La notizia di qualche giorno fa in cui un ferroviere polacco di 65
anni aveva subito un grave incidente nel 1988 e per quel motivo era entrato in
coma(http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/06_Giugno/02/Polacco_coma.shtml)
È una di quelle cose che fanno riflettere molto.
Personalmente al riguardo ho sempre avuto delle certezze e
probabilmente tali certezze sono sempre state sbagliate. Infatti,di fronte a
questi casi di coma giudicato “irreversibile” dai medici io ho sempre creduto
che l’accanimento terapeutico per cui la vittima,viene artificialmente tenuta
in vita,grazie a macchinari(ma non so se è questo il caso però)o comunque
grazie all’intervento di personale medico specializzato e dedicato,fosse
inutile;la mia opinione era quella che che fosse inutile lottare e dare false
speranze e che di fronte all’ineluttabilità della morte “ormai certa” la cosa
più sensata da fare fosse quella di lasciare che le cose andassero in quella
direzione.
Anche in questo caso,a giudicare da ciò che ho letto,i
medici erano concordi nel dare al paziente non più di tre anni di vita,vita
vegetativa ma pur sempre,secondo i nostri attuali parametri,una vita.
E qui invece è accaduto ciò che nessuno si aspettava:la
moglie ha creduto al suo risveglio ed ha continuato amorevolmente a seguire il
marito,sola nella sua convinzione ed alla fine i fatti le hanno dato ragione. E
le mie certezze sono crollate per cui oggi,di fronte a questo caso il mio
atteggiamento al riguardo è molto cambiato e mi ritrovo a riflettere su alcune
questioni sia di carattere medico-scientifico che di etica senza tralasciare l’aspetto
economico-sociale della vicenda.
Andiamo con ordine: la prima riflessione è appunto quella
che partendo dalle attuali valutazioni scientifiche che si fanno in questi
casi,mi portano a pensare che forse esse stesse sono errate o che comunque non
tengono conto di quanto ancora molto poco conosciamo le capacità della mente umana.
Senza andare a cadere nella trappola del “miracolo” o di un intervento
divino,penso che la scienza moderna sia soltanto agli inizi di un lunghissimo
percorso che un giorno ci porterà alla piena conoscenza del mondo e della mente
umana. Probabilmente ciò che oggi non siamo capaci di vedere un domani apparirà
sotto un'altra luce;vale la pena partire da subito ed incentivare le ricerche
sulle ancora inesplorate capacità del cervello umano di poter in qualche modo “riparare”
da solo ciò che per qualche motivo si è rotto. In questo caso,è evidente che
mentre per noi la persona semplicemente vegetava…i suoi neuroni,le sue funzioni
erano in qualche modo attive e in una specie di lungo reset stavano
ripristinando lentamente le funzioni vitali di quell’individuo.
Eppure,sulla base delle nostre conoscenze attuali,noi tutti
di tutto ciò ne eravamo all’oscuro.
E qui nasce la seconda considerazione di tipo etico. E’
giusto mi chiedo poter prendere delle decisioni drastiche al giorno d’oggi ed
arrivare alla conclusione che non ci sono speranze? Stesso caso nel caso si
diano facili speranze. Siamo talmente ad un livello primitivo nella medicina
che secondo me,andrebbero riconsiderate molte cose. Di sicuro,andrebbe
eliminata la dicitura “coma irreversibile” in quanto mi pare evidente che al
momento non abbiamo nessuna base scientifica certa ed incontrovertibile per
giungere a tali conclusioni.
Ed allora si arriva all’aspetto economico-sociale di tutto
ciò…in parole povere si arriva a discutere di soldini e del fatto che debba
essere o meno lo stato che per questi casi certamente estremi,si prende cura
del problema,creando apposite strutture pubbliche in cui in ogni caso queste
sfortunate persone possano essere seguite e monitorate evitando di lasciare
soli i familiari nell’affrontare una battaglia si difficile,ma anche costosa ed
impegnativa come questa.
Non sarebbe giusto a mio avviso chiudere tali porte poiché altrimenti,si
creerebbero due diversi trattamenti a seconda del fatto che uno è fortunato perché
è ricco (o comunque ha qualcuno che può decidere di sacrificarsi) e le persone
ricche,quelle che possono permettersi eventualmente cliniche private e
attenzioni straordinarie.
Ammetto che non conosco bene la legislazione in materia
vigente nel nostro paese e quindi potrei anche aver detto cose che sono già
state affrontate e risolte. Almeno lo spero. Se non fosse così,sarebbe giusto
porvi rimedio perché a volte le certezze,come nel mio caso crollano.
Però non vorrei che da queste riflessioni per casi specifici
e come ho detto in qualche modo ancora poco compresi dalla scienza,si mettesse
nel calderone anche il diritto all’eutanasia e il diritto di una qualunque
autorità religiosa ad intervenire in una materia che certamente non è di sua
competenza o per lo meno non in modo tale da condizionare scelte che riguardano
tutti,credenti e non.
Riguardo all’eutanasia,quando davvero siamo di fronte a casi
estremi in cui non è solo il coma ma anche la degenerazione di tessuti cerebrali
e dell’intero corpo,credo che la certezza sia assoluta ovvero credo che ad
ognuno di noi la comunità debba concedere di scegliere liberamente se
continuare a soffrire oppure andarsene in pace senza clamori e polemiche.
Quando vacillano le proprie certezze.
06 giugno 2007 ore 13:567842644
La notizia di qualche giorno fa in cui un ferroviere polacco di 65
anni aveva subito un grave incidente nel 1988 e per quel motivo era entrato in
coma(http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/06_Giugno/02/Polacco_coma.shtml)
È una di quelle cose che fanno riflettere...

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06/06/2007 13:56:59
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