Perdono

14 gennaio 2017 ore 01:39 segnala


Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili.
Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega della mia ex moglie è convolata a giuste nozze con l'uomo che ama e, come da miglior tradizione, ha scelto di celebrare l'evento in chiesa, con testimoni presenti in carne ed ossa e un testimone d'eccezione presente in spirito (il buon Dio difficilmente si fa vedere).
Il contesto è splendido: la chiesa di San Giorgio a Chieri è in una posizione che domina tutta la cittadina e la vista può spaziare in tutta la campagna circostante e oltre, sino al confine tra terra e cielo; unica pecca la difficoltà nel raggiungerla e la scarsità di posti auto che mi ha costretto a parcheggiare in piena ZTL con relativa ansia da multa.
Come era prevedibile la sposa è arrivata con un certo ritardo (ma perchè è sempre così?), con tanto di damigelle al seguito e con la pressione sanguigna dello sposo ormai a livelli preoccupanti: per fortuna erano presenti molte infermiere, colleghe della sposa infermiera anche lei.
Quindi tutti dentro, ancora 10 minuti per le foto di rito e poi ingresso trionfale della sposa con marcia nuziale rigorosamente registrata e centinaia di click delle macchine fotografiche degli invitati, probabilmente più attenti a fare una bella inquadratura da postare su facebook che all'evento in sè.
Seduto nelle retrovie penso che sarà l'ennesima cerimonia carica di stereotipi e banalità che ormai dominano queste occasioni, dove tutti sono felici (qualcuno forzatamente) e commossi (soprattutto chi paga) di fronte al trionfo dell'amore.
Inizia la celebrazione, ma contrariamente al solito, il parroco si presenta con una faccia birichina che lascia presagire che qualcosa di diverso potrebbe capitare: le solite formule di inizio celebrazione, un canto scandito dalla voce di un soprano accompagnata da un pianoforte (un classico), le letture dalle sacre scritture fino ad arrivare al passo del Vangelo e alla relativa omelia.
Qui c'è stata la discriminante tra una cerimonia "classica" e una cerimonia che abbia un senso. Un'omelia che ha dato una speranza alla chiesa e alla gente che stava lì dentro.
Un'omelia che non ha esaltato l'amore perfetto tra un uomo e una donna, ma che ha affrontato uno dei temi più scottanti, quello del perdono. Finalmente un discorso, a tratti anche scerzoso (non sono mancate risate tra il pubblico), che ha messo sul piatto l'unica cosa che è veramente certa, ovvero che tutti sbagliamo in quanto umani; un discorso che ha come fulcro non l'amore ideale, ma l'amore che sa perdonare gli errori dell'altro, perchè di errori ce ne saranno di sicuro.
Sempre seduto nelle retrovie mi accorgo che la maggior parte dei presenti ha alzato la soglia di attenzione, passando da uno stato di semi incoscienza, ad una consapevolezza almeno del luogo nel quale ci si trova, il che è un ottimo risultato: parroco 1 - pubblico 0.
Improvvisamente la messa assume un carattere di gioia nel vero senso del termine e forse tutti iniziamo a sentirci un po' meglio perchè non veniamo giudicati, ma compresi; non veniamo condannati, ma ci viene comunicata la possibilità di essere perdonati e di poter perdonare. Una chiesa che comprende la natura umana senza puntarle il dito addosso è abbastanza una novità, almeno per quanto mi riguarda.
Seguo il resto dell'evento con più gusto del previsto e con un senso di ottimismo che riappare dopo tanto tempo; riscopro che l'essere coerente con una fede non passa dalla ricerca della perfezione, ma dall'accettare la nostra fallibilità e farne un'arma per migliorarci e migliorare chi ci sta intorno.
Usciti dalla chiesa il panorama che prima vedevo bello, diventa simbolicamente una visione verso un infinito che avevo perso, come un pilota che smarrisce la rotta a causa della mancanza di riferimenti chiari.
Il solito lancio del riso riporta la festa al suo stato più "pagano" (quanto spreco, quasi quasi me ne tengo un po' e me lo faccio al barolo quando torno a casa), soprattutto per la voglia di imprecare che hai quando un lancio mal direzionato ti colpisce in pieno e senti ogni chicco insinuarsi subdolamente sotto camicia e maglia della salute (siamo quarantenni, la canottierina è d'obbligo) lasciandoti con la certezza che ti infastidirà per il resto della giornata, soprattutto quando, cedendo alla forza di gravità, dalla schiena scenderà in parti molto meno nobili.
Raggiungo la macchina e con viva e vibrante soddisfazione scopro che la multa non c'è, il che contribuisce ad aumentare quel senso di ottimismo ritrovato; affronto i quaranta chilometri che ci separano dal ristorante (mai in zona!!!) godendomi un viaggio di quelli che piacciono a me: poco traffico, strade statali, curve dolci e andatura turistica, una libidine.
Sul posto c'è già chi suona e l'aperitivo ci accoglie quasi a preannunciare il lauto pasto che a breve andremo a consumare.
Mi guardo intorno, osservo le persone che avevo già visto in chiesa e penso a quanta vita risiede in ognuno di loro e penso a quanta vita c'è in me, con tutte le sue sfumature, le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi ostacoli e le sue bellezze.
Penso che non sono un santo, come nessuno lo è, ma ho capito una cosa: i nostri errori ci aiutano non solo a migliorarci, ma anche a comprendere gli stessi errori in coloro che ci circondano e che ci amano.
Questa comprensione è la base di quel perdono che quel parroco ha così ben definito poche ore prima.
Forse errare aiuta a perdonare e forse è per questo che Dio ha voluto farsi uomo; per capire sulla sua pelle la nostra fragilità e poterci perdonare conoscendo ogni nostra angoscia, ogni nostro desiderio, ogni nostra caduta.
Risento per un istante le parole che mi sono state dette alla comunione: "il corpo di Cristo". Capisco che ricevere quel corpo non presuppone più l'essere puri, ma l'essere predisposti ad accettarsi e ad accettare l'altrui debolezza.
Alla fine cos'è l'amore se non la capacità di sostenersi a vicenda quando si inciampa e si cade.
Ritorno a casa a un'ora improponibile e ripenso alla giornata, anche se il sonno e la quantità di alcool ingerita mi suggeriscono di lasciar perdere; vado in bagno che sono le 2 passate, mi guardo allo specchio e mi sembro "meno peggio" di quanto non mi sembrassi al mattino: quel senso di ottimismo non accenna ad abbandonarmi e sento una vocina dentro che mi dice: "non preoccuparti, conosco tutto di te: io ti perdono".
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14/01/2017 01:39:15
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Commenti

  1. Decisamente.1977 14 gennaio 2017 ore 03:17
    Io sono stata sposata 20anni e ci siamo perdonati spesso a vicenda, per cose più o meno gravi e forse è per questo che siamo riusciti a terminare il nostro cammino insieme ,senza baruffe ma ci vogliamo ancora bene ..ed è vero quello che dici sui nostri errori che ci aiutano a migliorarci e a comprendere.
    Come si dice: “per poter imparare a perdonare gli altri , prima bisogna imparare a perdonare se stessi” ed è vero.
    Comunque grazie, per avermi riportata ad un giorno di cui non mi pento assolutamente ma che ricordo con dolcezza .
    un sorriso.
  2. Dottor.No71 14 gennaio 2017 ore 11:31
    Stessa esperienza la mia....

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