La felicità al femminile

09 settembre 2019 ore 21:36 segnala
"Abbiamo trasformato la felicità in una delle tante cose che dobbiamo possedere. Così la rincorriamo, confondendola con la ricchezza e il prestigio, senza renderci conto che chi ha già conquistato entrambe non è detto che sia felice."
Sergio Bambarén, L'onda perfetta

La felicità...
Secondo Albano e Romina era "un bicchiere di vino con un panino" ma poi, crescendo, ho scoperto che "un bicchiere di vino con un pompino" mi rendeva molto più felice.

In realtà mi piace (e mi rende più felice) il cunnilingus ma non faceva rima con panino. E poi, se la scelta è tra un pompino ed un panino, scelgo il primo dal momento che ho iniziato ad apprezzare e godermi quella pratica orale circa 9 anni fa.

E le donne italiane? Cosa le rende felici?
Mi piacerebbe dire "fare sesso con me" ma non sono così presuntuoso.
Peraltro non tutte le donne che hanno fatto sesso con me l'hanno apprezzato, almeno questa è la mia sensazione.
Ma voglio dire a tutte loro che mi sono impegnato comunque.

Tornando al post, l'indagine è stata condotta dal portale alfemminile.com, che ha coinvolto le lettrici in Italia, Francia, Spagna, Germania e Inghilterra.
Il campione italiano era composto per l’80% da donne di età inferiore ai 40 anni, il 60% risulta essere sposato o in una relazione stabile e il 78% non ha figli.

DEFINISCI LA FELICITÀ
Per il 58% è uno stato mentale mentre, per un 25% un momento di piacere.
A seguire c'è chi l'ha definita come una ricerca spirituale o una pura utopia.
Le donne più felici risultano essere le francesi e le spagnole.
In effetti, essendo gli spagnoli gli amanti migliori del mondo, capisco la felicità delle spagnole.

INGREDIENTI
per una vita felice l'amore è al primo posto, al secondo l'affetto di una famiglia unita, al terzo un lavoro appagante e poi la buona salute, una cerchia di amici fedeli e un conto in banca consistente.

Dal risultato del sondaggio si riesce a capire perché le persone non sono felici.
Relazione stabile, famiglia unita, lavoro appagante...sono tutti ingredienti che non porteranno mai alla felicità duratura.
Osho spiega meglio il concetto:
"tutti siamo alla ricerca della felicità, ma la coloriamo di tali e tante sfumature e pretese da non riuscire mai a conseguirla. La felicità è qualcosa di interiore, per questo è dentro di noi che dobbiamo inabissarci per trovarla."

In pratica se la facciamo dipendere dagli altri non saremo mai felici ma vivremo solo momenti felici.
La relazione stabile potrebbe rivelarsi presto instabile, potrebbe finire e, quindi, gettarci nella tristezza e depressione.
Idem la famiglia unita o il lavoro che potremmo perdere da un momento all'altro.
Far dipendere la felicità dagli altri non è saggio dal momento che oggi ci sono ma domani non si sa.
Quindi la felicità è qualcosa che abbiamo dentro e che deve uscire.
Come?
Cazzo ne so... Io sono sereno e tranquillo, felice, ma non saprei dare una ricetta o spiegarlo in altro modo.
E lo sono nonostante, come tutti, a volte ho vissuto momenti tristi. Quelli ci sono, fanno parte della vita e li accetto.

Magari leggete quello che dice Osho, il solo che ho trovato fino ad oggi in grado di farmi riflettere e di farmi capire che non sono sbagliato, non sono peggiore o migliore di altri; io sono io, nel bene e nel male.

Essere gioiosi, felici, è la condizione naturale del nostro essere.
Come conseguenza del massiccio bombardamento di regole, convenzioni e indottrinamenti cui siamo quotidianamente sottoposti tale stato dell’essere inizia a venir meno sin dai primi anni di vita, mentre parallelamente si formano strati su strati di condizionamenti, pregiudizi e false credenze che impediscono alla nostra anima di respirare.
Noi abbiamo familiarità esclusivamente con la felicità e l’infelicità legate all’ego. Abbiamo perduto la capacità di godere della gioia naturale, appagante, stabile, che è parte integrante del nostro essere.
Conoscendo unicamente tale tipo di pseudo-felicità – una sorta di euforia, di eccitazione passeggera – l’uomo non può far altro che tentare di procurarsene in misura sempre maggiore. Ma questa felicità, oltre ad essere soltanto un sottoprodotto della vera gioia, è anche unita indissolubilmente al dolore: se la tua gioia dipende dall’approvazione degli altri, la loro disapprovazione ti renderà triste: sarai semplicemente un inerme burattino di cui gli altri tireranno i fili.
La chiave risiede nel rinunciare deliberatamente a tale genere di felicità legata all’ego per ritrovare, attraverso una profonda comprensione, la gioia che ci appartiene per diritto di nascita, quella indipendente dal giudizio altrui, e da cui soltanto la mancanza di consapevolezza ci separa.
Pur se ad uno sguardo disattento può apparire una scelta illogica, essendo l’unica forma di felicità da noi riconosciuta come tale, dovremmo compiere ogni sforzo per tentare di conseguire un atteggiamento di indifferenza al giudizio positivo degli altri (allo stesso tempo giungerà anche l’indifferenza al giudizio negativo). In seguito al raggiungimento dell’indifferenza al giudizio altrui, sorgerà di nuovo in noi la gioia naturale di cui è costituita la nostra essenza. Ponendo fine al continuo oscillare tra felicità ed infelicità egoica, proprio al centro, all’interrompersi delle oscillazioni, la vera gioia.
L’estasi è essere, è la nostra natura; per farla riappropriare del posto che le spetta dobbiamo comprendere di dover rinunciare alla “felicità” che conosciamo.
In analogia con quanto accade per l’apprendimento di qualsiasi altra abilità umana, per ottenere elevati livelli di tranquillità e gioia interiori dobbiamo osservare ed ispirarci agli individui più felici ed appagati della loro vita, e non ai più eruditi, o ai più potenti o ai più ricchi.
Gli avvenimenti esterni che hanno caratterizzato la parte della nostra vita vissuta fino a oggi, generando in noi una certa percentuale di dolore e frustrazioni, determineranno con ogni probabilità nella parte restante della nostra esistenza come individui la stessa percentuale di sofferenza e disagio.
Non è in nostro potere operare affinché si verifichino eventi esterni tutti a noi favorevoli: l’unica alternativa in nostro possesso è mettere in atto una graduale trasformazione interiore, per ottenere che ciò che accade fuori di noi possa influenzarci negativamente in misura sempre minore.
Gli stati d’animo di gioia e tranquillità che sperimentiamo nel raggiungere un particolare obiettivo, non sono determinati, come potrebbe sembrare ad un’analisi poco attenta, dal raggiungimento dell’obiettivo, ma dal placarsi della mente (al raggiungimento dell’obiettivo). Infatti, per un breve periodo, al conseguimento del risultato desiderato la mente si rilassa (non insegue nuove mete), prima di tornare nuovamente a generare ansie e tensioni in corsa verso il prossimo traguardo. E’ una mente calma che ci dona pace, non l’appagamento del desiderio in sé. Ed è, dunque, all’arrendersi della mente al nostro vero sé che dobbiamo puntare, non ad una realizzazione senza fine di desideri…
Il punto essenziale è: avere obiettivi genera ansia, non averne produce rilassamento. Il segreto consiste nel trasformare ogni obiettivo in preferenza, in modo che le sue caratteristiche ansiogene vengano neutralizzate. Gli obiettivi, pena frustrazioni e sofferenza psicologica, “devono” essere raggiunti. Le preferenze corrispondono a desideri che è piacevole veder realizzati, ma che non provocano sofferenza in caso contrario…
Una nuvola bianca non ha una strada propria, non resiste, non lotta, si lascia trasportare dal vento. Non va da nessuna parte, non ha destinazione, non ha un fine. Non riuscirai mai a deludere una nuvola bianca perché dovunque essa arrivi quella è la meta.
Quando tu hai un fine sei contro il Tutto, e sarai certamente frustrato, perché non si può vincere contro il Tutto.


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"Abbiamo trasformato la felicità in una delle tante cose che dobbiamo possedere. Così la rincorriamo, confondendola con la ricchezza e il prestigio, senza renderci conto che chi ha già conquistato entrambe non è detto che sia felice." Sergio Bambarén, L'onda perfetta La felicità... Secondo Albano...
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