Il reparto dei sogni infranti

01 aprile 2019 ore 21:44 segnala

Accelerò il passo, era leggermente in ritardo. Entrò come ogni mattina nel cortile, salutò i colleghi che incontrava mentre fendeva la folla, dirigendosi verso quello che da sempre definiva come il "reparto dei sogni infranti". Erano oltre venti anni che frequentava quell'ala del Tribunale - dei periodi più, dei periodi meno spesso - ma ancora non si era abituato a quell'atmosfera. Entrando la respiravi subito, ti avvolgeva e travolgeva, come quando apri incautamente una porta ed accedi ad un luogo dove divampa un incendio. Si guardò intorno e non ebbe bisogno di domandarsi quali fossero i colleghi e quali le parti. In quell'ala li riconoscevi subito: muti e rigidi come statue dedicate al rancore, sguardi bassi e taglienti, occhiate furtive nella speranza di indovinare nell'altro la stessa sofferenza, il medesimo fastidio. Il rancore si taglia a fette in questo reparto dei sogni infranti: puoi guardarli per ore, ma non indovinerai mai nulla di quello che un tempo li unì. Si sedette in attesa della propria cliente e cominciò ad osservare i capannelli, divisi tra di loro da un numero progressivo, ma uniti da un alone di profonda tristezza mista ad incredulità, che li attraversava come un invisibile filo rosso. Stanno attaccati ai loro avvocati come i bambini all'entrata di scuola e li guardano nella vana speranza di una parola che possa alleviare quella condizione. Alcuni, pochi per la verità, parlano a ripetizione, sacramentano, raccontano, si sfogano per avere un cenno di approvazione o di commiserazione, la maggior parte stanno in silenzio, lo sguardo perso nel vuoto, come se volessero evadere da quel posto, almeno con la mente. Come se si rifiutassero fermamente di partecipare a quella messinscena, con un espressione impressa sul viso di vibrante protesta, di ribellione dignitosa, come se esponessero un cartello con su scritto non ora e non qui o qualcosa di simile al not in my name tanto di moda. Ogni volta che gli capitava di dover attendere il suo turno in quel luogo, provava a sfuggire il fastidio regalando ad ognuno di loro una pagina diversa, un altro spartito su cui suonare, a cucirgli addosso un momento diverso e migliore. Allora si guardava attorno e sceglieva la coppia che lo colpiva per prima, osservava il loro abbigliamento, il trucco, il modo di muoversi e di guardarsi, magari furtivamente quando l'altro non poteva vedere. Si concentrava e provava ad indovinare il primo momento, quello dell'incontro. Ecco questi due probabilmente si erano incontrati sul lavoro, questi altri ad una festa o a casa di amici. Questo con lo sguardo più furbetto magari aveva avuto il coraggio di fermarla per strada o, perché no, sull'autobus. Questi due che, invece, non parlavano con nessuno, beh magari si sono conosciuti su una chat e senza incrociare lo sguardo dell'altro hanno saputo dire quello che nella vita reale gli rimaneva sempre dentro. Provava da immaginare la prima uscita, la prima cena, magari il primo film visto insieme. Soprattutto provava ad immaginarli mentre sorridevano o ridevano ad una battuta, mentre si guardavano con occhi sognanti. Ecco, quella era la cosa più difficile, indovinare uno sguardo diametralmente opposto a quello di oggi. Aveva sempre la stessa colonna sonora in mente mentre ricostruiva il tempo che fu di quelle coppie, che si apprestavano di lì a qualche minuto a non esserlo più. Se ti tagliassero a pezzetti gli era sempre sembrata adeguata a quel posto: metà canzone poetica e sognante, l'altra metà dedicata al cambiamento, alla fine della poesia..camminavi mano nella mano con il tuo assassino. Spesso aveva pensato che lui e tutti i colleghi si adattavano bene a quel ruolo, loro che prestavano la loro cattiveria professionale all'altrui disagio, disgusto, rancore. Arrivò le cliente e si destò all'improvviso, sempre succedeva che qualcosa lo riportasse alla realtà ed ogni volta pensava che quella doveva essere la sensazione provata da tutti loro, quando una mattina si erano destati ed avevano capito che era proprio finita, che il sogno finiva lì. Anche oggi non riuscì a sottrarsi a quel pensiero e provò come al solito un brivido, una vertigine, quella che solo i sogni infranti ti possono dare. Fece il suo lavoro con fredda e professionale lucidità - lo pagavano per questo - e si allontanò immediatamente, ma quella sensazione di disagio gli rimase appiccicata addosso per tutta la giornata, come ogni volta che lasciava alle sue spalle l'atmosfera morbigena di quel reparto dei sogni infranti.
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