Quando vacillano le proprie certezze.

06 giugno 2007 ore 13:56 segnala
La notizia di qualche giorno fa in cui un  ferroviere polacco di 65 anni aveva subito un grave incidente nel 1988 e per quel motivo era entrato in coma(http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/06_Giugno/02/Polacco_coma.shtml)

È una di quelle cose che fanno riflettere molto.
Personalmente al riguardo ho sempre avuto delle certezze e probabilmente tali certezze sono sempre state sbagliate. Infatti,di fronte a questi casi di coma giudicato “irreversibile” dai medici io ho sempre creduto che l’accanimento terapeutico per cui la vittima,viene artificialmente tenuta in vita,grazie a macchinari(ma non so se è questo il caso però)o comunque grazie all’intervento di personale medico specializzato e dedicato,fosse inutile;la mia opinione era quella che che fosse inutile lottare e dare false speranze e che di fronte all’ineluttabilità della morte “ormai certa” la cosa più sensata da fare fosse quella di lasciare che le cose andassero in quella direzione.

Anche in questo caso,a giudicare da ciò che ho letto,i medici erano concordi nel dare al paziente non più di tre anni di vita,vita vegetativa ma pur sempre,secondo i nostri attuali parametri,una vita.
E qui invece è accaduto ciò che nessuno si aspettava:la moglie ha creduto al suo risveglio ed ha continuato amorevolmente a seguire il marito,sola nella sua convinzione ed alla fine i fatti le hanno dato ragione. E le mie certezze sono crollate per cui oggi,di fronte a questo caso il mio atteggiamento al riguardo è molto cambiato e mi ritrovo a riflettere su alcune questioni sia di carattere medico-scientifico che di etica senza tralasciare l’aspetto economico-sociale della vicenda.

Andiamo con ordine: la prima riflessione è appunto quella che partendo dalle attuali valutazioni scientifiche che si fanno in questi casi,mi portano a pensare che forse esse stesse sono errate o che comunque non tengono conto di quanto ancora molto poco conosciamo le capacità della mente umana. Senza andare a cadere nella trappola del “miracolo” o di un intervento divino,penso che la scienza moderna sia soltanto agli inizi di un lunghissimo percorso che un giorno ci porterà alla piena conoscenza del mondo e della mente umana. Probabilmente ciò che oggi non siamo capaci di vedere un domani apparirà sotto un'altra luce;vale la pena partire da subito ed incentivare le ricerche sulle ancora inesplorate capacità del cervello umano di poter in qualche modo “riparare” da solo ciò che per qualche motivo si è rotto. In questo caso,è evidente che mentre per noi la persona semplicemente vegetava…i suoi neuroni,le sue funzioni erano in qualche modo attive e in una specie di lungo reset stavano ripristinando lentamente le funzioni vitali di quell’individuo.
Eppure,sulla base delle nostre conoscenze attuali,noi tutti di tutto ciò ne eravamo all’oscuro. 

E qui nasce la seconda considerazione di tipo etico. E’ giusto mi chiedo poter prendere delle decisioni drastiche al giorno d’oggi ed arrivare alla conclusione che non ci sono speranze? Stesso caso nel caso si diano facili speranze. Siamo talmente ad un livello primitivo nella medicina che secondo me,andrebbero riconsiderate molte cose. Di sicuro,andrebbe eliminata la dicitura “coma irreversibile” in quanto mi pare evidente che al momento non abbiamo nessuna base scientifica certa ed incontrovertibile per giungere a tali conclusioni.

Ed allora si arriva all’aspetto economico-sociale di tutto ciò…in parole povere si arriva a discutere di soldini e del fatto che debba essere o meno lo stato che per questi casi certamente estremi,si prende cura del problema,creando apposite strutture pubbliche in cui in ogni caso queste sfortunate persone possano essere seguite e monitorate evitando di lasciare soli i familiari nell’affrontare una battaglia si difficile,ma anche costosa ed impegnativa come questa.

Non sarebbe giusto a mio avviso chiudere tali porte poiché altrimenti,si creerebbero due diversi trattamenti a seconda del fatto che uno è fortunato perché è ricco (o comunque ha qualcuno che può decidere di sacrificarsi) e le persone ricche,quelle che possono permettersi eventualmente cliniche private e attenzioni straordinarie.

Ammetto che non conosco bene la legislazione in materia vigente nel nostro paese e quindi potrei anche aver detto cose che sono già state affrontate e risolte. Almeno lo spero. Se non fosse così,sarebbe giusto porvi rimedio perché a volte le certezze,come nel mio caso crollano.

Però non vorrei che da queste riflessioni per casi specifici e come ho detto in qualche modo ancora poco compresi dalla scienza,si mettesse nel calderone anche il diritto all’eutanasia e il diritto di una qualunque autorità religiosa ad intervenire in una materia che certamente non è di sua competenza o per lo meno non in modo tale da condizionare scelte che riguardano tutti,credenti e non.

Riguardo all’eutanasia,quando davvero siamo di fronte a casi estremi in cui non è solo il coma ma anche la degenerazione di tessuti cerebrali e dell’intero corpo,credo che la certezza sia assoluta ovvero credo che ad ognuno di noi la comunità debba concedere di scegliere liberamente se continuare a soffrire oppure andarsene in pace senza clamori e polemiche.

 

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La notizia di qualche giorno fa in cui un  ferroviere polacco di 65 anni aveva subito un grave incidente nel 1988 e per quel motivo era entrato in coma(http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/06_Giugno/02/Polacco_coma.shtml) È una di quelle cose che fanno riflettere...
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06/06/2007 13:56:59
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