Cinquantanove: Scusa

23 luglio 2018 ore 17:28 segnala
Sono una che chiede scusa.
Anche troppo.
C’è chi trova fastidioso questa tendenza di cospargermi il capo di cenere, chi lo trova un eccesso di umiltà, c’è chi dice che sono fissata con il concetto di colpa, chi, semplicemente mi trova stucchevole. Io non lo so quando ho cominciato a camminare in punta di piedi per non disturbare con il rumore dei miei passi, quando ho iniziato a mimetizzarmi con l’ambiente per non imporre la mia presenza, quando ho scoperto questa mia innata vocazione ad offrirmi come capro espiatorio, quando si è innescata questa mia aspirazione del perpetuo mea culpa.
Non posso neanche dire che non lo faccio apposta… lo faccio apposta, eccome… magari succede da così tanto tempo che ormai è un riflesso automatico, ma inizialmente e fondamentalmente si è trattato di una scelta obbligata ed ogni volta che provo a sottrarmi ad essa vengo subito redarguita anche da coloro che per primi condannano il mio antipatico atteggiamento.
Ma non è questo il punto. Il punto è che essendomi appropriata della stragrande maggioranza delle scuse in circolazione, è inevitabile che a me ne vengano fatte poche. Non che io le pretenda, intendiamoci… il più delle volte si tratta di scuse che mi sono sfuggite, altrimenti avrei trovato il modo di assumermene la responsabilità ed in ogni caso cerco di facilitare il più possibile il compito di chi mi ha inavvertitamente rubato la parte.
Però (ed è ovvio che c’è un però, altrimenti non ci sarebbe stato motivo di scrivere questo post) ci sono alcune eccezioni. Si tratta di accadimenti che nel corso della mia vita per me hanno assunto l’aspetto di veri e propri torti subiti, ferite che mi hanno segnato e per le quali non ho reclamato vendetta ma al massimo un misero e spesso inutile (se non deleterio) riscatto.
Ecco, per queste ferite mai rimarginate io le scuse le vorrei proprio, ma non per soddisfazione, solo per poter finalmente guarire la piaga che non smette di tormentarmi. Scuse non di forma ma di sostanza, un ravvedimento insperato quanto impossibile che riesca a togliermi almeno la sensazione di essere io la colpevole per essermi resa feribile.
Come dire, insomma, scusate se ho inavvertitamente messo il cuore sotto ai vostri piedi...Vorrei che il cuore avesse un tasto...per cancellare i sentimenti...ogni volta che ne ho bisogno...!

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Sono una che chiede scusa. Anche troppo. C’è chi trova fastidioso questa tendenza di cospargermi il capo di cenere, chi lo trova un eccesso di umiltà, c’è chi dice che sono fissata con il concetto di colpa, chi, semplicemente mi trova stucchevole. Io non lo so quando ho cominciato a camminare in...
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Cinquantotto: Legàmi

17 luglio 2018 ore 19:41 segnala
Per legarmi a te non ti servono fili, o corde, o catene. Quelle lasciale nel cassetto accanto al letto.
Per legarmi a te bastano parole, attenzioni, premure.
Basta quella luce speciale che hai negli occhi, quando mi guardi.
Basta quella leggera inflessione della voce, che si fa rotonda e scalda il cuore, quando mi parli.
Bastano le tue mani, che corrono sulla mia pelle come se non se ne potessero più staccare.
Bastano le tue labbra, e quel desiderio unico che si incolla alle mie e che ingoio, per poterti trovare dentro me.
Mi piacciono i giochi di corde.
Tutte le relazioni sono tenute insieme da fili, corde, nastri che giocano con gli equilibri del dare/avere, luce/ombra, verità/bugia.
Mi piacciono i legami, che stringono sottili i miei polsi e le mie caviglie quando strappo vita e lenzuola per muovermi.
Perchè io non mi fermo mai. Nemmeno quando sono legata riesco a stare ferma.
Vivo indisciplinata ed indomita le emozioni che mi passano accanto, cercando di farle mie più che posso, per tutto il tempo che posso.
E quel mordere e grattare via pelle per l'illusione di un possesso che non c'è, mi affascina così tanto da mandarmi in vuoto pneumatico.
Perchè non c'è mai nessun vero possesso, ma l'accapparrarsi briciole di noi che nessuno ha masticato prima, in una lenta conquista di sovrapposizione di pezzi d'anima che si fanno parole, pensieri, baci, amplessi. Fino lentamente a sdraiarsi l'uno sull'altro e giocare ad essere una cosa sola. Sostanza senza inizio nè fine da modellare come creta bagnata, a cui dare tutti i nomi che spuntano sulle labbra, con cui dividere tutti i sogni che sbocciano nel cuore.
Siamo fiori e siamo petali. E siamo odori e siamo nuvole.
E io vorrei di questo riempire i tuoi giorni.
Le tue notti no. Le tue notti le riempirei di me.

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Per legarmi a te non ti servono fili, o corde, o catene. Quelle lasciale nel cassetto accanto al letto. Per legarmi a te bastano parole, attenzioni, premure. Basta quella luce speciale che hai negli occhi, quando mi guardi. Basta quella leggera inflessione della voce, che si fa rotonda e scalda il...
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Cinquantasette: Scrivere..

11 luglio 2018 ore 16:28 segnala
Il mio approccio con la scrittura è stato molto precoce, è avvenuto alle elementari, anche se non saprei dire in che anno, quando una ricerca sull'ermellino si è trasformata nel mio primo tema. Eh si, perchè alla bambina qui scrivente sembrava che raccontare di questo furetto magro che d'estate è rosso e d'inverno bianco sembrava troppo banale, e così ci aveva imbastito una storia con i fiocchi sopra ed aveva stabilito il suo stile narrativo : introduzione - svolgimento - conclusioni.
Alle medie ho avuto una pausa. Ho scoperto il piacere di leggere. Di non finire un libro perchè ti era stato dato come compito per le vacanze, ma perchè ne rimanevi rapita, catturata nella storia e fra i personaggi. Da allora l'amore per la lettura è sempre stato una costante della mia vita. A volte più, a volte meno incisivo, talvolta così forte da costringermi ad una bulimia di pagine, ma sempre presente. Tanto che la mia libreria trasuda testi di ogni genere. Ancora oggi leggo e pensando scrivo. La scrittura filtra con il mio pensare tutta la realtà, tutte le mie emozioni, leggere invece è sommare vita alla propria.
Modello i miei pensieri come li avessi letti da qualche parte, con la loro sintassi, la loro punteggiatura e farlo mi porta in altri mondi mentre scrivere mi porta a spasso dentro la “mia io”.
Leggere è succhiare altra energia, come un vampiro. Scrivere è fare e disfare un’immensa tela e lo faccio per necessità, per timidezza, perché ne ho bisogno.
Spesso è l'unico modo che ho per far uscire le mie parole. Molto di me rimane ancora nascosto ma ascolto e scrivo. Scrivo di volti, di persone passate nella mia vita, chi per un soffio, chi per molto o chi per poco perché non hanno voluto guardare l’oltre.
Scrivo perché non so disegnare e avrei voluto e perché non ho tempo di imparare a fotografare.
E' il mio desiderio verso le immagini, la mia forza analitica, la mia tentazione di uscire allo scoperto che di persona mi fa arrossire. E’ il modo di sciogliere il groviglio che ho dentro.
Questo blog non parla di libri, ne di cinema, ne attualità, ne di politica.
Il mio blog parla di me: intensa, dolorosa, profonda, intelligente, maliziosa e parla in genere di rapporti umani uomo - donna...dell'amore anche, quando c'è...e quando non c'è, faccio che ci sia...e parla di passione, di sesso..di tutto ciò che si riassume in un unica parola: Vita.
Non lo so se sono simpatica, antipatica, stupida, amorale e non m'interessa.
A me piace scrivere, scrivo quello che mi passa per la testa, forse sono autocelebrativa e ho una buona opinione di me stessa (anche questa è una grazia ricevuta) in quanto è più facile incontrare persone che ti rendono insicura e ti cazzottano l'ego, piuttosto che il contrario, in generale per tutti intendo.
Insomma, io sono questa! Coraggiosa nel mio espormi.
Scrivere è un modo per dire “io ci sono”, è il mio modo di difendermi, è un modo per farmi amare.
Come una bella donna quando indossa un vestito di seta e una collana di perle. La donna può tutto quando indossa una collana di perle.
Si guarda allo specchio, si mette i tacchi e si strofina gli occhi di un colore intenso, sorridendosi.
E' anche il mio modo di andare in giro, di ondeggiare sulle anche, di sentirmi addosso un bel corpo anche se non lo sento bello.
Scrivere è la mia voce.
E non m'importa di essere letta, di avere un qualche successo, di scrivere una vera storia, mi abbandono solo a quello che sento dentro.
Come un passatempo all'infinito, un contenitore dove all'interno c'è sempre una scatolina più piccola e dai colori sgargianti, una piccola bambolina, una matrioska. Me.

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Il mio approccio con la scrittura è stato molto precoce, è avvenuto alle elementari, anche se non saprei dire in che anno, quando una ricerca sull'ermellino si è trasformata nel mio primo tema. Eh si, perchè alla bambina qui scrivente sembrava che raccontare di questo furetto magro che d'estate è...
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Cinquantasei: Il dolore degli uomini..

08 luglio 2018 ore 23:22 segnala
Stanco lo vedo camminare nella via silenziosa in una notte umida e odorosa d'asfalto bagnato, di cassonetti colmi d'immondizia, residui di un vivere frenetico e ingordo che brucia ogni cosa, avidi di emozioni...che emozioni non sono più se non fantasmi di mal di vivere, odore nauseabondo.
Cammina con passo lento come se ai piedi invece d'indossare scarpe costose avesse zavorre di pensieri morti, ma il dolore che prova, quella fitta che gli contrae il cuore e gli serra il respiro in gola, che gli fa fare quel gesto spontaneo di allentare il nodo della cravatta e slacciare i bottoni della camicia nella ricerca spasmodica di un respiro, mette a nudo la verità.
Come un condannato a morte sa che qualsiasi cosa pensi il suo destino è la morte, lui sa che il suo è la vita...il dolore uccide i pensieri, annienta la volontà, azzera le emozioni, ma non uccide. Lui è vivo nonostante il dolore, nonostante la paura gli serri la gola...lui nella ricerca spasmodica di quel respiro cerca la vita.
Cammina a passo lento, il nodo della cravatta allentato, la camicia sbottonata, le mani in tasca, i pensieri come zavorre ai piedi e il cuore sanguinante.
Passa una macchina, i fari illuminano il volto bagnato di sale, lacrime silenziose, quasi con rispetto, si depositano sulle sue labbra, labbra che hanno conosciuto sapori dolci di mandorla, vaniglia, persino quel fresco alito di menta. Lei sapeva di menta l'ultima volta che aveva adagiato le labbra sulle sue, era questo che ricordava, mentre con fare stizzoso calcia un sasso che va a sbattere contro un muro senza nessun rumore.
Silenzio. Il dolore che rumore ha? Il dolore che sapore ha? Il dolore che colore ha?
Nessun rumore o colore o sapore codificato, ognuno ha il suo e ogni volta diverso.
Il suo dolore ha il rumore della sua voce calda e roca nei momenti dell'amore, il sapore quello della menta quando di mattina prima di lasciarsi lo baciava,(come lo chiamava lei il "bacio vero dell'amore"...lungo, intenso quasi le loro lingue lo volessero tatuare sulle loro papille gustative) e il colore quello dei suoi occhi grigi nelle giornate di pioggia e verdi in quelle di sole. Cammina a passo lento dentro il ricordo dei giorni con lei, vuole ricordare, anche se sa che è sofferenza senza limiti ne spazi, carnefice di se stesso.
Ha bisogno di quei ricordi per non guardarsi le mani forti e ritrovarle vuote, per non voltarsi e trovare il nulla...ha bisogno di quei ricordi per sapere che ha vissuto nel respiro di lei, mentre con le mani tremanti in quella notte, nella loro prima notte le sfilava il fermaglio dorato dai capelli lasciandoli cadere sul suo volto, aspirandone il profumo buono di vaniglia.
L'insegna di un bar lo attrae come falena con la luce ed entra. Un bar di periferia, spoglio e sporco, dietro il banco il padrone indossa una maglia che ha visto tempi migliori, odora di sudore, ha la barba incolta e gli occhi gonfi, alza lo sguardo verso di lui e senza neppure una parola gli versa da bere. Il bicchiere è opaco, come se altre labbra, in una notte simile a questa, avessero lasciato la loro impronta, altri uomini che come lui in preda al dolore avessero voluto lasciare un segno. Beve in un fiato, il liquido procura alla sua gola una fitta, sente bruciare l'esofago, corrodergli lo stomaco. Lascia sul banco una banconota e senza una parola esce. Riecheggia il rumore della saracinesca che chiude il bar. Non si sente più solo...ha lasciato le sue labbra sul quel bicchiere opaco. Sorride pensando al prossimo uomo che bevendo nello stesso bicchiere lascerà un ricordo che, sommato agli altri, farà il dolore degli uomini.

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Stanco lo vedo camminare nella via silenziosa in una notte umida e odorosa d'asfalto bagnato, di cassonetti colmi d'immondizia, residui di una vivere frenetico e ingordo che brucia ogni cosa, avidi di emozioni...che emozioni non sono più se non fantasmi di mal di vivere, odore nauseabondo. Cammina...
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Cinquantacinque: Una mamma

03 luglio 2018 ore 17:42 segnala
Ti guardo mentre intenta con le mani leggermente tremanti sistemi le tazzine, la caffettiera e la zuccheriera, vicino ad ogni tazzina un tovagliolino. Hai compiuto da poco gli anni, un altro anno in più ma il tuo volto è ancora bello, la pelle è liscia, le piccole rughe non hanno intaccato il tuo colorito rosato, i capelli hanno qualche filo d’argento... solo il tuo incedere, a me che sono attenta, è diventato più lento e a volte instabile. Il cuore ha una stretta nel percepire la tua solitudine, quella solitudine dovuta negli anni dalla stanchezza, ai sogni di ragazza mai realizzati, sempre ligia al dovere e alle regole del buon vivere. Non ho ricordi di madre affettuosa, ho rari ricordi di un tuo abbraccio o una tua carezza, il tuo volto mi appare nella memoria sempre serio o forse, ora comprendo, triste e infelice. E questa tua infelicità ce l’hai trasmessa nella tua rara presenza. Tu non c’eri quasi mai quando avevo un ginocchio sbucciato da medicare, non trovavo mai un tuo abbraccio quando, tornando da scuola, avevo preso un bel voto e nell’ingenuità infantile volevo la mia felicità farla tua, ma solo quella frase che per anni ho inciso sulla pelle e mi ha condizionata " Hai fatto solo il tuo dovere". Questo non mi ha mai permesso di beneficiare moralmente dei mie successi, questo mi ha indotto sempre a dare più degli altri perchè qualsiasi cosa ottenessi non mi sentivo mai gratificata e quando si complimentavano del mio lavoro rispondevo sempre "Ho fatto il mio dovere". Al tuo posto c’era sempre nonna, o qualche donna di servizio...sono state loro nella loro fresca e semplice affettuosità a regalarmi un sorriso, a medicarmi un ginocchio, a dirmi brava e a consolarmi quando mi sporcavo perchè dovevo essere sempre in ordine, perfetta nella mia infantile imperfezione. Crescendo il distacco è stato enorme, ho sempre cercato d’esser invisibile il più possibile, di non creare problemi, e ogni tappa importante della crescita l’ho vissuta e superata da sola. Quante cose non sai di me, quanti dolori ho dovuto superare da sola, quante scelte ho fatto dettate dall’inesperienza, quante confidenze non ti ho mai fatto, se avessi potuto avvicinarmi a te, avere un consiglio, un suggerimento lo avrei conservato come un tesoro... invece solo il silenzio. I valori sono la parte migliore che hai saputo darmi, valori che ancora oggi sono radicati in me. Il rispetto per le persone...se avevamo a volte le donne in casa come aiuto mi hai insegnato il rispetto per il loro lavoro... spesso mi dicevi guarda e impara, e io seduta al tavolo della cucina con i gomiti appoggiati e le mani sotto il mento le guardavo mentre pulivano o cucinavamo, o seduta sulla seggiolina le osservavo mentre stiravano. L’onestà, la fede politica, ma soprattutto la grande umanità. Mi sono sempre detta che era un controsenso questa umanità quando tu, credevo, non riuscivi a volermi bene, ma poi ho compreso, crescendo, che l’umanità è differente dall’affettività, tu eri una donna umana, eri generosa e giusta con gli altri ma ingiusta, pensavo, con me. Per te ci sono stata nella malattia, nel dolore della perdita, quando avrei dovuto essere io ad avere bisogno di te, nel bisogno ci sono sempre stata e ci sono ancora. Per anni mi sono portata una colpa non mia, per anni questa sensazione di non meritare nulla ha condizionato la mia vita affettiva, ma non sono mai stata arrabbiata con te. Poi si arriva all’età della comprensione, e vedi le cose diversamente, comprendi le situazioni e intravedi in alcuni scorci del passato un velo d’amore. Ho capito che a modo tuo mi hai voluta bene, ho capito che potevi esprimere i tuoi sentimenti solo in quel modo, che la vita purtroppo condiziona certe affettuosità che avevi ma non sapevi come esternare, e se oggi finalmente sono una donna serena forse lo devo un pochino anche a te. Ti guardo oggi mentre coccoli i più piccoli della famiglia, anche se so che soffri nel ricordo...con loro hai atteggiamenti che mi commuovono, con loro hai una complicità che non conoscevo, allora capisco che in te c’è sempre stata tenerezza, amore, che carezze, abbracci ti appartengono e che ora, senza più condizionamenti, esterni con una spontaneità vera. Quelle carezze, quegli abbracci, quella complicità ora appartengono anche a me, ci siamo ritrovate attraverso le lacrime, le chiacchiere e qualche tazzina di caffè rotta... ho trovato colei che in questi lunghi anni non ho mai smesso di cercare. Non festeggiamo più da qualche anno la festa della mamma e non credo nemmeno nelle giornate dedicate, soprattutto quelle alle donne...per me ogni giorno è un giorno dedicato, che siano mamme, nonne, amiche, colleghe, sorelle, figlie... ogni giorno è un giorno speciale ...per loro ma soprattutto per me e per te.

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Ti guardo mentre intenta con le mani leggermente tremanti sistemi le tazzine, la caffettiera e la zuccheriera, vicino ad ogni tazzina un tovagliolino. Hai compiuto da poco gli anni, un altro anno in più ma il tuo volto è ancora bello, la pelle è liscia, le rughe non hanno intaccato il tuo colorito...
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Cinquantaquattro: Intimità

29 giugno 2018 ore 15:09 segnala
Ora qualcuno legge il titolo e pensa a chissà quale post...quando poi, l'intimità di cui voglio parlare non è molto distante in termini assoluti da alcuni post precedenti.
Intimità per intimità, il concetto che mi muove è sempre lo stesso: la difficoltà del raggiungerla. Perchè io parlo, parlo, parlo... mi apro. Faccio gran mostra dei miei percorsi e li descrivo passo per passo, racconto, filosofeggio, favoleggio.
E riesco a farlo con tutto ciò che ho già razionalizzato, con tutto quello a cui ho dato (o tolto) una misura. E si, che poi, per renderti accettabili alcune cose le devi sminuire, perchè non ti mangino via le notti ed i sogni, mentre altre le devi infarcire, perchè tu possa pensare la meta come degna del cammino.
Posso farli ad occhi chiusi i quadri della mia distorta realtà.
Ma per tutto il resto, signori, accomodatevi pure nelle prime file, non sono differenti dalle ultime, tanto intorno a me esiste un'insondabile, invisibile armatura, capace di rispedire al mittente dietro un sorriso o uno sguardo un po' enigmatico, qualunque tentativo di arrivare al nocciolo.
Il mio nucleo è solo mio. E quando lo racconto, racconto solo quel che voglio. O forse solo quello che conosco.
E vorrei, invece, schiudermi e mostrarmi. Lasciar cadere stancamente i petali messi su nelle giornate della vita, quelli ormai appassiti, quelli forti e sani, quelli trasparenti, appena germogliati. Vorrei tirarli via, uno ad uno, facendoli volare nel vento, disegnando una rotta verso il mare. Sono stanca di vedermeli cuciti intorno, di saperli a vegliare su quanto di più intimo porto dentro.
Che a forza di averli intorno e raccontarmi con la loro mediazione di mezzo, ho perso davvero il contatto.
O forse no, non l'ho perso. Ma mi sono accontentata di quello che vedo, archiviando dentro la paura dell'inadeguatezza e dell'abbandono, tutti gli altri colori possibili.
Sta sempre tutto lì. Nel bisogno di controllare. Che nemmeno me ne rendo conto.
Sta tutto lì quando sono vestita, quando sono senza vestiti e quando sono nuda. Che lo sento che tengo sempre qualcosa per me.
Eppure so che c'è chi vorrebbe e potrebbe capire. Chi potrebbe tenermi la mano, mordendomi la spalla ed ascoltando tutto il fiele che ho da rigurgitare fuori. Densi conati avvelenati da anni persi nell'umido della mia cantina, macerati, ammuffiti, dimenticati.
Dovrebbe avere un gran pazienza con me. Lasciarmi scappare quando vede che mi chiudo, accarezzarmi dolcemente quando non trovo le parole, abbracciarmi in silenzio quando le lacrime cercano, mio malgrado, una strada per uscire, ascoltare la mia rabbia sorda e cieca, che non sa nemmeno bene con che cosa se la sta prendendo.
Dovrebbe guardarmi senza parole, mentre seduta nuda sul letto, abbracciando un cuscino stropicciato, provo, con tutto il coraggio che riesco a racimolarmi dentro ad accendermi una luce addosso, a lasciarmi toccare l'anima.
Una luce bianca, vera, senza mistificazioni. Prospettiva di difetti. Angolazione di bellezza. Capriccio d'impazienza. Concentrato di verità.
Ma cazzo, quanto è difficile per me, per il mio passato più remoto, per la fiducia che mi hanno tolto, per le conferme e l'amore che non ho avuto, quanto è difficile credere davvero. Non solo voler credere e sognare, che le ali, nonostante tutto non me le hanno spezzate, ma proprio fidarsi ed affidarsi.
Io non lo faccio mai. In background, la rabbia della bambina che non ho potuto essere, mi dice che mi fregheranno anche questa volta. Che non devo fidarmi, che l'unico modo per salvarmi e preservarmi è quello che uso da una vita.
Ed io la ascolto, perchè è la stessa che mi ha permesso di sopravvivere e crescere, la stessa che mi ha permesso di sorridere e sognare, di migliorarmi e capire e scavare.
Ma non basta. Ed uno dei passaggi sarà arrivare al dolore che quella bambina non ha potuto urlare, anche attraverso la rabbia che porta dentro. Sarà toccare la paura e vincerla.
Sarà guardare negli occhi qualcun altro e non aver bisogno di mettere in moto nessun meccanismo, nessuna seduzione, nessuna difesa.
Sarà mettermi nelle sue mani, con un sorriso che è solo la preghiera di non essere mai più ingannata e ferita. Di potermi fidare senza essere tradita.
So che ci arriverò. Anche se adesso, se ripenso a me col cuore in mano, nuda su quel letto, so di avere ancora molta strada da fare.

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Ora qualcuno legge il titolo e pensa a chissà quale post...quando poi, l'intimità di cui voglio parlare non è molto distante in termini assoluti da alcuni post precedenti. Intimità per intimità, il concetto che mi muove è sempre lo stesso: la difficoltà del raggiungerla. Perchè io parlo, parlo,...
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Cinquantatre: Il mio posto

26 giugno 2018 ore 20:41 segnala
Mi serve un posto dove rifugiarmi, un posto dove esser ciò che nella vita non sempre compare. Un luogo privo di consistenza ma che sia un luogo...

Ho bisogno di un posto dove dire ciò che non posso dire altrove, dove dar voce ai silenzi o almeno a quello che ci sta dietro. Un posto dove non dovermi censurare, dove non aver paura di ferire con le parole. Un posto dove posso esser fraintesa e non per questo dover dare spiegazioni, dove fraintendere e chiedere venia senza drammi.

Ho bisogno di un posto tutto mio, lontano dal mondo, ma proprio in mezzo, dove esser me stessa o il contrario di me, dove non mi si riconosca o magari mi si conosca davvero. Un posto con la mia musica, (che non venga del tutto ignorata) con le mie parole (che non vengano giudicate), con i miei silenzi (che non vengano invasi dallo stridente rumore di unghia a graffiarmi il cuore), da non dover coprire con le mie stesse inutili parole! Forse ho solo voglia di raccontare. Ma di cosa? Di me? no! Ho già detto troppo. Forse comincerò ad inventare mille storie travestite da verità e verità nascoste dietro a bugie. A voi (ad alcuni di voi forse) la capacità di intuire cosa è reale e cosa è pura fantasia. Che poi nelle falsità c’è sempre qualche verità nascosta. E nelle verità qualche piccola frottola per farla apparire più interessante.

Forse ho solo voglia di tornare a dire quel che penso, senza autocensurarmi perché chi legge potrebbe fraintendere, ferirsi, lusingarsi ecc.. che poi alla fine si offende, fraintende e lusinga solo chi vuole. Ben consapevole che le parole hanno un peso, ma non informata su quanto costano e… vanno a peso?
Cerco di arredare questo posto a mia immagine o somiglianza o forse l’esatto opposto di me. Agli altri scoprirlo. E con immagini che rafforzino ciò che grido silenziosamente, che siano parole per gli occhi. E si, forse anche una maschera o il vero volto per troppo tempo nascosto dietro uno che non mi appartiene, forse non del tutto almeno.

E quando questo posto non sarà più ciò di cui ho bisogno, cliccherò sul tasto "cancella blog" e vagherò, forse in cerca di un altro!

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Mi serve un posto dove rifugiarmi, un posto dove esser ciò che nella vita non sempre compare. Un luogo privo di consistenza ma che sia un luogo... Ho bisogno di un posto dove dire ciò che non posso dire altrove, dove dar voce ai silenzi o almeno a quello che ci sta dietro. Un posto dove non...
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Cinquantadue: Prima di partire

23 giugno 2018 ore 19:24 segnala
Devo iniziare quel viaggio di cui scrivevo qualche post dietro ma prima di andare devo fare i conti con me stessa perchè quando viaggi devi esser pronta al viaggio, devi capire dove stai andando davvero...e di solito non è un posto, non è una persona, non è una camera d'albergo o di una casa che non appartiene eppure è stata sempre un po' di qualcuno.
Mi fermo e faccio i conti...prima di mettere il primo piede in viaggio...i conti con me stessa.
Non sono facile, qualcuno trova anche dolcezza...ed è vero...ma quanti spigoli! Sono come uno di quei fichi d'india che prima di mangiarli, di assaporarne il sapore dolce e granuloso, quasi fosse un miscuglio di polpa e sassi, devi capire l'ora giusta per raccoglierli altrimenti le spine sparano a raffica e colpiscono ovunque capiti, allontanandoti da me. No, non sono gestibile, ho i miei tempi, i miei spazi, le mie parole e i miei silenzi e di solito non sono i tuoi...
No, non puoi prendermi alla buona sempre, mi faccio prendere solo quando voglio e spesso quando voglio sono le mani sbagliate, quelle abbastanza attente da avvicinarsi al tramonto, tra luci ed ombre, così che io non veda quel coltello e... zac! Ecco, sono caduta nelle tue mani, mi hai tolta dal mio mondo, dalla mia terra, dalla mia alba e dal mio tramonto... ma.... che male le mie spine sulla mano quando provi a stringermi. Ed allora cado, rotolo giù, non ho più la mia pianta... non ho più te!
Come un morso inaspettato di un cane fedele.
No, sono spigolosa, arguta quando voglio e distrattamente assente quando non voglio ascoltarti perchè sentirti è a volte penoso o solo impietoso...
No, non sono gestibile! Mi vedrai esibirmi su un palcoscenico convinto che io sia quel personaggio, amerai tutto di me, persino quelle piccole imperfezioni ma felicità apparente la tua se non saprai vedere il volto dietro la maschera... cadrà il velo e scoprirai di aver perso il tutto celato dal molto.
No, non sono gestibile... non so entrare in schemi precostruiti, confezionati a dovere dopo attenti studi di packaging perchè se la prima volta mi attrae, poi mi stanca.
No, per nulla contenibile in quella scatola montata su a dovere in attesa di qualcuno che cada rendendoti ricco di una ricchezza che non ti appartiene. Non so compensare alle tue leggerezze, non vivo di superficialità ma di sostanze. Non so fare delle tue parole una poesia perchè il suono l'hai distorto pronunciandole con presunta consapevolezza. Non so essere parte mancante di un vuoto che di te vuoi colmare, sarebbe come mettere il tappo ad una bottiglia di vino già divenuto aceto.
Mi trovi nel guscio del granchio, in continuo confine tra terra e mare ma le chele la natura me le ha fornite per difendermi non dalle onde, ma dai predatori...
e me ne frego della tua idea di me, della possibile delusione mostrandomi imperfetta al tuo cospetto. Me ne frego se l'immagine che hai dipinto sul tuo schermo del mio volto è ferma e stantia come una foto sbiadita di qualcuno che non è mai esistito. Me ne frego se ti sembro acida ed incostante, difficile e diffidente, lunatica e lunare, superba o superbia!
Stanca di chi cerca mere illusioni per colmare le proprie disillusioni
... parto...
inizio il mio cammino. Ad ogni passo qualcosa perderò in cambio di altro.
Tornando forse sarò abbastanza leggera da non farmi appesantire da altre parole!

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Devo iniziare quel viaggio di cui scrivevo qualche post dietro ma prima di andare devo fare i conti con me stessa perchè quando viaggi devi esser pronta al viaggio, devi capire dove stai andando davvero...e di solito non è un posto, non è una persona, non è una camera d'albergo o di una casa che...
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23/06/2018 19:24:11
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Cinquantuno: Pensieri....senza prefazione

21 giugno 2018 ore 08:05 segnala
Shhtt, zitto.
Appoggia quel quadrato di cioccolato sul mio ventre. Si, lì...leggermente spostato a destra.
E ora, avvicinati più in basso e annusa. No. Non mi toccare.
Aspetta. Chiudi gli occhi se ti serve per isolare i tuoi sensi. I miei non potrei fermarli in alcun modo.
Voglio che il tuo desiderio diventi tangibile. Violento.
Non ci vorrà molto. Il tempo che quel quadrato si sciolga sulla mia pelle e inizi a seguire la curva della mia carne.
Si, è per questo che ti ho chiesto di non metterlo nel centro esatto, perchè so esattamente dove correrà quel rivolo marrone.
No. Sii bravo. Non aprire i tuoi occhi. Mi piace ascoltare il tuo respiro che cerca di bermi con tutta la forza di un odore. Il mio odore. Si, il cioccolato confonde, lo so.
Posso bendarti? Così, per farti "sentire" di più quel che intendo.
Il cioccolato si scioglie, scivola, nemmeno troppo lentamente.
Ora dovresti vedermi da dietro la stoffa. Ora forse il tuo desiderio è pari al mio.
E non è detto che, perchè non si manifesta in modo evidente, la mia voglia sia inferiore alla tua. Anzi. Temo tu non possa nemmeno immaginare quanto forte sia il mio desiderio.
No. Non ancora. Avverti ancora due odori separati. Non è ancora il momento di toccarmi. Io non sento ancora l'urgenza di implorarti...quando il desiderio diventa urgenza di possesso e l'unica cosa che contempla il mio corpo è smettere di giocare e diventare una cosa sola.
No. Non lo so se il cioccolato si è già sciolto tutto, non sto guardando lì. Io sto guardando le tue labbra che si schiudono e mormorano preghiere. Però so che è arrivato dove doveva arrivare. E' un tocco impercettibile su pelle che non aspetta altro che essere accarezzata.
No, non ancora. Ho imparato ad essere paziente. Ho imparato la sublimazione del desiderio. Ma poi mica mi basta sublimare.
Hai avvicinato la tua bocca, me ne accorgo sai? Si, anche se tengo gli occhi chiusi. Il respiro si cristallizza fra la pelle nuda e la scia che ha lasciato il cioccolato. Si, ora deve essersi sciolto tutto. Il tuo respiro si sta facendo solido ed io sto per interrompere ogni forma di comunicazione con il mio cervello.
Non vedi il rossore sul viso e come si sono schiuse le mie labbra? Ah, no.. già, ti ho bendato. Si, puoi sciogliere quel nodo.
Ancora qualche attimo e sarò solo carne liquida.
Non ci voleva poi molto. Il tempo di fartelo comprendere.
Ed ora.. prendimi.

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Shhtt, zitto. Appoggia quel quadrato di cioccolato sul mio ventre. Si, lì...leggermente spostato a destra. E ora, avvicinati più in basso e annusa. No. Non mi toccare. Aspetta. Chiudi gli occhi se ti serve per isolare i tuoi sensi. I miei non potrei fermarli in alcun modo. Voglio che il tuo...
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21/06/2018 08:05:47
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Cinquanta: Pensieri quasi lascivi

20 giugno 2018 ore 19:31 segnala
Prefazione: questo post non ha destinatario...è solo un modo per spaziare in varie tematiche.

Mi piace sentire le tue mani sulla mia pelle.
Mi piace sentire il palmo che la schiaccia, mentre le dita la contengono.
Mi piace indovinarne i percorsi, seguirli con gli occhi che ci regala il tatto, amplificando ogni sensazione.
Mi piace come scorrono sicure su di me, come mi abbracciano, come mi stringono.
Mi piace sentirle esitare quando il terreno si fa scosceso e promette abissi e sterminate oasi.
Mi piace come riprendono la loro corsa, come se loro conoscessero già il cammino e se lo fossero memorizzato bene, tanto che potresti fare altro mentre mi tocchi.
E difatti, fai altro.
Mi baci, per esempio. Ed io delle tue labbra potrei non saziarmi mai.
Mi piace ridisegnarle con le mia lingua, seguire il contorno umido con la punta delle dita.
Mi piace sentire la tua bocca che si schiude a mangiare la mia, per poi rallentarsi e limitarsi a succhiarmi le labbra e la lingua.
Mi piace sentire le lingue rincorrersi, tormentare denti e palato.
Mi piace quando ti allontani dalla bocca e mi baci il viso, gli occhi, il collo, la fronte.
Adoro sentire il tuo respiro caldo che segue la scia dei tuoi baci.
Ti fermi e riparti, ogni volta più audace, rincuorato dall'arrendevolezza della mia carne.
E mi guardi. Il tuo sguardo dappertutto.
Mi piace sentirmi il tuo sguardo addosso.
Mi piace aprire i miei occhi un attimo prima che tutto diventi piacere e trovare quel tuo sorriso un po' enigmatico a rubarmi le emozioni.
Mi piace come mi accrezzi i contorni, guardandomi. Come mi spogli e mi rivesti. Come mi fai tua, senza quasi bisogno di parlare.
E di parole ne scorrono, invece.
Scorrono tutte le parole che mi attraversano la mente, quelle che si dicono e quelle che non si dovrebbero dire.
Zucchero e pepe che danno sapore a tutto quello che ci gira intorno.
Mi piace parlarti, sussurrarti, raccontarti.
Mi piace che quello che provo, quello che sento non mi rimanga chiuso nella gola.
Mi piace condividerlo e sentire la tua voglia che cresce insieme alla mia.
Mi piace, e so che ci sono mille altri modi. Ma è così che (adesso) deve essere.


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Prefazione: questo post non ha destinatario...è solo un modo per spaziare in varie tematiche. Mi piace sentire le tue mani sulla mia pelle. Mi piace sentire il palmo che la schiaccia, mentre le dita la contengono. Mi piace indovinarne i percorsi, seguirli con gli occhi che ci regala il tatto,...
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20/06/2018 19:31:16
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