Ottantaquattro: Mio fratello

19 febbraio 2019 ore 21:13 segnala
Era un bel giorno, il giorno in cui sei nato, ci hanno sempre detto questo...una domenica di febbraio che aveva nell'aria già il presagio di una primavera imminente.
I tuoi occhi si posavano sul Mondo per la prima volta. Occhi grandi, curiosi, dolcissimi.
Quella domenica nonna mi aveva fatto indossare il vestitino più bello e le scarpette lucide ma una volta arrivate in camera io non ti ho voluto vedere e mi sono gettata subito nelle braccia di mamma, piangendo fin quando non mi ha messo nel letto con lei.
Solo dopo, piano piano, ho capito la ricchezza che mi era stata data in dono.
Non sono mai stata brava a far uscire quello che provo lasciando parlare il cuore, spegnendo il cervello...Non quando sono davvero coinvolta da sentimenti ed emozioni che tendono a sovrastarmi...allora mi chiudo e tutto quel mondo che è in me disorientato cova dentro...
Mi capita ora mentre sono qui, vedendoti muovere in quella casa che abbiamo condiviso da sempre e che tu hai lasciato da tempo per spiccare il volo...
Sei un uomo...un giovane uomo...il mio uomo, come ti ho sempre detto ridendo, anche se non si è mai di nessuno tranne che di se stessi...Così almeno dicono eh...
Ha ragione chi lo afferma ma sapessi quanto è difficile sapersi far da parte...Osservare silente...Esserci senza esserci..Chissà se riesci a capirmi...
Sei cresciuto in fretta... Per colpa della vita non sempre facile che abbiamo condiviso e da cui ho sempre cercato di proteggerti.
Indiscutibilmente più maturo degli altri della tua età e non è sempre un bene...
Eh No...Ogni età ha il suo momento e tu dovevi, avevi tutto il diritto di essere un bambino come tutti....sereno, accudito, equilibrato....Ah lo so che dici di esserlo stato con quel tuo " A sorè per favore smettila eh!"...il sorriso aperto e scanzonato e la battuta sempre pronta per prendermi in giro con fare protettivo, come se i ruoli si fossero ora invertiti...ma mai fino in fondo e te lo ripeterò in eterno...
Hai poco da borbottare caro mister indipendenza: "io devo e sono in grado di far tutto da solo!!!". A pensarci bene ci sei nato sai, pensieroso...Avevi quella piccolissima fronte corrucciata e la manina chiusa a pugno su una tempia. Sembrava fossi li ad interrogarti su chissà quali quesiti esistenziali.
Mi sembra di vederti così piccolo, tenero, indifeso tra le mie braccia, tutta tesa a farti da mammina...ed ora sei li, un metro e ottantasette disteso nel letto in cui hai dormito per anni, a far finta di ascoltare musica per non farmi preoccupare
Ma io lo so che non è così...Io lo so come stai anche se non parli, anche se mi sorridi sempre, anche se mi dici che va tutto bene e passerà....
Sei una parte di me, la più importante, quella più bella che mi è rimasta, quella giusta...
Un filo così particolare e resistente mi lega a te...Per sempre e oltre..Mi sento impotente a volte, mi ci sono sentita nei mesi passati quando ti guardavo soffrire... vorrei poterlo strappare dal tuo petto quel dolore che provi e prendermelo io!
Ridi e scherzi ma i tuoi occhi parlano...Maledetta sensibilità che abbiamo ricevuto nel nostro DNA. So benissimo cosa senti ora che i sogni e i progetti in cui hai creduto per anni, si sono infranti come un fulmine a ciel sereno. Ora tocchi sulla tua pelle la delusione, quel sapore amaro di un potenziale fallimento che non ha un perchè...E non posso far nulla se non rispettare i tuoi silenzi e le tue chiusure. Guardarti a distanza pronta ad aiutarti a non cadere solo al piccolo accenno...
Passerà, posso giurartelo anche se lo sai bene anche tu...Passerà ma intanto goditi questo compleanno, anche se forse lo avevi programmato diverso.
Hai visto susseguirsi ormai tanti compleanni e candeline. E, per ogni candelina, un desiderio da esprimere.
Ci sono stati i giochi. Le carezze dei nonni. Le risate con gli amici.
Ci sono stati giorni felici. Giorni per crescere. Giorni per vivere.
Ci sono stati giorni per sbagliare. E giorni per guardare avanti. Giorni di cose da imparare. Giorni di cose da non disprezzare. Ci sono stati giorni in cui essere forte. Giorni in cui chiedere scusa. Giorni in cui fermarsi. Giorni in cui vincere.
Quando sei nato Tu, ho capito cosa volesse dire amare qualcuno di un amore forte, potente, prepotente. Un amore viscerale. Un amore imprescindibile. Un amore incommensurabile. Quando sei nato Tu, ho capito cosa volesse dire amare qualcuno più di sè stessi.
" ... che tu possa avere il vento sempre in poppa. Il sole ti risplenda in viso. Il vento del destino ti faccia volare in alto, per danzare con le stelle " ...
Auguri fratellone mio

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Era un bel giorno, il giorno in cui sei nato, ci hanno sempre detto questo...una domenica di febbraio che aveva nell'aria già il presagio di una primavera imminente. I tuoi occhi si posavano sul Mondo per la prima volta. Occhi grandi, curiosi, dolcissimi. Quella domenica nonna mi aveva fatto...
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Ottantatre: Pensieri

12 febbraio 2019 ore 07:43 segnala
La chat aiuta spesso ad entrare in anfratti di anime e conoscere cuori che mai avresti pensato di sfiorare nel tuo cammino.
Insorge allora una sorta di pudore per le parole che ascolti, per le fragilità che accarezzi e per le vite che sfiori.
E pensi...rifletti perchè anche per la persona all'apparenza più dura tutto conduce al cuore e quando si tratta di mettere in gioco i sentimenti la barriera del virtuale scompare, perchè se ami, se senti attrazione, pathos, affinità, se ti affezioni a una persona, provi sentimenti REALI.
…ma è breve la distanza tra il Navigare e il Naufragare…..
e quando ti rendi conto che hai investito male i tuoi sentimenti, in quel mare virtuale ci affondi. Irrimediabilmente
Ci penso spesso e non credo ci sia un motivo preciso, una logica scritta, una combinazione vincente che si puo’ studiare a tavolino. Tante volte mi sono chiesta in base a cosa siamo attratti da una persona virtuale e quali sono invece i criteri di giudizio che ce la fanno scartare. Non puo’ essere un profumo, non puo’ essere uno sguardo. Non e’ una carezza data in punta di dita e non e’ nemmeno un bacio. Saranno forse le sensazioni che questa riesce a farci arrivare, nonostante un video freddo a fare da scudo. Sara’ il suo timbro di voce, la risata contagiosa. La foto che mille volte abbiamo guardato per essere sicuri che avesse tutti gli attributi al posto giusto. O forse erano le parole che raccontavano di loro e di quello che erano. Le frasi a bassa voce, lette o sentite, che davano voce a dolori e mancanze comuni. Scorci di vite insoddisfatte, di compagni assenti, di sesso scadente. Oppure ancora era l’idea dell’amplesso perfetto, quello sognato e rincorso da anni, fra le braccia di partner ormai troppo lontani. O, sotto sotto era l’idea del sesso, quello che veniva vantato come ultima spiaggia su cui si sarebbero arenati due corpi alla deriva.

Tante volte ho ripensato alle persone che ho “conosciuto” qui dentro. A quelle che mi hanno trasmesso emozioni e hanno mescolato un pezzo della loro vita virtuale con la mia. Persone che erano la copia perfetta dell’uomo sognato e desiderato e che non so come, ho sempre rifiutato. Le donne, si sa, alla fine sono sempre attratte da quello piu’ presuntuoso e saccente. Da quello troppo sicuro e troppo bello che dalla vita magari aveva tutto e che non demordeva finche’ non aveva ottenuto la sua vittoria. IO o forse LEI.
Le donne sono veramente strane. Trovano quello che vogliono e lo lasciano andare ed al suo posto ripiegano con suppellettili scadenti, ma l’importante e’ che facciano la loro figura, che riescano a brillare tanto intensamente da impedirci di vederne le pecche e le sbavature. L’importante e’ riempire il vuoto lasciato da un ninnolo rotto, con uno che renda il tutto piu’ bello e piu’ pieno.

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La chat aiuta spesso ad entrare in anfratti di anime e conoscere cuori che mai avresti pensato di sfiorare nel tuo cammino. Insorge allora una sorta di pudore per le parole che ascolti, per le fragilità che accarezzi e per le vite che sfiori. E pensi...rifletti perchè anche per la persona...
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Ottantadue: Il cuore e la sua memoria

29 gennaio 2019 ore 20:41 segnala
La memoria del cuore è indelebile, ed eterna.
Il tempo logora ogni cosa, ed ogni cosa cancella. I contorni svaniscono. Le circostanze, i fatti, gli accadimenti, che ci vedevano protagonisti, si confondono. Le date si sovrappongono. Si aggiungono e si sottraggono. Si moltiplicano. Scrivono la cronologia alterata della nostra storia personale. I volti incrociati si mescolano, e si prestano occhi, nasi, orecchie, bocche. Sbiadiscono. Lentamente, ma inesorabilmente. Estranei che, una volta, conoscevamo molto bene e che, oggi, assomigliano ad ombre lontane, fantasmi di una vita che era e non è più, ninnoli dislocati qua e là, senza una logica precisa, lungo gli scaffali del ricordo. Polverosi, dimenticati, anonimi.
Rimangono gli scontrini. I biglietti del treno, in chissà quale viaggio. Gli appunti sui fazzoletti di carta. Una vecchia fotografia che ancora porta incisa, sul retro, la data. Una cartolina sgualcita, scordata sul fondo di quei cassetti che restano chiusi troppo, e troppo a lungo. La copertina di un libro che custodisce una dedica d'amore. Un orsetto di peluche che ha visto primavere migliori. Una sciarpa infeltrita, alleata fedele contro il freddo dei passati inverni. Un paio di jeans che, ormai, non ti sta più - cazzo, sono ingrassata!! O forse no, sono solo cresciuta. Un maglioncino slargato, tra le cui cuciture è rimasto incastrato il suo profumo. Una giacca troppo piccola per un destino troppo grande. Un tacco rotto, un mazzo di chiavi, un po' di vita.
Testimoni silenziosi, impassibili, immediatamente percepibili al tatto. Ti riportano con la mente a certi giorni, certi luoghi, certa gente. Descrivono l'invisibile ragnatela di un primo appuntamento, dei Natali in famiglia, delle lezioni alle otto del mattino, che ti sorprendono sognante e addormentato tra i banchi di scuola, dei "per sempre" pronunciati ad alta voce, delle gambe aperte per amore, dei cuori tenuti chiusi troppo a lungo, di un'infanzia che ci vedeva divisi tra soldatini e principesse, dei pomeriggi consumati a far l'amore, dei viaggi in auto - che se buchi una ruota non sei in grado di cambiarla, e allora, forse, gli uomini servono a qualcosa.
Tuttavia, ciò che resta davvero, imperituro e forte, è il ricordo delle "sensazioni". Il ricordo dell'emozione che ti ha rimbambito la mente, e fatto tremare il cuore. Non ha bisogno di alcuna prova tangibile della sua trascorsa esistenza. Rimane nascosto nel doppiofondo sconosciuto dell'anima, come l'avanzo di una poesia che si finge di aver scordato ma di cui, in verità, si ricorda ogni verso, ogni rima, la metrica e il suono. Qualunque dettaglio.
La memoria del pensiero nasce e muore. Come ogni cosa mortale.
La memoria del cuore, invece, sopravvive a tutto. Persino alla sua stessa fine.

Ottantuno: Io sono

20 gennaio 2019 ore 20:26 segnala
Chi sono io? Una domanda solo in apparenza scontata, semplice. Io sono quella che vedo ogni giorno allo specchio? Credo di sì! Ma è una risposta scontata, incentrata sulla percezione immediata. In realtà sono un complesso groviglio di “cose”. Non sono solo quella che vedo, sono anche e soprattutto “quella che sento”, sono le mie emozioni e le mie sensazioni più profonde e, proprio per questo, più sconosciute. Sono le cose che mi fanno paura e quelle che mi danno gioia. Non sono i miei abiti, non sono gli anni che porto, non sono i tacchi che indosso, io sono le persone che ho amato e che amo, sono le risate condivise, sono gli amici che abbraccio, le lacrime versate e che nascondo, il dolore che ho vissuto, sono il cibo che ho mangiato, i posti che ho esplorato, sono le cose in cui credo, la musica che ascolto, le preghiere che ho detto, i balli che ho fatto, sono la pioggia che ho preso e le lune che ho attraversato...potrei essere bella ogni volta che mi ricordo di essere tutto quello che non sono. Mi conosco bene? La vita, a volte, mi ha distratta dalla conoscenza di me stessa. A che serve conoscere se stessi? Si è quel che si è, quel che si vede. Non ho nulla di speciale, sembro spesso acida ma in realtà nessuno conosce tutta la mia dolcezza che dentro sta morendo, se mi guardi sembro persa nei miei pensieri, e non sbagli, sono davvero persa, ho paura degli sguardi e se mi guardi negli occhi non capirai mai se sono triste o felice...sono una tipa strana per alcuni, lo sono diventata forse ma ci sono giorni che voglio disperatamente un abbraccio e altri che se mi tocchi ti uccido. E’ sufficiente questo per vivere? No, non è così, almeno per me, non è così perchè spesso mi induco a riflessioni a ben più ampio raggio, ed è soprattutto la crisi nei rapporti personali che mi induce a certe riflessioni. Differentemente da prima, però, sto imparando, grazie ad insegnamenti e consigli ricevuti, a non troncare di netto certi rapporti, ma a lasciare che, lentamente, trovino la strada della loro soluzione naturale. Custodisco ancora un pizzico di’ingenuità alla quale per ora non ho voglia di rinunciare. E’ un modo di guardare al mondo, di percepire, di sentire. Credo però che all’ingenuità dovrei “accorpare” la prudenza. Bisogna che io sia prudente nei rapporti umani. La prudenza non è diffidenza, semplicemente è un sinonimo di “andar piano ed osservare”. Le lezioni di vita sono sempre piuttosto lunghe e complesse, e comportano molte ripetizioni prima dell’apprendimento definitivo…
Non sono una con cui è facile intraprendere una relazione. Mi allontano anche dai baci di persone che mi piacciono, l'ho sempre fatto forse per vedere quanto mi volessero, non ho mai scelto una persona che ha rinunciato al primo tentativo. Detesto le smancerie fatte forzatamente, ho chiuso porte d'entrata, sbattendole ad un'affermazione che non mi piaceva.
Ho mandato messaggi di addio dal nulla, solo per ricomporre il mio orgoglio, ho scritto lettere, ho detto cose dolcissime di notte, solo alla notte e ho detto cose terribili, di giorno, per essere quella di sempre. Ho gridato "basta , non ce la faccio più" però ero sempre lì, senza muovermi d'un passo.
Ho abbracciato chi mi ha detto "non ti voglio più" e solo chi l'ha fatto sa quanta forza e amore richieda un gesto del genere.
Mi succede di rinunciare alle persone.
È una forma di ottusa protezione, una stupida assicurazione contro la sofferenza e la paura di perderle. È una finta indipendenza.
Io sono testa, bocca, pelle, labbra. Sono piedi, anche, occhi e lombi. Sono schiena, glutei, addome e cosce. Sono mani, seno, lingua e polsi. Non puoi volere solo un pezzo e non puoi farmi a pezzi.
No, non sono forse quella che un uomo vorrebbe al suo fianco, io non rincorro nessuno, è vero, però so restare. E nonostante tutto, se io fossi uomo sarei la mia donna ideale.

Ottanta: Musica

10 gennaio 2019 ore 22:27 segnala
Ricordo che una volta sentii un musicista affermare che: "La musica non è un'arte creativa perchè le note esistono già e nulla più si può inventare; essa si serve di loro e di noi e nasce dall'inquietudine e dal genio di quelle persone più o meno sensibili che, incapaci in altre forme artistiche come dipingere o recitare, generano armonie di pensiero e di stati d'animo assemblando tutto ciò che la musica ha messo a disposizione". Pragmatico come pensiero pensai allora e in parte mi trovò d'accordo.

A volte anche qui mi trovo a pensare a quanti incastri debbano verificarsi per unire due persone diverse, vuoi per natura e vuoi per generazione, sotto un unico segno ed un unico percorso: quello musicale. Non bisogna mai dare questo per scontato, la musica ci accompagna dalla nascita alla morte, è come se fossimo protagonisti di un film con diverse colonne sonore… quelle all’interno del film e quelle dei titoli di coda.

Ed ognuno ha il proprio copione, la propria sceneggiatura scritta, per alcuni, e da scrivere per altri, a seconda delle proprie convinzioni. A volte immagino che la musica non sia soltanto armonia e suono ma sia un tuffo nelle emozioni e nei desideri che danzano all’improvviso dandoci l’impressione di ascoltare una musica meravigliosa mentre il nostro sogno svanisce per generarne un altro, più maturo e realizzabile. La musica non si ascolta, si ama. Negli anni ho imparato esalta le differenze, non appiattisce tutto, onora i dettagli e celebra ogni momento importante della nostra vita, sia esso positivo o negativo. In queste differenze vi sono pochi ma significativi punti di convergenza che dipendono dalle proprie esperienze , dalla propria cultura e dai percorsi imposti dalle varianti della vita o dalle scelte fatte.

Come per tutti, anche per me la musica ha segnato il corso della mia vita...è una parte costante della nostra esistenza, riusciamo ad associare ad ogni evento una musica o canzone diversa...mi ha fatto sognare, piangere, sorridere, sperare, innamorare e vivere...alcune melodie segnano passaggi tristi altre dei bellissimi ricordi...Posso dire che nella mia mente ci sta un mazzo di chiavi che ad ogni occasione riesce, con una chiave differente, ad aprire una porta e far venire fuori una melodia...Ogni momento della mia vita, come per moltissimi, sia bello che brutto,è accompagnato quasi sempre da un motivo musicale particolare e anche se passano gli anni,ogni volta che lo si ascolta, si rivà indietro nel tempo e si provano le stesse emozioni. Ci sono canzoni che sono vere e proprie poesie, che parlano all'anima e non si dimenticano mai.
Quando conosco qualcuno che suona uno strumento, quando lo ascolto parlare dei suoi trascorsi di musicista mi sento come se mancasse un tassello importante alla mia vita. Non ho avuto la fortuna di essere educata alla musica ma, se non ho potuto imparare la musica, cerco sempre di imparare dalla musica...se un brano entra nel mio cervello e mi provoca emozioni, anche forti, se mi fa piangere e mi evoca sentimenti forti, allora l'ascolto, lo custodisco e dico grazie a chi l'ha creato.
Queste note per esempio mi danno il tormento, riescono a muovere la mia parte nascosta, mi fanno piangere, mi scuotono, le pulsazioni aumentano, i battiti accelerati martellano e rimbombano. I musicisti, sono angeli meravigliosi capaci di amare la musica in maniera straordinaria, capaci di fare l'amore con le loro note ed ubriacare chi si ferma incantato lasciandosi travolgere dall'estasi del suono.

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Ricordo che una volta sentii un musicista affermare che: "La musica non è un'arte creativa perchè le note esistono già e nulla più si può inventare; essa si serve di loro e di noi e nasce dall'inquietudine e dal genio di quelle persone più o meno sensibili che, incapaci in altre forme artistiche...
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Settantanove: Introspezione

03 gennaio 2019 ore 22:11 segnala
Perchè tu sei lì, immobile, con una tisana bollente fra le mani a riflettere su una banalità qualsiasi, e il bisogno di scavarti dentro ti prende.
Improvviso, irrazionale, inarrestabile.
Nella tua mente partono domande come inneschi. Frenetiche. E chiedono risposte.
E tu scapperesti ovunque per non cedere, per non sentire terra e sangue rapprendersi sotto le tue unghie mentre parti per questo tour disorganizzato dentro te stessa.
Eppure sai che non avrai pace senza un perchè.
Magari un perchè benevolo, masticato ed addomesticato. Un perchè che ti si stiri addosso come un raggio di sole, scaldandoti. E quando lo trovi e lo usi per illuminare una lanterna sulla via del ritorno, scopri di esserti persa.
Quella strada, quella su cui ti arrampicavi sempre, per uscirne, non esiste più. Non c'era più abbastanza benevolenza per tenerla in piedi.
E lei è semplicemente crollata, implosa, abbandonandoti. Nessuno scampo, sei circondata dai punti interrogativi. Sai che il rumore che senti è quello di tutte le lacrime che non riesci a piangere, quelle che seccano sotto l'alito della razionalità che usi e di cui abusi per rendere tutto conosciuto, noto, accettabile.
Ma altrettanto bene sai che chi per prima non accetta i suoi errori sei tu. Quegli stessi errori che ti perdoni con un sorriso all'apparenza, sono quelli che mangiano la sostanza della tua stabilità. Non hai un perchè vero, ma storie, di fantasia pressapochista, che ti sei raccontata così tante volte da convincerti che fossero vere.
Di vero non c'è nulla. L'unica cosa vera è il male che senti. Un distillato di dolore che anestetizza la tua volontà. E finalmente vedi: tutte le tue scuse, tutte le bugie, tutto ciò che ti racconti per rendere la vita accettabile. Nella sua interezza. Non sono solo gli altri che non vanno. Non c'è un giudice supremo, ci misuriamo con gli occhi di chi ci cammina accanto.
Sei tu. Tu che non riesci a fare pace con i ricordi, che non abbandoni i desideri, che non rinunci alle speranze. Tu che socchiudi porte, intravedi spiragli, apri finestre, così, solo per cambiare l'aria. Tu che cammini nei giorni andati e reciti quelli che devono ancora venire, caricando il presente di pretese e pretesti.
Chiudi gli occhi. Non ci può essere una sola strada dentro di te. Non c'è una sola risposta. Non c'è una sola prospettiva.
Respira. Lascia entrare tutti gli odori della tua essenza, tutti i colori del caleidoscopio che ti si apre dentro, tutti i rumori dei tuoi pensieri.
Basta con quest'intransigenza che ti limita al tutto subito, al bianco o nero, al dentro o fuori.
Basta con quest'elemosina di attenzioni ed affetto a compensare il passato, con questo accontentarsi per timore di sovrastimarti, con questa rincorsa di ciò che non può essere per accarezzarti la vita con l'adrenalina, con il fuoco, con la passione.
Scava, comprendi, accetta, perdona.
La prima che deve voler cambiare sei proprio tu. Smetti. Interrompi. Scappa. Nasconditi.
Sei tu, solo tu e le tue caviglie. E potete avere tutto ciò che vuoi.
E tutto ciò che vuoi sei Tu. Così a portata di mano da pensare che sia un sogno impossibile, irraggiungibile, inarrivabile.
Tu. Non serve nient'altro. E, d'incanto, tutto il resto arriverà

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Perchè tu sei lì, immobile, con una tisana bollente fra le mani a riflettere su una banalità qualsiasi, e il bisogno di scavarti dentro ti prende. Improvviso, irrazionale, inarrestabile. Nella tua mente partono domande come inneschi. Frenetiche. E chiedono risposte. E tu scapperesti ovunque per...
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Settantotto: Irrisolta

28 dicembre 2018 ore 16:19 segnala
Anni fa un nick qui dentro, con cui mi trovavo spesso a conversare, mi trovò la definizione esatta: irrisolta. Che io sembro un po' acida e presuntuosa spesso, sbadata e superficiale a volte, ma la realtà è che sono quasi noiosa in termini patologici quando devo riuscire a dare un "nome" a qualcosa. E questa definizione mi costò tragitti interiori da giro del mondo. In molto più che 80 giorni.
Credo sia una definizione adatta a molti, se non quasi a tutti, qui dentro.
Che qui ci siamo quasi tutti quanti per rispondere ad un bisogno che abbiamo dentro... che sia comunicazione, amore, vanità, sofferenza, edonismo... qualunque cosa sia, tutti abbiamo il nostro perchè nascosto fra la punta delle dita.
Io mi sono interrogata molto, molto a lungo su quale fosse il mio. E per molto tempo tutte le possibilità che mi venivano offerte dal mio ombelico venivano attentamente vagliate. Tutte, finchè l'amico di cui sopra, che nei miei confronti non aveva alcuna finalità e si poteva permettere di essere cinico e brutale, non mi ha tolto dal bozzolo di unicità in cui mi pavoneggiavo di esser racchiusa e mi ha, per breve tempo, cantato lodi e misteri del genere umano.
E ne capiva il ragazzo, nella sua lucida e disincantata descrizione del mondo...ah, se ne capiva!!!! Una doccia ghiacciata di realtà che mi ha messo di fonte alla evidente fragilità del piedistallo dove ero andata a mettermi.
Che io mi sentivo unica, inarrivabile, infinitamente superiore alle donnucole di internet, sufficientemente scaltra da poter smascherare qualunque tentativo di raggiungere una proiezione orizzontale passando dalle parti del cuore.
E invece mi ha fatto sentire quanto fosse prevedibile il personaggio dietro cui mi nascondevo scuotendo la testa ed ingoiando lacrime amare. Quanto fosse una bassa risoluzione della Donna che ostentavo d'essere.
Il suo avvicinarsi così scevro di finalità e l'ostinazione con cui invece cercavo di essere affascinante ai suoi occhi, sono però riusciti a tirarmi fuori da ciò che ero, e, lentamente, portarmi a ciò che sono.
Una normalissima donna che vive le sue giornate incastrata fra scampoli di orari e avanzi di impegni, un po' rosicchiati fra il dovere ed il piacere. Che sa di essere tanto unica quanto chiunque altro. Che ha imparato a sorridere di fronte ad alcune messe in scena anzichè farsi seria e scura. Che non vede ostacoli ed antagonismo intorno a se, e, se proprio ci sono, si siede ed aspetta di vederci meglio. Di capire se si è sbagliata, ed eventualmente su chi.. Che, adesso lo so, il più delle volte sbaglio su me stessa, ed anzichè seguire ciò che trasmette l'istinto provo a concedere inutili benefici del dubbio.
Mi piace scrivere, interrogarmi, confrontarmi. E mi piace piacere, oggi lo ammetto senza vergogna e senza falsi pudori.
Sono ancora irrisolta, ma conosco quello che mi manca. Sono ancora qui che cerco i miei perchè, anche se sono sempre più convinta che anche quando troverò i perchè di oggi, avrò da cercare i perchè di domani. E se mai troverò quel che mi manca, inizierà a mancarmi qualcos'altro.
Perchè in fondo sono proprio così: incantevolmente irrisolta

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Anni fa un nick qui dentro con cui mi trovavo spesso a conversare mi trovò la definizione esatta: irrisolta. Che io sembro un po' acida e presuntuosa spesso, sbadata e superficiale a volte, ma la realtà è che sono quasi noiosa in termini patologici quando devo riuscire a dare un "nome" a qualcosa....
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28/12/2018 16:19:34
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Settantasette: Un anno

19 dicembre 2018 ore 21:15 segnala
Avevo bisogno di un posto in cui tornare...Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni.
Questa strana storia, qualche volta buffa, qualche volta romantica, a tratti irriverente, quasi sconcia, spesso malinconica o persino cinica, è iniziata un anno e 15 giorni fa.
La febbre di scrivere, invece, è nata con me.
C'è stato un tempo, all'inizio, in cui nessuno conosceva il mio blog. Nessuno lo leggeva. Nessuno commentava. A parte qualche caro nick, mosso dalla solidarietà. Dal cameratismo. E, non mi sento di escluderlo, dalla pietà.
Oggi, a distanza di un anno, molti sono passati da qui. Io preferisco semplicemente chiamarli lettori. Perché, come direbbe Baricco: "Leggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? No, quella è la sola, e più dolce, custodia di ogni paura. Un libro che inizia".
E la vostra vita è passata di qui, consapevolmente e non. Quella vita con le sue paure, le sue attese, gli incanti e i disamori, le felicità rubate e le gioie conquistate.
"Tacchi a spillo e gambe di zucchero filato" è il verso di una poesia il cui autore ha voluto dedicarmi e regalarmi.
Questo verso, in particolare, mi rimase piantato nel cuore. Come il ricordo di qualcosa, o di qualcuno, che fai fatica ad uccidere, anche se vorresti.
Avevo pensato anche di usarlo come nome di questa mia finestra sul mondo. E dico "nome", non "titolo", perché richiama l'idea di uno spazio più intimo, e personale. Il titolo è quello di una rivista, di un giornale, di un programma televisivo o di uno spot pubblicitario. Un espediente commerciale per agganciare utenti. Numeri, invece che persone.
Avevo anche pensato ad una nuova immagine, al posto del faro...Una panchina. Una panchina è l'emblema perfetto dell'attesa imperfetta. La pazienza di chi si ferma, si siede, ed aspetta.
Ed io, ho trascorso buona parte della mia vita in attesa.
Ho aspettato, sulle panchine di cemento di una stazione della metro, l'arrivo di quei vagoni che, per anni, ogni mattina, mi hanno portata all'università.
Ho aspettato un grande amore, che è arrivato ma poi è tornato nel suo mondo. Un principe azzurro che si è perso.
Poi, ne ho aspettato uno giallo, rosso, verde, fucsia, a pois, a strisce, rombi o quadrettoni. Ma neppure quello è arrivato.
Ho aspettato che la porta si chiudesse, e si aprisse il portone. Che domani fosse un altro giorno, come diceva quella tipa.
Ho aspettato il sole dopo la tempesta. Poi, ho capito che io, il sole, ce l'ho dentro.
Tra le cose attese, e disattese, ce n'è una che non può più aspettare. Scalpita per uscire fuori da quel cassetto in cui abbiamo lasciato morire di una morte lenta, e silenziosa, i nostri desideri più autentici. Il mio, è quello di diventare IO.
Oggi, questo sogno, cessa di essere tale. E si trasforma in un'ambizione. In un progetto. In una sfida. Da vincere.
" .. la principessa si è trasformata in ranocchio" quando ha capito che il Principe Azzurro non sarebbe arrivato. Allora, è diventata il Principe Azzurro di sé stessa. Ha imparato a salvarsi da sola.
Oggi cambio pelle. Ma non cambio cuore.
Avevo bisogno di un posto in cui tornare...Che anche quando sono altrove resti lì, ad aspettarmi. Anche adesso, che ho di nuovo voglia di scappare e diventa sempre più difficile starci bene.

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Avevo bisogno di un posto in cui tornare...Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni. Questa strana storia, qualche volta...
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19/12/2018 21:15:27
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Settantasei: Attrazione

05 dicembre 2018 ore 21:11 segnala
Tutti i social in genere e le chat in particolare sono sempre più spesso i luoghi più tremendi che la mente umana abbia mai concepito. Dentro ci trovi tutto ed il contrario di tutto...ci si cerca tra simili, sulla base di gusti affini, istinto, mentalità condivise, semplice simpatia. Si sperimentano amore, intelligenza, follia, sesso, presunzione, ipocrisia, lacrime, risate, opportunismo, dolcezza. E' una propaggine della vita reale, spesso più dura, nell'illusione di un barlume di libertà.

Da secoli le regole dell'attrazione muovono secondo fini evoluzionistici.
Ci annusiamo, ci mappiamo quasi, ci scegliamo su basi chimiche e biologiche. Cerchiamo il partner con il patrimonio genetico più complementare possibile, ci garantiamo la sopravvivenza della specie.

Lo facciamo sempre o quasi. Lo facciamo anche se siamo pronti a giurare il contrario.
Lo facciamo ovunque. Tranne qua.
Qua non esistono odori, sapori, gesti, calore. Qua non c'è chimica. Non muoviamo il naso come roditori afferrando i segnali dei perfetti incastri. Qua ci affidiamo alle parole.

Non conosciamo chi le digita, non ne sospettiamo l'odore, non sappiamo come sorride, come sbatte gli occhi. Non indoviniamo i gesti o i movimenti delle mani. Non vediamo l'altro in prospettiva rispetto a noi.
Ci limitiamo a trovarci soli con le sue parole. E le facciamo nostre. Interpretiamo pensieri, allusioni. Li usiamo per intrecciarli ai nostri desideri ed alle nostre sensazioni, senza avere una sola conferma che stiamo facendo la cosa giusta e non che ci limitiamo a seguire i nostri schemi.

Arriviamo a farci battere forte il cuore o sentire un fremito nel corpo, sprofondati nel buio. In questo senso quello che facciamo qua sopra è la celebrazione delle nostre solitudini.
Abbiamo disimparato a fidarci dei nostri istinti, preferiamo tessere bozze di relazioni in questo universo oscuro, piuttosto che uscire là fuori, piantare le narici nell'aria, spalancare i nostri occhi e sceglierci.
Temiamo il contatto solo perchè temiamo ci venga rifiutato e ci illudiamo di agganciare a doppia mandata l'altro con fili di parole che incantino almeno quanto le sirene di Ulisse.
E anche quando la cartina tornasole ci dice che abbiamo preso un abbaglio, ci ostiniamo.
Baciamo sconosciuti, ci facciamo l'amore, ci confidiamo già consci dell'inutilità del tutto perchè non sappiamo se siamo realmente simili o se prendiamo per simile qualcosa lontano anni luce.

Continuiamo a preferire questo al profondo rispetto per noi stessi, per il nostro valore, per i nostri vuoti.
L'essere qui non è sbagliato, di per se. Quello che credo sia sbagliato è lo stare qui sperando che succeda qualcosa che ci salvi da noi stessi. Dalla noia, dalla sofferenza, dalla paura, dal vuoto.

E ci resteremo finchè penseremo che questo posto potrebbe risolverci qualcosa perchè a volte le parole hanno la chimica sofisticata per imbrigliare le persone...e la mente spesso confonde i nostri istinti. Capita comunque di incontrare in questo universo persone che apprezzi per quello che esprimono, magari solo perchè risuona nelle tue corde perchè in fondo, ognuno di noi scrive e scambia qualcosa di se.

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Tutti i social in genere e le chat in particolare sono sempre più spesso i luoghi più tremendi che la mente umana abbia mai concepito. Dentro ci trovi tutto ed il contrario di tutto...ci si cerca tra simili, sulla base di gusti affini, istinto, mentalità condivise, semplice simpatia. Si...
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05/12/2018 21:11:38
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Settantacinque: Vuoto...a perdere

29 novembre 2018 ore 20:30 segnala
E' cosa notoria che ciò che porta molti qui è un senso di solitudine e di vuoto...c'è il vuoto che possiamo colmare unicamente da soli, quello che dobbiamo accettare perchè chi doveva riempirlo non l'ha fatto al momento opportuno, e quello che possiamo colmare insieme ad altre persone... L'errore sta nel cercare i contenuti giusti nei posti sbagliati...e spesso il virtuale è uno di questi, il luogo dell'impotenza nel senso più letterario di assenza di azione, dove tutto è proiezione dei bisogni (inespressi?).
Ci aggiriamo per queste lande, ciascuno con il suo brandello d'anima.
Le mani e gli occhi gonfi di mute preghiere che non sappiamo rivolgere. Ci ripassiamo con le dita fedeli i segni di cicatrici che ci hanno trasformato in questi goffi figuri che popolano queste stanze. Ciascuno con la sua storia da raccontare, con il suo demone da cacciare. O almeno da provare a spaventare. Per quanti alibi ci siamo meticolosamente intrecciati, siamo tutti qui per lo stesso motivo. Colmiamo vuoti.
Il famoso "horror vacui"...Nel vuoto si precipita, del vuoto si prova orrore, il vuoto ci si illude di riempirlo...e qui non facciamo che proiettare parti di noi, il che di per sè non è sbagliato, risponde al bisogno di socializzazione, l'errore sta nell'aspettarsi qualcosa da queste proiezioni.
Solitudine, abbandono, noia, incomprensione, dolore.
Qualunque sia la cosa che ha scavato il nostro vuoto, siamo tutti qui per riempirlo.
Di parole, attenzioni, carezze, riconoscimenti, sensazioni, emozioni.
Il livello, l'intensità, il peso, sono troppo soggettivi perchè abbia senso perderci delle parole.
Ci aggiriamo come fiere in questo piccolo, immenso recinto, annusando l'aria. Scopriamo il fianco a chi è come noi. Affondiamo gli artigli in chi è dissimile.
Ci spaventiamo, ci innamoriamo, ci deludiamo, ci teniamo compagnia.
Sorridendo e piangendo come mai, fuori di qua, ci permettiamo di fare. Perchè i vuoti sono già complicati da vedere. Conoscerne la struttura, solcarne le profondità, indovinarne i contenuti sono processi lunghi e faticosi. Che quasi nessuno ha voglia di compiere. Meglio leccarsi le ferite, osservando la ciclicità delle nostre storie, sempre costellate degli stessi errori, delle stesse illusioni. Ma riempire un vuoto è un'illusione.
I vuoti non si riempiono.
I vuoti si accettano.
I vuoti si amano.
Si ama quel maledetto senso di inadeguatezza che affrontiamo quando ci troviamo a tu per tu con loro.
Si ama l'amarezza con cui prendiamo coscienza che tutto ciò che mettiamo dentro quel vuoto è solo destinato ad alimentarlo.
Si ama la serenità con cui ci si arrende a questo senso di incompiutezza, che è l'unica magia in grado di risolverci la vita. Non esiste nulla al di fuori di noi, che ci possa fare sentire completi. O felici. Siamo esseri unici e meravigliosi inscatolati dentro condizionamenti educativi e culturali che ci hanno fatto perdere il senso del sè, e ci hanno costantemente parametrato a qualcosa di illusorio. Ed alimentando questo confronto ci siamo ritagliati quel bozzolo dentro cui ci sentiamo fragili ed imperfetti e ci costringiamo ad elemosinare quello che pensiamo di non possedere ad altri. Ma, credetemi, la vera magia è questa, imparare a cercare dentro di noi.

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E' cosa notoria che ciò che porta molti qui è un senso di solitudine e di vuoto...c'è il vuoto che possiamo colmare unicamente da soli, quello che dobbiamo accettare perchè chi doveva riempirlo non l'ha fatto al momento opportuno, e quello che possiamo colmare insieme ad altre persone... L'errore...
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29/11/2018 20:30:01
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