Muta

26 ottobre 2009 ore 07:56 segnala
Quante piccole violenze ogni giorno procuriamo a noi stessi. Anche un desiderio taciuto, una parola mancata un sorriso castrato sul nascere. Mi chiedo se non siamo  noi  i più acerrimi nemici di noi stessi, e purtroppo la risposta arriva inesorabile e tagliente. A volte si ha l'irreffrenabile voglia di scrivere una lettera piuttosto che chiamare una vecchia amica, ma poi la razionalità è lì:vigile come una pantera sui suoi cuccioli, pronta a saltarti addosso e a mostrarti "il film" che sarebbe proiettato "dopo" quel tuo dolce cedimento. Come sarebbe bello a volte lasciarsi andare, urlare al mondo intero ciò che sentiamo dentro, mandare a quel paese questa maledetta razionalità e gridare affacciati dalla nostra anima "Ti voglio ancora bene"!
Invece continuiamo così... a scavarci il cuore con le piccole violenze e i dinieghi come fa uno scavino sulla polpa di una mela.
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Quante piccole violenze ogni giorno procuriamo a noi stessi. Anche un desiderio taciuto, una parola mancata un sorriso castrato sul nascere. Mi chiedo se non siamo  noi  i più acerrimi...
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Flash

20 ottobre 2009 ore 08:43 segnala
Che non sia stato vano il mio sorriso.
Che non sia stato vano il tuo vicino al mio.
Che la foto che ci ha ritratti a labbra schiuse
abbia sempre vividi colori,
che lasci sbiadito solo il dolore accucciato
nella scomoda memoria.

Abbraccio

12 ottobre 2009 ore 08:24 segnala
Lascia che io sia il ricordo di ciò che non fu mai.
Lascia che io sia il tuo più dolce rimpianto,
il tendersi di quelle due mani che mai si raggiunsero,
ma di cui comunque ne portiamo ancora impresso il calore.
Lascia che io sia quelle braccia che non ti accolsero ma,
che per una strana alchimia,
lasciano sul mio seno la memoria dei tuoi capelli sfiorati.
Che il sogno da te così bramato
evochi profumi, sembianze, ABBRACCi
che la vita non ti diede o che forse volutamente
ti negasti.
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Lascia che io sia il ricordo di ciò che non fu mai.Lascia che io sia il tuo più dolce rimpianto,il tendersi di quelle due mani che mai si raggiunsero, ma di cui comunque ne portiamo ancora impresso il calore.Lascia che io sia quelle braccia che non ti accolsero ma,che per una strana...
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Magia

10 ottobre 2009 ore 19:40 segnala

42 bambine. Avvolte nel nostro grembiule nero, colletto bianco e fiocco verde bandiera. Così , ordinate in fila per due, dando la mano alla nostra compagna di banco, percorrevamo quei pochi metri di corridoio che ci dividevano dalla grande sala dove veniva allestito annualmente, lo spettacolo di magia.

Ogni anno era sempre una nuova emozione, nonostante di nuovo non ci fosse nulla se non qualche ruga in più sul volto del prestigiatore. Non so quante file di piccole sedie ci fossero, ma sapevo per certo che come sempre avrei avuto un posto in prima fila ( il privilegio della bassa statura). Un brusìo sordo riempiva la sala, tutte colte da un'eccitazione indicibile, e solo al battito di mani della maestra, tornava il silenzio mentre le imposte delle grandi finestre venivano socchiuse. Solo una grande luce adesso illuminava il palco, come un piccolo sole si proiettava sul tendone di velluto rosso che improvvisamente si apriva come squarciato al centro. Una musica al piano accompagnava l'ingresso del "mago" : altissimo, elegante nel suo mantello nero , toglieva il cappello a cilindro ed era già uan magia. Ammiravo i suoi capelli neri lucidissimi di brillantina, e sotto la luce del riflettore sembrava avesse immerso la testa nella porporina che usavamo per i nostri lavoretti natalizi. Così da quel cappello cominciava a far uscire ogni sorta di cose: foulards variopinti, fiori di carta, piccole bandiere e persino una colomba bianca. Eravamo estasiate, il naso all'insù, la bocca spalancata, e nonostante il fascino del mistero la mia già presente voglia di razionalità mi induceva a pormi mille domande :"ma sarà davvero tutto dentro a quel cappello? O il cappelo è vuoto e lui con le sue mani magiche riesce a dar vita a tutto ciò?" Ma prima che riuscissi a darmi una risposta sensata ecco che lo spettacolo volgeva alla fine . Tantissime piccole mani esplodevano in un applauso scrosciante , quasi un solenne "grazie" a quell'uomo in nero che ci aveva regalato ancora una volta quella straordinaria emozione.

Adesso il tendone si richiudeva e il riflettore spegneva il suo piccolo sole, riaperte le finestre ci si ordinava di nuovo in fila per due e si tornava quasi silenziose in aula. Tutto tornava alla normalità, finito quel breve viaggio nella fantasia prendevo la mia tovaglietta e la mia merenda, puntualmente il grembiule nero si ricopriva di mille granelli di zucchero della ciambella, e tanti altri granelli di dolcezza mi si posavano sul cuore.

Oggi con gli occhi della mente , rientro nella grande sala...le sedie ormai troppo piccole, il tendone è chiuso:niente luci, niente musica al piano, sparita la dolcezza della magia, ma sparita anche l'amarezza della disillusione.Nel silenzio solo l'insapore e inodore realtà.

Una pagina di qualche anno fa

06 ottobre 2009 ore 08:53 segnala

Quest'anno ho deciso di andare in vacanza da sola.

Ho preso in affito una piccola casa sul mare, o forse dovrei dire un piccolo rudere visto che qui dentro tutto è molto "vissuto", dalla tinta sbiadita delle pareti ai mobili. C'è una piccola veranda sulla spiaggia, la balaustra è in legno di un colore indefinito, ormai logorato dalla salsedine. .. Un tavolo col piano in vetro, due sedie, un dondolo coperto di ruggine ma, mi piace... da qui posso osservare l'alba e il mare rosato del tramonto.Scendo in spiaggia quando non c'è quasi nessuno, a tramonto inoltrato e al mattino presto, avvolta nelle mie camicie di seta indiana, mi siedo e osservo. All'imbrunire sul piccolo molo c'è sempre una schiera di gabbiani ordinati con precisione geometrica, neri di ombre sembran quasi una fila di chiodi.

Ho portato l'indispensabile con me, lasciati a casa tailleur e "divise" da ufficio, tacchi e monili, profumi e cosmetici, lavoro e supermercato, corse e orologi. Tutta la mia quotidianità lasciata in città, tutto tranne te. Ovunque io vada sei la mia ombra anche se tu non puoi saperlo. Accendo la candela  alla citronella sul tavolo , prendo un foglio e una penna:ho voglia di scriverti. Quante lettere ti avrò scritto senza che tu le abbia mai lette? 10? 20? 100? Non so, e credo non leggerai mai neanche questa.

"Mio caro,

era un estate torrida, o forse tutte le estati sono torride, forse i brividi dell'inverno cancellano la sensazione della pelle che brucia al sole ed ogni anno pensiamo sia l'estate più calda che abbiamo mai vissuto. Ma sì, era solo un'estate, una semplice e stupida estate, una come tante o meglio una come nessun'altra ...avevo conosciuto te.Chissà quanto tempo è passato impossibile quantificarlo, quando il ricordo è vivo non fà ancora parte del passato , è sempre e comunque il tuo presente, che tu lo voglia o no le dimen sioni  di tempo e di luogo non gli appartengono.  Nonostante i miei tentativi di sfuggirti, ti eri imposto nella mia vita, braccia conserte senza lasciarmi spazio per passare... Tenace, determinato, motivato da ciò che tu dicevi non aver mai provato sino ad ora per un'altra donna. Ti avevo implorato di lasciarmi oltre quel muro che mi ero costruita intorno, di non fare nulla per oltrepassarlo, ma in cuor mio sapevo di non volerlo..mi stavo innamorando di te. Così è nata questo nostro illogico,bellissimo ed improbabile amore. Mi Dicevi che non t'importava del domani , che non ti saresti lasciato sfuggire l'occasione di essere felice anche solo per un attimo, e che con me felice lo eri come mai era successo. Quando mi dicevi ciò sentivo lo stomaco in una morsa d'acciaio, perchè avrei voluto dirti anch'io le stesse cose, ma in realtà io non ero felice, gioiosa sì ma non felice. Forse la felicità può albergare solo nelle anime libere da ombre, e la mia non lo era. Troppa la paura di soffrire ancora, troppe le cose da rimuovere, troppo tutto..

Eravamo diventati un' esigenza reciproca, un reciproco bisogno. Finchè un giorno "ho sentito" che io non lo ero più per te. Allora ti ho lasciato andar via mentre tu rimanevi il mio bisogno. Ho continuato ad amarti in silenzio, ti ho regalato carezze con mani invisibili, abbracciato con braccia inconsistenti ma... c'ero. Sempre , comunque ero accanto a te. Ho vissuto nel tuo pensiero e di esso mi sono nutrita così come allora ci nutrivamo dello stesso amore, quasi uccelli della stessa larva. Come allora continuerò ad offrirti ogni giorno la mia anima nuda  come papavero privato dai petali da una raffica di vento, questa continuerò ad essere per te perchè  altro non saprei essere. Sarò ancora quell'inspiegabile abbraccio tra logica ed emotività, sarò ancora quel sorriso bagnato di lacrime, sarò ancora quelle due macchie di bianco e di nero che si fondono semza mai diventar grigio, sarò ancora..per te, mio inconsapevole amore."

Metto il foglio sulla fiammella della candella  alla citronella...Ancora una volta solo cenere e fumo.

 

E' un'estate torrida, o forse tutte le estati sono torride... Ma sì è solo un'estate, una semplice e stupida estate, una come tante....

 

 

Incomunicabilità

30 settembre 2009 ore 08:09 segnala
In un 'epoca in cui non si parla che di comunicazione, mi rendo conto di come anche questa parola sia stata deturpata nel suo valore e storpiata nel suo più essenziale significato. Spesso mi son chiesta se sono io ad avere un'idea arcaica del comunicare, ho semrpe creduto che significasse "scambio", scambio di parole , scambio di sguardi,scambio di esperienze, il tutto ovviamente tra due o più persone. Non ci credo più, in realtà forse tutti ormai siamo muti o sordi, forse ciechi, e forse non abbiamo più voglia di raccontarci. Chiusi nel nostro mondo siam convinti che TUTTI debbano essere pronti a capirci, percepirci, coglierci senza mai sforzarci di capire, percepire, cogliere gli altri. Triste la  fine di un'umanità racchiusa nel suo sarcofago di egoismo.
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In un 'epoca in cui non si parla che di comunicazione, mi rendo conto di come anche questa parola sia stata deturpata nel suo valore e storpiata nel suo più essenziale significato. Spesso mi son chiesta se sono io ad avere un'idea arcaica del comunicare, ho semrpe creduto che significasse...
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Silenzio

25 settembre 2009 ore 08:04 segnala
Quanto silenzio. Quanto amato, desiderato, acclamato, invocato, detestato silenzio. Quanto ne ascolto fuori e quanto ne racchiudo dentro di me. E quando finalmente riesco a dire una parola ho l'amarissima sensazione che in platea non ci sia nessuno a coglierla, ad ascoltarla, ad abbracciarla .Avevo imparato a conviverci coi miei silenzi, avevo finalmente accettato (con fatica e dolore) di poter fare a meno degli altri, di qualcuno che fosse disposto ad ascoltare, a criticare a condividere comunque un attimo di dialogo.Poi mi è parso di scorgere qualcuno in prima fila..lì su quella poltrona di velluto rosso, qualcuno che non voleva ascoltare a distanza ma che mi invitava a sedermi nella poltrona a fianco...e ha cominciato a parlarmi, ed ho cominciato anch'io stupendomi della mia voce, quasi non riconoscendola esiliata com'erà in quel limbo di buio e silenzio. Ho riaperto gli occhi ma era sceso i sipario, un solo posto occupato:il mio. Ci siamo alzati e siamo andati via tenendoci per mano:bentornato silenzio.
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Quanto silenzio. Quanto amato, desiderato, acclamato, invocato, detestato silenzio. Quanto ne ascolto fuori e quanto ne racchiudo dentro di me. E quando finalmente riesco a dire una parola ho...
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Una sola vita

24 settembre 2009 ore 08:50 segnala
Pur essendo consapevoli di avere una sola opportunità di vita, a volte la rendiamo impossibile con le nostre mani, come se lavorando la creta, forgiassimo orridi mostri invece delle fate progettate dai nostri pensieri. Niente e nessuno è responsabile della nostra esistenza come noi stessi, e niente e nessuno vale la pena della nostra stessa vita se non chi silenziosamente condivide portando sulle spalle una parte del nostro fardello. Sarebbe bello riavvolgere il nastro e riscrivere una nuova sceneggiatura.

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Pur essendo consapevoli di avere una sola opportunità di vita, a volte la rendiamo impossibile con le nostre mani, come se lavorando la creta, forgiassimo orridi mostri invece delle fate progettate...
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Riflessioni

23 settembre 2009 ore 08:29 segnala
Un giorno per me in un luogo per me. E' appena fuori città, ma tanto quanto basta per allontanarsi dal frastuono cittadino, da rumori e odori abituali . Tanto quanto basta per assaporare il silenzio e quest'aria profumatamente inodore. Da quanto non venivo in questo posto? La memoria deve tornare troppo indietro per focalizzare bene , ma non ne ho voglia. Si sta bene qui, molto bene... affondo i miei scarponcini nella terra secca e mi siedo sotto ad un albero. A pochi passi da me un fico maturo si è staccato dall'albero ed ora giace spappolato nella terra, un via vai di formiche lo circondano, lo sovrastano nel loro ordinatissimo caos. Sì deve essere così che funziona... noi come fichi, noi come formiche. La nostra vita un fico sulla terra , e le persone che l'attraversano tante , innumerevoli formiche. Una marea di formiche umane che si avvicinano a noi , alcune per pochissimo tempo, altre permangono a lungo, altre che passano per caso ma si allontanano alla ricerca di un altro fico. Quante varietà di formiche... Le formiche-luce le più importanti nella nostra vita, coloro che ci hanno dato tanto e lasciato altrettanto sebbene solo nei ricordi. Le formiche-convenzione , coloro con cui devi avere un minimo di comunicabilità convenzionale, dettata più da un "devo" che da un "voglio": gli insegnanti dei nostri figli, i lontani parenti. Le formiche-intercambiabili, coloro che per te hanno solo importanza per il ruolo che rivestono :il macellaio, il tabaccaio..coloro insomma che se non ci fossero sarebbero facilmente sostituiti da altre formiche-ruolo. Le formiche-bene di cui non puoi fare a meno, che hanno la loro vita inevitabilmente intrecciata alla tua. E tu...fico che ti lasci attraversare. Ma è un duplice destino il nostro: noi fichi noi formiche. E così come da fichi ci lasciamo attraversare da formiche, al contempo da formiche attraversiamo le altre vite-fico. Ho un brivido... penso che grande ingiustizia ci sia nell'aver avuto delle formiche-luce per cui magari siamo stati solo formiche-convenzione o, peggio ancora, formiche-intercambiabili. Ma forse l'ingiustizia più grande è aver la certezza di quali formiche siano state per noi gli altri e non sapere mai che formiche siamo state per loro....

Mi sdraio sulla terra, in mezzo a quei fichi-frutto e a quelle formiche-insetto. Incrocio le braccia sotto alla testa : adesso ho addosso il cielo a tratti scarabbocchiato di virgole nere che cinguettano. Mi addormento così...e sogno di essere un fico sull'albero.

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Un giorno per me in un luogo per me. E' appena fuori città, ma tanto quanto basta per allontanarsi dal frastuono cittadino, da rumori e odori abituali . Tanto quanto basta per assaporare il silenzio e quest'aria profumatamente inodore. Da quanto non venivo in questo posto? La memoria deve tornare...
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23/09/2009 08:29:59
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