L'imene rotto.

22 marzo 2017 ore 22:33 segnala
Nella nostra vita, ci capita di innamorarci molte volte, o meglio, infatuarci. Chi non è povero emotivamente sa bene di cosa sto parlando e delle emozioni che si provano al riguardo, diverse ogni volta ma sempre passionali e condite di ogni sentimento che ne consegue, dalla gioia all'euoria,fino alla rabbia e alla tristezza. Ma c'è quella volta, in cui ogni sensazione provata in precedenza si annulla. Quando lo sai. A prescindere dall'epilogo di una storia, ci sono emozioni che di rado si possono provare e ci sono persone che mai capiranno questo particolare sentimento.
E lui mi ricorda un po' la canzone Like a Virgin di Madonna.

https://youtu.be/MTvgnYGu9bg
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Nella nostra vita, ci capita di innamorarci molte volte, o meglio, infatuarci. Chi non è povero emotivamente sa bene di cosa sto parlando e delle emozioni che si provano al riguardo, diverse ogni volta ma sempre passionali e condite di ogni sentimento che ne consegue, dalla gioia all'euoria,fino...
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L'angoscia del nome.

17 febbraio 2017 ore 12:13 segnala
Apro gli occhi,ho una strana sensazione,come di benessere,di rilassamento totale ma ancora devo capire perché. Mi volto verso la radiosveglia. Segna le 07:30. Non è possibile. Mi sento come rigenerata,come se avessi dormito a sufficienza e fossi completamente riposata a dovere. Una cosa estremamente rara dal momento che soffro di insonnia da anni. Farmaci,alcool o lunghe notti passate a fissare il nulla ti mandano il conto al risveglio; mal di testa,irritabilità (no,quella in realtà è una mia prerogativa.) nausea,dolori alle gambe.Invece stamane no. Ho avvertito una piacevole sensazione e per un momento mi sono sentita un essere umano come tutti gli altri. Mi rigiro un paio di volte avvolgendomi nel piumone ed affondando la testa fra i cuscini per godermi ancora qualche minuto quella meravigliosa armonia che ha pervaso ogni centimetro del mio corpo. Al che penso immediatamente al caffè,alla Nutella. Così,sentendomi leggera come una farfalla iniziò ad alzarmi. Ma proprio in quel preciso istante,l'idillio mattutino fra me ed il piumone viene bruscamente interrotto da un urlo sovrumano. La mia gatta,che mi dorme a fianco,si sveglia di soprassalto e si precipita nella sua casetta dall'altra parte della stanza. Il mio corpo non ha più quella magica sensazione di beatitudine ma si irrigidisce in un secondo e un brivido di tensione si fa strada.
"FRANCESCA!"
Mia madre. Quando mia madre mi chiama con il mio nome di battesimo per intero,qualcosa di terribile è accaduto è molto probabilmente accadrà anche a me.
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Apro gli occhi,ho una strana sensazione,come di benessere,di rilassamento totale ma ancora devo capire perché. Mi volto verso la radiosveglia. Segna le 07:30. Non è possibile. Mi sento come rigenerata,come se avessi dormito a sufficienza e fossi completamente riposata a dovere. Una cosa...
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La frustrazione.

29 novembre 2016 ore 00:33 segnala
Mi preparo per il mio turno di pomeriggio,allegra e pimpante,perché ho scovato un vecchio album che non ascoltavo da tempo,così infilo le cuffie,affondo dentro alla sciarpa,finisco il caffè avanzato nella mia tazza e do un bacio alla mamma. Esco di casa,raggiante,senza nessun motivo in particolare,ma oggi mi sento molto bella,dentro ai miei stivali neri preferiti. La voglia è quella di passare il viaggio per andare a lavoro,ascoltando la musica guardando fuori dal finestrino,senza fare troppo caso a ciò che sta fuori,ma estraniarmi completamente dal mondo,da questo,per entrare nel magico mondo dei cazzi miei. Salgo sull’autobus,timbro il biglietto. Non c’è un cristiano all’interno,il che è ancora più delizioso. Mi siedo,e l’autista,pensa bene di aprire bocca. Avendo notato i sedili vuoti,probabilmente sta parlando con me. Per educazione rispondo,anche se spero vivamente che quella bocca la richiuda presto. Non demorde e continua,mi chiedo se è stata la mia gonna,forse un po’ troppo corta,a fargli venire così tanta voglia di parlare,e continuo a sperare che la smetta al più presto,perche continuo a fare ‘play’/’pause’ da circa 15 minuti ormai. Niente. Non contento,inizia a parlarmi delle birre artigianali,e dei vari locali,che frequentavo anche io fino ad un paio di anni fa. Non bevo più da diversi mesi,questo mi parla di birre,mentre io vorrei solamente ascoltare la musica e pensare ai fatti miei. Ormai sono consapevole del fatto che non ascolterò nulla,e che questo,ha rovinato il mio momento di rara spensieratezza che mi ha attraversato prima di uscire di casa. Scendo dall’autobus,e sempre per educazione,lo saluto. La cosa che più odio,è la voglia e soprattutto il bisogno,di ascoltare musica,e qualcuno,con le sue ciance lagnose,te lo impedisce.
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« immagine » Mi preparo per il mio turno di pomeriggio,allegra e pimpante,perché ho scovato un vecchio album che non ascoltavo da tempo,così infilo le cuffie,affondo dentro alla sciarpa,finisco il caffè avanzato nella mia tazza e do un bacio alla mamma. Esco di casa,raggiante,senza nessun motivo in...
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Maria Antonietta Torriani

17 novembre 2016 ore 11:31 segnala


Maria Antonietta Torriani detta Marchesa Colombi
Novara 1840 - Milano 1920
Maria Antonietta Torriani, vissuta tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, è stata una delle giornaliste e delle scrittrici italiane più moderne, ironiche e anticonformiste del panorama letterario italiano.
Si firmava con il nome d’arte di Marchesa Colombi, personaggio comico della commedia La satira e Parini di Paolo Ferrari.
La sua epoca la considerò soprattutto come un’autrice rivolta al pubblico femminile per la sua costante attenzione al mondo delle donne, per i suoi toni sentimentali e per la minuziosa descrizione degli ambienti familiari e domestici, ma già la Ginzburg e Calvino riconobbero in lei una asciuttezza di visione e una libertà espressiva raramente presenti in Italia, che ben si esprimono nel titolo del romanzo La voce delle cose (1899).
Maria Antonietta Torriani nasce il 1 gennaio del 1840 da Luigi, orologiaio, e Carolina Imperatori, maestra elementare. Ha una sorella più grande, Giuseppina, nata nel 1837. Dopo la morte prematura del padre le due sorelle vengono mandate in collegio. Ritorneranno in famiglia, nel 1847, quando la madre per necessità si risposerà con un vicino di casa, il maturo chimico Martino Moschini, fatto che peserà molto sulla vita della Torriani. Dal secondo marito Carolina Imperatori avrà un altro figlio: Tommaso, che le due sorelle soprannomineranno il “vecchino”.
Maria Antonietta compie i suoi primi studi a Novara alle scuole Cannobbiane e al Civico Istituto Bellini d’Arti e mestieri. A poco più di vent’anni, considerata dai suoi stessi familiari una zitella scriteriata e testarda, preferisce ritirarsi in convento che rassegnarsi a un matrimonio di convenienza. Viene spedita nel monastero di clausura benedettino Mater Ecclesiae, a Miasino sul lago d’ Orta, ma fin da subito soffre la stretta disciplina rigida e soffocante. Intanto studiava e scriveva.
Alla morte del patrigno (1865) la Torriani può disporre di una piccola eredità. Lascia il convento e dopo aver conseguito il diploma di istitutrice e insegnato nelle scuole elementari della bassa novarese decide di abbandonare la triste e pigra provincia piemontese, di non rimanere in famiglia ad allevare, dopo la morte della madre, il fratellastro, come era toccato a Denza la protagonista di Un matrimonio in famiglia (1885), il più noto e apprezzato fra i suoi romanzi. Nel 1868 la Torriani si trasferisce a Milano dove mette a frutto la sua brillante intelligenza iniziando la carriera di scrittrice e giornalista, ed esordiendo nel 1869 sulla rivista «il Passatempo». In questi anni si consolida la sua attenzione per l’emancipazione e l’analisi del lavoro femminile. Determinante l’incontro e l’amicizia con Anna Maria Mozzoni, protagonista delle battaglie di questi anni. Entrambe intrepide e indipendenti parlano e agiscono con la stessa libertà; tengono conferenze e discorsi d’arte, di letteratura e d’educazione. Insieme danno l’avvio al Liceo Gaetana Agnesi, convinte che una nuova educazione femminile fosse la strada maestra per consentire alle donne la “liberazione”, e l’università, e allargare l’orizzonte di una formazione esclusivamente atta a sfornare madri, mogli e padrone di casa. Queste teorie si esprimeranno nel saggio, Della letteratura nell’educazione femminile, edito nel 1871, nel quale approfondisce la questione della lettura e della cultura come elementi di un percorso di formazione femminile.
Già molto avvezza a scrivere di costume e società, nel 1877 pubblicò con Il giornale delle donne un testo di grande successo che ebbe nel giro di una decina d’anni almeno venti ristampe, un piccolo innovativo galateo, La gente per bene: leggi di convenienza sociale (1877), antiretorico ritratto sociale nel quale il rispetto per la persona fa da principio guida di una società e di una nazione nascente, in cerca di un modello progressista di convivenza civile.
In qualità di giornalista la Torriani collaborò alla rivista «La donna», diretta da Gualberta Alaide Beccari, unico caso, in quegli anni, di una redazione composta di sole donne. L’attività letteraria della Torriani è ampia e diversificata: collaborazioni, traduzioni, racconti, libretti per melodrammi e romanzi, anche per l’infanzia rivelano una predilezione per le tematiche veriste rivolte in particolare alla condizione femminile, come nel suo romanzo In risaia, del 1878, nel quale si analizza e denuncia la precarietà del lavoro delle mondine.
Nei suoi libri, più di 40 pubblicati, i ritratti di donne di provincia o di città, delle più svariate condizioni sociali: mondine, serve, signore della media e alta borghesia, rivelano la modernità dell’autrice dal carattere estroverso e intraprendente, forte e disinvolto.
Acclamata e corteggiata frequentò i salotti riformisti e i circoli intellettuali dell’avanguardia dell’epoca. Ebbe alcune relazioni sentimentali con personaggi legati alla letteratura fra i quali Enrico Panzacchi e Giosuè Carducci che le dedicò Autunno romantico in Rime nuove.
La relazione con il Carducci finì quando la Torriani gli presentò la sua amica poetessa Carolina Cristofori Piva, la quale a furia di scrivergli lettere e poesie lo aveva sedotto al punto di diventare la Lidia delle Odi Barbare e la sua musa.
Gelosa della propria indipendenza la Torriani si sposò a 35 anni – età consolidata, per i suoi tempi, allo stato di zitella – con Eugenio Torelli Vallier, giornalista con il quale collaborava da diversi anni e che l’aveva accolta alla stazione, al suo arrivo a Milano. Le nozze furono celebrate il 30 ottobre, pochi amici, la sposa era vestita di rosa.
Assieme al marito nel 1876 fonderà il «Corriere della Sera» diventandone la prima firma femminile. Sulla testata milanese firmò la rubrica Lettera aperta alle signore. Seguì un’altra rubrica di costume e società Colore del tempo sul settimanale femminile «Vita intima». Il sodalizio sentimentale e professionale tra i due finì a causa del suicidio di Eva, la giovane figlia della sorella Giuseppina, che avevano praticamente adottato. Le attenzioni di Torelli Voiller per Eva suscitarono ben presto la gelosia della Torriani, che la sentiva come una rivale. Le punzecchiature fra le due erano continue, finché una sera, la ragazza, umiliata dalla zia in casa di amici, colta da un raptus, si gettò dalla finestra, uccidendosi. Da quel momento marito e moglie si tormentarono con accuse reciproche fino ad arrivare, pochi mesi dopo la tragedia, alla separazione.
Verso il 1900 Maria Antonietta si trasferì a Torino (Cumiana), defilandosi così dalla scena letteraria e mondana. Sempre attiva nell’impegno sociale fonderà l’Ufficio di indicazione e di accoglienza per le persone bisognose e durante la prima guerra mondiale, aprirà un altro ufficio per fornire i soldati di calze, maglie e scalda-ranci. Morì a Milano il 24 marzo del 1920. È sepolta a Cumiana.
Dal punto di vista della critica letteraria già sotto il fascismo venne completamente dimenticata, sottovalutata e fraintesa. La sua rivalutazione critica la si deve, come detto, a Italo Calvino e a Natalia Ginzburg, che hanno più compiutamente indagato e apprezzato la sua figura, il suo ruolo nella storia della letteratura italiana e il suo stile innovativo, asciutto e ironico, ripubblicandone nella collana «centopagine» il romanzo Un matrimonio in provincia e scrivendo di lei: «Rileggendolo scopersi che quando avevo pensato a scrivere dei romanzi li avevo assai sovente situati in una luce invernale e avevo sperato di dare a luoghi e persone i medesimi tratti amari e allegri che essi avevano qui. Ma non me n’ero accorta, custodivo sempre questo romanzo nella memoria».

Fonte: Enciclopedia delle Donne.
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« immagine » Maria Antonietta Torriani detta Marchesa Colombi Novara 1840 - Milano 1920 Maria Antonietta Torriani, vissuta tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, è stata una delle giornaliste e delle scrittrici italiane più moderne, ironiche e anticonformiste del panorama letterario...
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17/11/2016 11:31:45
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Breve storia triste: cambio del C.V.

03 novembre 2016 ore 21:31 segnala
Io e la mia caposala.
Mi trovavo al piano di sotto,fra cambi e medicazioni varie,ad un certo punto,a passo svelto,mi supera la caposala che senza nemmeno voltarsi,chiede una mano per il cambio di un catetere. Mi stacco un momento da ciò che stavo facendo, “arrivo io” affermo senza riflettere. Mentre mi avvio nella stanza penso che sono circa tre mesi,che non cambio un catetere,spesso può succedere,capita che lo fa un altro,oppure non capita spesso nel mio turno,dal momento che faccio molti pomeriggi. “ma si,me lo ricordo bene come si fa,nessun problema.” Arrivo sul letto del paziente. Preparo il materiale. Nel frattempo,mi ricordo che lei ha appena smesso di fumare,massima cautela. “pochi minuti e sarò fuori da qui”. Appena radunati i presidi,un vuoto. Panico. “e adesso? Cosa prendo? Forse prima le infilo i guanti sterili,si direi di si.” Alla mia affermazione,lei cambia espressione,chiedendomi di ripetere. “no scusa,ero sovrappensiero” . Ecco,ora la situazione si complica. Mi guarda con aria interrogativa. Avvicino il gel lubrificante sul letto,di modo che sia a portata di mano,prendo il Foley e lo apro delicatamente dalla parte apposita. Vedo un altro strato che lo ricopre. “merda,ma c’è sempre stato?” vuoto completo. “cazzo,perché non lo faccio più spesso,invece di cacciarmi in queste situazioni!” lo prendo con le mani e faccio per aprirlo,al che,un ruggito:“NO! Cosa stai facendo?” . Sento il battito accelerato,ed inizio a sudare.Incomincia una serie di strafalcioni ed urla da parte sua,visti i miei numerosi tentativi di eliminazione completa della sterilità fra lei e il Foley.il suo volto è incendiato,sento che vuole picchiarmi,ma con forza. Mi blocca . “ok,posa tutto,momento didattico” iniziano le direttive,e la situazione rientra.Lei sbollisce,e torna ad essere quasi un essere umano. Catetere posizionato correttamente. Allo smaltimento,mi guarda e mi dice di studiare nuovamente a fondo l’argomento e che i prossimi sono tutti i miei. Faccio un bel respiro,finalmente è finita. Al mio ritorno a casa,senza nemmeno cambiarmi,annego nel libro di teoria. Imbarazzante. Buono stimolo,per non arrugginire mai. Anche perché la prossima volta,penso che quel catetere possa accidentalmente entrare nel primo mio orifizio che le capita a tiro.
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Io e la mia caposala. Mi trovavo al piano di sotto,fra cambi e medicazioni varie,ad un certo punto,a passo svelto,mi supera la caposala che senza nemmeno voltarsi,chiede una mano per il cambio di un catetere. Mi stacco un momento da ciò che stavo facendo, “arrivo io” affermo senza riflettere....
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La mia etica professionale,ed un pensiero nel caso specifico

01 novembre 2016 ore 16:33 segnala
Per stare a contatto con le persone malate,che soffrono,o che comunque necessitano di aiuto da parte nostra,ci vuole empatia. Bisogna anche avere una certa etica professionale,altrimenti si rischia di fare nel peggiore dei modi questo mestiere. I pazienti di un ospedale,di un reparto geriatrico,di una comunità psichiatrica,o per disabili,sono molto più sensibili in questo campo,un po' come gli animali,sentono più di quello che possiamo percepire noi dalle altre persone. Hanno un bisogno maggiore. Da lì se si possiedono queste abilità si è già a buon punto per poter decidere di intraprendere una carriera in questo settore. Poi ci vuole professionalità,sempre. Verso quello che si sta facendo e verso i propri colleghi. Ci si può dimenticare di rifornire un carrello,di non segnare un evacuazione,di lasciare in ordine un letto,o un bagno,o l'infermeria. Ma con il tempo si migliora sempre! L'errore che fai oggi,domani non lo fai più,chiaramente tutto accompagnato da un bagaglio di esperienza.Le cose da fare sono diecimila,le cose da ricordare altrettante,non è un mestiere semplice,ma non bisogna dimenticare mai il rispetto verso la tua squadra. Siamo essenziali gli uni verso gli altri,ci vuole collaborazione e rispetto al cento per cento. Non tutti possiamo andare d'accordo nella vita privata,ma quando indossiamo la divisa siamo come una famiglia. E come tali ci dobbiamo comportare.
Se non sei in grado a 28 anni di reggere,di capire,o di amare questo lavoro,te lo dico da amica. Lascia perdere. Non è un lavoro che si può fare per pagarsi il mutuo.E lo stipendio non è certo una fortuna.Le spese per i nostri errori sono a carico di chi abbiamo fra le mani.Quello che non ti danno in busta paga,ma che ti dà questo mestiere è soddisfazione,gratitudine,sapere di aver fatto qualcosa di buono,di aver lasciato qualcosa a qualcuno. E ogni tanto abbassarsi a riconoscere un errore o a chiedere scusa dimostra più maturità di quanto non lo abbia non farsi più lavare le mutande dalla mamma. Non si è perfetti,ma non si può nemmeno essere senza cuore e senza rispetto verso gli altri. Il rispetto a facciate fa veramente schifo.
Ah un'altra cosa. Non è certo un mestiere da scegliere convinti di fare i galletti in mezzo a mille donne. Perché allora li si diventa patetici.
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Per stare a contatto con le persone malate,che soffrono,o che comunque necessitano di aiuto da parte nostra,ci vuole empatia. Bisogna anche avere una certa etica professionale,altrimenti si rischia di fare nel peggiore dei modi questo mestiere. I pazienti di un ospedale,di un reparto geriatrico,di...
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Solidarietà per le fumatrici.

01 novembre 2016 ore 15:58 segnala
Da oggi,tre mie colleghe hanno smesso di fumare,nel mio turno,avevo due di loro. Appena varcata la soglia del cancello,vengo colta immediatamente dall’alone di ansia e tensione generale,una si barrica in guardiola,chiedo notizie dell’altra: “viene in tempo per timbrare,perché ha smesso di fumare”. Guardo per aria,fra me e me penso alle possibili immagini del turno imminente. Mi siedo e accendo la mia sigaretta,perché non mi sono aggiunta all’allegra combriccola,a me piace fumare,e al momento non sono spinta da nessuna motivazione,meno che meno dall’unirmi a loro,in questo giochetto sadico che nuoce a se stessi,e soprattutto alle colleghe,fumatrici,intorno. Nel frattempo,arriva,apre il cancello,ci salutiamo,con aria strana. Mi anticipa nell’aprire bocca,dicendo di non volere che le fumo alle spalle,ma in faccia. E’ giusto così. Bene,penso,guardando la sigaretta quasi a metà,non trovandomi costretta a spegnerla per compassione. Ore 06,iniziamo a lavorare,ed iniziano i primi segnali di tensione nervosa. Una,al piano di sopra,chiusa sempre in guardiola in un agghiacciante ed inconsueto silenzio,facendo le sue cose. L’altra,al piano di sotto,con me. Ogni mossa era motivo di discussione,al che,decido di non farmi troppe ragioni o continuare possibili battibecchi,per evitare ulteriori tensioni,e mossa sempre da grossa compassione per questa sua condizione attuale. Ore 07.15 pausa “sigaretta” guardando per aria penso “ora come si chiama?” realizzando di essermi trovata sola,in quel turno di neo salutiste. Mi faccio il caffè,esco fuori,esordendo di rispettare il volere di una,e fumando una sigaretta,il tempo di prenderla dal pacchetto e spunta l’altra,quella rimasta silenziosamente in guardiola. “VAI DI LA!” la sua voce mi ha perforato i timpani,come penso quelli delle persone che disgraziatamente si trovavano nei paraggi. Mi sento una sorta di lebbrosa. Sconsolata,mi rannicchio nelle spalle e vado dalle sedie,nell’altra parte,dove spunta la porta di servizio. Mi sento sperduta,realizzando i miei terribili sospetti di una imminente sorta di ghetto,dove esiliare le rimanenti fumatrici,sparse per i turni. Nel corso della mattinata,rimane quest'aria di tensione generale,contornata da ironia,per non renderla drammatica. Mi ritrovo a finire prima alcune cose,così compilo le cartelle. Entra lei,la neo salutista. Mi guarda,la guardo. “Sono venuta a fare le cartelle” afferma. “Le ho appena finite io,tranquilla” rispondo,immaginando sollievo,visto che è sempre scomodo mettersi dietro a questa mansione. Non lo avessi mai fatto. “ok,fumi,fai le cartelle,va bene. E io cosa faccio?” con questo,esce dalla guardiola con aria disperata. Rimango qualche secondo a fissare il punto in cui si trovava,chiedendomi cosa avevo fatto di male,per ritrovarmi in mezzo a delle squilibrate,che decidono di smettere di fumare,proprio quando capito per caso nel turno mattutino,che odio e che di rado faccio. Cambio turno,momento delle consegne. La prima del pomeriggio ad arrivare,è una mia supporter. Una fumatrice ancora! Sapendo che si sarebbe trovata con la terza,di quelle disgraziate,la avverto e le narro le mie disavventure in quel turno di forzata astinenza,alla quale mi sono trovata invischiata,preparandola alle possibili immagini alle quali avrebbe dovuto assistere. Ci guardiamo. Ci stanno decimando. Dobbiamo restare unite. Scambiandoci un occhiata complice,ci avviamo,io verso gli stippetti,lei nell’arena. Arrivata a casa,mi lavo,mi cambio e mi siedo sul divano. Accendo il pc,tiro fuori il mio pacchetto di sigarette,e finalmente, me ne accendo una,con passione,assaporando di gusto il primo tiro. Questa è violenza psicologica! Dal momento che il fatto,è avvenuto nel giorno di Ognissanti,mi sento proprio come tale,per non averle chiuse in uno stanzino durante la mattinata. Solidarietà per le rimanenti fumatrici.
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Da oggi,tre mie colleghe hanno smesso di fumare,nel mio turno,avevo due di loro. Appena varcata la soglia del cancello,vengo colta immediatamente dall’alone di ansia e tensione generale,una si barrica in guardiola,chiedo notizie dell’altra: “viene in tempo per timbrare,perché ha smesso di fumare”....
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01/11/2016 15:58:36
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