Automatico o manuale...

18 gennaio 2017 ore 00:46 segnala


L’esperienza della morte, seppure inevitabile, è una di quelle cose a cui non si fa mai l’abitudine.
Che ci coinvolga da vicino o meno, ci costringe a confrontarci con l’unica certezza della nostra esistenza.
Come in tutte le cose, però, ci sono tanti modi per approcciarsi a questo argomento e spesso, lo dico con rammarico, lo si fa nel modo più becero.
A cominciare dall’attesa della salma davanti alla chiesa, dove si fa il solito mercato, tra commenti e risate per poi muoversi all’unisono al momento dell’ingresso, anelando alle prime posizioni, in una sorta di esasperazione di presenzialismo e protagonismo;
il meglio arriva poi durante la funzione, dove il mercato abbassa i volumi, ma le contrattazioni continuano in un tanto costante quanto fastidioso sottofondo che fa da live motive a tutta la messa.
La vera chicca, però, sono i cellulari che iniziano a suonare un po’ qui e un po’ là, con i riceventi che li tirano fuori dalle tasche, guardano da chi arriva la chiamata e poi la rifiutano, mentre dall’altra parte della chiesa una musichetta preannuncia l’arrivo di un messaggio che viene prontamente letto e, nei casi più clamorosi, si improvvisa anche una risposta veloce.
A completare il quadretto, di norma, c’è un celebrante che ha la stessa capacità di infondere speranza nei convenuti, di quella che aveva Hitler nell’infonderla ai deportati nei campi di concentramento.
Al termine della funzione, c’è il percorso a ritroso per uscire, non senza aver partecipato alla classica fila all’italiana per salutare i parenti dell’estinto.
Ora, per carità, lungi da me il voler giudicare, né tanto meno il voler essere bigotto, ma mi pare che per l’ennesima volta sia evidente come vi sia una totale mancanza di educazione, di sensibilità, di rispetto o perlomeno di buon senso.
Il gesto, non dico di spegnere, ma almeno di silenziare un cellulare dovrebbe essere automatico;
il rimandare a dopo le chiacchiere dovrebbe essere automatico;
partecipare, che sia attivamente o che sia passivamente, alla funzione, dovrebbe essere automatico.
Saper dare il vero senso della morte, almeno quello Cristiano visto che si è in una chiesa, dovrebbe essere automatico;

Viviamo in un’era in cui tutto tende ad essere automatico, tranne la nostra capacità di comportarci da esseri umani: quella la gestiamo ancora in manuale……e male.

Cuore e coltelli...

17 gennaio 2017 ore 00:33 segnala


Iniziava la colonia, come ogni anno, ma per me era un anno particolare, perchè per la prima volta avevo la responsabilità diretta di una delle squadre nelle quali i bambini venivano divisi. Alla partenza da Torino l'accoglienza è delle migliori: lo sappiamo bene che la maggior parte di quei ragazzini arriva da situazioni difficili, lo sappiamo perchè molti di loro ci sono stati mandati dai servizi sociali e quindi è nostro dovere farli sentire accolti nel migliore dei modi. Uno di loro, un po' più sbruffone degli altri, mostra un coltello a un amico e convincerlo a darlo ad un animatore non è cosa semplice. Arrivati a destinazione, ci si sistema nelle varie camere e poi si fa colazione prima di comunicare le varie squadre. Guarda caso, l'accoltellatore pazzo me lo cucco io, con immensa gioia e soddisfazione! La colonia inizia e prosegue con una certa tranquillità: qualche animo da calmare ogni tanto, ma niente di serio. Il teppistello non pare prestare troppa attenzione alle attività che si fanno; partecipa ai giochi con una certa distrazione, a meno che non ci sia un pallone da calcio di mezzo, allora si scatena, soprattutto se perde...Prepariamo anche le scenette per la serata teatro, ma il soggetto di cui sopra, nonostante abbia il ruolo da protagonista, non ne vuole sapere...e va beh, sarà una schifezza, ma poco importa, l'importante sarà divertirsi (tipico pensiero di autoconvincimento prima dell'imminente catastrofe). Come per magia, la sera dell'esibizione, jack lo squartatore non sbaglia un colpo: battute, ingressi in scena, persino una certa serietà nell'assumere le espressioni facciali adatte alla circostanza...un successo inaspettato. A questo punto entro un po' in crisi (positiva): forse stiamo facendo un buon lavoro e forse, tutto sommato, i bambini sono sempre bambini, nonostante tutto. Arriva il giorno del torneo di calcio, dove ovviamente facciamo giocare tutti insieme: bambini e bambine insieme, ognuno che contribuisce come può e come riesce. Ma il serial killer no, per lui è una questione di onore e quando vede che si sta perdendo e anche male, ricomincia a fare lo sbruffone, piange, impreca, esce dal gioco. Mi ricordo ancora il cazziatone che gli ho fatto dentro una delle porte, mentre raccoglieva il pallone dopo l'ennesimo gol avversario: un cazziatone per fargli capire che, anche se lui è un fenomeno, deve avere rispetto dei suoi compagni che, in quel momento, stanno dando l'anima nonostante sia evidente che non c'è trippa per gatti...e ricordo ancora che subito dopo, prende palla, si fa fuori mezza difesa e va a fare un gol tanto coraggioso quanto inutile...inutile ai fini del risultato, ma fondamentale per il morale della squadra e soprattutto del maniaco assassino.
Una sera, il fratellino più piccolo del delinquente, non sta bene e dopo una lunga e intensa indagine, scopriamo che vorrebbe che il fratello maggiore dormisse con lui...traslochiamo l'homo violentus nella camera del malato e lo osserviamo con un certo stupore mentre si sistema accanto al fratello, gli asciuga le lacrime e gli prende la mano per farlo calmare; la notte passa tranquilla e il giorno dopo mister affettatore, va a trovare il convalescente almeno 10 volte...mah.
Si arriva alla fine della colonia e finalmente c'è l'asta dei giocattoli: i punti che ogni squadra ha accumulato vengono trasformati in soldi virtuali coi quali ognuno può cercare di comprare ciò che gli piace, proprio come ad un'asta vera. Dopo qualche preliminare di scarso interesse, arriva il pezzo forte: pallone di cuoio ufficiale di seria A. Io sono seduto al fianco dell'aspirante killer e cerco in tutti i modi di fargli prendere il tanto agoniato premio, perchè se lo merita davvero. Dopo svariati rilanci, non c'è altra soluzione se non puntare praticamente tutto ciò che si ha, ma lui non vuole e non capisco perchè...non lo voleva tanto sto cavolo di pallone? Alla fine ce la fa (se non ce la faceva il battitore dell'asta o accoltellavo io) e finalmente si può godere il suo pallone nuovo fiammante. Lo guardo contento e fiero e lui che cosa mi fa? - piange. Non dico, ragazzino, io mi sono fatto un culo così per farti prendere sto pallone, ho anche corrotto il battitore e adesso piangi? ma dico, sei fuori?...lui mi guarda e mi spiega che piange perchè non ha più soldi per comprare un regalo per la sorellina che è rimasta a casa perchè troppo piccola. Dire che mi sono sentito piccolo è riduttivo: tutto mi sarei aspettato, ma non questo, non ero preparato a una cosa simile...mi alzo, sussurro qualcosa all'orecchio del battitore e poco dopo ci scappa anche una bambolina, clamorosamente battuta a prezzo ridottissimo...un'offerta speciale per un cuore speciale.
Io pensavo che avrei fatto del bene in quelle due settimane di colonia, ma mi sono reso conto che un tepistello di strada di nove anni ha fatto del bene a me e per questo gli sarò grato in eterno. Non ho più saputo nulla di quel bambino, ma spesso ci penso e spero che ce l'abbia fatta, che sia riuscito a conquistare una vita bella e serena.
Per quanto mi riguarda, posso solo dire che ho imparato a vedere le cose con occhi diversi ed a comprendere che spesso la luce più brillante si nasconde in una zona d'ombra e aspetta solo di essere liberata per splendere e illuminare chiunque la incontri.Nota di colore e assolutamente superflua: quell'anno la colonia l'abbiamo vinta noi e ora capisco perchè!
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« immagine » Iniziava la colonia, come ogni anno, ma per me era un anno particolare, perchè per la prima volta avevo la responsabilità diretta di una delle squadre nelle quali i bambini venivano divisi. Alla partenza da Torino l'accoglienza è delle migliori: lo sappiamo bene che la maggior parte ...
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Condannati a soffrire...

15 gennaio 2017 ore 23:33 segnala


Un po' di anni fa, e con quel "un po'" intendo un lasso di tempo sufficiente a ricordarmi che sono invecchiato parecchio, alcuni amici Juventini del gruppo di volontariato che frequentavo, ebbero l'idea di giocare un derby interno Juve-Toro.
L'idea era quella di sfidarci in una partita regolare e cogliere l'occasione per una serata diversa, che terminasse, come da copione, a tarallucci e vino.
Gli incauti sfidanti non considerarono però alcuni fattori fondamentali che giocavano a loro sfavore, primo fra tutti il fatto che il sacerdote responsabile del gruppo era il cappellano del Torino Calcio.
Ad ogni modo la sfida venne ovviamente accettata e, definiti data e luogo, si provvedette a organizzare l'evento.
La sera della partita, negli spogliatoi, ci vennero consegnate le divise e con grande meraviglia scoprimmo che quelle di noi granata erano una riproduzione di quelle del grande Torino, quello di Superga.
Ecco quindi il secondo fattore fondamentale che giocava contro i cugini a strisce: sì perchè quando un tifoso del Toro indossa quella maglia non è più un tifoso: lui E' il Toro.
Se poi la maglia è quella del grande Toro, beh ragazzi, c'è poco da fare.
Come da copione in campo fu un massacro (sportivamente parlando); con un perentorio 6-0 facemmo passare la voglia della rivincita ai poveri amici senza colori e, per essere sinceri, nell'ultimo quarto d'ora tirammo i remi in barca per non infierire.
Al termine ci furono i già citati tarallucci e vino, qualche sfottò e il bel ricordo di una serata di bello sport e di amicizia.
Ma per me fu anche la prima e l'ultima occasione di indossare quella maglia che, per quanto possa sembrare stupido e infantile, per 90 minuti mi cambiò regalandomi una serie di emozioni e di pensieri che andavano ben al di là del semplice evento.
Quella partita, per me, fu un omaggio verso una squadra, quella dei tragici momenti del '49, che travalicò il significato sportivo e divenne un simbolo di un'Italia che doveva e poteva uscire dagli orrori della guerra con l'orgoglio, il lavoro duro, la passione...
Quella squadra era tutto questo e forse anche qualcosa di più: era un patrimonio nazionale, anzi lo è ancora.
Quella squadra non perse mai nel campo di casa e si rese protagonista di rimonte storiche al suono di tromba che intonava "la carica" dagli spalti.
Essere tifosi del Toro è qualcosa di particolare che solo chi lo è può capire...citando una mia cara amica juventina (nessuno è perfetto): "Riconosco in loro uno spirito che esula dal calcio. Nei loro occhi c'è la passione, c'è l'orgoglio, c'è la dedizione...roba che oggigiorno difficilmente si trova in giro.". Questo è il riassunto perfetto di noi poveri tifosi granata, destinati a guardare la classifica dal basso verso l'alto, destinati a essere la squadra "provinciale" di Torino, destinati alla sofferenza continua...e va bene così, perchè solo attraverso la sofferenza si diventa migliori.
Quindi un grazie a quella fantastica squadra, una squadra battuta solo dal destino, una squadra che ha cementato per sempre un senso di appartenenza che non può essere messo in discussione mai....una squadra che rappresenta quello che vorrei fosse oggi il calcio, anzichè dover assistere sempre più spesso a incontri tra 22 mercenari plurimilionari pronti a vendersi al migliore offerente...
C'era una volta lo sport, Il Grande Torino ne era una delle massime espressioni e su questo non c'è discussione.

Perdono

14 gennaio 2017 ore 01:39 segnala


Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili.
Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega della mia ex moglie è convolata a giuste nozze con l'uomo che ama e, come da miglior tradizione, ha scelto di celebrare l'evento in chiesa, con testimoni presenti in carne ed ossa e un testimone d'eccezione presente in spirito (il buon Dio difficilmente si fa vedere).
Il contesto è splendido: la chiesa di San Giorgio a Chieri è in una posizione che domina tutta la cittadina e la vista può spaziare in tutta la campagna circostante e oltre, sino al confine tra terra e cielo; unica pecca la difficoltà nel raggiungerla e la scarsità di posti auto che mi ha costretto a parcheggiare in piena ZTL con relativa ansia da multa.
Come era prevedibile la sposa è arrivata con un certo ritardo (ma perchè è sempre così?), con tanto di damigelle al seguito e con la pressione sanguigna dello sposo ormai a livelli preoccupanti: per fortuna erano presenti molte infermiere, colleghe della sposa infermiera anche lei.
Quindi tutti dentro, ancora 10 minuti per le foto di rito e poi ingresso trionfale della sposa con marcia nuziale rigorosamente registrata e centinaia di click delle macchine fotografiche degli invitati, probabilmente più attenti a fare una bella inquadratura da postare su facebook che all'evento in sè.
Seduto nelle retrovie penso che sarà l'ennesima cerimonia carica di stereotipi e banalità che ormai dominano queste occasioni, dove tutti sono felici (qualcuno forzatamente) e commossi (soprattutto chi paga) di fronte al trionfo dell'amore.
Inizia la celebrazione, ma contrariamente al solito, il parroco si presenta con una faccia birichina che lascia presagire che qualcosa di diverso potrebbe capitare: le solite formule di inizio celebrazione, un canto scandito dalla voce di un soprano accompagnata da un pianoforte (un classico), le letture dalle sacre scritture fino ad arrivare al passo del Vangelo e alla relativa omelia.
Qui c'è stata la discriminante tra una cerimonia "classica" e una cerimonia che abbia un senso. Un'omelia che ha dato una speranza alla chiesa e alla gente che stava lì dentro.
Un'omelia che non ha esaltato l'amore perfetto tra un uomo e una donna, ma che ha affrontato uno dei temi più scottanti, quello del perdono. Finalmente un discorso, a tratti anche scerzoso (non sono mancate risate tra il pubblico), che ha messo sul piatto l'unica cosa che è veramente certa, ovvero che tutti sbagliamo in quanto umani; un discorso che ha come fulcro non l'amore ideale, ma l'amore che sa perdonare gli errori dell'altro, perchè di errori ce ne saranno di sicuro.
Sempre seduto nelle retrovie mi accorgo che la maggior parte dei presenti ha alzato la soglia di attenzione, passando da uno stato di semi incoscienza, ad una consapevolezza almeno del luogo nel quale ci si trova, il che è un ottimo risultato: parroco 1 - pubblico 0.
Improvvisamente la messa assume un carattere di gioia nel vero senso del termine e forse tutti iniziamo a sentirci un po' meglio perchè non veniamo giudicati, ma compresi; non veniamo condannati, ma ci viene comunicata la possibilità di essere perdonati e di poter perdonare. Una chiesa che comprende la natura umana senza puntarle il dito addosso è abbastanza una novità, almeno per quanto mi riguarda.
Seguo il resto dell'evento con più gusto del previsto e con un senso di ottimismo che riappare dopo tanto tempo; riscopro che l'essere coerente con una fede non passa dalla ricerca della perfezione, ma dall'accettare la nostra fallibilità e farne un'arma per migliorarci e migliorare chi ci sta intorno.
Usciti dalla chiesa il panorama che prima vedevo bello, diventa simbolicamente una visione verso un infinito che avevo perso, come un pilota che smarrisce la rotta a causa della mancanza di riferimenti chiari.
Il solito lancio del riso riporta la festa al suo stato più "pagano" (quanto spreco, quasi quasi me ne tengo un po' e me lo faccio al barolo quando torno a casa), soprattutto per la voglia di imprecare che hai quando un lancio mal direzionato ti colpisce in pieno e senti ogni chicco insinuarsi subdolamente sotto camicia e maglia della salute (siamo quarantenni, la canottierina è d'obbligo) lasciandoti con la certezza che ti infastidirà per il resto della giornata, soprattutto quando, cedendo alla forza di gravità, dalla schiena scenderà in parti molto meno nobili.
Raggiungo la macchina e con viva e vibrante soddisfazione scopro che la multa non c'è, il che contribuisce ad aumentare quel senso di ottimismo ritrovato; affronto i quaranta chilometri che ci separano dal ristorante (mai in zona!!!) godendomi un viaggio di quelli che piacciono a me: poco traffico, strade statali, curve dolci e andatura turistica, una libidine.
Sul posto c'è già chi suona e l'aperitivo ci accoglie quasi a preannunciare il lauto pasto che a breve andremo a consumare.
Mi guardo intorno, osservo le persone che avevo già visto in chiesa e penso a quanta vita risiede in ognuno di loro e penso a quanta vita c'è in me, con tutte le sue sfumature, le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi ostacoli e le sue bellezze.
Penso che non sono un santo, come nessuno lo è, ma ho capito una cosa: i nostri errori ci aiutano non solo a migliorarci, ma anche a comprendere gli stessi errori in coloro che ci circondano e che ci amano.
Questa comprensione è la base di quel perdono che quel parroco ha così ben definito poche ore prima.
Forse errare aiuta a perdonare e forse è per questo che Dio ha voluto farsi uomo; per capire sulla sua pelle la nostra fragilità e poterci perdonare conoscendo ogni nostra angoscia, ogni nostro desiderio, ogni nostra caduta.
Risento per un istante le parole che mi sono state dette alla comunione: "il corpo di Cristo". Capisco che ricevere quel corpo non presuppone più l'essere puri, ma l'essere predisposti ad accettarsi e ad accettare l'altrui debolezza.
Alla fine cos'è l'amore se non la capacità di sostenersi a vicenda quando si inciampa e si cade.
Ritorno a casa a un'ora improponibile e ripenso alla giornata, anche se il sonno e la quantità di alcool ingerita mi suggeriscono di lasciar perdere; vado in bagno che sono le 2 passate, mi guardo allo specchio e mi sembro "meno peggio" di quanto non mi sembrassi al mattino: quel senso di ottimismo non accenna ad abbandonarmi e sento una vocina dentro che mi dice: "non preoccuparti, conosco tutto di te: io ti perdono".
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« immagine » Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili. Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega dell...
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L'orgoglio di essere Befana...

02 gennaio 2017 ore 13:13 segnala


Il mondo maschile è veramente fantasioso quando si tratta dell'argomento "donne".
Si dice che una donna può simulare un orgasmo, ma un uomo sa simulare una relazione intera, il che la dice lunga su questi due universi paralleli, in continua ricerca di punti di incontro, che sono sempre più rari, ma quando si trovano sono uno spettacolo.
Uomini capaci di uccidere donne in una fabbrica e uomini che scendono in piazza per ricordarle ogni 8 marzo (in realtà è una leggenda, l'origine della festa della donna è ben diversa, ma poco importa). Uomini che da sempre detengono potere e prestigio nella vita pubblica e anche in quella privata a tal punto da arrivare ad uccidere ciò che sentono di loro proprietà e che, in quanto tale, non possono tollerare che sia proprietà di altri; il concetto di proprietà si ripete in molti aspetti della vita e non ne ho mai capito il senso: mia moglie, i miei figli, i miei operai, i miei amici, ecc. l'utilizzo dell'aggettivo possessivo si rende necessario per indicare un certo tipo di rapporto personale, ma spesso travalica il suo significato, contestualizzando l'oggetto della frase a "cosa" realmente posseduta senza rendersi conto che la moglie (come il marito e gli amici) è lì per sua volontà in un atto di dono volontario di sè, che i figli sono del mondo e noi dobbiamo prepararli ad esso lasciandoli poi andare, e via di questo passo.
In questi giorni di festa mi è venuto da riflettere persino sulle due figure che più frequentemente vengono utilizzate per simboleggiarne il senso materiale (quello spirituale ormai è ridotto ai minimi termini, ahimè), ovvero Babbo Natale e la Befana. Anche in questo caso, perdonatemi la forzatura, mi sembra che vi siano delle nette differenze tra i due personaggi: Babbo Natale è un simpatico vecchietto che tutti amano perchè dispensatore di doni. E' pacioccoso, allegro, viaggia di lusso con slitta super splendida e incredibili renne volanti che lo scarrozzano di tetto in tetto a scaricar regali dai camini (ma chi ce l'ha mai avuto un camino, ndr).
La Befana è una vecchietta bruttina, mal vestita e direi piuttosto inquietante in alcune rappresentazioni: viaggia su una scopa malandata e porta regalini (piccoli) o il famigerato carbone se si è stati cattivelli. Quindi la Befana discrimina, giudica, punisce e poi fa terminare tutte le feste per riportarci al tran tran quitidiano di lavoro e scuola.
Lungi da me sminuire il valore simbolico di questi personaggi, ma è fuori dubbio che vi siano, ancora una volta, delle diversità.
Babbo Natale è lo stereotipo perfetto dell'ego maschile: uomo di successo, benvoluto, ben vestito; nella sua vita pubblica tutte le attenzioni sono per lui, ha "operai" che lavorano per garantirgli il successo (elfi), è un benefattore e idolo delle folle.
La Befana al contrario assume un carattere quasi insignificante, relegata a ruolo di gregario del Babbo...una valletta e per di più guastafeste.
Eppure la sua figura mi viene da paragonarla al concetto di donna, nel suo significato più ampio: è anziana ma arzilla a testimoniare la maggior resistenza delle donne alla fatica (babbino per fare il suo mestiere ha bisogno del macchinone, non se lo sogna neanche di cavalcare un aspirapolvere). E' vestita un po' così probabilmente perchè fino a 5 secondi prima di partire era lì a casa a riassettare, cucinare, lavare, stirare e facendo queste cose tutte insieme. Cavalca una scopa perchè così quando torna a casa è già pronta a riprendere le faccende lasciate in sospeso, che mica c'ha la servitù lei. Porta doni piccoli e carbone perchè sa che l'affetto passa dalle piccole cose e soprattutto passa anche dalla capacità di essere severi quando serve. Fa tutto in modo spontaneo, gratuitamente, senza che qualcuno glielo debba chiedere: niente lettere, telefonate, bigliettini appesi nei centri commerciali, disegni, email o sms. Nessuno la ringrazia, anzi qualcuno a fine festa la brucia in piazza, eppure lei torna sempre, silenziosa, anonima, ma anche forte e concreta.
La Befana, come la donna, ci riporta alla realtà dopo l'ubriachezza data dall'eterno infantilismo degli uomini che, anche a 70 anni, basta che vedano un pallone e ritornano all'età mentale di 5 anni, ammesso che mai abbiano avuto un'età più avanzata.
La Befana, come la donna, ci riporta alla vita vera dopo un attimo di sbandamento fisico e psicologico; il suo è un mestieraccio, mal pagato, non riconosciuto, ma qualcuno deve pur farlo e lei lo fa.
Quindi care donne, quando vi sentirete fare gli auguri per la vostra festa il 6 gennaio, dimostrate fierezza e orgoglio, perchè voi sarete pure delle befane, ma coloro che ve li hanno fatti sono proprio dei babbi.
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A chi...

30 dicembre 2016 ore 12:00 segnala


A chi è solo e a chi è circondato da coloro che ama,
a chi ha da recriminare e a chi ha da ringraziare,
a chi crede che "anno nuovo vita nuova" e a chi crede che "tanto è tutto come prima",
a chi si è rassegnato e a chi continua a sperare e a lottare,
a chi è lontano eppure così straordinariamente vicino,
a chi se ne frega,
a chi sta lottando per la sua vita,
a chi sta lottando per la vita di qualcuno,
a chi sta progettando il suo futuro,
a chi resta solo il passato,
a coloro che sono importanti nella mia vita,
a coloro che non conoscerò mai... Auguri
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« immagine » A chi è solo e a chi è circondato da coloro che ama, a chi ha da recriminare e a chi ha da ringraziare, a chi crede che "anno nuovo vita nuova" e a chi crede che "tanto è tutto come prima", a chi si è rassegnato e a chi continua a sperare e a lottare, a chi è lontano eppure così stra...
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Lettera aperta a Papa Francesco

17 dicembre 2016 ore 23:18 segnala


Caro Papa Francesco (Le chiedo scusa per il tono semiconfidenziale, ma sono sempre stato refrattario ai convenevoli, seppur ammetto essere dovuti in alcuni casi), chi le scrive è un uomo qualunque, come tanti ce ne sono, sparsi in questo mondo così caotico, a volte folle, eppure così affascinante.

Un uomo qualunque che, come tutti, porta sulle proprie spalle gli oneri e gli onori delle sue imperfezioni, delle sue contraddizioni, delle sue scelte che a volte sono state illuminate e a volte tragicamente scellerate.

Da sempre mi definisco un credente convinto e un praticante discutibile, almeno secondo i canoni definiti da Santa Madre Chiesa.
E proprio in merito a questo, Le scrivo questa breve lettera: basandosi sulle regole dettate dall’Istituzione che Lei rappresenta, io sono un uomo che vive nel peccato: ho alle spalle una separazione che è stata una mia scelta…scelta che tutt’oggi ritengo frutto di una profonda coerenza non con i dettami religiosi, ma con quello che il mio cuore sentiva, o meglio non sentiva più.
Scelta che aveva lo scopo di garantire a me stesso e alla donna che lasciavo, di avere ancora la possibilità di avere una vita da condividere con qualcuno da amare e soprattutto che ci amasse nel senso più profondo del termine.
E facendo un bilancio, almeno in questo avevo ragione: per entrambi si sta riaffacciando questa possibilità e, Le chiedo scusa per questo, credo sia una cosa non solo bella, ma anche giusta.

Non entro nel merito di quanto accade ad altri, ma desidero entrare nel merito di quanto sta succedendo a me: da un anno ho la fortuna, il privilegio e l’onore di avere accanto una donna che amo profondamente e che mi ama altrettanto: quella che molti chiamano “la seconda possibilità”, io la sto vivendo appieno, con una gioia così piena da risultare quasi incredibile.

E quanto Le sto scrivendo non è frutto di considerazioni personali, ma delle osservazioni che mi vengono mosse da coloro che mi circondano; persone che notano in me una nuova serenità, un avere cura di me maggiore di un tempo, una luce negli occhi che non brillava così da anni.

Io le chiedo, Padre, se davvero tutto questo sia peccato; se l’amore, seppur arrivato per vie inusuali e attraverso esperienze importanti e a volte dolorose, tutto sommato non sia sempre amore, vero centro del messaggio di Cristo e del suo sacrificio per noi.

Io Le chiedo se davvero, ogni volta che accarezzo il volto di questa donna e sento nel mio cuore che è lei la mia scelta quotidiana e per sempre, commetto un peccato agli occhi di Dio.

Io Le chiedo se davvero, vivendo una vita giusta, dimostrando nei fatti di essere una buona persona per quanto fallibile, Dio mi giudicherà negativamente per il mio essere “peccatore dell’amore”.

Gli stessi esponenti della Chiesa che Lei rappresenta (imperfetta perché fatta di uomini), mi hanno posto di fronte a opinioni diametralmente opposte, dove al “Dio non ci ha promesso la felicità in questo mondo” è stato ribattuto un “Dio non ci ha messo al mondo per essere infelici”.
Quindi, tirando le somme, ho dovuto per forza prendere una decisione in completa autonomia ascoltando quella che è l’unica vera voce che, ritengo, Dio ci abbia dato: quella del cuore.

La questione morale rispetto a tutto questo, me la sono posta e francamente non trovo altra risposta se non quella che l’amore non è mai una scelta sbagliata, sia quando si deve prendere atto che è finito, sia e soprattutto quando lo si accetta nel proprio cuore per lasciare che invada ogni singolo atomo del nostro essere, anima e corpo.

Non le chiedo un perdono, perché non sono pentito di tutto questo, ma anzi ne sono sempre più fermamente convinto.

Non le chiedo di “riconoscere” questo amore da capo della Chiesa, so che non potrebbe mai….

Le chiedo, come uomo, di riconoscerne il valore, che trattandosi di amore appunto, non può che essere un valore assoluto.

Le chiedo, Santo Padre, una benedizione: benedica me e la mia compagna, perché sappiamo ogni giorno rendere onore alla vita (il più grande dono mai ricevuto) con la nostra di vita…..quella vissuta come individui e quella vissuta come coppia.

E se proprio non fosse possibile, il che lo capisco, Le chiedo almeno, Padre, di benedire L’amore che ci unisce….quell’amore che non ha colpe, ma solo il merito di essere l’unico sentimento che dà sempre e solamente gioia…

benedica almeno lui, anche se ai suoi occhi ne facciamo un cattivo uso…..perchè le garantisco che secondo i nostri, ne stiamo facendo l’uso migliore, l’unico possibile: quello di lasciarsi sopraffare da lui, unico vero senso di questa vita.

Con profondo rispetto

Paolo

hanno perso...

13 novembre 2016 ore 21:04 segnala


hanno già perso perchè non hanno considerato la capacità delle persone di saper reagire

hanno già perso perchè non hanno capito che più tenti di dividere e più, in realtà, unisci

hanno già perso perchè non hanno capito che, da milioni di anni, la vita e le persone che in essa vivono, vanno avanti comunque, a qualsiasi costo, inesorabilmente

hanno perso perchè per ogni morto, ci saranno migliaia di persone che si guarderano negli occhi dicendosi "ti amo"

e contro questo non c'è terrore che tenga.
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« immagine » hanno già perso perchè non hanno considerato la capacità delle persone di saper reagire hanno già perso perchè non hanno capito che più tenti di dividere e più, in realtà, unisci hanno già perso perchè non hanno capito che, da milioni di anni, la vita e le persone che in essa vivon...
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La donna diamante

08 novembre 2016 ore 00:49 segnala


lei, la donna diamante.....

durissima: palle quadrate, carattere da vendere, abituata a cavarsela da sola sempre, libera, tenace, trasparente in tutto ciò che dice e in tutto ciò che fa

fragilissima: basta nulla per farle del male, sa guardare alle persone con occhi non comuni, sensibile oltre l'immaginabile, capace di commuoversi e piangere solo perchè le hai chiesto se i mobili che stai comprando per la tua (ma anche un po' sua) casa le piacciono

lei ha solo bisogno di qualcuno di cui avere cura....ha solo bisogno bisogno di qualcuno che, con delicatezza, passione e amore, ci sia per lei e di lei abbia cura.

donne così preziose ce ne sono poche: se si ha la fortuna di incontrarne una, bisogna tenerla stretta, perchè di zirconi ce ne sono tanti, ma di diamanti sempre meno
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08/11/2016 00:49:44
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Cronaca di un allenamento....

03 novembre 2016 ore 09:55 segnala


Dopo mesi di fermo, riprendere gli allenamenti di basket è sicuramente un’occasione per ricominciare a tenersi in forma e rallentare l’inesorabile avanzata della pancetta tipica della maturità (solo anagrafica, ovvio).
Quindi con sommo piacere, mi sono recato nella nuova sede della società per solcare nuovamente il parquet: questa è la fredda cronaca dei fatti:

ore 20:30: giungo nel luogo predefinito per l’allenamento, dopo aver vagato per mezzo Piemonte, alla ricerca della strada giusta e aver consumato 2 pieni di benzina

ore 20:45: entro negli spogliatoi accolto con gioia dai compagni di squadra: “ciao coglione” “ehilà bastardo” “minchia è tornato il vecchietto” “che cazzo ci fai qui, non eri andato in pensione?” … e altre simpatiche frasi di bentornato

ore 21:00: vestito con divisa da allenamento rigorosamente imbarazzante, faccio un po’ di riscaldamento: al terzo giro di corsa del campo mi appare l’arcangelo Gabriele che mi preannuncia la prossima maternità

ore 21:15: si iniziano alcuni esercizi di palleggio, tiro e affini confermandomi che probabilmente avrei fatto meglio a scegliere uno sport diverso, tipo scacchi o briscola

ore 21:30: si provano alcuni schemi di gioco: il coach è talmente chiaro nell’esporre i movimenti che vuole da ognuno di noi, che mi ritrovo a vagare senza meta per tutto il campo, con i compagni che mi osservano come si guarderebbe un ubriaco per strada al sabato sera

ore 22:00: partitella finale rigorosamente non agonistica, finchè qualcuno ha la brillante idea di dire che la squadra che perde paga la birra a tutti…il bilancio finale è di 3 feriti gravi, 5 contusi e 1 disperso.

Ore 22:30: rientro negli spogliatoi per la doccia che accolgo come un’apparizione della Madonna di Lourdes: i calzini, lievemente sudati, prendono vita e si auto cestinano per la vergogna.

Ore 23:00: tutti fuori a ossigenarsi all’aria aperta con Marlboro, Camel e tabacchi vari: si apre la civile discussione per scegliere la birreria: la decisione viene presa all’unanimità solo dopo l’intervento delle forze dell’ordine, coadiuvate dall’arrivo di due ambulanze a scopo cautelativo.

Ore 00:30: rientro a casa facendo lo stesso percorso dell’andata, quindi con altri 2 pieni di benzina andati: il letto si accorge del mio stato fisico e mentale e decide di venirmi a prendere perché sa che da solo non ci arrivo.

Ore 01:00: finalmente prendo sonno anche se sarebbe più corretto dire che svengo, con una domanda che mi frulla per la testa: “ma chi cazzo me l’ha fatto fare?”
Ora deambulerò camminando come Robocop per un paio di giorni, ma non mollo…..aspetto che mi caccino loro.

Viva lo sport!!!
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