Che la strada si apra davanti a me" e… PUFF... all'improvviso comparve un arcobaleno da percorrere fino in cielo. I poveri gnomi sconfitti, costretti dalla sofferenza, salirono in cielo per interpellare il DIO ZEUS, RE DEL CIELO E DEL MONDO, PADRE DI TUTTI GLI DEI, vecchio amico del Capo Villaggio che cinquant'anni prima gli donò la pietra. Chiesero il suo aiuto ma... soprattutto come comportarsi con quegli orribili uomini. Zeus diede loro un consiglio: -"Recatevi agli uomini, uno alla volta. E' per questo che i "MALI" puntualmente e continuamente possono sorprendere gli uomini, perché gli sono vicino, mentre i "BENI" giungono purtroppo lentamente dovendo discendere dal cielo". Morale della favola?? Nessuno può ottenere i "BENI” velocemente, mentre chiunque può essere colpito ogni giorno dai "MALI".

Autrice: Alessandra Higher
Ore: 14:10
Roma, 18/022017




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« immagine » C'era una volta, in un Regno molto... molto... lontano, un piccolo villaggio dove viveva una piccola popolazione di gnomi, a tutti noti con un particolare nomignolo: i "BENI". Il Villaggio era situato al centro del bosco incantato, ove un baldanzoso ruscello scorreva indisturbato. Si...
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Pensiero Pomeridiano

28 gennaio 2017 ore 16:54 segnala


Spesso leggo nel web il termine "Troia", è un insulto veramente e insopportabilmente inflazionato, sempre sulla bocca e sulla bacheca di tutti. Si usa a sproposito ed esistono troppi sinonimi. Invece per insultare un uomo che fa la stessa cosa non solo non esiste un termine, ma ho riflettuto sul fatto che probabilmente non esiste perché sarebbe riduttivo definire con un solo termine tutto ciò che comporta. Muovo una critica contro chiunque insulti il genere umano femminile appioppandogli questo aggettivo. Se sei donna e lo usi per insultarne un’altra, sappi che fai ancora più schifo di un uomo che lo fa. L’unico caso in cui forse potrei ammetterlo, è quello in cui si insulta una persona che cerca di portarci via il partner. Quella potrebbe essere una cosa davvero fastidiosa. Ma comunque sarebbe più appropriato usare un termine di dantesca memoria come *seduttrice*. Per quanto riguarda le vere prostitute, vengono a battere sotto casa vostra ?? dentro casa vostra ?? Ledono in qualche modo la vostra libertà ?? Sono persone qualsiasi che hanno fatto scelte di vita diverse dalle vostre. Scelte che riguardano LORO e in un sistema liberale nessuno dovrebbe permettersi di criticarle. Veniamo alle ragazze normali che si devono sentir dire "zoccola, puttana, troia" spesso anche da altre donne allora logicamente, chi le insulta in questo modo: è uno sfigato che non è stato e non sarà mai considerato da loro, quindi volpe e uva. E' una cessa invidiosa che deve parlar male di loro come per dire "io sarò cessa e lei bella, ma almeno io sono una brava ragazza e lei invece è una vacca". Come se la cosa possa redimerti dalla tua mostruosità. No, quello può farlo solo un bravo chirurgo. E' il classico coglione/a di paese che parla per dar fiato alla bocca, stile "vecchi al bar", "non so di cosa parlare, ti parlerò di una persona che nemmeno conosco e della quale ho sentito dire questo, quello e quest’altro". Direi che tutte queste categorie sono da emarginare socialmente perché mandano a puttane secoli di progresso e civilizzazione (e anche laicità). Per il resto cosa posso dirvi: se esistesse una parola analoga per indicare tutto ciò che di abominevole contraddistingue i ragazzi di oggi, sarebbe la parola più utilizzata da chiunque su questa terra. Perché come dico sempre, l’uomo lo deve infilare, quindi è una troia per definizione. Ne ha BISOGNO fisiologicamente. La donna invece è più romantica, più razionale (in questo ambito), sceglie se, quando, come e perché farlo. A volte lo fa per ragioni talmente complicate che una povera protoscimmia non potrebbe mai capire, nemmeno con un disegnino alla lavagna. Detto questo, ricordate chi siete e cosa fate prima di parlare della pagliuzza nell’occhio di una ragazza. Perché forse la trave, nel vostro, è costituita dalla gonorrea che vi diagnosticheranno a breve.

Alessandra Higher
Ore: 16:50
Roma, 28/01/2017
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« immagine » Spesso leggo nel web il termine "Troia", è un insulto veramente e insopportabilmente inflazionato, sempre sulla bocca e sulla bacheca di tutti. Si usa a sproposito ed esistono troppi sinonimi. Invece per insultare un uomo che fa la stessa cosa non solo non esiste un termine, ma ho ri...
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Il Mio Compleanno

12 gennaio 2017 ore 08:19 segnala




Sono nata a Roma nella vecchia periferia nel quartiere Prenestino, in un monolocale che cadeva a pezzi e l'umidità la faceva da padrona. Il Prenestino era una delle zone più malfamate di Roma. La gente per vivere era disposta a tutto, anche a prostituirsi. Roma, la città eterna, luogo di storia e leggenda e luminosa meta di coloro che nel mondo decantano questo luogo come baciato dagli dèi. Questo quartiere rappresenta la parte più oscura di Roma. Angoli indescrivibili e luoghi sconosciuti in cui ci si può anche perdere approdando a punti di non ritorno o connotano. L'oscurità ha mani molto forti, ed è proprio tra quell’oscurità che il destino volle che io venissi catapultata sulla strada della vita, con il minimo di possibilità di risoluzione positiva che un essere vivente potesse avere. E se è vero che le risorse per la sopravvivenza sono innate in ogni essere, io ne sono la prova vivente. Il vecchio Prenestino ha sfumature che solo chi vi è nato e cresciuto può discriminare. Le persone che provengono da altre zone più luminose ed altolocate, non possono comprendere il degrado sociale che lo contraddistingue. Io non posso sapere se i ricchi si siano mai chiesti come vivano i poveri; se si siano mai fatti un esame di coscienza nel vedere occhi affamati, che nascondono una luce irriverente, un tacito bisogno di aiuto. Se si siano mai chiesti come sia possibile vivere in tali condizioni e a quali compromessi essi siano costretti a sottostare, per poter arrivare al giorno dopo ancora vivi… Ricordo di aver assistito ad un infelice scenario, una scena che mi colpì molto, avevo due anni, non ero abbastanza grande da potermi affacciare alla finestra, spesso mi mettevo sotto la finestra della camera da letto, vi era una fessura, con un occhietto guardavo le persone che transitavano sotto la mia abitazione. Un giorno mi capitò di vedere due bambini giocare in strada con la palla nel momento in cui passavano delle persone allungavano la manina per chiedere le elemosina. Passarono in quel momento due signori ben vestiti che guardarono i bambini come schifati e proseguirono per la loro meta, incuranti degli occhi pieni di lacrime e di umiliazioni continue a cui i due fanciulli troppo spesso erano sottoposti, da un destino che non avevano mai scelto. Continuai a guardare quei due signori fin là dove il mio sguardo dalla fessura poté arrivare. La miseria e la povertà, sono sempre esistite sin dai tempi più remoti. La povertà di cui narro era una condizione di vita senza stile, piena di sofferenza e di solitudine ed era palese che le persone bisognose, venivano quasi sempre emarginate dalla società. Durante il decorso della mia vita, qualcuno mi disse che nel periodo ottocentesco, il modo di pensare era molto diverso da quello che ricordo io: i poveri venivano aiutati di più e volontariamente. Adesso ci sono le mense, gli ostelli per dare un tetto a coloro che non hanno una casa, alcune strutture ospedaliere, le cooperative o alcuni centri sanitari, hanno degli operatori di strada, il loro compito è quello di togliere dalla strada i senzatetto e di aiutare i tossicodipendenti. Una forma di solidarietà è quella di confortarli con degli abiti, talvolta nuovi, spesso dismessi o con un po’ di cibo. Le persone altolocate, invece, il più delle volte aiutano i bisognosi solo per avere più notorietà. Dovrebbero farlo con il cuore, sentirsi felici di avere la possibilità di farlo; gioire quando un bimbo o un adulto senza scarpe, piange di gioia per avere ricevuto cinque monete al posto di una. Ho sempre pensato e continuo a pensare che vi è una linea di confine e di differenza tra le persone povere e quelle “non povere”. L'episodio cui facevo riferimento prima, mi ha lasciato un segno indelebile nell’anima, che ancora oggi, ripensandoci, mi addolora. Prima ho scritto il termine “oscurità”. L’oscurità che intendo io, non è solo il luogo dove sono nata, ma la povertà in sé, la povertà che attanaglia, che divora giorno dopo giorno le persone bisognose, come un cane randagio affamato che si aggira tra gli spazi aperti e non, alla ricerca continua di cibo. E’ ovvio che non appena esso ha la possibilità di mangiare, divora quanto gli è stato dato in un sol boccone. Anche i cani che vivono in strada sono come gli esseri umani che purtroppo non hanno avuto la gioia di nascere in un posto migliore. Tutto questo le persone ricche non riescono a comprenderlo, in quanto vivono nel lusso e nei loro agi, non curanti di come possano vivere gli animali abbandonati e le persone che non hanno nulla con cui potersi sfamare. Anche la donna che mise al mondo me e i miei fratelli apparteneva al mondo della povertà. Era di Caserta, si chiamava Maria, fu cresciuta in un collegio dove non le fu impartita nessuna istruzione e all'età di diciotto anni, i suoi genitori la “misero” in mano ad un uomo in via di separazione da sua moglie e che aveva già tre figlie. Ricordo ancora una carezza che mi fece; avvertii una strana sensazione: da quella carezza capii in qualche modo il suo stato d’animo e l'incertezza che per tutta la vita l'aveva accompagnata sin dall'infanzia e la dura vita che dovette affrontare all'interno di quell’Istituto. L'Amore è un concetto di coloro che vivono senza una spada di Damocle sulla testa dalla mattina alla sera, immaginando come sia romantico e spensierato il periodo della giovinezza. Maria però conobbe qualcosa di diverso, “un Amore a contratto” con un uomo, ne buono né cattivo, ma che forse era la scelta migliore, secondo l’agire di coloro che scelsero per lei… Si chiamava Armando, aveva i capelli molto scuri e ondulati, come la criniera di un cavallo alla mostra equina, di professione faceva il tassista, motivo questo che gli permetteva di recarsi quasi tutte le sere a trovare mia madre. Iniziò così la loro convivenza. Stettero insieme per qualche anno, dopo di che Armando se ne andò lasciandola sola con il fardello dei figli che generò, quelli che poi divennero i miei fratelli di mezzo sangue. Dopo qualche anno, in una sera non tanto calda, Maria si sentiva piena di energia, decise di fare una passeggiata con mia sorella maggiore nel passeggino, per le strade di Roma. Alcune di queste strade erano ghiaiose in quanto conducevano per i giardini pubblici. Stava mettendo a dura prova le scarpette di cuoio regalatele da una vicina di casa. Indossava una gonna molto lunga e per osservare la posizione dei suoi piedi, dovette sollevarla un po’ chinando il capo affinché ammirasse bene. Mentre camminava i suoi lunghi capelli rossi, venivano leggermente mossi da una tiepida brezza, le ondeggiavano davanti al viso, celando la fronte imperlata di un leggero velo di sudore. Come per un gesto istintivo, alzò nuovamente il capo e fu allora che capì di essere arrivata al Quirinale. Era stanca per la lunga camminata, si mise seduta sul bordo di una grande fontana, l'acqua zampillava felicemente accolta e raccolta nel suo nido di cemento. Maria guardò mia sorella con lo sguardo che solo una madre è capace di fare, facendole una carezza su un piedino. Ad un certo punto intravide la sagoma di una persona che si avvicinava verso di lei. Scostò con rapida eleganza le ciocche di capelli dagli occhi e la visione di quell'uomo le apparve chiara, riuscendo da quella distanza a scorgere alcuni particolari come l'andatura decisa, la divisa che indossava, la sua altezza, il suo portamento elegante… Era un uomo affascinante, indossava la divisa con fierezza, ma i suoi occhi emanavano un velo di tristezza. Mia madre emise un profondo respiro e per non apparire barcollante su quella strada ghiaiosa, unì le mani in grembo, cercando di assumere un'espressione il più possibile serena, seppure il viso dalle gote arrossate ne tradisse quel considerevole sforzo compiuto sino a quel momento. Un grillo cantava ai piedi della grande quercia non molto distante da lei e costeggiava il muro di cinta del giardino pubblico. Quel frinire era così musicale e soave che induceva una sorta di richiamo verso pensieri più luminosi e sereni. L'uomo che via via si avvicinava sempre più al posto in cui lei si era fermata e si avvide ben presto della ragazza dall'abito blu scuro, rimase immobile. Piegò appena il capo di lato, fermandosi ad una decina di metri, consentendo meglio quella prospettiva che quella sera di inoltrata primavera una diversa tonalità di suoni e di sapori. Egli si avvicinò ancora e a distanza adeguata per un saluto la cui modularità della voce non imponesse un urlare sgraziato per farsi sentire, afferrò lentamente il cappello d’ordinanza con la mano sinistra e con un gesto aggraziato ed intriso di velata esperienza, fece compiere un semicerchio al braccio esibendo quel cavalleresco e rispettoso saluto alla ragazza che in quell'attimo sorrise, mentre gli occhi le brillavano d'orgoglio dinanzi a quel fare elegante e nobile... Si presentarono, parlarono fino a notte inoltrata, il tempo sembrava non passare mai. Maria si avvide del ritardo. Si alzò dal bordo della fontana di gran carriera, ma lui con un gesto galante, la fermò sfiorandola ad un braccio. Si offrì di accompagnarla, motivando la sua offerta: poteva essere pericoloso oltre che indecoroso per una donna andare in giro a sera inoltrata per le strade di Roma. Mia madre accettò e fu così che egli l'accompagnò fin sotto casa, chiedendole se fosse possibile poter avere modo di rivederla anche nei giorni a seguire. Mia madre acconsentì a quel suo desiderio: gli parve un brav'uomo. Da lì nacque una storia che durò tre anni e da quella storia nacqui io. Sono nata nel reparto maternità nell’Ospedale San Giovanni in Roma in una uggiosa giornata invernale, precisamente il 13 ottobre del 1974, mentre fuori faceva molto freddo. Ero la bambina più grande del reparto, pesavo infatti ben cinque chilogrammi. Un'infermiera, dopo avermi agghindata, mi portò in giro per il reparto, mostrandomi con orgoglio ai medici e alle neo mamme. Purtroppo nacqui un po’ scura di pelle, poiché mia madre, non essendo abbiente e non avendo molto da mangiare, si era nutrita per gran parte del periodo della gravidanza con bucce di fave cotte, assieme a pezzi di sale grosso ed altre piccole cose. Mio padre si chiamava Vincenzo e decise di darmi il nome di Alessandra. Maria era molto ingenua; cresciuta nella sua ignoranza non si accorgeva se le persone erano buone o cattive perché era nobile d'animo e tendeva sempre a dare fiducia al prossimo, nonostante le sofferenze vissute. Per sbarcare il lunario e per guadagnare qualcosa lei lavava, cuciva e stirava le divise dei colleghi di mio padre, in tal modo riusciva a racimolare circa sessanta mila lire al mese: soldi che servivano tutti per comprare degli alimenti essenziali, di prima necessità. Non ho molti ricordi di mio padre, in quanto non lo vedevo spesso, poiché veniva di tanto in tanto e rimaneva poco con noi in casa. Ho però un momento vivido di lui, quando ad esempio, mi prese in braccio per l’ultima volta, poi sparì e non lo vidi più. Un giorno, credo sia stato nel periodo estivo in quanto sentivo molto caldo, Maria, mia madre, andò in cerca di cibo, bussando di porta in porta, con sé portò tre dei miei fratelli ed io rimasi sola, dato che i miei fratelli maggiori erano fuori per lavoro. Sicuramente pensava di assentarsi per poco tempo. Quando tornarono a casa, mi trovarono con la testolina incastrata nel lettino di legno fatto a sbarre; ero diventata cianotica in viso, ma non ricordo di essere stata portata in ospedale, in quanto lei non aveva un mezzo per portarmi… per mia fortuna però, una volta liberata da quella posizione, stetti meglio. Il mio spavento scomparve quasi subito, ma non di certo per Maria, poveretta. Questi ricordi, ripensandoci, mi fanno stare molto male. Ho imparato a camminare da sola… quando cadevo non avevo nessuno che mi coccolava e mi rialzava, non ho avuto un giocattolo ne il ciuccio e né vestitini miei, ma quelli dismessi dei miei fratelli, ricordo che mi succhiavo l’alluce del piede per addormentarmi. Da allora, da quando imparai a camminare, di tempo ne è trascorso. Adesso vi sono le cadute del vivere, ma ora, segue il mio veloce rialzarsi, perché la mia forza me la sono formata da sempre.

Autrice: Alessandra Higher
Roma: 12/01/2017
Ore: 06:00

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« immagine » « immagine » Sono nata a Roma nella vecchia periferia nel quartiere Prenestino, in un monolocale che cadeva a pezzi e l'umidità la faceva da padrona. Il Prenestino era una delle zone più malfamate di Roma. La gente per vivere era disposta a tutto, anche a prostituirsi. Roma, la ci...
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Piove...

04 gennaio 2017 ore 17:31 segnala




E' notte, non riesco a dormire. I pensieri oscuri sono avvolti nella nebbia fitta come se stessero in un'immensa pianura deserta, vorrebbero uscire fuori, esplodere, con il tentativo di farmi ricordare tutto quello che ho faticosamente messo in disparte nel turbinio del mio passato. Mi tormentano. Mi alzo dal letto, infilo ai piedi i calzini e le pantofole, mi avvicino alla finestra della camera da letto. Sta piovendo. Il rumore del ticchettio delle gocce di pioggia battono sui vetri come se volessero bussare ed entrare nella mia stanza. Scivolano lentamente, osservo la loro direzione, danzano fino al momento in cui la loro danza finisce... Tutto questo interiormente mi fa sentire un pizzico di romanticismo, di sensualità, la sensazione di umido e bagnato mi fa inumidire le labbra con la lingua. Penso a quanto possa essere importante, in quanto disseta la Terra del nostro bellissimo Pianeta, con essa le foglie s'imperlano e su di esse sono poggiate le goccioline che illuminate e baciate dal calore del sole, sembrano essere perle marine, quelle che vi sono nelle grosse conchiglie in fondo al Regno del mare. La pioggia è la rinascita di tutta la vegetazione. E' vita. Con il suo passare accarezza e schiaffeggia gli alberi, i prati, facendo confondere il colore del mio viso e quello di tutte le persone che camminano per strada con gli ombrelli colorati. Può nascondere le lacrime, in quanto quando piove il viso rigandosi si mescolano con le gocce di pioggia. E' bellissimo ascoltare il suono di Madre Natura, guardare, osservare, il luccichio dei lampioni e attendere le gocce cadere sull'asfalto formando delle piccole pozze d'acqua ed infine delle grosse o piccole pozzanghere. La pioggia non è mai la stessa, può scendere violentemente accompagnata dal potente e maestoso vento, oppure lentamente seguendo il ritmo melodico e melanconico di un carillon... Tuttavia, a volte mi rende triste. I miei occhi sono intrisi di lacrime, lucidi, brillano come le stelle luminose che danzano nel vasto spazio dell'universo, rigando i muri della mia prigione interiore, non vedo niente, prendo un cleenex, li asciugo ripensando ai fatti accaduti nel periodo in cui ero adolescente e durante il mio decorso storico ho dovuto spegnere tantissime emozioni, per non dover soffrire ancora. Nonostante il blocco emozionale, queste vogliono esplodere nell'ascoltare ogni piccola vibrazione del mio cuore. Dentro di me sento suonare le parole di questo post, in quanto i sentimenti seppur contrastanti vorrebbero essere incise sul mio blog o sul mio Diario personale. Quando avrà smesso di piovere, arriverà il vento. Non vedo l'ora. Porterà via questi pensieri maledetti e queste parole scritte, ma di certo non porterà mai via il mio essere e la mia essenza di donna che Amerò finché avrò l'ultimo respiro.

Autrice: Alessandra Higher
Ore: 17:30
Roma, 04/01/2017

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« immagine » « immagine » E' notte, non riesco a dormire. I pensieri oscuri sono avvolti nella nebbia fitta come se stessero in un'immensa pianura deserta, vorrebbero uscire fuori, esplodere, con il tentativo di farmi ricordare tutto quello che ho faticosamente messo in disparte nel turbinio d...
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Il Lamento

16 dicembre 2016 ore 18:02 segnala


Impera al mondo la Tangent Story
i popoli di tasse sono pieni
le umane bestie che fecer tanti cori
vi sono ancora e son come licheni.

La rabbia delle guerre ci da atto
di vite umane perse inutilmente
il male in questa forma è già contratto
è questo il risultato della gente.

Le anime innocenti e vegetanti
all'orizzonte guardan con tristezza
e mentre questi son sempre più tanti
attiva e forte nasce la durezza.

Alligna il male nell'uomo cuore
La gente impazza e la battaglia infuria
quest'epoca civile che ora muore
ci lascia in abbondanza solo incuria.

Il nonno delle favole è già andato
e mentre il bene piccolo s'affaccia
un altro umano fa di se il suo fato
i luoghi della terra son di caccia.

Inversa e stridula canta la speranza
che funge da pontile tra gli umani
il suo percorso s'è fatto con costanza
può far brillare il sole di domani.

Autrice: Alessandra Higher
Ore: 16:25
Roma, 16/12/2016

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« immagine » Impera al mondo la Tangent Story i popoli di tasse sono pieni le umane bestie che fecer tanti cori vi sono ancora e son come licheni. La rabbia delle guerre ci da atto di vite umane perse inutilmente il male in questa forma è già contratto è questo il risultato della gente. Le ...
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16/12/2016 18:02:55
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Vento...

23 giugno 2016 ore 04:02 segnala


Ssss... Sssss... Ssss...
Passa il vento per le strade,
un vento caldo, deciso,
fa morire le foglie,
le piante e la vegetazione...
Quando è freddo borbotta,
andando sui tetti delle case
toccando i comignoli dei camini.
D'un tratto ricade sulle piazze
e viuzze e su strade,
arruffa le piume degli uccellini
e coglie l'occasione
di rubar i berrettini ai bambini.
Gira, fischiando tra le scuole,
vorrebbe studiare
ma non ha libri
né un cappellino in testa;
Cerca fiori da odorare,
le viole sono i fiori che preferisce
alitando nei giardini e nel boschetto.
E' quasi mattina si vedono i monti
color verde smeraldo,
sembran toccare
l'azzurro cielo maestoso,
gli alberi cantano a festa
al suo sibilo,
sussurra dolci suoni
d'acqua piovana,
la primavera è andata,
è giunta l'estate,
tutto muore intorno a noi.
Nel suo passar canta
una dolce preghiera:
- "che gli umani siano in pace.
L'odio, l'avidità, l'egoismo,
devon esser spazzate via,
le guerre son violente, cruente,
portatrici di morte."
Nessuno ascolta il gigante...
Il mondo è ormai cadente.


Autrice: Alessandra Higher
Ore: 03:00
Roma, 23/06/2016


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« immagine » « immagine » Ssss... Sssss... Ssss... Passa il vento per le strade, un vento caldo, deciso, fa morire le foglie, le piante e la vegetazione... Quando è freddo borbotta, andando sui tetti delle case toccando i comignoli dei camini. D'un tratto ricade sulle piazze e viuzze e su...
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23/06/2016 04:02:15
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Alba E' Appena...

21 maggio 2016 ore 17:52 segnala


Alba è appena,
sto uscendo di casa
per andar al bar,
dimenticata lo scorso
giorno, di comperare
il latte.
Vi entro dentro,
i suoi vapori son
meravigliosi.
Il nasin mio,
non può far a meno
di sentir gli odori:
cornetti caldi
farciti con la crema,
panna e al cioccolato,
le bombe zuccherate
ripiene di marmellata,
ciambelloni al cioccolato,
al limone e al rum,
il tè caldo con una
scorza di limone
poggiato sul piattino,
il caffè bollente,
il cappuccino caldo
con l'aggiunta di cacao,
i tramezzini con verdure
e affettati riscaldati
sulla piastra...
Emanano odori da far
venire un languorino
allo stomachino.
Credo sia questa
la gioia, di ogni cliente,
aver la possibilità
di scegliere come far
colazione o uno spuntino
nel tardo mattino,
oppure nel pomeriggio.
Nelle porte e nelle finestre
del bar, vi sono
delle goccioline che,
lascian la scia
del loro cammin,
sembra quasi brina.
Son sintomi della
calura ambientale
e freddura autunnale.
L'autunno da due mesi
doveva esser cominciato,
invece, è alle porte appena...
Sarà più lungo degli anni
scorsi, o più breve.
Mi vengono i brividi.
Poggio una mano
nel marmo bancone,
pago il latte,
prendo il resto,
'Arrivederci, buona giornata',
gli dico all'omino del bar,
'Grazie, anche a te'
mi rispose...
Ritorno a casa,
freddo era quel marmo,
il gelo vi è nel sangue mio.
Anche gli occhi sembran
esser rinfrescati.
Prendo un bicchiere,
vi pongo dentro il latte,
ne bevo un lungo sorso,
dei bei baffi bianchi
son apparsi sulle
labbra mie...
Il polso mio
seppur fa freddo, è fermo,
solo nei denti miei
vi è un tremotìo,
ma tu, non dirmi
ora, che nasce il nuovo
giorno, che non verrai da me.
Ti sto aspettando
e l'attesa per me
è come la morte...


Autrice: Alessandra Higher
Roma, 07-11-2013
Ore: 05:50

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« immagine » Alba è appena, sto uscendo di casa per andar al bar, dimenticata lo scorso giorno, di comperare il latte. Vi entro dentro, i suoi vapori son meravigliosi. Il nasin mio, non può far a meno di sentir gli odori: cornetti caldi farciti con la crema, panna e al cioccolato, le bombe zuc...
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Un giorno di pioggia...

10 maggio 2016 ore 15:47 segnala


Che bello,
ieri notte ha piovuto,
ci sono stati i lampi,
i tuoni,
non ho avuto freddo,
ero nel mio letto
con la finestra della camera aperta,
ho sentito l'odore della strada bagnata,
ascoltavo l'ululato del vento,
raccontava tutto quello che aveva visto
e udito durante il suo viaggio nel mondo,
cercando di spazzare via
tutte le brutture
fatte da noi esseri umani.
Il suo malcontento era grande
nel vedere le tante sopraffazioni,
la povertà,
albeggiante e tramontante
in molti paesi di alcune Nazioni immense.
L'uomo è avido e livido d'invidia
con chi ha più di lui,
non si accontenta di quello che ha,
vuole sempre di più,
sfruttando le persone bisognose di aiuto:
italiani e stranieri...
Queste sono desiderose di un aiuto sincero,
non quello su cui ci si può mangiare sopra.


Autrice: Alessandra Higher
Roma, 10-05-2016
Ore: 15:37


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« immagine » Che bello, ieri notte ha piovuto, ci sono stati i lampi, i tuoni, non ho avuto freddo, ero nel mio letto con la finestra della camera aperta, ho sentito l'odore della strada bagnata, ascoltavo l'ululato del vento, raccontava tutto quello che aveva visto e udito durante il s...
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10/05/2016 15:47:41
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Il Nome Lo Ha

29 aprile 2016 ore 15:29 segnala


Il nome lo ha,
non voglio chiamarlo Amore
questo che provo per te,
non voglio che il mio cuor
attende invano...
come è successo con altri
nell'udir i miei canti,
se Amore non è...
è pur vero
che tutto quello che vi è al mondo vive
nulla m'interessa come di te,
la tua sorte non m'affidi,
so che mi vuoi e non me lo dici,
oh povera o poca, sia
ma nulla al mondo
mi è più caro di te,
e anch'esso...
il nome lo ha.


Autrice: Alessandra Higher
Roma, 31-10-2013
Ore: 04:30

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« immagine » Il nome lo ha, non voglio chiamarlo Amore questo che provo per te, non voglio che il mio cuor attende invano... come è successo con altri nell'udir i miei canti, se Amore non è... è pur vero che tutto quello che vi è al mondo vive nulla m'interessa come di te, la tua sorte non m'affi...
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