trentotto: Giocare

23 aprile 2018 ore 15:38 segnala
Platone sosteneva che l’uomo è un giocattolo inventato dagli dei. Sembra quasi un paradosso ma a ben vedere fotografa l’essenza della nostra vita che è fatta di fortuna e abilità, destino e calcolo, prudenza e azzardo, realtà e finzione. Insomma, vivere significa imparare a mettersi in gioco...e soprattutto che si gioca per imparare a vivere. Il gioco è un’isola perfetta, un territorio circoscritto da regole precise in cui il rischio - a differenza della realtà - è controllato e non può farci troppo male. Sono proprio le regole e la fiducia negli altri che rendono appassionante e libero il gioco, che finisce infatti quando uno bara o dice “non gioco più”.
Tutti siamo giocatori. Pochi veri vincitori.
I giochi del nostro tempo ci dicono chiaro che noi vogliamo “giocarci la vita” e vogliamo che gli altri “giochino sul serio”, ma allo stesso tempo ci rivelano che spesso ci accontentiamo di prenderci gioco della vita: insomma bariamo. E invece avremmo bisogno di essere veri giocatori e non bari della vita: giocare un po’ di più nel quotidiano e con le persone che abbiamo accanto.
Prendiamo ad esempio il gioco dell'amore, il gioco dei giochi, il gioiello più fragile e prezioso della vita. Non sappiamo più giocare come si deve. Non sappiamo più arrossire, corteggiare, sfiorare, cercare parole, ricordare un anniversario e fare una sorpresa. Compriamo subito, afferriamo subito, dimentichiamo subito. Ci prendiamo gioco dell’amore, bariamo, per poi scoprire che ci siamo giocati la felicità. E finiamo col nasconderci dietro un cinico e dolorante: non gioco più.
I progetti a lungo termine ormai muoiono lungo l'asse del Tempo, che tutto può e tutto cambia, in un Futuro che non necessariamente è per tutti e, quasi certamente, non è quello che avevi previsto, neppure quello in cui speravi. Può darsi sia un Futuro persino migliore, migliore di quanto credessi. Ma questo ti è dato scoprirlo solo quando, arrivando - più o meno incolume, più o meno intero, più o meno vivo - alla fine della partita, Tu e Lui - il Futuro - mettete giù le ultime carte del mazzo. E no, non è come una mano di poker. E' più un "asso piglia tutto". Piglia tutto quello che di buono riesci ad arraffare. Piglia tutto ciò che torna utile al cuore. Piglia tutto ciò che fa da maestro, e ti insegna la Vita. Un po' di Vita. La Vita che ti serve, quella che ti basta. Se te ne basta.
Allora, solo allora, si tirano le somme. E non per forza sono le somme definitive. Il tempo per un altro giro di giostra, un'altra scommessa, un lancio di dadi, una rivincita, c'è ancora. C'è sempre. Per questo, io gioco. Fintanto che il coraggio mi tiene, la mano non trema, il cuore rimane saldo. Eternamente fedele a sé stesso.
Non si sa mai che, in ultimo, riesca a cambiare il risultato.

Trentasette: Sempre

17 aprile 2018 ore 17:12 segnala
Ci sono parole che si hanno dentro e acquistano un'importanza particolare, diversa per ognuno e spesso questo un po’ la faceva soffrire perché ogni parola porta anche un senso diverso per ognuno....sembra lo stesso il senso, ma solo sembra....e non è mai così.
Lei aveva quella parola tonda che sapeva non essere mai come tutte le altre...forse per il ritmo, per il respiro, per il suono...
Per lei "sempre" era una parola che aveva una concretezza unica, un suono rassicurante.
Era una parola familiare, casereccia. Sapeva di pane caldo o di caffè.
"Sempre"
Quella parola breve e facile che lei comunque non diceva quasi mai e non perchè le si ingarbugliassero le labbra nel volerla dire, no...anzi, "Sempre" era una parola comoda, dicibile, fruibile...ma proprio perchè "sempre" è una parola così semplice si rischia che a volte scivoli via quando invece bisogna tenerla da parte per le grandi occasioni.
Allora lei ogni volta che aveva la tentazione di pronunciarla, la nascondeva invece nella bocca... anzi, nella voce o forse nel cuore.
E così risparmiava tutti i suoi "sempre" ma non per tirchieria.
Quando lui aveva bisogno di concretezza e di pane caldo e di caffè, quando lui in certi momenti sembrava un cavaliere stanco e disilluso, un sofferente paladino tradito dal suo re, quando si sentiva piccolo piccolo, piccolo boscaiolo di latta, allora lei spendeva volentieri tutti i "sempre" che aveva risparmiato....
Sempre sempre sempre sempre lo diceva in un bacio assoluto che anche se finiva troppo presto, durava comunque per sempre sempre sempre sempre.
“Sempre”, come un ponte di qui all'eternità che annulla lo spazio e fa svanire il tempo.
Spendeva i suoi sempre guardandolo negli occhi e standogli vicino. Tutto il resto allora spariva, e restavano solo loro due, uniti da quella parola.
Ti amerò sempre
anch'io!
Ti starò sempre accanto
anch'io!
Lei stava attenta all'inflazione. Un uso più spregiudicato del sempre gli faceva perdere valore, e perciò stava attenta a quanti ne diceva. Ma il suo desiderio sarebbe stato quello di dirne tanti di quei sempre, in ogni momento, in ogni circostanza, ad ogni respiro, fino a consumarsi la lingua.
s.e.m.p.r.e.....se essere molto presenti rendesse eterni...

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Ci sono parole che si hanno dentro e acquistano un'importanza particolare, diversa per ognuno e spesso questo un po’ la faceva soffrire perché ogni parola porta un senso diverso per ognuno....sembra lo stesso il senso, ma solo sembra....e non è mai così. Lei aveva quella parola tonda che non sapeva...
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Trentasei: Cambiare

16 aprile 2018 ore 09:26 segnala
Durante l'ultimo anno di liceo, periodo di grandi cambiamenti, mi innamorai perdutamente di Hermann Hesse e del suo Siddharta...un libro meraviglioso e destabilizzante, che scuote l'animo e apre la mente e porta a scoprire il senso della vita e ad accettarla così come è in tutte le sue sfaccettature. Una delle citazioni a cui, in seguito, mi sono più affezionata è la seguente:
"Incominciai anche a capire che i dolori...
le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti
e toglierci valore e dignità...
ma per maturarci..."
E' capitato spesso infatti di pensare che uno passa una vita intera ad aspettare che qualcosa succeda...aspettare situazioni...persone...la famosa ''botta di culo''...convinto di stare lì, semplicemente a vivere la propria vita...ma si sbaglia..
Per vivere a pieno questa vita bisogna crescere, raggiungere la famosissima e leggendaria ''maturità''...
Bisogna trovare il coraggio per cambiare, per rivoluzionare il modo di vedere e affrontare le cose. Si, una specie di rivoluzione interiore...processo non facile e che non può essere programmato ma che il più delle volte capita all'improvviso...
fatto sta che arriva quel fatidico momento in cui si cresce.

Cresciamo quando decidiamo che le nostre idee non sono leggi scritte che dobbiamo subire...sono invece dei suggerimenti di vita da tenere a mente per non smarrirci e da poter riconsiderare se occorre e, per come la vedo io, per quello che ho vissuto, non basta dimenticare per crescere...ma è necessario imparare a superare...
ed io, quando ho superato situazioni più grandi di me ho capito di essere cresciuta davvero, ho capito che nonostante tutto sono forte, tanto forte da accettare che il mio foglio bianco si sporchi di ricordi e persone...e gli scarabocchi su quel foglio mi servono per ricordarmi che si va avanti..e si cresce, si riescono ad accettare cose che prima non avremmo mai accettato...e amare...anche quell' imperfezione come se fosse sempre stata nostra...un difetto nella perfezione..

Sul mio foglio bianco di macchie ce ne sono tante e prima non riuscivo a capire cosa volessero dirmi ma poi ho capito...basta guardarle nel modo giusto, vederle da un altro punto di vista, non vederle come ingiustizie, come errori..ma come insegnamenti...banale no?

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Durante l'ultimo anno di liceo, periodo di grandi cambiamenti, mi innamorai perdutamente di Hermann Hesse e del suo Siddharta...un libro meraviglioso e destabilizzante, che scuote l'animo e apre la mente e porta a scoprire il senso della vita e ad accettarla così come è in tutte le sue...
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Trentacinque: La mia chat

11 aprile 2018 ore 09:50 segnala
E' doverosa una premessa prima di continuare a leggere...ciò che seguirà parte solo dalla mia esperienza virtuale ma non è la mia vicenda personale...o forse, essendo entrata in contatto con diverse "vite", lo è in parte e mi è piaciuto enfatizzare il racconto in modo che molti possano riconoscersi...
Parto con il dire che ricordo con nostalgia quando una volta, se ti piaceva un ragazzo, dovevi avvicinarlo, guardarlo negli occhi e dirglielo se ne trovavi il coraggio con tutto l'imbarazzo che ne conseguiva. E ti mordevi il labbro inferiore. E giocherellavi con una ciocca di capelli. E nascondevi le mani in tasca, perché non si vedesse quanto forte ti tremassero per l'emozione.
Oggi invece, qui come nei vari social, clicchi "mi piace" sotto una foto. E se altre dieci ragazze ti hanno preceduta, finisci col tuffarti nel calderone, diventando una delle tante.
Oggi, lo tagghi ( e, fidatevi, il verbo taggare neppure esiste. Io taggo, tu tagghi, egli tagga? ) in una nota, insieme ad altre persone di cui, in verità, non ti importa nulla ma che, in quel caso, ti parano il culo, e servono a non scoprire troppo il fianco, a fingere una disinvoltura che sei ben lontana dal provare.
Oggi scrivi un messaggio allusivo in bacheca nella speranza che lui lo legga. Posti una canzone, un cuoricino, uno smile. E intanto il contatto umano si perde nell'ologramma piatto del mondo cibernetico.
Questo post è per Te. Per tutti i Te che si possono incontrare in questo modo, in questo mondo, per quello con il cuore inconsapevole di un poeta. Aspirante archeologo. Con l'elmetto in testa, ed una calcolatrice tra le mani.
Infinite volte ho barattato il cuore con il cervello perchè dal bisogno di non ferirsi nasce l'esigenza di difendersi. Ho stretto le mani a pugno e le ho lasciate così troppo a lungo perché ricordassero come si fa a schiudersi, ad aprire il palmo, a mimare una carezza.
Eppure con te il meccanismo si inceppa. La meccanica delle emozioni controllate non funziona. Perché?
Tempo fa lessi una frase che recitava, più o meno, così: "Non sai mai da quale parte arriverà il prossimo miracolo".
Ora, ammettiamo per un attimo che tu sia quel miracolo o almeno la speranza, per me, di ritornare a "sentire". Sentire cosa per adesso non saprei dirlo con esattezza. Un friccicolio allo stomaco. Uno sfarfallio. Un battito in più. Un battito di troppo.
Dicevo, ammettendo che tu sia quel miracolo, hai scelto un modo sicuramente bizzarro di piombarmi addosso.
Non ti ho conosciuto al supermercato, alla prima di un film, ad una mostra d'arte, ad un aperitivo con gli amici, in un locale, in una discoteca, in un bar.
Non ho tamponato la tua auto in retromarcia. Non eri seduto accanto a me in metro o sull'autobus tornando a casa dal lavoro. Non ti ho incontrato in un negozio mentre mi improvvisavo modella e compravo un abito. O in una libreria scegliendo un libro.
Sono inciampata in te e nel tuo mondo attraverso la scatola nera di un computer. Come un'illusionista che tira fuori un coniglio dal cilindro. Invece, a sto giro, dal cilindro della vita sei venuto fuori tu.
C'è un decalogo, una guida, un ricettario, per cui un'emozione debba percorrere sentieri già tracciati, conosciuti, preordinati? Non è forse vero che le cose più belle si rivelano in modi inconsueti? Un rapporto umano che nasce tra megabyte, password ed account, non è degno di essere considerato tale?
E non conosci l'oro liquido dei miei occhi quando guardano il sole. E non sai che sposto i capelli sulla spalla destra quando sono nervosa. Mi mordo l'angolo sinistro del labbro inferiore quando sono emozionata o sto per piangere. Non sai che ho una piccola voglia di caffè a forma di cuore e odio il rumore, le calze smagliate, i puffi e i finali scontati. Amo cucinare, leggere e cantare nei momenti in cui sono sola. Non sai che ho imparato a sciare prima ancora di camminare. Vorrei diventare ancora oggi, piccolo sogno adolescenziale, campionessa di pattinaggio su ghiaccio, e vorrei avere un pianoforte a coda, lucido, solo per poterlo accarezzare perchè non so suonare. Adoro il vino rosso ma solo per il piacere del suo colore dato che non sono un'intenditrice, le patatine e le lunghe passeggiate a piedi. Conto ancora sulle dita ma con le parole vado forte. Tutto ciò che è finanza ed economia rappresenta l'equivalente di una martellata su un dito. Non sai che amo le foto, ma per tantissimo tempo non ho voluto più essere io il soggetto. Guardare le persone di profilo, e risolvere i cruciverba il sabato notte.
Però, sai che mi piaci. Ed io so di piacere a te. Almeno un po'...però capita spesso di evitarci.
Capisco che il mondo fuori dalla scatola nera abbia mille attrattive e sembri reale nella sua immediata percettibilità. Ma sono reale anch'io, sai? Sono reali le mie dita che picchiettano veloce sui tasti per tradurre in parole i pensieri. Sono reali le nostre conversazioni notturne, le confidenze, i segreti, le ansie, le paure, le aspettative che ci siamo reciprocamente raccontati, sentendo di poterci fidare istintivamente l'uno dell'altra. E' reale persino la gelosia che mi chiude lo stomaco quando mi accorgo che altri occhi di donna ti si posano addosso o che forse, una in particolare abita i tuoi pensieri. E non sono io.
Tuttavia, è forse troppo chiedere una possibilità? La possibilità di traslare nella realtà certe sensazioni? Magari ti accorgi che mi sbrodolo mentre mangio il gelato, ho la voce di un'oca strozzata e l'eleganza di una testuggine del Burundi. O magari no. Magari ti si apre un mondo.
Sarebbe così peccaminoso, e compromettente un caffè insieme?
Ci ho messo quasi due giorni per scrivere questa pagina. Io, che sono così brava ad infilare una parola dietro l'altra, le parole, stavolta, non le trovavo.
Forse qualcuno mi dirà che sbaglio ad espormi così tanto. "Certe cose le fanno gli uomini. Le donne devono aspettare e lasciarsi corteggiare". Ma a me sembra di aver vissuto buona parte della mia vita in attesa..
Oggi, mi alleggerisco il cuore. E corro un rischio.

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E' doverosa una premessa prima di continuare a leggere...ciò che seguirà parte solo dalla mia esperienza virtuale ma non è la mia vicenda personale...o forse, essendo entrata in contatto con diverse "vite", lo è in parte e mi è piaciuto enfatizzare il racconto in modo che molti possano...
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Trentaquattro: La nostra storia

09 aprile 2018 ore 23:04 segnala
Quanto grandi eravamo da piccoli?
Io da piccola volevo fare la scrittrice. La giornalista. L'inviata di guerra. La volontaria in Africa. La Zingara e la Santa.
Volevo fare la cercatrice d'oro. La cow girl e l'astronauta. La pasticciera. Il pilota di formula uno. E giocare a pallavolo con Mila e Shiro.
Io da piccola volevo fare la principessa. E un po' pure la strega. La danzatrice del ventre e l'equilibrista. Sul filo di seta. Con una rosa tra le mani, e il passo delicato delle ballerine.
Da piccola volevo dare il mio nome ad una stella. Comprare una casa in ogni continente del Mondo. Avere tutti i libri che l'umana arte abbia avuto in sorte di concepire. E stiparli, stretti stretti, in una libreria, alta fino al soffitto, che assomigliasse a quella di un vecchio cartone Disney, "La bella e la bestia".
Da grande ho capito che molti sogni non si realizzano. Se ne stanno accoccolati, accatastati, ammucchiati, senza una logica precisa, in un cassetto che porta la scritta: " Poteva essere e non è stato? ... ecchisenefrega!! "
Capita che la polvere del tempo li vesta, e li nasconda. Capita che un giorno, un po' per gioco, un po' per caso, tu decida di tirare un bel respiro e poi soffiarci sopra. Come per gonfiare un palloncino. Ed allora ti accorgi che alcuni di essi hanno conservato l'antica luce. Quella luce che solo due occhi di bambina sanno cogliere.
I sogni che non si realizzano raccontano le nostre storie. E dico storie perché ognuno di noi se ne porta dentro più di una.
C'è una storia scritta ed una taciuta. Una storia vissuta. Ed un'altra solo sognata. C'è una storia crollata ed una ricostruita.
Ci sono sentieri, macerie, salite e discese. Arcobaleni che narrano leggende. E nuvole che ammantano il sole.
Ci sono scelte che abbiamo fatto e decisioni che non abbiamo saputo prendere. Dadi lanciati. Mani fortunate. Partite vinte. Rivincite sudate.
Ci sono treni in corsa sui quali siamo saltati. E viaggi che mai abbiamo compiuto.
Ci sono attese. E ritorni. Muri da scavalcare. Muri da sfondare. Alcuni, semplicemente, da ignorare.
Ci sono partenze. E ri-partenze.
"Domani è un altro giorno. Domani andrà meglio. Domani ci riporovo. Ricomincio da zero. Ricomincio da me."
Non ci sono mai arrivi. Né destinazioni definitive.
La Vita è una serie infinita di inizi ostinati e fallimenti multipli. Gioie infrasettimanali e sfide quotidiane.
Ma nessuna storia è davvero degna di essere raccontata se non c'è nessuno disposto ad ascoltarla. E condividerla.
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Quanto grandi eravamo da piccoli? Io da piccola volevo fare la scrittrice. La giornalista. L'inviata di guerra. La volontaria in Africa. La Zingara e la Santa. Volevo fare la cercatrice d'oro. La cow girl e l'astronauta. La pasticciera. Il pilota di formula uno. E giocare a pallavolo con Mila e...
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trentatrè: Bene così

05 aprile 2018 ore 22:15 segnala
"Ma da queste profonde
ferite usciranno
farfalle libere."

E' sempre stata una delle mie preferite e le sue poesie spesso mi hanno fatto compagnia durante giorni duri...questa strofa in particolare mi ha sempre spronata ad andare avanti nonostante tutto perchè la poesia è anche consolazione e credere che dalle ferite profonde possano uscire farfalle è uno dei grandi insegnamenti che ci ha lasciato Alda Merini. Farfalle colorate perchè imbrattare di parole e di colori la propria vita può essere anche segno di rinascita. Le mani si tingono di inchiostro, e di colori: un po' di verde sulle dita, ma in questo caso la speranza non c'entra nulla. Il verde mi ricorda i fiori e quella loro straordinaria capacità di sbocciare pure tra le macerie. O tra le fila del cemento. Strafottenti, e coraggiosi. Bellissimi.
E poi il giallo al centro del mio palmo. Fa il verso al sole che in questi giorni sta provando e riprovando il suo inchino. Alla primavera. E' fatto così, non vuole sfigurare.
E il blu lungo i polsi, che il cielo oggi è distratto e allora me ne disegno uno spicchio sulla pelle. "Se lo scrivi, resta" - così mi hanno detto. Ed io voglio che resti. Perché non lo so com'è il Cielo Sopra Berlino. Ma quello Sopra Di Me è bello di sicuro.
Io me lo sono conquistato, il mio scampolo di azzurro. Ho combattuto affinché si facesse terso e il mio cuore non era poi così aperto. Era un cuore spaventato, un po' ammaccato. Un cuore col dito puntato. Mi accusava di averlo maltrattato. Ma quello è riuscito ad infilarcisi lo stesso. In qualche modo il cielo mi è entrato dentro. Mi ha presa alla sprovvista. Me ne sono accorta solo quando, improvvisamente, ne ho percepito l'infinità. Allora è successo che ho capito. Ho capito che fino a quel momento avevo soltanto intuito me stessa. Mi guardavo, da anni, come dietro un vetro appannato che sfuma i contorni e rimpicciolisce i dettagli. Ma vedersi, vedersi davvero, mettere a fuoco sé stessi ...quella è tutta un'altra storia, signori.
Significa imparare l'indulgenza e per questo amare, e perdonare la donna che eri un tempo. Quella che camminava per strada vestita di sbagli, e pezze a colori, ed etichette affibbiate da qualcuno - chissà quando, chissà perché - e conti mai saldati, e fallimenti ammantati di sforzo e di tenacia. Quella stessa donna che poi, con una mano che non era più il solito pugno chiuso ma dita tese e protese verso l'avanti, ho salutato con affetto e con un pizzico di malinconia. Da lontano le ho sussurrato: "Mi dispiace. Mi dispiace perché non ho saputo volerti bene abbastanza da preservarti la dignità ed evitarti inutili dolori. Ora sei libera, ti lascio libera".
E lei se n'è andata, col suo carico di ieri e di domani mai arrivati. Eppure leggera ed impalpabile. Mi ha guardata negli occhi un'ultima volta e, con tenerezza, mi ha detto: "Non ti serbo alcun rancore. Ci siamo tenute compagnia tanto e tanto a lungo, in quelle mattine senza entusiasmo e nelle notti faticose, eternamente uguali a loro stesse. Ma nulla è più certo del cambiamento ... e allora cambia. Sii il meglio di ciò che puoi essere".
Non dimenticherò mai la donna che ero. Ne proietto l'immagine attraverso il filtro degli occhi. E' stata la speranza che si traduce in volontà. La volontà che anima il muscolo. Il muscolo che diventa azione. L'azione che sfida la paura e mette in moto la trasformazione.
Ma salutando lei ho dato il benvenuto ad un'altra donna. Una donna diversa, non più così fragile ma non ancora forte. Solo un po' più vera, un po' più serena. Quasi in pace.
E' una cosa strana quando l'infinità del cielo ti entra dentro. Da quell'istante in avanti non sei più uguale.
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"Ma da queste profonde ferite usciranno farfalle libere." E' sempre stata una delle mie preferite e le sue poesie spesso mi hanno fatto compagnia durante giorni duri...questa strofa in particolare mi ha sempre spronata ad andare avanti nonostante tutto perchè la poesia è anche consolazione e...
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trentadue: Ho

03 aprile 2018 ore 22:43 segnala
Sono stata piccola e indifesa, mi sono nascosta dietro il mio ingombrante carattere, ho sfoderato muscoli e spalle da gigante. Sono caduta e mi sono rialzata, sempre camminando con le mie gambe. Sono morta diverse volte e rinata dalle mie ceneri come l'Araba Fenice. Ho pianto fino a svenire, ho riso fino a farmi pipì nelle mutande. Ho incontrato gente interessante, ma è molto più frequente che io mi annoi a morte. Sono stata tradita da amici, amanti e familiari. Ho tradito pure io, ma in buona fede (se mi è concesso il termine). Ho avuto paura, mi sono rimboccata le maniche, ho svoltato per strade sconosciute, ho girato pagine bianche. Ho accumulato dolori, mi sono leccata ferite, ho visto il mio cuore rompersi e ho raccolto i pezzi. Ho sempre affrontato le sfide con il sorriso. Ho sfarfalleggiato quando non si poteva, ho pagato i miei debiti. Ho agito d'istinto, mi sono fatta milioni di seghe mentali. Ho rinunciato a persone per tutelarne altre, quelle che avevo accanto. Ho subìto delusioni. Ho desiderato di vivere in eterno e ho sperato di non riaprire gli occhi il mattino dopo. Ho inseguito sogni, anche irrealizzabili. Ho fatto stupidaggini. Ho amato solo un uomo. Mi sono innamorata solo due volte nella mia vita. Ho preso lucciole per lanterne. Ho lasciato che le cose scemassero, ho lasciato sfuggirmi l'amore di mano. Ho fatto buon viso a cattivo gioco. Ho parlato quando non dovevo. Ho sparlato. Ho fatto chiacchiere su chiacchiere. Ho passato momenti di silenzio a riflettere. Ho fissato muri. Ho schiaffeggiato l'amore. Mi sono fatta ingannare. Ho camminato a testa alta, ho passeggiato fissando il terreno. Ho rubato energie. Ho dormito tra braccia forti. Sono stata le braccia forti di un piccolo essere. Ho toccato il cielo con un dito. Ho visto l'inferno con i miei occhi. Ho visto passare la morte e salutarmi. Mi sono svenduta. Ho tirato fuori l'orgoglio. Le volte che ho detto ti amo si possono contare sulle dita di una mano. Non sono stata nella pelle. Avrei venduto i miei panni per quelli di qualcun altro. Mi sono vergognata. Sono stata fiera di me. Ho fatto pazzie, ho cantato a squarciagola, ho sussurrato parole dolci. Ho ballato fino al mattino. Ho pregato. Ho scongiurato. Ho fatto finta di non vedere, a volte pure di non sentire. Ho affidato il mio cuore ad altri. Ho ricevuto complimenti. Mi sono sentita la più bella del mondo. Ho lasciato scorrere acqua sotto i ponti. Ho visto passare il mio nemico morto nel fiume.
Mai mi sono pentita, nemmeno una volta.

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Sono stata piccola e indifesa, mi sono nascosta dietro il mio ingombrante carattere, ho sfoderato muscoli e spalle da gigante. Sono caduta e mi sono rialzata, sempre camminando con le mie gambe. Sono morta diverse volte e rinata dalle mie ceneri come l'Araba Fenice. Ho pianto fino a svenire, ho...
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Trentuno: Pasqua

31 marzo 2018 ore 08:29 segnala
La magia è una prerogativa del Natale, non certo un vanto della Pasqua.
Il Natale, quando non degenera in una festa artificiosa, opulenta e mangereccia, ricorda ai cristiani una notte illuminata a LED da una stella pazzesca e una grotta con due termoconvettori a quattro zampe ad alitare su un bambino.
La Pasqua, al netto della brace su cui finisce quel bue, rimanda invece ad una cena orribile che fu l’ultima perché, come dice un mio collega, con certa gente... non è che se ne potevano fare altre...
Il Natale è la macarena dei buoni sentimenti.
La Pasqua è l’assolo di un uomo appeso su due pali con tre chiodi.
Il Natale è comunista: la sua gioia è percepita come diritto di tutti.
La Pasqua è monarchica, di un re che condanna a morte mentre i suoi se ne lavano le mani.
In un periodo in cui la mia Fede vacillava, qualche anno fa, un sacerdote mi chiese di rimanere a guardare in silenzio per qualche minuto la statua del Cristo morto sulla croce.
Devo confessarvi che, in tanti anni di soggiorno su questa terra, il mio sguardo si era soffermato sulla corona di spine, sui muscoli tesi, sui piedi inchiodati e sulle pieghe artistiche della tunica ma mai, mai con attenzione sul volto di quest’uomo.
Volto che mi ha riconsegnato in un istante - uno per uno - i mille di chi, in anni di corsie ospedaliere personali e professionali, ho visto attraversare o essere attraversati dal dolore e da ogni disumano tormento.
Soprattutto di quelli che Giuda lo hanno tollerato e capito fino a risparmiarlo.
Ma - pensavo – il volto di Cristo è anche lo specchio di ogni umana aberrazione, un altare vergognoso della ferocia contro gli indifesi e il letto dove riposano le lacrime degli uomini.
Stando così le cose, trovare un sepolcro vuoto dopo tre giorni non basta a creare magia né satura il concetto resurrezione, che è ben altra cosa.
Da bambina mi chiedevo perché tutti quelli che stavano sul Golgota per assistere all’ultima tappa di un Giusto, stessero lì a piangere senza intervenire.
Mi domandavo soprattutto per quale ragione Gesù non avesse mollato nemmeno per un attimo quella croce.
Ci ho messo un po’ di tempo ma credo di essermi sufficientemente risposta.
Associo quelli che piangevano sul Golgota senza muovere un dito a chi, in vita sua, non ha mai portato una croce, neanche quella di compensato il giorno della prima comunione.
Sono i tanti architetti di belle parole, incapaci di tramutarle in gesti e in sostegno a chi ha veramente bisogno. Quelli che se una croce gli arriva tra capo e collo o la buttano su un altro o l’appoggiano per terra, quelli che si sentono immediatamente sopraffatti senza capire che il dolore è anche un cane addomesticabile.
La Via Crucis è solo il primo degli esempi perché tutti ci scoprissimo capaci di attraversare il dolore, domarlo e qualche volta vincerlo.
Duemila anni di cristianesimo e a me pare invece che se ne sia capito poco e niente.
Gesù non mollò la croce perché tutto questo lo sapeva.
Sapeva che a ballare la macarena sarebbero stati tutti bravi.
Sapeva che due pali e tre chiodi non sono cosa da tutti.
Sapeva che di Giuda si sarebbe riempito il mondo.
Sapeva che 30 denari li avremmo pagati di ticket.
Sapeva che sua madre sarebbe rimasta sola.
Sapeva tutto ma da quel momento chiuse, secondo me opportunamente, il collegamento.
Voleva vedere cosa avremmo fatto noi al posto suo.
Nella solitudine, nella malattia, in guerra.
Dubito che s’aspettasse veramente da noi che stessimo a porgere l’altra guancia.
Ma che ci avremmo provato, almeno questo, quel volto sulla croce, se lo meritava.
Siate accoglienti, dite un po’ meno, fate un po’ di più.
Buona Pasqua.
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La magia è una prerogativa del Natale, non certo un vanto della Pasqua. Il Natale, quando non degenera in una festa artificiosa, opulenta e mangereccia, ricorda ai cristiani una notte illuminata a LED da una stella pazzesca e una grotta con due termoconvettori a quattro zampe ad alitare su un...
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Trenta: Un Inizio

05 marzo 2018 ore 21:18 segnala
Dieci anni fa, appena ventiquattrenne, laureata, automunita patente B, mi presentai, controvoglia, ad una selezione per un posto di lavoro.
A Roma, corso Francia mi pare.
Mi pare perché, a parte la poca voglia di andare, la mia allora Fiat panda di terza mano, quella mattina aveva singhiozzato durante tutto il tragitto sollecitando i miei nervi e amplificando sensibilmente la sudorazione ascellare.
Lasciai i dodici apostoli con cui avevo percorso la strada in un parcheggio e mi diressi all’indirizzo indicato.
Un filo di trucco, carré e tailleur nero con un cinturino in vita. Quello della laurea.
L’avevo comprato con mia madre, indossarlo era la penultima cosa che mi aveva consigliato di fare.
Appena entrata, la tensione sparì.
La piccola sala antistante gli uffici dove erano previsti i colloqui era piena di ragazze in minigonna - o copri lato B-, scollature in evidenza e infestate di profumo.
Subentrò immediatamente la voglia di stare fuori di lì prima possibile. Non sapevo esattamente che profilo stessero cercando, oltre la professionalità richiesta, ma conclusi che, sicuramente, non era il mio.
Una prova d’italiano, un test di cultura generale e mi ritrovai di lì a poco davanti a una donna bellissima di media età che mi sottopose a un lungo colloquio motivazionale, analizzando anche il percorso di studi e le eventuali esperienze.
Dopo circa un'ora di colloquio, guardandomi attentamente mi fa:“Lei ha un’aria molto inglese” - mi disse - “ha un genitore straniero o non le interessa il posto di lavoro?”.
“Sono romana. Ho già diverse collaborazioni, qualche sogno nel cassetto e la sensazione di trovarmi nel posto sbagliato per realizzarli, grazie per l’opportunità non volevo essere scortese” - fu la mia risposta.
Fui richiamata due settimane dopo.
La donna bellissima mi disse che stavo tra le prime tre e che avrei dovuto incontrare il Direttore sanitario della struttura per un colloquio conoscitivo.
Tuttavia, quando mi furono dati maggiori dettagli sul luogo e sul lavoro le dissi, perentoriamente, che in quel posto non ci avrei mai messo piede e che non ero interessata.
La donna bellissima mi chiamò nuovamente sette giorni dopo e mi pregò di presentarmi al colloquio.
Disse che quelle come me, che consegnano un “NO” di questa portata davanti a un’offerta di lavoro, dovevano fare i conti almeno con la curiosità che avevano destato.

Grazie a lei ho avuto modo di entrare in contatto con una realtà meravigliosa quanto terribile per chi la vive, mi ha dato modo di fare master per poter migliorarmi in quell'ambito che inizialmente avevo rifiutato.Starei qui a raccontarvela per intero questa storia ma stasera, dopo 10 anni di servizio in questo osservatorio privilegiato sulla vita e sul mondo, preferisco ricordare.
Se solo fosse ancora qui, vorrei poter ringraziare la donna bellissima e in parte anche mia mamma.
Per i loro ultimi consigli e perché non amavano ne i sogni ne i cassetti, ma semplicemente la vita e quello che sa toglierti o regalarti senza che tu possa farci molto.
Tranne viverla.
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Dieci anni fa, appena ventiquattrenne, laureata, automunita patente B, mi presentai, controvoglia, ad una selezione per un posto di lavoro. A Roma, corso Francia mi pare. Mi pare perché, a parte la poca voglia di andare, la mia allora Fiat panda di terza mano, quella mattina aveva singhiozzato...
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Ventinove: NIna

01 marzo 2018 ore 22:37 segnala
La neve è quasi sparita...forse anche a causa della pioggerellina che ad intermittenza ci ha fatto compagnia oggi e quando piovono copiose lacrime dal cielo, come oggi, il mio primo pensiero va a Gaetana...Gaetana detta Nina e alla sua faccia tonda di bambina tirata su a merendine, d’inverno, e a Fior di Fragola d’estate...
La madre, nel suo dialetto siciliano per me quasi incomprensibile me l’aveva affidata quand’ero studentessa universitaria perché le dessi ripetizioni... La incontravo ogni giorno, dal lunedì al venerdì, alle 15.00 di ogni pomeriggio. A quei tempi mi servivano i soldi per comprare, almeno ogni tanto, un testo universitario con la copertina rigida piuttosto che sottolineare dispense fuorilegge.
A otto anni Nina aveva una pagella di soli numeri negativi; soffriva la scuola, i quaderni e l’analisi grammaticale come il prurito quando ti viene il fuoco di Sant’Antonio.
I soldi mi servivano....ma dopo pochi giorni non pensai più a quelli, mi ero quasi prefissata una missione: Nina non sarebbe rimasta una bambina di borgata col destino segnato da una “fuitina” a 16 anni come era accaduto a sua madre e alla sorella maggiore – mi dicevo orgogliosa. Stando insieme a me avrebbe capito a quali quote di libertà ti fa volare un libro. Ne ero certa.
Ma dovevo essere paziente: Nina avrebbe fatto perdere la calma pure a Ghandi e io la dovevo tirare fuori da quel pozzo di merendine, di ignoranza e di gelati Algida.
Fui molto paziente quando le chiesi di elencarmi i derivati del latte e lei, buttandomi nel tunnel della depressione, mi rispose “la lattuga, maestra” (inutile dirle di chiamarmi per nome...per lei ero la maestra)
Lo fui anche quando, armata di mappamondo, tentai di spiegarle che Cristoforo Colombo, studiando le carte dell’astronomo Toscanelli, aveva intuito che le Indie potevano essere raggiunte anche navigando verso occidente.
Mi sforzai di utilizzare il lessico che le era più familiare. Sostituìi “oriente ed occidente” con “navigando verso destra e verso sinistra” e nascosi perfino il continente americano con le mani per farle capire che Colombo, nelle Indie, ci sarebbe arrivato lo stesso se non fosse stato che la Nina, la Pinta e la Santa Maria, navigando dall’altra parte, andarono a sbattere a San Salvador.
Ma fu tutto inutile. Quando, estenuata da giorni di viaggio nell’oceano atlantico con partenza alle tre del pomeriggio le chiesi: “Nina, per l’amor di tutti i Santi, cosa diamine scoprì Cristoforo Colombo navigando verso sinistra?” lei mi rispose : “il Toscanelli, giusto maestra?”.
Di lì a poco mi sentii mancare come una deficiente qualsiasi al concerto del cantante preferito e svenni in cucina.
La pazienza la persi – definitivamente – giunte alla lezione di scienze sul ciclo dell’acqua...ciclo che dovetti ripassare rubando ore al mio prossimo esame, dato che con le scienze non avevo mai avuto un buon accordo...ma per Nina tutto doveva essere perfetto.
"L’acqua riscaldata dal calore del sole, evapora. Il vapore acqueo sale in cielo e in questa sua salita si condensa, riacquistando la forma di minuscole gocce; le gocce avvicinandosi l’una all'altra formano le nuvole; quando una nuvola incontra aria più fredda le gocce si uniscono, aumentano di peso e diventano pioggia, che cade sulla terra. Se però lo sbalzo di temperatura diventa molto brusco, la pioggia diventa neve o grandine. Così l’acqua che cade torna ai fiumi, ai mari e ai laghi. Questo è il ciclo dell’acqua. Nina, hai capito o te lo spiego un’altra volta? “
Prima di rispondermi, la tonda Nina mi rivolse uno sguardo di compassione mista a divertimento.
“Allora Nina, hai capito?"
“Certo che sei veramente scema se credi che piove per questo motivo” – mi rispose insolente – “ Ma dove vivi maestra? Non lo sai che piove quando la Madonna stende i panni ???”
Fallita miseramente la mia breve carriera di educatrice, ritenni più appropriato cercare un’occupazione diversa per guadagnare quei miseri spiccioli che mi necessitavano.
Ma quando piove così tanto su questa terra e su questa vita, quando l’infanzia di una bambina viene sottratta ad un banco di scuola per essere instradata verso una maturità odiosa e intempestiva quando ancora le sue guance sono tonde e acerbe, io penso a Nina e mi chiedo se non avesse ragione lei perchè certe risposte dei bambini ti lasciano il segno per sempre....e ti fanno riflettere tutta la vita.
Se quelle che cadono dal cielo non sono le lacrime di una mamma che dovrebbe essere la prima a versarle, può essere che Nina non avesse torto e che lassù abbiano veramente caricato una lavatrice della madonna....
Chissà se Nina è riuscita a spiccare il volo...
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La neve è quasi sparita...forse anche a causa della pioggerellina che ad intermittenza ci ha fatto compagnia oggi e quando piovono copiose lacrime dal cielo, come oggi, il mio primo pensiero va a Gaetana...Gaetana detta Nina e alla sua faccia tonda di bambina tirata su a merendine, d’inverno, e a...
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01/03/2018 22:37:33
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