Nel segno de Leone

23 giugno 2017 ore 13:45 segnala


Le ombre del tramonto placavano la guerra di sole nella pace che regala la sera, quiete di finestre aperte sul brusio dei cortili, quasi un velo di seta che avvolge la fatica con voci e suoni consueti alla dolcezza delle mura di casa. Fuori e intorno, orti e strade di ghiaia, siepi e alberi circondavano aie affogate nella calura, in attesa dei riti d'acqua. Più tardi si spegnevano le ultime luci, affidando alle stelle di una notte d’estate le pulsazioni delle vite, come un universo che obbedisce alla quantistica dell’amore. Prima dell’alba, mia madre, accarezzata dagli impulsi di una vita incipiente, si affacciava sull'uscio di casa, oltre il prato udì dei rumori, e lei quasi divertita e intrepida chiamò mio padre. Dei ruba galline, dopo avere divelto la rete, stavano vuotando il pollaio della casa di fronte. Avvisarono i vicini, qualcuno strillò dove fosse il fucile, un altro minaccioso si rivolse agli ospiti inattesi apostrofandoli …via di qua, figli di cani ! Tutto si risolse in una rapida fuga dei malandrini e qualche pennuto già insaccato, che sarebbe poi mancato alla conta. Ridevano quei due ragazzi che aspettavano il loro bambino, era in ritardo rispetto ai tempi previsti, ma tutto procedeva bene. Mia madre disse, gliela racconteremo questa storia un giorno, al pigrone che non vuole arrivare, poi guardando l’orologio aggiunse , sono le tre, è ormai il trenta luglio, quindi di nascere il 29, come il Duce, non ne ha voluto sapere il furbacchione. Lui la baciò e considerò come questo dovesse essere considerato il mio primo dispetto. Dopo due ore, alle cinque, con la levatrice Gina precipitosamente trasportata sul motorino di papà, arrivavo in questa strana baracca che è la vita, tra le braccia eterne dei miei genitori. Mi chiamarono Silvano Costantino, nato nel segno zodiacale del Leone, ascendente Leone. Chissà, forse avrei voluto presentarmi con un ruggito...ma era solo un vagito.
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« immagine » Le ombre del tramonto placavano la guerra di sole nella pace che regala la sera, quiete di finestre aperte sul brusio dei cortili, quasi un velo di seta che avvolge la fatica con voci e suoni consueti alla dolcezza delle mura di casa. Fuori e intorno, orti e strade di ghiaia, siepi e...
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23/06/2017 13:45:20
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Chatta. it.......grazie

26 maggio 2017 ore 08:50 segnala


Confesso che mi è di consolazione frequentare questo sito da tanti anni, quasi un modo per condividere la canizie che non distingue. Nel frattempo fanciulle rampanti poco più che ventenni compiono il giro di boa dei primi anta, ragazzotti imberbi, ormai muniti di solido pelo, scrivono da affermati manager e padri di famiglia sono diventati nonni. Molti sono emigrati, altri sono arrivati e qualcuno ci ha lasciato per sempre, nello stupore tardivo che ci assale quando ricordiamo che ogni luogo d’incontro è semplicemente un tassello di vita. In questo contenitore magico che non ha geografia, tutto si compone e disarticola, riduce le distanze trasformandoci da osservatori a osservati e poi partecipi nei modi e nelle misure che solo la coralità delle voci sa creare. Siamo fotogrammi di un’infinita pellicola, dove resta impresso qualcosa di noi, nelle liti forsennate, negli amori che nascono e si dissolvono, nelle amicizie che durano, nelle infinite diatribe a cui restiamo avvinghiati, nonostante i mille distinguo. Come in un porto, franco dai troppi vincoli che il quotidiano impone, qui siamo poeti, politici, mercenari, guerrieri, mercanti, amanti, playboy, coraggiosi, vili, opportunisti, generosi, azzardati, volgari, contenuti, importuni, importunati, brutti e belli. In questa cosmogonia, inevitabilmente l’essere nick diventa un amor proprio che calza come una seconda pelle, una personalità distinta e precisa per quanto virtuale. Ma non è della fenomenologia web o di sociologia che intendo parlare, il tema è assolutamente dibattuto da sempre. Quanto m’interessa è ricordare in uno sguardo d’insieme e per quanto ne sono capace, i fondamentali in cui mi riconosco e di cui faccio parte per essere con voi. Nel corso degli anni, dalle chat affollate, alle bacheche silenziose e poi ai blog, alle musicalità sui testi, alle messaggerie, ai gruppi che si sono costituiti, a ciò che resta come esperienza o memoria o contatto, emerge un filo conduttore, un legame comunque riconducibile a un’esperienza unitaria che non va banalizzata. Potrei raccontare centinaia di episodi, infiniti aneddoti o parlare di moltissime persone che hanno caratterizzato tutto questo, sempre e comunque sotto un profilo squisitamente umano. La considero una ricchezza, una felice opportunità di cui voglio ringraziare. Tutti, infatti, abbiamo più o meno sacramentato per grafiche che non ci piacevano, su aggiornamenti tecnici criticati, di foto e censori che ci avrebbero colpito, dimenticando la fatica costante di chi ci ha sempre accolto da amici in una comunità che non è certamente occasionale ed effimera. Conosco gli autori di questo sito quasi da sempre, e spesso mi sono chiesto come possano sopportarci in troppe occasioni, quando tutti reclamiamo e protestiamo per esigere, senza sapere esattamente cosa, di più e subito. Sono certo, che per quanto il loro lavoro possa essere configurato in una attività, nulla sarebbe nato se non sorretto da una passione e da un impegno costanti. Grazie quindi Chatta.it , senza piaggerie o ragioni che non siano la semplice riconoscenza per avere reso possibili infiniti incontri. Fino a quando ci saremo nessuno lo sa, la vita è un’incognita assoluta e tuttavia che tutto sia eterno fin che dura.

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« immagine » Confesso che mi è di consolazione frequentare questo sito da tanti anni, quasi un modo per condividere la canizie che non distingue. Nel frattempo fanciulle rampanti poco più che ventenni compiono il giro di boa dei primi anta, ragazzotti imberbi, ormai muniti di solido pelo, scrivon...
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and time goes by

20 maggio 2017 ore 19:37 segnala


In Sunset Boulevard, William Holden guarda sul tavolo di un bar le impronte circolari lasciate dai bicchieri vuoti. In Casablanca altri calici infranti fissano un tempo introverso sull'indifferenza del mondo. A chi gli chiede …che hai fatto ieri sera ? Humphrey risponde...non ricordo, è passato molto tempo.. a chi lo incalza….stasera che farai ? Lui replica ….non lo so, non faccio mai programmi a lungo termine. A suo dire si era recato nel Sahara per una cura delle acque, ma evidentemente lo avevano male informato. Così si passa da gennaio a maggio, senza dover togliere i fogli del calendario, basta il vento che una bomba d’acqua sprigiona dalla finestra aperta e le carte che svolazzano. Sono farfalle d’inchiostro, scarabocchi tracciati nei percorsi obliqui delle contabilità obbligate. Dare qualcosa, ricevere altro, parlare, ascoltare, tutto qui e intorno scorrono oggetti, luoghi e persone, pause e movimenti nella dialettica sconosciuta di cui facciamo parte. In effetti disponiamo di autocoscienza smisurata, rispetto ai nostri piccoli ruoli. Manca sempre la controprova, la traccia precisa di continuità ripetibili per cui da gennaio ci si ritrova a maggio. L'immagine iniziale dei vetri vuoti è solo un labile indizio, non un fenomeno sperimentale, ma semplice ipotesi. Ricordo quando dissi con gioia ...è maggio, ma probabilmente anch'io ero male informato nel voler credere a cause ed effetti così ravvicinati, densi di uno stupore che potesse durare. Da bambino resistevo al sonno per cogliere l’esatto momento del suo giungere, afferrare i suoni e le immagini di una così diversa dimensione per trattenere il percorso di altre conoscenze. I meccanismi tuttavia non lo consentono e inevitabilmente alla veglia sopraggiunge il mattino, nel rinnovarsi di altre attese probabili e scontate. La via di fuga è talvolta la sensazione di sentirmi quasi levitare, staccato dalla stessa consuetudine di me stesso, come fossi un osservatore esterno senza parte in gioco. A maggio dovrebbero esserci le lucciole, fiorire le rose e le lunghe giornate definire i margini della luce con il cinguettio di uccelli. Alcuni amici mi hanno scritto, aggiungo quasi spontaneamente un post, percorro le stradine di campagna sotto il cielo di un azzurro africano, mi ricollego a me stesso.
E' davvero maggio.
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« immagine » In Sunset Boulevard, William Holden guarda sul tavolo di un bar le impronte circolari lasciate dai bicchieri vuoti. In Casablanca altri calici infranti fissano un tempo introverso sull'indifferenza del mondo. A chi gli chiede …che hai fatto ieri sera ? Humphrey risponde...non ricordo...
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Gennaio

06 gennaio 2017 ore 15:01 segnala


Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo dell'aria spezzava le volute di fumo di un tempo amato e perduto. Allora le campane avevano un suono che continua acceso in questo giorno d'inverno. Alle spalle le formule astruse e il calore degli enigmi che solo tu conosci. Respiro vicino dal sapore di un caffè bevuto insieme.
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« immagine » Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo de...
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Nevicava

17 dicembre 2016 ore 00:06 segnala


Dei "pattini d’argento" ricordo la copertina sgualcita illuminata dall’incerto chiarore di una lampada, negli ultimi giorni a Dicembre. Quel fatale imbrunire che scivola nel viola e blu delle notti spietate, quando la vita inganna purché si cresca in fretta. Ma "Davy Crockett", lo lessi il giorno di Natale, fra i panni ghiacciati che ponevano sulla panca e le piccole gioie d’arancio e torrone sparse fra la cucina e la mia camera troppo fredda per poter leggere. Fuori nevicava, nella lentezza dolce delle esistenze che passano, come il ricordo di chi è svanito, la malinconica attesa di quanto non sarà più. Rivedo quei fiocchi di neve, mentre scrivo e li affido alla tastiera, nel disegno di un augurio lieve come una carezza. Del domani non so, ma oggi :rosa
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« immagine » Dei "pattini d’argento" ricordo la copertina sgualcita illuminata dall’incerto chiarore di una lampada, negli ultimi giorni a Dicembre. Quel fatale imbrunire che scivola nel viola e blu delle notti spietate, quando la vita inganna purché si cresca in fretta. Ma "Davy Crockett", lo le...
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Teresa

13 dicembre 2016 ore 00:05 segnala


Amo scrivere in silenzio, nella traccia ideale che unisce cielo e tastiera, eppure stanotte questa canzone di De Andrè m’insegue, come una corrente di mare che anticipa i pensieri.

Teresa parla poco
ha labbra screpolate
mi indica un amore perso
a Rimini d'estate.


Sono note che chiedono un ricordo, parole semplici, tratteggio delicato che raccolga l’emozione di un giorno di sole, un momento preciso, qualcosa vissuto. E’ facile collezionare gli stimoli improvvisi della vanità e confinarli in una vetrina polverosa, altro è conservare un messaggio sommesso e lieve per ringraziare di un minuto trascorso insieme. Sono contatti d’ombra, soavi e intensi, chiaroscuri intravisti, soltanto sfiorati.

Ora Teresa è all'Harry's Bar
guarda verso il mare
…………………………….
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.


Scorrevano sul nastro d’asfalto gli alberi d’estate e i tunnel assetati di luce, nella strada dolce e dolorosa che gli appartiene. Raccontava di un amore cercato nell’abbandono della sensualità, dei labirinti confusi da cui trovare scampo inseguendo la voce di un bambino. Della solitudine e del riscatto, della forza che la rende così bella. Molto altro, per quanto non detto, è percepito, compreso, voluto, con l’intensità delle cose irripetibili. Forse a Rimini o sul Tirreno, o a New York, in questo momento o alla fine di un sogno e dura la meraviglia dei suoi occhi accesi, sul tiepido calore di una foto che vive.
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« immagine » Amo scrivere in silenzio, nella traccia ideale che unisce cielo e tastiera, eppure stanotte questa canzone di De Andrè m’insegue, come una corrente di mare che anticipa i pensieri. Teresa parla poco ha labbra screpolate mi indica un amore perso a Rimini d'estate. Sono note che c...
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Sguardi

11 dicembre 2016 ore 01:56 segnala


Gli occhi che ci guardano gettano ponti, riuniscono i legami che la ragione recide, fondono i metalli e sciolgono i giorni dalle reti del tempo. Sono colori che emergono da circostanze strane, occasioni mancate, maledette come un pentimento. Sono ansia profonda di spazi inquieti, altre vite
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« immagine » Gli occhi che ci guardano gettano ponti, riuniscono i legami che la ragione recide, fondono i metalli e sciolgono i giorni dalle reti del tempo. Sono colori che emergono da circostanze strane, occasioni mancate, maledette come un pentimento. Sono ansia profonda di spazi inquieti, alt...
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Figlio di Troia

03 dicembre 2016 ore 00:30 segnala


Giocando sui ricordi dell’Iliade, immagino un film dove ognuno di noi possa sostituirsi ai personaggi immortali del mito. Con i nostri destini attesi o traditi, dominati dalla falsa pietas che ci domina. Viviamo di amori, inganni, solitudini, orgoglio e rimpianti. Siamo gioia e dolore per essere uno qualunque di loro, attori di un Grand Guignol, dove splende implacabile un sole nero. Quanto può essere ragionevolmente distinto tra apparente e reale ? Poco nelle modalità incerte a cui apparteniamo, eppure non tutto, nemmeno tra le onde del web. Molti, per ragioni frammentate, possono forzare i simboli e le parole, fingere intenzioni, ma quando i percorsi si toccano, allora appartengono al vibrare di cellule che comunicano e partecipano, e sia salva la sacralità del no quando distingue. Siamo epigoni di noi stessi senza contropartita. Percorriamo il dubbio di quanto è stato compreso o meno, possibile e non avvenuto. Un distillato del tempo custodito nella memoria, come traccia indelebile che sopravviva all’oblio.

Ciak si gira


Nella piana, nervosi i cavalli, insofferenti al morso, battono gli zoccoli sulla sabbia d’ocra. Immobili stanno gli aurighi sui ben torniti carri, con sopra gli eccelsi eroi, poi l’orda dei mercenari sotto le mura d’Ilio dalle larghe vie. Vengono i Dardani e i Traci e i Lidii, Pelasgi, Paflagoni e Frigi. Ordini, nei multiformi idiomi d’Asia, percorrono le fanterie di bronzo, gli astati veloci dalle lunghe ombre, schiere di arcieri, frombolieri e opliti. Zefiro, dal turchino mare, ondeggia i mobili cimieri del fortissimo Ettore e del valente Antenore, dell’irato Deifobo insaziabile di stragi, con Glauco e Sarpedonte insieme.

Contro, tra Xanthos e Simoenta , marciano gli Achei dalle toghe di rame, ricchi di coturni e schinieri nell’impeto feroce della conquista. Avanzano i carri d’Argo, e la falange di Micene irta di acuminate punte, Lacedemoni, Mirmidoni e Cretesi con schiere d’armi lucenti dietro i ben guarniti scudi. Guidano il Gerenio Nestore antico d’anni, Ulisse Laerziade, tessitor d’inganni, Diomede domatore di cavalli e intrepidi gli Aiaci dalle folte chiome, nel fremito crescente della battaglia.

Giurano patti e offrono ecatombi e crateri di dolce vino ai capricciosi Numi, affinché rechino a Paride figlio di Podarce o all’Atride Menelao la debita sconfitta o la vittoria, Elena dell'amoroso peplo o le spietate Moire. Ne avranno ricchi tributi o il mesto ritorno sulle convesse navi dai molti scanni, fino al nativo lido che li ripudia.

Avvinti alle tragedie umane, tra i nembi e le vette dell'innevato Ida, tramano gli eterni Dei. Era dagli occhi bovini e Venere maestra di tresche, e la Predatrice Atena. Divisi l’Egioco Zeus e Apollo saettatore, signore del sole e d'atro morbo e ancora, ai ladri caro, Hermes dal radente volo .

Dubbi dell’autore

Fermo la scena, lascio incompiuto l’eterno rituale mutuato dalla Storia, nei racconti delle generazioni che prime hanno varcato i mari. Solo l’Epos rimane, nel cumulo dei secoli, cui si aggiungono le nostre desuete parole di mortali destinati al nulla.

Passo ai titoli di coda

Non tornerà Achille dal piè veloce, compagno nel destino al tumulo solitario del grande Ettorre, e Diomede vincitor di genti, andrà senza patria nell'esilio infinito e ostile. Agamennone pastore di popoli, cadrà trucidato dalla vendetta sul talamo nuziale. Neottolemo, feroce alla stirpe di Priamo, finirà rapidi giorni. Andromaca, incensurabile sposa e Cassandra beffata da un dio simulatore, calano infine il sudario oscuro.

Esiste altro epilogo ? No, ci appartiene come atto dovuto, senza alternativa a noi stessi, presto o tardi che sia . Eppure vi è più bellezza nel ricordare un solo atomo sperduto nell'universo, che in tutte le vanità del mondo.
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« immagine » Giocando sui ricordi dell’Iliade, immagino un film dove ognuno di noi possa sostituirsi ai personaggi immortali del mito. Con i nostri destini attesi o traditi, dominati dalla falsa pietas che ci domina. Viviamo di amori, inganni, solitudini, orgoglio e rimpianti. Siamo gioia e dolor...
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Fino alla notte

23 novembre 2016 ore 23:31 segnala


Nossa Segnhora das Candelas ha i colori delle ragazze in festa, polvere del rodeo, ritmi di samba. All'ombra di tamerici, uomini di sangue bahiano montano cavalli dai nitriti di sole. Consumo il giorno sui cortili del cielo e le ore fino alla notte stellata. Ora quieta di porte socchiuse che amano il domani. Da lontano, il faro della baia riflette l'onda nell'incanto del fosforo. Cento, mille sguardi d'ebano, cento, mille volte il mio volerti.

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« immagine » Nossa Segnhora das Candelas ha i colori delle ragazze in festa, polvere del rodeo, ritmi di samba. All'ombra di tamerici, uomini di sangue bahiano montano cavalli dai nitriti di sole. Consumo il giorno sui cortili del cielo e le ore fino alla notte stellata. Ora quieta di porte socch...
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conte en noir

20 novembre 2016 ore 14:08 segnala


Nei film di Alain Resnai, Marcel Carnè, Renè Clair, il profondo cromatico bianco nero delle immagini scolpite è schizzato di sangue fino alla Quinta Repubblica. Una pioggia di rutilanti eritrociti sul fascino di Simone Signoret, sulla grinta di Jean Gabin e nelle crudeltà dell’Indocina o nelle Americhe di Papillon e fino ai massacri d’Algeria. Protagonista la lama istantanea di Joseph Ignace De Guillotin, fisico insigne del 1789, a staccare la corrente in modo indolore, senza più nemmeno le tricoteuse a tessere meccaniche pezze. Dal patibolo, sopra la folla immersa nel fango marcescente di resti organici, Sanson, il vecchio caro Sanson afferrava con la mano deformata dall'artrite i capelli del macabro trofeo et voilà, egalitè, libertè, fraternitè. Quanto mi divertirebbe, negli inutili sfoghi contro il Paese in cui vivo, in una grottesca e rabbiosa giustizia che ci liberasse dai privilegi che c’incatenano. Deliziose immagini di un improbabile tragicomico canovaccio, dove il padre e la madre della costituzione bastarda, avanzano sulla carretta tra ali di folla in delirio, con decreto di grazia per mancata esposizione a chi soffre di calvizie. Ne servirebbero altre ancora di ghigliottine, anche spuntate, per redimere la vigliaccheria e l’amicizia tradita, o per un amore inquinato da miserabili opportunismi. Così mi piacerebbe portarti, fra le doppie fila dei Boiardi di Novgorod e porre la tua graziosa testolina fra le assi orizzontali per un taglio a ogni bugia,e poi ricomporti ubriaco di te, o conservarti in formalina nell'asettico distacco della morte, quando il vivere è comunque una discarica di lusinghe decomposte. Meglio la risata grottesca per un post a tinte noir, anche se il cuore disarma e le orde di baionette e i manipoli a cavallo sono il bianco sogno ingessato di un vecchio film. Luce riflessa.

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« immagine » Nei film di Alain Resnai, Marcel Carnè, Renè Clair, il profondo cromatico bianco nero delle immagini scolpite è schizzato di sangue fino alla Quinta Repubblica. Una pioggia di rutilanti eritrociti sul fascino di Simone Signoret, sulla grinta di Jean Gabin e nelle crudeltà dell’Indoci...
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20/11/2016 14:08:34
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