Molti anni fa fotografai una donna di colore ferma a un semaforo di New York. Ho fotografato tanta gente nei miei viaggi, ma quella donna mi è tornata in mente più volte. Avevo avuto modo di osservarla in attesa del "walk" e mi era piaciuta la sua postura: elegante e un pò rigida. Riguardandola in un ingrandimento su carta, credo tuttora che non se ne fosse accorta. Ma è l’immagine a dirmelo. E lei, che ne è di lei?
Anch’io probabilmente giaccio in qualche album di viaggio giapponese, marginalmente spero - in un angolo dell’istantanea. Cosicché nessuno badi a me e si chieda: ma sarà ancora al mondo questo qui?
Questo qui, quella lì. E quelli laggiù... Rendendoci immortali, la fotografia ci spoglia dell’ìdentità e del tempo. In essa perdiamo noi stessi per diventare esemplari "concreti" di tipologie "astratte" - generazionali, etniche, storiche... Reperti di un’antropologia iconica che il tempo, il tempo degli altri, i posteri, tradurrà in archeologia. Merce da museo.
















