Settantasette: Un anno

19 dicembre 2018 ore 21:15 segnala
Avevo bisogno di un posto in cui tornare...Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni.
Questa strana storia, qualche volta buffa, qualche volta romantica, a tratti irriverente, quasi sconcia, spesso malinconica o persino cinica, è iniziata un anno e 15 giorni fa.
La febbre di scrivere, invece, è nata con me.
C'è stato un tempo, all'inizio, in cui nessuno conosceva il mio blog. Nessuno lo leggeva. Nessuno commentava. A parte qualche caro nick, mosso dalla solidarietà. Dal cameratismo. E, non mi sento di escluderlo, dalla pietà.
Oggi, a distanza di un anno, molti sono passati da qui. Io preferisco semplicemente chiamarli lettori. Perché, come direbbe Baricco: "Leggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? No, quella è la sola, e più dolce, custodia di ogni paura. Un libro che inizia".
E la vostra vita è passata di qui, consapevolmente e non. Quella vita con le sue paure, le sue attese, gli incanti e i disamori, le felicità rubate e le gioie conquistate.
"Tacchi a spillo e gambe di zucchero filato" è il verso di una poesia il cui autore ha voluto dedicarmi e regalarmi.
Questo verso, in particolare, mi rimase piantato nel cuore. Come il ricordo di qualcosa, o di qualcuno, che fai fatica ad uccidere, anche se vorresti.
Avevo pensato anche di usarlo come nome di questa mia finestra sul mondo. E dico "nome", non "titolo", perché richiama l'idea di uno spazio più intimo, e personale. Il titolo è quello di una rivista, di un giornale, di un programma televisivo o di uno spot pubblicitario. Un espediente commerciale per agganciare utenti. Numeri, invece che persone.
Avevo anche pensato ad una nuova immagine, al posto del faro...Una panchina. Una panchina è l'emblema perfetto dell'attesa imperfetta. La pazienza di chi si ferma, si siede, ed aspetta.
Ed io, ho trascorso buona parte della mia vita in attesa.
Ho aspettato, sulle panchine di cemento di una stazione della metro, l'arrivo di quei vagoni che, per anni, ogni mattina, mi hanno portata all'università.
Ho aspettato un grande amore, che è arrivato ma poi è tornato nel suo mondo. Un principe azzurro che si è perso.
Poi, ne ho aspettato uno giallo, rosso, verde, fucsia, a pois, a strisce, rombi o quadrettoni. Ma neppure quello è arrivato.
Ho aspettato che la porta si chiudesse, e si aprisse il portone. Che domani fosse un altro giorno, come diceva quella tipa.
Ho aspettato il sole dopo la tempesta. Poi, ho capito che io, il sole, ce l'ho dentro.
Tra le cose attese, e disattese, ce n'è una che non può più aspettare. Scalpita per uscire fuori da quel cassetto in cui abbiamo lasciato morire di una morte lenta, e silenziosa, i nostri desideri più autentici. Il mio, è quello di diventare IO.
Oggi, questo sogno, cessa di essere tale. E si trasforma in un'ambizione. In un progetto. In una sfida. Da vincere.
" .. la principessa si è trasformata in ranocchio" quando ha capito che il Principe Azzurro non sarebbe arrivato. Allora, è diventata il Principe Azzurro di sé stessa. Ha imparato a salvarsi da sola.
Oggi cambio pelle. Ma non cambio cuore.
Avevo bisogno di un posto in cui tornare...Che anche quando sono altrove resti lì, ad aspettarmi. Anche adesso, che ho di nuovo voglia di scappare e diventa sempre più difficile starci bene.

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Avevo bisogno di un posto in cui tornare...Un posto che stia lì, che sopravviva ai miei spostamenti. Un posto da cui andare via. Un posto mio, che sia memoria di ciò che sono, che conservi tra le mura i miei ricordi. Un posto che sopravviva ai miei abbandoni. Questa strana storia, qualche volta...
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19/12/2018 21:15:27
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