Il Mio Compleanno

12 gennaio 2017 ore 08:19 segnala




Sono nata a Roma nella vecchia periferia nel quartiere Prenestino, in un monolocale che cadeva a pezzi e l'umidità la faceva da padrona. Il Prenestino era una delle zone più malfamate di Roma. La gente per vivere era disposta a tutto, anche a prostituirsi. Roma, la città eterna, luogo di storia e leggenda e luminosa meta di coloro che nel mondo decantano questo luogo come baciato dagli dèi. Questo quartiere rappresenta la parte più oscura di Roma. Angoli indescrivibili e luoghi sconosciuti in cui ci si può anche perdere approdando a punti di non ritorno o connotano. L'oscurità ha mani molto forti, ed è proprio tra quell’oscurità che il destino volle che io venissi catapultata sulla strada della vita, con il minimo di possibilità di risoluzione positiva che un essere vivente potesse avere. E se è vero che le risorse per la sopravvivenza sono innate in ogni essere, io ne sono la prova vivente. Il vecchio Prenestino ha sfumature che solo chi vi è nato e cresciuto può discriminare. Le persone che provengono da altre zone più luminose ed altolocate, non possono comprendere il degrado sociale che lo contraddistingue. Io non posso sapere se i ricchi si siano mai chiesti come vivano i poveri; se si siano mai fatti un esame di coscienza nel vedere occhi affamati, che nascondono una luce irriverente, un tacito bisogno di aiuto. Se si siano mai chiesti come sia possibile vivere in tali condizioni e a quali compromessi essi siano costretti a sottostare, per poter arrivare al giorno dopo ancora vivi… Ricordo di aver assistito ad un infelice scenario, una scena che mi colpì molto, avevo due anni, non ero abbastanza grande da potermi affacciare alla finestra, spesso mi mettevo sotto la finestra della camera da letto, vi era una fessura, con un occhietto guardavo le persone che transitavano sotto la mia abitazione. Un giorno mi capitò di vedere due bambini giocare in strada con la palla nel momento in cui passavano delle persone allungavano la manina per chiedere le elemosina. Passarono in quel momento due signori ben vestiti che guardarono i bambini come schifati e proseguirono per la loro meta, incuranti degli occhi pieni di lacrime e di umiliazioni continue a cui i due fanciulli troppo spesso erano sottoposti, da un destino che non avevano mai scelto. Continuai a guardare quei due signori fin là dove il mio sguardo dalla fessura poté arrivare. La miseria e la povertà, sono sempre esistite sin dai tempi più remoti. La povertà di cui narro era una condizione di vita senza stile, piena di sofferenza e di solitudine ed era palese che le persone bisognose, venivano quasi sempre emarginate dalla società. Durante il decorso della mia vita, qualcuno mi disse che nel periodo ottocentesco, il modo di pensare era molto diverso da quello che ricordo io: i poveri venivano aiutati di più e volontariamente. Adesso ci sono le mense, gli ostelli per dare un tetto a coloro che non hanno una casa, alcune strutture ospedaliere, le cooperative o alcuni centri sanitari, hanno degli operatori di strada, il loro compito è quello di togliere dalla strada i senzatetto e di aiutare i tossicodipendenti. Una forma di solidarietà è quella di confortarli con degli abiti, talvolta nuovi, spesso dismessi o con un po’ di cibo. Le persone altolocate, invece, il più delle volte aiutano i bisognosi solo per avere più notorietà. Dovrebbero farlo con il cuore, sentirsi felici di avere la possibilità di farlo; gioire quando un bimbo o un adulto senza scarpe, piange di gioia per avere ricevuto cinque monete al posto di una. Ho sempre pensato e continuo a pensare che vi è una linea di confine e di differenza tra le persone povere e quelle “non povere”. L'episodio cui facevo riferimento prima, mi ha lasciato un segno indelebile nell’anima, che ancora oggi, ripensandoci, mi addolora. Prima ho scritto il termine “oscurità”. L’oscurità che intendo io, non è solo il luogo dove sono nata, ma la povertà in sé, la povertà che attanaglia, che divora giorno dopo giorno le persone bisognose, come un cane randagio affamato che si aggira tra gli spazi aperti e non, alla ricerca continua di cibo. E’ ovvio che non appena esso ha la possibilità di mangiare, divora quanto gli è stato dato in un sol boccone. Anche i cani che vivono in strada sono come gli esseri umani che purtroppo non hanno avuto la gioia di nascere in un posto migliore. Tutto questo le persone ricche non riescono a comprenderlo, in quanto vivono nel lusso e nei loro agi, non curanti di come possano vivere gli animali abbandonati e le persone che non hanno nulla con cui potersi sfamare. Anche la donna che mise al mondo me e i miei fratelli apparteneva al mondo della povertà. Era di Caserta, si chiamava Maria, fu cresciuta in un collegio dove non le fu impartita nessuna istruzione e all'età di diciotto anni, i suoi genitori la “misero” in mano ad un uomo in via di separazione da sua moglie e che aveva già tre figlie. Ricordo ancora una carezza che mi fece; avvertii una strana sensazione: da quella carezza capii in qualche modo il suo stato d’animo e l'incertezza che per tutta la vita l'aveva accompagnata sin dall'infanzia e la dura vita che dovette affrontare all'interno di quell’Istituto. L'Amore è un concetto di coloro che vivono senza una spada di Damocle sulla testa dalla mattina alla sera, immaginando come sia romantico e spensierato il periodo della giovinezza. Maria però conobbe qualcosa di diverso, “un Amore a contratto” con un uomo, ne buono né cattivo, ma che forse era la scelta migliore, secondo l’agire di coloro che scelsero per lei… Si chiamava Armando, aveva i capelli molto scuri e ondulati, come la criniera di un cavallo alla mostra equina, di professione faceva il tassista, motivo questo che gli permetteva di recarsi quasi tutte le sere a trovare mia madre. Iniziò così la loro convivenza. Stettero insieme per qualche anno, dopo di che Armando se ne andò lasciandola sola con il fardello dei figli che generò, quelli che poi divennero i miei fratelli di mezzo sangue. Dopo qualche anno, in una sera non tanto calda, Maria si sentiva piena di energia, decise di fare una passeggiata con mia sorella maggiore nel passeggino, per le strade di Roma. Alcune di queste strade erano ghiaiose in quanto conducevano per i giardini pubblici. Stava mettendo a dura prova le scarpette di cuoio regalatele da una vicina di casa. Indossava una gonna molto lunga e per osservare la posizione dei suoi piedi, dovette sollevarla un po’ chinando il capo affinché ammirasse bene. Mentre camminava i suoi lunghi capelli rossi, venivano leggermente mossi da una tiepida brezza, le ondeggiavano davanti al viso, celando la fronte imperlata di un leggero velo di sudore. Come per un gesto istintivo, alzò nuovamente il capo e fu allora che capì di essere arrivata al Quirinale. Era stanca per la lunga camminata, si mise seduta sul bordo di una grande fontana, l'acqua zampillava felicemente accolta e raccolta nel suo nido di cemento. Maria guardò mia sorella con lo sguardo che solo una madre è capace di fare, facendole una carezza su un piedino. Ad un certo punto intravide la sagoma di una persona che si avvicinava verso di lei. Scostò con rapida eleganza le ciocche di capelli dagli occhi e la visione di quell'uomo le apparve chiara, riuscendo da quella distanza a scorgere alcuni particolari come l'andatura decisa, la divisa che indossava, la sua altezza, il suo portamento elegante… Era un uomo affascinante, indossava la divisa con fierezza, ma i suoi occhi emanavano un velo di tristezza. Mia madre emise un profondo respiro e per non apparire barcollante su quella strada ghiaiosa, unì le mani in grembo, cercando di assumere un'espressione il più possibile serena, seppure il viso dalle gote arrossate ne tradisse quel considerevole sforzo compiuto sino a quel momento. Un grillo cantava ai piedi della grande quercia non molto distante da lei e costeggiava il muro di cinta del giardino pubblico. Quel frinire era così musicale e soave che induceva una sorta di richiamo verso pensieri più luminosi e sereni. L'uomo che via via si avvicinava sempre più al posto in cui lei si era fermata e si avvide ben presto della ragazza dall'abito blu scuro, rimase immobile. Piegò appena il capo di lato, fermandosi ad una decina di metri, consentendo meglio quella prospettiva che quella sera di inoltrata primavera una diversa tonalità di suoni e di sapori. Egli si avvicinò ancora e a distanza adeguata per un saluto la cui modularità della voce non imponesse un urlare sgraziato per farsi sentire, afferrò lentamente il cappello d’ordinanza con la mano sinistra e con un gesto aggraziato ed intriso di velata esperienza, fece compiere un semicerchio al braccio esibendo quel cavalleresco e rispettoso saluto alla ragazza che in quell'attimo sorrise, mentre gli occhi le brillavano d'orgoglio dinanzi a quel fare elegante e nobile... Si presentarono, parlarono fino a notte inoltrata, il tempo sembrava non passare mai. Maria si avvide del ritardo. Si alzò dal bordo della fontana di gran carriera, ma lui con un gesto galante, la fermò sfiorandola ad un braccio. Si offrì di accompagnarla, motivando la sua offerta: poteva essere pericoloso oltre che indecoroso per una donna andare in giro a sera inoltrata per le strade di Roma. Mia madre accettò e fu così che egli l'accompagnò fin sotto casa, chiedendole se fosse possibile poter avere modo di rivederla anche nei giorni a seguire. Mia madre acconsentì a quel suo desiderio: gli parve un brav'uomo. Da lì nacque una storia che durò tre anni e da quella storia nacqui io. Sono nata nel reparto maternità nell’Ospedale San Giovanni in Roma in una uggiosa giornata invernale, precisamente il 13 ottobre del 1974, mentre fuori faceva molto freddo. Ero la bambina più grande del reparto, pesavo infatti ben cinque chilogrammi. Un'infermiera, dopo avermi agghindata, mi portò in giro per il reparto, mostrandomi con orgoglio ai medici e alle neo mamme. Purtroppo nacqui un po’ scura di pelle, poiché mia madre, non essendo abbiente e non avendo molto da mangiare, si era nutrita per gran parte del periodo della gravidanza con bucce di fave cotte, assieme a pezzi di sale grosso ed altre piccole cose. Mio padre si chiamava Vincenzo e decise di darmi il nome di Alessandra. Maria era molto ingenua; cresciuta nella sua ignoranza non si accorgeva se le persone erano buone o cattive perché era nobile d'animo e tendeva sempre a dare fiducia al prossimo, nonostante le sofferenze vissute. Per sbarcare il lunario e per guadagnare qualcosa lei lavava, cuciva e stirava le divise dei colleghi di mio padre, in tal modo riusciva a racimolare circa sessanta mila lire al mese: soldi che servivano tutti per comprare degli alimenti essenziali, di prima necessità. Non ho molti ricordi di mio padre, in quanto non lo vedevo spesso, poiché veniva di tanto in tanto e rimaneva poco con noi in casa. Ho però un momento vivido di lui, quando ad esempio, mi prese in braccio per l’ultima volta, poi sparì e non lo vidi più. Un giorno, credo sia stato nel periodo estivo in quanto sentivo molto caldo, Maria, mia madre, andò in cerca di cibo, bussando di porta in porta, con sé portò tre dei miei fratelli ed io rimasi sola, dato che i miei fratelli maggiori erano fuori per lavoro. Sicuramente pensava di assentarsi per poco tempo. Quando tornarono a casa, mi trovarono con la testolina incastrata nel lettino di legno fatto a sbarre; ero diventata cianotica in viso, ma non ricordo di essere stata portata in ospedale, in quanto lei non aveva un mezzo per portarmi… per mia fortuna però, una volta liberata da quella posizione, stetti meglio. Il mio spavento scomparve quasi subito, ma non di certo per Maria, poveretta. Questi ricordi, ripensandoci, mi fanno stare molto male. Ho imparato a camminare da sola… quando cadevo non avevo nessuno che mi coccolava e mi rialzava, non ho avuto un giocattolo ne il ciuccio e né vestitini miei, ma quelli dismessi dei miei fratelli, ricordo che mi succhiavo l’alluce del piede per addormentarmi. Da allora, da quando imparai a camminare, di tempo ne è trascorso. Adesso vi sono le cadute del vivere, ma ora, segue il mio veloce rialzarsi, perché la mia forza me la sono formata da sempre.

Autrice: Alessandra Higher
Roma: 12/01/2017
Ore: 06:00

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12/01/2017 08:19:48
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Commenti

  1. Quizz 12 gennaio 2017 ore 21:48
    Innanzitutto Auguri codicina..ho letto tutto ma è talmente bello che devo rileggerlo. Sei bravissima non trovo le parole giuste per farti capire quanto me piaciuto quel che ho letto.
    Complimenti e tanti auguri non solo per oggi ma per sempre...ciao
  2. CodiceHigher 12 gennaio 2017 ore 22:36
    Grazie mille Quizze :°). Ho cercato di scrivere il post in modo tale che le persone non si debbano fare i punti interrogativi leggendolo.
  3. CodiceHigher 12 gennaio 2017 ore 22:56
    Questo post racconta la mia nascita. Oggi non è il mio compleanno. Il giorno e dove è scritto nel post succitato.
  4. DarkIceLady 12 gennaio 2017 ore 23:56
    Un racconto molto toccante ma anche molto riflessivo sulla società d'allora all'oggi, sempre peggio. COD io sono rimasta senza parole dalla tua scrittura. Un racconto ben strutturato e scorrevole ma molto intensa e viva di ricordi. Sei stata molto brava nelle descrizioni.
  5. CodiceHigher 13 gennaio 2017 ore 00:03
    Grazie Dark. La tua opinione, è stata molto importante per me
  6. DarkIceLady 13 gennaio 2017 ore 00:16
    Prego carissima
  7. RainbowOfDream 14 gennaio 2017 ore 20:42
    Beh, immaginavo avessi avuto un trascorso pieno di ostacoli e dispiaceri e mancanze; a volte, pur conoscendosi "solo" in chat, si può leggere tra le righe, tra una risata e un parlare di cose futili, un qualcosa che riguarda gli altri.
    Certo è solo la punta dell'iceberg, ma basta per capire che si tratta di una persona con un vissuto non privo di ostacoli.
    Quello che tu hai scritto sono certa è solo l'inizio di una serie di vivissitudini non facili da superare.
    Il racconto riguarda cose subite da te, poichè eri spettatrice impotene degli eventi che vivevi.
    Sono certa che tua madre ha fatto di tutto per crescervi bene, ma era una donna con a sua volta un trascorso nn roseo.
    Ti invito a continuare a raccontare la tua storia, perchè è interessante secondo me capire il riflesso dell'iniziondella tua vita, che ti ha poirtato a essere quella che sei oggi.
    Non dico questo solo per leggere il seguito, ma perchè penso che scrivere di se stessi faccia si che capiamo meglio come siamo fatti e soprattutto le motivazieni e le spiegazioni dei nostri comportamenti della nostra vita.
    Tanti di noi hanno avuto un passato non splendico, ma io penso che la cosa che non bisogna perdere di vista è l'amore che abbiamo ricevuto, anche se è stato poco.
    Complimenti, infine, per l'esposizione del racconto, che rende bene l'idea delle tue sensazioni del tuo passato.
    Ti auguro uno splendido futuro, ricco di tutto quello che vuoi tu e che non hai avuto da piccina. Prevalentemente di auguro amore, senza il quale la vita è grigia, amara e insensata. Brava Ale!! :-*
  8. CodiceHigher 15 gennaio 2017 ore 01:27
    Grazie Rain, sei una persona molto sveglia, perspicace, nel capire le persone. Tuttavia, vi è un detto: "Quando una persona ride molto significa che ha sofferto parecchio." Un paio d'anni fa, se non erro, ti feci leggere la prefazione del mano scritto autobiografico-romanzato che sto tentando di scrivere faticosamente, in quanto i pensieri sono molti, si accavallano nella mia mente, non è facile metterli in ordine. Non sono una Scrittrice, Amo scrivere tutto ciò che ho nel mio animo. Quello che hai appena letto è il primo paragrafo. ^.^
  9. Moscan.sx 15 gennaio 2017 ore 01:53
    E,nonostante tutto,ora sei una donna. Una donna che scrive con questo passo,con questa intensità,con questa immensa luce nella penna,ha dimostrato di avere trasformato una vita di buio in una giornata di sole..forse un sole strano,pieno di riflessi dolorosamente romantici,ma un sole fatto di parole che sanno trasmettere esperienze indescrivbili...
    Bacio Alessandra... :rosa
  10. CodiceHigher 15 gennaio 2017 ore 02:05
    Grazie Moscan :*

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