su Enrico Berlinguer

11 luglio 2020 ore 15:10 segnala


Il destino quando è compiuto non ha controprove. Mi sono spesso chiesto che ne sarebbe stato di Fausto Coppi a carriera finita, ridotto a icona in un declino che disintegrava lentamente le sue fragilità. Ho provato, nello stesso modo,a immaginarmi Berlinguer posto di fronte alla caduta del muro di Berlino. Durante la diaspora di molti ideali che avevano sorretto, in una esperienza storica scellerata, la sua storia e il suo mondo. Toccò a Occhetto, schernito dalle perfide ambizioni di D’Alema voltare pagina, affrontare la necessità di crescenti revisioni , cambiare le strutture del partito e guidare la partecipazione popolari a orizzonti che l’ortodossia comunista aveva condizionato per troppi anni. Berlinguer In gioventù aveva applaudito con Togliatti ai carri armati sovietici a Budapest e preso successivamente le distanze da quelli inviati a Praga. A suo tempo fu nominato a succedere, nella guida al partito, al grigiore mummificato della nomenklatura di Pajetta, Natta, Longo, Tasca,Ingrao prendendo successivamente le distanze da un’altra e ben più potente casta che faceva capo a Breznev, Podgorny, Gromyko, Suslov, Kossyghin, Ponomariov. Che non lo amassero lo aveva finalmente capito in Bulgaria, a fronte di un attentato immediatamente archiviato, e che sanciva quanto la sua idea di Eurocomunismo, fosse invisa ai compagni dell’Est. Aveva una visione ascetica, quasi monastica e sacrale del suo compito, a cui dedicò tutte le sue forze, distinguendo in modo assoluto i suoi interessi personali dalla greppia dei finanziamenti illeciti a cui il suo partito, come tutti gli altri, attinse a piene mani. Berlinguer era un uomo del suo tempo, incapace di una pacificazione storica ideologica che superasse le divisioni della guerra e del fascismo. Ciò nonostante, pur essendo totalmente radicato nella convinzione di rappresentare l’unica verità, aveva capito che la continuità democratica del paese necessitava di un accostamento, di un reciproco riconoscimento tra le forze rappresentative popolari. Berlinguer seppe uscire dalle secche di un retaggio sovietico che lentamente aveva desertificato le istanze e le speranze dei lavoratori. Il compromesso storico, concetto che anticipò il governo di unità nazionale scaturito dal caso Moro, inaugurò una nuova stagione, coraggiosa ma piena di contraddizioni. Le delusioni elettorali successive a questo nuovo corso fecero riemergere i residuati ideologici, che altro non erano se non una contrapposizione delle lotte di potere. Ben presto accentuarono il ritorno a toni estremisti con lotte sindacali, occupazione sistematiche di fabbriche e competizioni politiche spesso incomprensibili. In questo contesto il Craxismo rappresentò la sua spina nel fianco, dopo anni di appiattimento il Partito Socialista poteva essere l’ago della bilancia e occupare enormi spazi d’influenza condivisi con la DC in una crisi identitaria del PCI. Questa è una lunga premessa che vuole concludere poche considerazioni sul personaggio, sul suo profilo politico e umano e soprattutto nel tentativo di non consegnare al delirio iconografico, in cui la superficialità italiana sa sbrodolare come nessuno, questo protagonista della nostra Storia recente. Il PCI era ancora condizionato da troppi fattori e gli avvenimenti epocali prossimi a venire, non gli consentirono quella svolta che forse Berlinguer aveva intravisto e che la morte gli impedì. E’ giusto e comprensibile che la sua memoria comporti una considerazione e una simpatia che restituiscono alla sua seriosità, spesso indecisa e sofferta un calore umano non pienamente percepito durante la sua attività. Era un uomo onesto, un grande lavoratore e nella sua logica si proponeva avanzamenti e conquiste popolari, che purtroppo avvennero in modo assai limitato. Di recente sono stati rivelati i suoi incontri segreti con Giorgio Almirante capo indiscusso e demonizzato della destra post fascista per cercare di attivare, al di là di ogni divisione, ogni risorsa nel circoscrivere il terrorismo degli anni 70. Rivedo con sofferenza le immagini del suo ultimo comizio a Padova, quella fatica mortale per continuare e il suo cadere esangue sul palco e la gente che capiva il dramma e urlava Enrico, Enrico. E’ un ricordo triste e quasi romantico per un uomo che consideriamo istintivamente buono, distinto e tormentato nello svolgere un compito difficile a cui era stato chiamato con dedizione estrema. Vederlo oggetto delle buffonate di Benigni, delle lacrime appiccicose di troppo mezzi busti, rubato e conteso da tutte le parti, anche quelle che gli erano avverse, per accumulare immagine e consenso, senza nulla che lo racconti e lo descriva nella sua realtà, è un insulto. In questo stesso sito, in molteplici discussioni, il suo nome appare a proposito e a sproposito in un coacervo di insulti e risse che usano il personaggio come una logora maglietta dietro cui nascondersi. Il suo destino molto gli ha concesso e più ancora ci ha negato, dietro un sipario inesorabile. Limitiamoci a quanto è stato, manteniamolo nel ricordo dell’onestà storica con equilibrio e prudenza, senza farne una bandiera sconsiderata per ciò che vorremmo, ma che non avvenne e che forse non sarebbe mai stato.
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« immagine » Il destino quando è compiuto non ha controprove. Mi sono spesso chiesto che ne sarebbe stato di Fausto Coppi a carriera finita, ridotto a icona in un declino che disintegrava lentamente le sue fragilità. Mi sono chiesto che ne sarebbe stato di Berlinguer a fronte alla caduta del muro...
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11/07/2020 15:10:13
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Di sangue e d'inchiostro

05 luglio 2020 ore 16:23 segnala


A Barranquilla il Magdalena e l’Atlantico diventano osmosi meticcia dolce e salata. Scendo dal battello fluviale a cercare quel giorno lontano in cui uccisero Santiago Nasar. Fu in un bianco pomeriggio di sole, nell'indifferenza di amache oscillanti. Tutti sapevano che Santiago doveva morire, i pugnali dei fratelli Vicario, il pavido Alcalde, la trepida madre, la cuoca puttana, le lacrime delle amanti e il Vescovo stesso. Anche l'acqua del fiume sapeva e gli alberi della selva, i cani, i cavalli e le formiche dell’ombra. Uccidete Santiago! Vi sono passioni ammalate, consumate da un tempo esausto, uccidono con l’odio immobile, allora che onore e dolore sono pietra assetata di giorni oscuri. Nessuno difese Santiago, poco o niente salva un amore quando il tempo è finito. Lo ammazzarono sull'uscio di casa come si squarta un maiale, primo colpo al petto, poi alla schiena e ai fianchi e ancora, finché non finirono il sangue. Siamo soldati delle solitudini di piombo, incatenati a segreti che rinnegano i colori. Storia di sangue e d’inchiostro, vite diverse, un solo morire.
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« immagine » A Barranquilla il Magdalena e l’Atlantico diventano osmosi meticcia dolce e salata. Scendo dal battello fluviale a cercare quel giorno lontano in cui uccisero Santiago Nasar. Fu in un bianco pomeriggio di sole, nell'indifferenza di amache oscillanti. Tutti sapevano che Santiago dovev...
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Giovanna la Pazza

01 luglio 2020 ore 00:20 segnala


Princesa enamorada sin ser correspondida.
Clavel rojo en un valle profundo y desolado

Dopo la guerra e il tradimento, l’Austria si univa alla Spagna sull’altare. Filippo il Bello erede di Massimiliano D’Asburgo con la principessa Giovanna, figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, furono il patto vivente dell’alleanza anti francese. Splendido Filippo, nella giovane forza d’indomito Cavaliere, bellissima Giovanna con avvenenza superba di sangue andaluso. Divampò la passione e furono sposi dal primo incontro, perché la loro frenesia non violasse la santità del sacramento. All'alba del secolo concepirono colui che sarebbe stato l’Imperatore su cui non tramonta il sole. Fu nelle nebbiose pianure di Fiandra, dove le fredde solitudini di Gand non germogliano i dolci aranci di Spagna. Filippo, amatissimo sposo, è subito lontano, perduto fra caccia e concubine, fiero ingravidatore di cortigiane, manesco e altero, arrogante e crudele nella dispotica violenza del potere.

Soñabas que tu amor fuera como el infante
Que te sigue sumiso recogiendo tu manto.

Il destino li attende nella gotica Burgos, all'ombra di guglie,circondati dalle litanie dei chiostri, dove le Maestà Cattoliche si mostrano nel tripudio della fede. Qui Filippo è colto da febbri violente, si mormora di veleni e mal francese. Filippo il Bello soffoca nei bubboni marcescenti di una morte atroce e le campane di Burgos urlano il dolore di Giovanna e la sua disperazione. La Spagna della croce e della spada ha il volto spietato degli Hidalgos, il sangue corrotto della Conquista. E' altare, dove l’incenso confonde il Te Deum e il De Profundis nell'identica agonia della garrotta. Risuonano i canti andalusi dal ritmo ondulato come nenia di morte, bruciano le fornaci ardenti degli autodafè e i vascelli del Guadalquivir disperdono il sangue Marrano nella polvere della diaspora. La Spagna è trionfo di misericordie incappucciate, fustigazione di uomini scalzi, è carne macerata, adorazione necrofila di putride reliquie. Ma è anche melograno e zagare in fiore, limone e gelsomino, oleandro e rosmarino, dolcezza di valli spalancate alle nevi della Sierra con viti ed ulivi e pascoli verdi dove scorre il Genil. Terra d’acqua e pioppi, cielo di rondini nell'audacia di sfide indomite. Sorriso moresco delle sue donne, sensualità di un canto d’amore con voce di mille fontane scolpite nei candidi marmi dell’Alahambra. Muove il corteo alla tomba di Granada, e Giovanna velata di nero, segue nel tormento della sua pena l’implacabile decomporsi del corpo di Filippo, avvolto nel sudario con effimeri balsami.

Y tu grito estremece los cimientos de Burgos.
Y oprime la salmodia del coro cartujano.

Nel feretro lo veglia ogni notte, al chiarore delle torce per carpirne un perduto respiro di vita che si confonda all'amore e la sua mente vacilla. Giovanna ingannata dalla vita, satura di morte. Passa da Burgos a Valladolid, fra le braccia della madre Isabella, e poi ancora nella carovana del dolore, per la mesa desolata fino a Salamanca, Avila, Alcalà De Henares. Nelle piogge e nei freddi d’autunno, il corteo spalanca le cattedrali di Toledo e attraversa la gelida Estremadura. Passano carri e cavalli e l’immenso catafalco nero per le vie di Badajoz, Ciudad Real, Valdepenas. Poi a primavera ecco l’Andalusia e Cordova, Alcalà Real e infine Granada dal sepolcro aperto, dove dormono i Grandi di Spagna.

Tenías la pasión que da el cielo de España.
La pasión del puñal, de la ojera y el llanto.

Ora il destino ingoia Giovanna nel suo nero sipario di raso, mai più e per sempre l'implacabile ragion di stato concederà pretendenti o nuovi amori a schiudere i sensi della giovane Principessa. Alla morte della madre Isabella, il vecchio padre Ferdinando D’Aragona, sospetto avvelenatore di Filippo, è l’effige spietata del trono che non contempla il cuore. Giovanna, confinata nel castello di Tordesillas, è murata con tutti i suoi giorni e la memoria. Principessa innamorata e non corrisposta, ora il suo nome è Dona Juana La Loca e la menzogna l'accusa di bestemmia ed eresia, l’empietà racconta di eccessi d’ira e peccaminose malinconie del tempo andato. Venne la Santa Inquisizione a vegliare l’infelice Principessa, ordinò punizioni e torture per sottrarla al Maligno. Alla rivolta del suo popolo, Giovanna rifiutò la corona e la libertà, abiurò guerre e discordie nel nome del figlio Carlo, Sacro Cristiano Imperatore. Adriano di Utrecht, non ancora Papa, chiese la sua libertà, lei madre fedele confinata all'ignominia di degrado e pazzia. Ma l’Asburgo è il potere, e la madre sola e lontana, Giovanna rimase nella tetra prigione fino alla morte, frammento desolato di Storia senza pietà. Elegia per Giovanna, dolce principessa nella nostalgia del ricordo.

Y Granada te guarda como santa reliquia,
¡Oh princesa morena que duermes bajo el mármol!
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« immagine » Princesa enamorada sin ser correspondida. Clavel rojo en un valle profundo y desolado. Dopo la guerra e il tradimento, l’Austria si univa alla Spagna sull’altare. Filippo il Bello per Massimiliano D’Asburgo e la principessa Giovanna figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Casti...
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Maretraicapelli, ballata dell’universo salato

26 giugno 2020 ore 23:01 segnala


Ho solcato la rotta degli Uscocchi, via dalla bora, giù nell'onda d'inverno verso i porti amici dei velieri. Doppiato Pirano e Umago per Baska ricca di contrabbandi, poi la florida Dalmazia di San Marco fino a Sebenico. Abbiamo imbarcato tabacco, sale, grano d'Ucraina, corda ungherese e ancora resine del Baltico, piombo e salnitro. In questo viaggio che ti appartiene, come ala di gabbiano sulla vastità di gelidi flutti, sei richiamo di sole, promessa e ritorno. Sei la formula azzurra che cancella dai libri di bordo le monotonie di seppia. Durazzo, Corfu, Patrasso hanno taverne sui lastricati dell'antica via Egnazia, dove Giaurri con ispide barbe e mercanti della Sublime Porta sorbiscono vino e fumano il narghilè. Con vele gonfie di Grecale, bordeggio Malta, crocevia di cosmopoliti bordelli sulle solitudini di Cavalieri oscuri, fortezza e cimitero di Croce e Mezzaluna. La brezza di Levante ci sospinge a Tunisi, poi ad Algeri nei mercati polverosi di spezie e di schiavi. Qui carovane di uomini blu scendono dalla terra dei Mauri e dal Tenerè, dalle piste di Timbuctu fino alle sponde del Mediterraneo. Sulle rosse mura berbere, mercenari dalla lingua incerta puntano i cannoni del Beylerbey, tra verdi stendardi e ossa calcinate. Cresce Scirocco sulle Baleari, poi bordeggiamo Cartagena e Tangeri fino alle colonne d'Ercole, infine gli Alisei ci spingono sulle rotte negriere, dalle Canarie a Dakar, Capo Verde. L'Atlantico di fosforo e plancton si apre verso Fortaleza, so che verrai in questo passare che non ha tempo e sarai cirro sereno e amico nei bastioni bianco blu dell'infinito. Sarai fuoco di sant'Elmo, Albatros e Delfini. Tu custode di un segreto che cela il tesoro, polena innamorata del mare e dei suoi misteri. In questa ballata dell'universo salato, sulla linea della fortuna che un rasoio d'argento incise nella mia mano.
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« immagine » Ho solcato la rotta degli Uscocchi, via dalla bora, giù nell'onda d'inverno verso i porti amici dei velieri. Doppiato Pirano e Umago per Baska ricca di contrabbandi, poi la florida Dalmazia di San Marco fino a Sebenico. Abbiamo imbarcato tabacco, sale, grano d'Ucraina, canapa d'Unghe...
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L'ebanista

23 giugno 2020 ore 23:47 segnala


Certi sogni svaniscono nel momento in cui l'ansia della memoria ne afferra i contorni. Sono fragili viaggi che non sopravvivono al risveglio e di cui solo rimane il sapore di un'emozione. Ero un ebanista stanotte, in una piccola bottega di Places de Vosges, di lato, sotto gli archi di pietra, gli avventori di un bistrot avevano la magia in bianco e nero di Doisneau. Passavo tra le mani legni diversi, nell'intarsio di un tempo sereno. Mogano per le possenti cornici laccate dei Delacroix, noce d'Alvernia per altre piccole e tondeggianti, cerchiate in metallo nei ritratti porcellana degli amanti perduti. Tagliavo quercia e rovere in cui scolpire i versi di Rimbaud e Baudelaire, abete, olmo e frassino per antiche librerie sui pavimenti incrinati degli abbaini. Intarsiavo scrigni borchiati con chiavistelli per gemme preziose e misteriosi doppi fondi, dove posare le pagine nude di Apollinaire. Lucidavo maestà d'ebano come granitico velluto e consolle di fine impero affacciate alla vetrina al passare di venditori e carri nel primo mattino. Ho accolto infine, in un semplice profilo di faggio, l'immagine del Generale stagliata sugli orizzonti infiniti di Colombay Les Deux Eglises. Ora mentre scrivo, un’invisibile scheggia alla mano ricorda come tutto in fondo sia vero, come questa lettera nata da un sogno per te.

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« immagine » Certi sogni svaniscono nel momento in cui l'ansia della memoria ne afferra i contorni. Sono fragili viaggi che non sopravvivono al risveglio e di cui solo rimane il sapore di un'emozione. Ero un ebanista stanotte, in una piccola bottega di Places de Vosges, di lato, sotto gli archi d...
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Il Bove e la Canaglia

16 giugno 2020 ore 00:47 segnala


T'amo, o pio bove; e mite un sentimento.
Di vigore e di pace al cor m'infondi,…

Lo scritto era ironico, ma col Vecchio Leone Carducci non si scherza e così tantissimi anni fa, galeotto fu il Bove e chi lo lesse. La sua virtualità ( non del bove, ma della lettrice ) apparve subito inverosimile, ma quanto è considerato improbabile, talvolta può toccare i vertici della vita. Mi ha raccontato ogni bugia, creato tutti i casini e le beffe, ben oltre un Guinness dei primati. Forse simulava anche la pizza con cui s'ingozzava, parlandomi da un continente all’altro e nei messaggi che come un sole ridente, accendevano il display. Ho conosciuto la voce e lo splendore dei suoi pensieri, il buio e i colori. Pensavo spesso a una forma di esibizione e ogni volta il suo fascino contagioso frantumava il vetro del dubbio, più forte della rabbia che vive di sospetto. Come non amare quella mente radiosa, essere amici di tastiera e improvvisamente scendere nelle asettiche luci bianche, dove l'irrazionale diventa dolore. Silenzio che spegne ogni meravigliosa intelligenza. Lei è un tempo sballato che trasforma il gelo in tepore e rende vana la conoscenza di un volto, è presunzione d'infinito, nella casualità di scatole nere. Torno a ripetermi che in fondo è soltanto ragionevolmente pazza. Insofferente al reale che trasforma in una lettera e per sempre e nulla chiede, non vuole e non pretende. Fino a diventare un contatto lieve che sa ritrovare ogni minuto trascorso insieme, ricco di essenze perfette, come l’impossibile. Dopo la tregua, il sisma ritorna, nell'ansia di un futuro denso di paure aggrovigliate, sorretto da sogni che sfuggono fra le dita. Quasi un romantico, adolescente ricordo dei raggi di luna. Ma so che esiste ed è vera ed è grande, peccato che forse sia pazza, certamente una canaglia.
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« immagine » T'amo, o pio bove; e mite un sentimento. Di vigore e di pace al cor m'infondi,… Lo scritto era ironico, ma col Vecchio Leone non si scherza e così tantissimi anni fa, galeotto fu Carducci e chi lo lesse. La sua virtualità apparve subito inverosimile, ma quanto è considerato improba...
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Cosmogonia

13 giugno 2020 ore 00:00 segnala


Dapprima immortale, seguivo il dardo scagliato dall'origine delle cose al bivio dell’infinito, nei percorsi che il Demiurgo disegna al rapido tocco del clinamen. Non ti avevo incontrato e il mio volerti fu l’ordine che modifica l’anarchia della materia oscura e regala colori alla tristezza del vuoto. Ti attesi nella solitudine degli archi medievali battuti da tramontana, certo che il solo vederti avrebbe inondato di sangue le arterie dell’Universo tracciate da Galileo, nelle notti stellate della mia città. Avrei abiurato la fredda perfezione del cerchio, per abbracciare l’ellisse che contempla moti ravvicinati e lontananze successive, a disegnare la via degli Astri come un amore. Divenni mortale nelle perdute certezze dell’Almagesto, sfinito da orbite e parallassi, mi avventurai nelle difficili verità di Copernico, nei compromessi di Brahe, fino a rinnegare il terrore gesuita della morte che non ti voleva al centro dell’ universo, come un Piccolo Sole. Chissà, forse in altre vite ero Wallenstein, feroce e perduto Signore della gotta e della guerra. Eppure rimane, tra le Pleiadi e Cassiopea, questa Cosmogonia di te e di me.
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« immagine » Dapprima immortale, seguivo il dardo scagliato dall'origine delle cose al bivio dell’infinito, nei percorsi che il Demiurgo disegna al rapido tocco dei clinamen. Non ti avevo incontrato e il mio volerti fu l’ordine che modifica l’anarchia della materia oscura e regala colori alla tri...
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La ragazza con l'orecchino di perla

06 giugno 2020 ore 01:22 segnala


Dalla Torre della Zecca i rintocchi rimbalzano su volte di rame e tetti d'ardesia, porte socchiuse al crepuscolo, con luci di seta negli interrati d'ombra. Amsterdam è gemma a primavera, ponti fioriti e chiatte sonnolente nell'irreale scenario dei fondachi antichi. Portali secolari con gli archi di carico ,conservano nei vicoli scuri il rito Mitzvot dei mercanti ebrei. Uomini in nero fuggiti dai roghi d'Europa alla terra degli Stadhouder, si aggirano tra merci preziose, quotate sulla clemenza dei mari. Barili di brandy, spezie e caffè, taglio di pietre preziose nel rapido scambio di conio e valute, all'alba del tempo moderno. Il barocco cattolico, violato dal genio di Caravaggio, incalza le calde sembianze dell' amore di Vermeer, ornato dall'orecchino di perla. Passano le Ronde di Rembrandt, vivido fuoco di veglie d'armi. Nel mio cammino d'Olanda raccolgo forme e colori, per vestire la tua bellezza e la mia nostalgia. Ti regalo ossido di titanio e zinco, perché il bianco di S. Giovanni e la cerussa diventino candide pagine vergate con carbone d'avorio e vite. Fisso sulla tela quanto ti appartiene, il ciano delle inquiete vastità del mare, melograno, ardito nel solfuro di mercurio e cadmio che genera malva e carminio. Ti tocco con rosso indiano, nei riflessi esoterici della pelle, intuisco nell'ematite il calore del sangue e le terre di Siena, languido ricordo di Madonne Rinascimentali. Raccolgo nell'affresco di sinopia il brivido di un giorno d'estate che ti tratteggi le labbra. Tuo il giallo pregno dei cromati di piombo che rendono l'ocra ondeggiante della tua sensualità e ancora limonite, giallo di Napoli, litargirio, orpimento nel profumo dei viali d'Oriente. Aggiungo verde nell'ossido di cromo, terra di Verona, verderame, malachite sugli argini di vento e vele che attraversano le dighe di Frisia e l'Ijsselmer. Ti dipingo blu nella malinconia del cobalto azzurro, con l'evanescenza del citramarino e la monotonia dell'oltremare, nello smalto di un lapislazzulo che accompagna i colori, quando diventano solitudine. Non dimentico le tinte brunate, dense di solfati ferrosi, terra bruciata, bitume, scuro Van Dyck, le terre di Cassel e Colonia, allora che il giorno affonda nella lontananza delle parole. Conservo il color seppia per le monocromie su pergamene di biacca diluita con olio di lino per custodire il tuo ricordo, quando sarò pallida effigie nei mercati dell'abbandono. Ad Amsterdam, in questa sera che non vuole domani, dai teatri di Nes, alle vetrine del sesso di Warmoestraat, nelle luci notturne di Dam Platz il mio pensiero t’insegue, ti stringe, si posa su polder smeraldo di tulipani che non fioriranno.
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« immagine » Dalla Torre della Zecca i rintocchi rimbalzano su volte di rame e tetti d'ardesia, porte socchiuse nel crepuscolo con luci di seta negli interrati d'ombra. Amsterdam è gemma a primavera, su ponti fioriti di chiatte sonnolente, nell'irreale scenario di fondachi senza età. Portali seco...
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Eu Thanàtos

13 maggio 2020 ore 00:33 segnala


Le avevo sterminate le parole,tutte, fino all'ultima, strozzate fra il certo e il presunto, quindi gettate a mare come corpi avvolti nella bandiera, con palle di cannone ai piedi. Le guardavo dondolare nei flutti che purificano il contagio, attraverso i filtri di un pallido sole dove danzano gli anemoni della memoria. Ora dovevo dimenticarle, finalmente affogate nelle pressioni senza ritorno, sui contorni fosforescenti dell’improbabile. Avevo bruciato nell'ira sentimenti e risentimenti incollando sul vuoto opaco le vibrazioni estreme di scacciapensieri e fichi d’india. Sarebbe bastato il bastone di un cieco per individuare altri sentieri di rovi e pietraie, e con l'acqua della consolazione avrei abbeverato i cunicoli di pietra. Senza parole potevo abiurare la pietà per i girini delle pozze stagnanti al sole implacabile, cancellare la nausea degli arzigogoli, soddisfare la vanitosa bulimia che ama paludi di seta e velluto. Finalmente libero, nella voluttà che cancella la sofferenze delle lettere, avrei goduto orgiastici silenzi nei bivacchi di copertoni accesi per sesso a tariffa. Eppure sono tornate le maledette, da sconosciute dimensioni sepolte nei deserti di sale. Sgorgano lentamente come polle d'acqua, diventano ruscelli e torrenti, sono l'osmosi dolce salata che interroga e tormenta e m’incatena ai rancori come una bestemmia. Che maledetto imbroglio le parole con i loro misteriosi accenti, sono bende alle ferite, calore d'inverno e ristoro d'estate, sono sfida e riparo, quiete e vertigine nel lacero involucro che ne svela le fragilità. Soffrono per amore e indifferenza, sono frontiere ubriache di libertà, l’antidoto alla stupidità e gli alberi presagi del tempo ne proteggono ogni sillaba all’ombra di tenere foglie. Meglio sarebbe stato Erode, alla mia futile rabbia, per zittirle con la ferocia che non distingue innocenza. Ora crescono e raccontano, per quanto strano, ciò che sono e chiedono che il bianco nero della tastiera diventi armonia. Fossero muti guerrieri, indifferenti alla paura dell’oscurità e invece sbocciano come lucciole nei crepuscoli a primavera. Potessi esibirle nelle antiche fiere con orsi e saltimbanchi, indossare la canottiera a righe dei forzuti e lanciarle nello spazio a tracciare fascinose tortuosità per anime dozzinali, agitarle per intrighi e seduzioni. Invece diventano alfabeto di lanterne su mari in tempesta, un battitore d'asta per assonanze ribelli, l'orrido stupore che circonda King Kong arrampicato sul Chrysler. Stramaledette amate parole, sfuggite alla mia ansia di pace, ancora qui come un fantasma truccato con lenzuolo bianco, chiodi e catene. Per chi non viene e non sa, nella dolce rassegnata eutanasia del mio passare.


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« immagine » Le avevo sterminate le parole,tutte, fino all'ultima, strozzate fra il certo e il presunto, quindi gettate a mare come corpi avvolti nella bandiera, con palle di cannone ai piedi. Le guardavo dondolare nei flutti che purificano il contagio, attraverso i filtri di un pallido sole dove...
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Vis

03 aprile 2020 ore 01:16 segnala


A chi mi precedeva in quel lontano esame di Diritto Pubblico del secolo scorso, il Prof. chiese “ mi definisca il concetto di Stato “ La poveretta, emula del buon sarto manzoniano posto di fronte al cardinal Federigo, si lambiccò le meningi, strabuzzò gli occhi, sottese allo spasimo l’arco dell’intelletto e profuse valanghe di cazzate, spaziando dalle monarchie assolute all’Illuminismo, fino alle rivoluzioni e all’esistenzialismo sociale. Ma ahimè la risposta non venne e lei naufragò nel mesto ...si figuri. Bastava dire “ lo Stato è chi detiene il monopolio della forza “, questo è il punto cruciale, forme, modi e organizzazioni vengono dopo e per vie diverse. Lo Stato va inteso nella " Vis " latina come forza, energia, violenza. Chi ne esercita l’esclusiva è Stato. Un altro termine di cui ho recentemente sottolineato l’origine si chiama invece Virus, nella sua accezione romana che significa miasma, veleno. La filologia è profondamente intrisa di atavici, profondi significati. Ebbene, la Vis oggi impone in nome e cognome della salute pubblica comportamenti sociali coatti e interventi economici a tutto campo. Tuttavia nasconde inconfessabili segreti, situazioni che mai come oggi devono essere dimenticate, meglio cancellate. Sono purtroppo fattispecie dolorose, quanto comunemente accettate in una consuetudine che la Vis impone. Ne ricordo qualcuna : Ogni anno nel mondo 1.500.000 bambini muoiono di dissenteria, basterebbe vendere un caccia bombardiere per salvarli, così come Follereau sosteneva per la lebbra molti anni fa. Ogni giorno crepano per denutrizione circa ventimila esseri umani, cui sarebbero sufficienti i nostri avanzi per sopravvivere. Tutti gli anni sette milioni di persone calano il sipario per fumo e altri tre per alcool. Infine, sempre in questo infausto pianeta, una decina di persone detengono le ricchezze di mezza umanità. Meraviglie dell’Homo Sapiens. Tutto ciò è permesso e addirittura normato in un sistema dominato dalla Vis che suddivide nelle varie aree del mondo un dominio a cui nessuno può sottrarsi. A questo punto mi chiedo se davvero sono preoccupato e dispiaciuto per il Virus così in auge urbi et orbi e mi rispondo no. Niet, not, nine, nao, NOOOO |||||| Quanto amo la sacralità del no. Certo non minimizzo e non voglio le sofferenze e la morte di alcuno, ma la pietà umana è soggettiva e non viene applicata nell'ordine mondiale a cui mi riferisco. Si tratta di vere e proprie Shoah assolutamente conclamate e abituali, imposte per emarginazione, povertà, sfruttamento, sottocultura, guerre, dalla Vis in questione che nonostante le diverse ideologie in cui si differenzia, costruisce le bombe esattamente nello stesso modo. Sic stantibus rebus, perdonate quest’ultimo brocardo, non riesco a non ammiccare al Virus. Me ne fotto dell’emergenza, della crisi economica, di Governi e Opposizioni, della BCE, della Federal Reserve e per quanto concerne i miei più biechi istinti, possono tranquillamente crepare Trump, Merkel, Macron. Xi, Conti Salvini e Salvoni e l’immancabile Proto Virus Travaglio con la signora Gruber inclusa. Se solo cerco di idealizzare una realtà vivente organizzata, forse anche spirituale mi trovo di fronte a questa immondizia attraverso cui la Vis si esprime, terrorizzata dalla scoperta di essere biologicamente vulnerabile e incapace di sopportare alcunché non avvenga secondo i propri privilegi e imposizioni. Seduti davanti ad un talk show senza fine beliamo il bisogno di elemosine con cui rinsaldare il mercimonio dove viviamo. Esaltiamo eroi, intrepidi operatori, integerrimi statisti, canzonette, balconi e bandiere, risse italo tedesche e fuitine a destra e a sinistra. Ci abbracciamo con lacrime accorate al bollettino dei poveracci che muoiono quotidianamente , ci abbeveriamo della scienza infusa che virologi e scienziati da salotto ci ammanniscono senza sosta. Dopo il Virus, la Vis imporrà la quarantena economica e poi qualche rinnovata bolla speculativa, quindi ancora Sars e Aviarie di diverso genere, per procedere intrepida tra inflazioni e crisi di mercato, crolli finanziari e, guerre commerciali. Il tutto periodico e sistematico secondo giravolte interpretative come nel grande romanzo di Orwell. Tutto sarà comunque ordinario, ordinato e ripetitivo in uno schema che fa dell'emergenza un modo di vivere imposto dalla stessa Vis. Quanto è fuori da questo sistema rimarrà relegato nella pattumiera del mondo e della Storia che raccoglie e giustifica, nelle infinite giornate celebrative, il potere di escludere chi non può, chi non deve. Chi in fondo non è mai esistito.
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