Figlio di Troia

03 dicembre 2016 ore 00:30 segnala


Giocando sui ricordi dell’Iliade, immagino un film dove ognuno di noi possa sostituirsi ai personaggi immortali del mito. Con i nostri destini attesi o traditi, dominati dalla falsa pietas che ci domina. Viviamo di amori, inganni, solitudini, orgoglio e rimpianti. Siamo gioia e dolore per essere uno qualunque di loro, attori di un Grand Guignol, dove splende implacabile un sole nero. Quanto può essere ragionevolmente distinto tra apparente e reale ? Poco nelle modalità incerte a cui apparteniamo, eppure non tutto, nemmeno tra le onde del web. Molti, per ragioni frammentate, possono forzare i simboli e le parole, fingere intenzioni, ma quando i percorsi si toccano, allora appartengono al vibrare di cellule che comunicano e partecipano, e sia salva la sacralità del no quando distingue. Siamo epigoni di noi stessi senza contropartita. Percorriamo il dubbio di quanto è stato compreso o meno, possibile e non avvenuto. Un distillato del tempo custodito nella memoria, come traccia indelebile che sopravviva all’oblio.

Ciak si gira


Nella piana, nervosi i cavalli, insofferenti al morso, battono gli zoccoli sulla sabbia d’ocra. Immobili stanno gli aurighi sui ben torniti carri, con sopra gli eccelsi eroi, poi l’orda dei mercenari sotto le mura d’Ilio dalle larghe vie. Vengono i Dardani e i Traci e i Lidii, Pelasgi, Paflagoni e Frigi. Ordini, nei multiformi idiomi d’Asia, percorrono le fanterie di bronzo, gli astati veloci dalle lunghe ombre, schiere di arcieri, frombolieri e opliti. Zefiro, dal turchino mare, ondeggia i mobili cimieri del fortissimo Ettore e del valente Antenore, dell’irato Deifobo insaziabile di stragi, con Glauco e Sarpedonte insieme.

Contro, tra Xanthos e Simoenta , marciano gli Achei dalle toghe di rame, ricchi di coturni e schinieri nell’impeto feroce della conquista. Avanzano i carri d’Argo, e la falange di Micene irta di acuminate punte, Lacedemoni, Mirmidoni e Cretesi con schiere d’armi lucenti dietro i ben guarniti scudi. Guidano il Gerenio Nestore antico d’anni, Ulisse Laerziade, tessitor d’inganni, Diomede domatore di cavalli e intrepidi gli Aiaci dalle folte chiome, nel fremito crescente della battaglia.

Giurano patti e offrono ecatombi e crateri di dolce vino ai capricciosi Numi, affinché rechino a Paride figlio di Podarce o all’Atride Menelao la debita sconfitta o la vittoria, Elena dell'amoroso peplo o le spietate Moire. Ne avranno ricchi tributi o il mesto ritorno sulle convesse navi dai molti scanni, fino al nativo lido che li ripudia.

Avvinti alle tragedie umane, tra i nembi e le vette dell'innevato Ida, tramano gli eterni Dei. Era dagli occhi bovini e Venere maestra di tresche, e la Predatrice Atena. Divisi l’Egioco Zeus e Apollo saettatore, signore del sole e d'atro morbo e ancora, ai ladri caro, Hermes dal radente volo .

Dubbi dell’autore

Fermo la scena, lascio incompiuto l’eterno rituale mutuato dalla Storia, nei racconti delle generazioni che prime hanno varcato i mari. Solo l’Epos rimane, nel cumulo dei secoli, cui si aggiungono le nostre desuete parole di mortali destinati al nulla.

Passo ai titoli di coda

Non tornerà Achille dal piè veloce, compagno nel destino al tumulo solitario del grande Ettorre, e Diomede vincitor di genti, andrà senza patria nell'esilio infinito e ostile. Agamennone pastore di popoli, cadrà trucidato dalla vendetta sul talamo nuziale. Neottolemo, feroce alla stirpe di Priamo, finirà rapidi giorni. Andromaca, incensurabile sposa e Cassandra beffata da un dio simulatore, calano infine il sudario oscuro.

Esiste altro epilogo ? No, ci appartiene come atto dovuto, senza alternativa a noi stessi, presto o tardi che sia . Eppure vi è più bellezza nel ricordare un solo atomo sperduto nell'universo, che in tutte le vanità del mondo.
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« immagine » Giocando sui ricordi dell’Iliade, immagino un film dove ognuno di noi possa sostituirsi ai personaggi immortali del mito. Con i nostri destini attesi o traditi, dominati dalla falsa pietas cui siamo votati. Viviamo di amori, inganni, solitudini, orgoglio e rimpianti. Siamo gioia e do...
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03/12/2016 00:30:13
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Fino alla notte

23 novembre 2016 ore 23:31 segnala


Nossa Segnhora das Candelas ha i colori delle ragazze in festa, polvere del rodeo, ritmi di samba. All'ombra di tamerici, uomini di sangue bahiano montano cavalli dai nitriti di sole. Consumo il giorno sui cortili del cielo e le ore fino alla notte stellata. Ora quieta di porte socchiuse che amano il domani. Da lontano, il faro della baia riflette l'onda nell'incanto del fosforo. Cento, mille sguardi d'ebano, cento, mille volte il mio volerti.

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« immagine » Nossa Segnhora das Candelas ha i colori delle ragazze in festa, polvere del rodeo, ritmi di samba. All'ombra di tamerici, uomini di sangue bahiano montano cavalli dai nitriti di sole. Consumo il giorno su cortili aperti e le ore fino alla notte stellata. Ora quieta di porte socchiuse...
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conte en noir

20 novembre 2016 ore 14:08 segnala


Nei film di Alain Resnai, Marcel Carnè, Renè Clair, il profondo cromatico bianco nero delle immagini scolpite è schizzato di sangue fino alla Quinta Repubblica. Una pioggia di rutilanti eritrociti sul fascino di Simone Signoret, sulla grinta di Jean Gabin e nelle crudeltà dell’Indocina o nelle Americhe di Papillon e fino ai massacri d’Algeria. Protagonista la lama istantanea di Joseph Ignace De Guillotin, fisico insigne del 1789, a staccare la corrente in modo indolore, senza più nemmeno le tricoteuse a tessere meccaniche pezze. Dal patibolo, sopra la folla immersa nel fango marcescente di resti organici, Sanson, il vecchio caro Sanson afferrava con la mano deformata dall'artrite i capelli del macabro trofeo et voilà, egalitè, libertè, fraternitè. Quanto mi divertirebbe, negli inutili sfoghi contro il Paese in cui vivo, in una grottesca e rabbiosa giustizia che ci liberasse dai privilegi che c’incatenano. Deliziose immagini di un improbabile tragicomico canovaccio, dove il padre e la madre della costituzione bastarda, avanzano sulla carretta tra ali di folla in delirio, con decreto di grazia per mancata esposizione a chi soffre di calvizie. Ne servirebbero altre ancora di ghigliottine, anche spuntate, per redimere la vigliaccheria e l’amicizia tradita, o per un amore inquinato da miserabili opportunismi. Così mi piacerebbe portarti, fra le doppie fila dei Boiardi di Novgorod e porre la tua graziosa testolina fra le assi orizzontali per un taglio a ogni bugia,e poi ricomporti ubriaco di te, o conservarti in formalina nell'asettico distacco della morte, quando il vivere è comunque una discarica di lusinghe decomposte. Meglio la risata grottesca per un post a tinte noir, anche se il cuore disarma e le orde di baionette e i manipoli a cavallo sono il bianco sogno ingessato di un vecchio film. Luce riflessa.

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« immagine » Nei film di Alain Resnai, Marcel Carnè, Renè Clair, il profondo cromatico bianco nero di foto scolpite è schizzato di sangue fino alla quinta Repubblica. Pioggia di rutilanti eritrociti sul fascino di Simone Signoret, sulla grinta di Jean Gabin e nelle crudeltà dell’Indocina o nelle ...
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Fantasmi

12 novembre 2016 ore 22:37 segnala


Sono all’ Arènes de Lutèce, è il 14 Agosto, uno dei miei ultimi anni prima del viaggio. Nell'antica arena romana, ora parco a Parigi, guardo una bambina giocare. Dissolvo e ricompongo, nella memoria dei secoli, quell'eterea figura voluta dal caso, come i poeti dei Gulag scolpivano nel ghiaccio di vite atrofizzate poemi d’amore. Fossili pensieri escono dal salgemma di pietre antiche, tornano alla luce dalle oscure profondità dove vaga Tiresia nell'invocazione di riti sacrificali. Oscillano, appesi ai raggi di sole che filtrano i platani, poi si trasformano in nastri moschicidi, densi di organiche prede. Colonie d’insetti che germogliano sul dna di uomini ingoiati dal tempo. Mi chiedo se la bimba dai grandi occhi, esile forma nel contrasto di luce spiovente, sia l’anello mancante che unisce ogni vita, causa e ragione, tutti gli oltraggi e le pene della storia, il sangue versato sulla sabbia spietata, dove lei ora gioca. Ne porto l'inconscia memoria da sempre, trait d'union per ogni variabile della mia esistenza. Nelle incertezze su cui mi conduco fin dai giorni di scuola, e poi dopo e ancora in quelli repressi dal cappio di notti insonni, interrotte, come un coito malvagio figlio di pulsioni artificiali. Una bambina dalle lunghe trecce, che gioca sull'altalena d’estate è la semplice, dolce, assoluta risposta per ciò che manca o è stato , o verrà. Dal sipario stracciato i fantasmi gli contendono lo spazio, evocano schiavi e gladiatori di Giuliano l’Apostata. E’ una vertigine violenta che mi assale, una dimensione brutale che esplode in un cinerama di valvole e transistor inchiodati a lacere arterie. E’ un carcere per stelle assenti, in cui dilaga cruento il rigurgito di folle assetate e uomini feroci che vuotano la vescica addossati alle colonne di marmo. Esplode l’arena sul viscido sudore di belve e di armati,sulle ferite sanguinose di un anonimo dolore, sui fisiologici umori di vittime e carnefici. Calcano le onde vermiglio della sabbia con sandali e coturni, sorreggono sugli scudi l’urlo di cui si nutre la crudeltà nel rapido volgere del loro morire. Soglia indistinta d’altre dimensioni, buie, sconosciute, lontane, assolutamente presenti, eterne. La spada ricurva del Trace incalza l'ascia Gallica e il Retiario, perduto dal vano tiro che imbriglia, cede sulla polvere alla furia dell’irruento Oplomaco. Germani e Mirmilloni tracciano l’aria con scie di ferro, dove la febbre sale nelle crepe di un cielo di morte. Orrore della mia specie. Vi sono codici, chiavi nascoste che violano le serrature del tempo e aprono il ventre indifeso della nostra umanità. Vibrano gemiti distinti a sovrastare la dissenteria mediatica che inganna il mondo e mostrano all'orizzonte litorali coperti di cadaveri. Sarò stato un legionario, in quel tempo lontano del mio passare, discosto dalla guardia assiepata di Pretoriani acclamanti. Forse ho combattuto nei deserti della Partia, o proclamato Augusto qualche avventuriero presto assassinato. Eppure il solo ricordo è di avere tenuto per mano un bimba sola e abbandonata, indifesa, come sola ragione a tutto quanto io fui. Aveva gli occhi grandi, lunghe trecce , il colorito scuro, poi nero , come il buio in cui sarei scivolato portando il suo sorriso.

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« immagine » Sono all’ Arènes de Lutèce, 14 Agosto, uno dei miei ultimi anni prima del viaggio. Nell’antica arena romana, ora parco a Parigi, guardo una bambina giocare. Raccolgo,dissolvo e ricompongo nella memoria dei secoli quell’eterea figura voluta dal caso, come i poeti dei Gulag scolpivano ...
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lettera nuda

09 novembre 2016 ore 23:02 segnala


" Prova a spogliarla, posando le dita sulla carta, ma fa in modo che non siano fredde come gli artigli. Fa che si senta l’umido di vita al polpastrello, l’ansia e qualche accenno di tremore, nocche da nocchiere, buon conduttore per elettrostatiche dinamiche. Aggira il fremito sul bianco e la paura che lo scritto renda indietro troppo nero, il timore reverente dell’inchiostro altrui e l’odore acre della stampa che si congela sopra l’aria come una teca di cristallo che conserva la Gioconda. Prendine gli spigoli purulenti di virgole consunte, i bordi maciullati dal troppo andare e ritornare, il taglio fine della carta che lascia l’impronta di sangue giovane. La filigrana mediocre ti restituirà un po’ di scarna sicurezza, quel tanto che basta a convincerti di poterla spogliare, senza che lei si volti, ripiegandosi altezzosa e condannando alla distrazione la tua curiosità. Prendila, a piene mani come uno stupratore senza remore ai giardini. E che sia giorno, che tutti sentano il cespuglio che si affanna, mentre si augurano che arrivi la ferraglia di qualche grosso tram a nascondere il rumore della tua impudicizia. Passa più volte mani e umori sul timido vergato di matita e guarda attento il pensiero che scompare. Sotto il tuo danno lei si arrende piano, sgomma le curve degli ardori, ficca negli angoli le lacrime nere sfuggite dalle righe, scioglie i sensi e abbandona il pensiero. Nuda e stremata tu la guarderai. Degli uncini appesi alle sue gambe, dei vuoti pieni delle sue vocali,del dolce declinare dei suoi righi, di tutto il mondo che s’era costruita, ti rimarrà l’immenso bianco di una pagina cancellata. Ti chiederai allora se hai raggiunto il nulla oppure l’infinito. Mentre io con mani protese, con dita affamate come radici assetate che cercano, affondano, si allungano, risalgono, avvolgono. Mani, le mie che tornano chiuse."

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« immagine » " Prova a spogliarla, posando le dita sulla carta, ma fa in modo che non siano fredde come gli artigli. Fa che si senta l’umido di vita al polpastrello, l’ansia e qualche accenno di tremore, nocche da nocchiere, buon conduttore per elettrostatiche dinamiche. Aggira il fremito sul bia...
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Cahiers de l'Afrique

19 ottobre 2016 ore 00:16 segnala


Valicato l'Atlante, la neve e le foreste di cedri, i tornanti scesero vertiginosi su valli d’ocra e sabbie senza orizzonte, cimitero infinito di fiumi e foreste. Vennero giorni d'azzurro, con savane e altopiani, silenti immensità di nuvole in corsa dal Serengheti fino alle tribù dei laghi. Era l'Africa.

Lungo la Draa




Preso dalla tua magia, torno sui tumuli rossi di un tempo immobile, nel palmeto dei passeri d'inverno, dove sciogli i fianchi nell'acqua serena dei pozzi. Lungo la Draa inseguo popoli con bandiere verdi e il fango cruento di antiche fortezze avvolte dai silenzi lunari di guerrieri blu. Rabat, Fès, Mèknes sorridono al vento di stoffe colorate, preziose di gioielli e aromi, inebrianti come il tuo ricordo. M'Hamid è una lama accesa nell'azzurro di rondini ubriache. Guelmine esoterica danza d’ amori berberi con l’argento di Agadir e l'hennè delle donne moresche. Essaouirà, nelle darsene di calce e penombra, cela antichi cannoni e vele corsare sui pennoni del vento. L’Atlantico immenso, gabbiano di sole, increspa la solitudine di lontane memorie e ulivi saraceni. Battito forte che confonde alba e tramonto.

Dopo Merzouga



Qui d'Africa calpesto i millenni, i colori e le forme di vite antiche. Oltre il basalto, Merzouga affonda nelle dune tremanti dell'ultima Draa. Solo ieri il suono dell'acqua e dolce il palmeto, ora rosso il deserto scivola nel tramonto di dune infinite, dove finisce il cielo. Tu fonte ridente, nei giorni di sole, poi sabbia desolata che abbraccia la notte.

Jamais, toujours



Porto la mia febbre sui campi d'Algeria, all’ombra di una tamerice, guardiano di sabbie, la guida canta un’antica canzone d'amore ..pour l'eternitè ma gazzelle.... Ti affido ai tumuli rossi, alle berbere onde di cavalli scossi, ai silenzi assassini delle torri di luce, agli azzurri bastioni custodi del vento. Scorrono nella clessidra i tuoi jamais e i miei toujours, come raggi di sole nel vuoto immobile del deserto e vivono notti senza sogni, sconfitte da tremanti stelle. Nell’incontro lieve degli occhi e delle labbra, per i seni d'ambra e l'ansia delle tue curve, con la vertigine e l'angoscia che profumano di menta. Palpito d'ansia che insegue i confini della luna,... pour l'eternitè ma gazzelle…

Casablanca



Di Casablanca rimane la scia rossa del tuo rame dorato a ferirmi il volto. T'inseguo nel crepuscolo, pianoforte lontano, mentre il buio già scende assetato di te. Percorro la città fra gente in festa, ancora il tocco lieve dei tasti nello spazio di gelo. Le luci accese, piazze affollate nelle mille voci della vita. Io sono fuori, a graffiare la porta.

Tamanrasset



Ho lasciato al tuo cancello mosaici d'inverno e fili d'argento nel mattino opaco, ora con gli uomini blu salgo i bastioni dell'Hoggar, terrazze assolate con garruli uccelli. Nel mistero dell'Islam tu sei l'azzurro d'Africa, superba Deglet Nour sui fossili del ricordo, velluto dorato di sabbie immortali. Desiderio aperto al turgido orizzonte di fiori inquieti.
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« immagine » Dopo l'Atlante, la neve e le foreste di cedri, i tornanti scesero vertiginosi su valli d’ocra e sabbie senza orizzonte, cimitero infinito di fiumi e foreste. Vennero giorni d'azzurro, con savane e altopiani, silenti immensità di nuvole in corsa dal Serengheti fino alle tribù dei lagh...
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Perdonare

15 ottobre 2016 ore 00:07 segnala


" Il vetro del convoglio tra lande desolate dell’animo è sporco; un impiastro tra ruggine di rotaie, sudore, odore di cibo e schiamazzi. Ricordi forse solo immaginati o rimossi. Adesso, soltanto il perdono è l'unica via d’uscita, la sola possibilità per allontanare il tango dell'addio, interrompere il circolo dove il protagonista è vittima e assassino. Chi entra nella mia vita deve uscirne rapidamente, senza l’opportunità di capire, rimbalzando sulla corazza coriacea ed affusolata delle mani perdute. E’ necessario ripetere, come un mantra inquietante, il rito dell’abbandono. Quasi un atto magico, religioso, per rievocare il dolore provato, espiazione, assimilazione dei peccati. A chi cresce in me, vorrei chiedere troppe cose, la stanza è sempre piena di gente e non posso mai dire quello che provo. Va bene così, lasciare riesce meglio se evito il coinvolgimento. Meglio abbandonare prima di essere abbandonati, nessuna opzione possibile, decisioni affrettate, poco spazio disponibile per abbracci caldi e amorevoli, emozioni perdute prima ancora d’essere respirate, lette negli occhi altrui. L’afrore d’incenso e di corpi mal lavati, racchiusi in gusci di tessuto bianco e nero come goffi pinguini, turbano il mio sonno. Il vetro della camera, unico oblò per spiare la vita che freme oltre le pareti della prigione, aveva la superficie impiastricciata dall'alito malsano di uomini in nero, dalle grida solidificate dei giovani corpi incatenati alle cerimonie dell’addio. Perdonare ogni colpa, perdonare, unica liberazione, arduo compito, eredità infausta lasciata dai tutori, i carnefici. "
Il mio laccio.


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« immagine » " Il vetro del convoglio tra lande desolate dell’animo è sporco; un impiastro tra ruggine di rotaie, sudore, odore di cibo e schiamazzi. Ricordi forse solo immaginati o rimossi. Adesso, soltanto il perdono è l'unica via d’uscita, la sola possibilità per allontanare il tango dell'addi...
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Inutili elucubrazioni sul vivere

10 ottobre 2016 ore 22:17 segnala


Le agiografie non hanno dubbi su come affrontare la morte, meglio da eroi che pavidi, ma sono astrazioni oziose, si vive per quanto e come concesso, si muore una volta sola e per molto tempo. Punto e basta. Le battute dei film non aiutano a comprendere il dopo, quando i giochi sono fatti, il tempo finito e ciò che resta diventa sintesi ravvicinata nella dissoluzione degli anni. I dettagli diventano una dimensione improvvisa che scivola tra le dita come la sabbia di una clessidra rotta. Momenti particolari, ai quali sopravvivere nella scoperta di un litorale marino dove le tracce scompaiono. In questo giorno d’autunno ho raccolto schegge di colori incrostati, vecchie geografie, luci intermittenti, passi e voci al di fuori di me. Sono entrato nel vuoto del vecchio bar, davanti alla chiesa, animato dalla desolazione di un telegiornale anonimo che enumera le sciagure del pianeta. Forse è da sempre deserto, o qualcuno riemerge più tardi, nelle ultime compagnie notturne. Fuori, su una bacheca espongono le foto di chi se n'è andato, i morti di un paese sono sempre gli stessi, il cinquantenne ammalato di cancro, un paio di super ottuagenari per fine corsa, la vittima di un incidente. Fisso l’attenzione su un pieghevole abbandonato, sortito da chissà quale mondo, due pagine che invitano alla messa, dedicato alla Beata Barbantini, presumo defunta e mai sentita nominare. Su questa inutile distesa dove cresce la sera, torna a malincuore un pensiero di Ivan Karamazov, sì certo, la normalità del vivere, essere bravi, buoni, intelligenti e operosi, magari credere in qualche cosa, ma gli innocenti, i bambini che non hanno vissuto e sono esenti da colpa, cosa c'entrano in questo casino di morte cui tutto riconduce. Quale la ragione del loro soffrire ? L’apoteosi finale, la concordia dei destini cui dovremmo appartenere in un eterno disegno di salvezza, come si spiega con gli uomini per come sono ? Mi accorgo che questo stanco scritto ha un pregio, quello di finire.



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« immagine » Le agiografie non hanno dubbi su come affrontare la morte, meglio da eroi che pavidi, ma sono astrazioni oziose, si vive per quanto e come concesso, si muore una volta sola e per molto tempo. Punto e basta. Le battute dei film non aiutano a comprendere il dopo, quando i giochi sono f...
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Nel corso

08 ottobre 2016 ore 21:25 segnala


Ginevra sa che non ho mani da bottegaio, e posso tenere un passero tra le mani col tocco forte e delicato con cui si guidano i cavalli, senza stringere per non far male, basta allentare e vola via. Lei parla di un patto di sangue, caro agli aruspici nel favore della sorte, un crescente adagio d’erba, dove finalmente posarsi, liberi da pozzanghere e asfalto. Lo disegna nell'essenza di un unico tempo, senza algoritmi che rivestano il cuore, fuori dal rito greve di Lancilotto e Artù, saturi d'erotici conflitti. Sono parole in libertà, come un tappeto di nuvole sopra la ferocia delle battaglie, una sottile linea azzurra che unisce l'intensità di gocce che s’incontrano. L’ascolto, ha l’aria serena dell’apparente pazzia che scatena il magico contagio di appartenersi. Camminiamo insieme per le vie di Padova, sul selciato del Pedrocchi, Corso del Popolo fino a Prato della Valle, poi le cupole del Santo e le riviere a Pontecorvo. Sappiamo entrambi che in qualche posto qui intorno, fra gli archi medievali di quel piccolo bar, a teatro o al parco in un giorno di sole, avremmo dovuto incontrarci, inciampare, caderci addosso e tutto questo è mancato per l’attesa bugiarda di un destino bizzarro. Nulla ritorna, tutti passiamo incatenati nella recita breve di una grottesca commedia. Eppure oggi Padova, nel suo splendore d’autunno, ci contiene come foglie d'ocra indifferenti al richiamo della terra. Tu non sei Ginevra e io non sono un cavaliere della tavola rotonda, al diavolo Camelot e le sue torri. Per una volta può bastare la dolce meraviglia di un caffè bevuto insieme.


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« immagine » Ginevra sa che non ho mani da bottegaio, e posso tenere un passero tra le mani col tocco forte e delicato con cui si guidano i cavalli, senza stringere per non far male, basta allentare e vola via. Lei parla di un patto di sangue, caro agli aruspici nel favore della sorte, un crescen...
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Chateau d' If

07 ottobre 2016 ore 00:30 segnala


“ Nella fortezza d’If scende l'oblio sull’ebbrezza del vuoto, e scavo caparbio labirinti e solchi di pietra. Ora che Dei ingenerosi spezzano le ali e un cielo cattivo illumina le catene con bagliori di salgemma. Scosse pareti, frane e detriti sull’onda immateriale che dilania ogni mio frammento. Nella furia del volerti, oltre l’incubo e l’irrazionale, oltre la roccia e il nulla. Mi limito al concetto di aspettare, lo percorro e lo immagino come forse vorresti. Fuori dalle sbarre tuttavia, in qualche parte ci sono."
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« immagine » “ Nella fortezza d’If scende l'oblio sull’ebbrezza del vuoto, e scavo caparbio labirinti e solchi di pietra. Ora che Dei ingenerosi spezzano le ali e un cielo cattivo illumina le catene con bagliori di salgemma. Scosse pareti, frane e detriti sull’onda immateriale che dilania ogni mi...
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