Per chi suona la campana

22 agosto 2019 ore 23:54 segnala


Daguerre ha imprigionato il tempo nelle immagini di rame ed elettroliti d'argento. Con iodio, mercurio e sodio ha fissato la poesia su anonime lastre serrate nei cofanetti inchiavardati. Perché tutto fosse compiuto, ma ora mi chiedo sul selciato di San Marco, dopo l'arco dei Due Mori verso le mercerie, negli angusti calli che portano a Rialto, per chi suona la campana. Perché m’inseguono quelle onde sonore dal moto crescente, come viatico impietoso per ferite aperte. Colpi battenti che stracciano il sudario e come vibrioni contagiano i pozzi marcescenti dei campielli deserti. Scandiscono l'irrazionale, inchiodano la paura all'incedere lento dei passi tra le righe di Camus e le provette di Yersin. Non tace il bronzo, non si spegne l'eco profondo fra terra e laguna, non vi è silenzio che lo spezzi, torri del vento a lenire il tormento, sciabordio d'acque e ponti che lo avvolgano. Non riposo e pace e sonno alla percussione che veste d' acciaio rondini e cielo, nell'attesa di tremuli lampioni di luce bugiarda. Campane sui viali di fosforo che tracciano le notti deserte del Maestro e Margherita, richiamano l'ombra del Moro e il pallore di Desdemona. Nitide, come lama d'argento che incide le rotte di sole agli uomini del mare. Campane del tempo assente, per quanto non germoglia sulla tastiera, indifferenti ai tetti dove posa lo sguardo. Rintocchi come canto di molecole aliene implose nella sensualità che origina la vita. Lento picchiare, incessante sul passare delle stagioni, fiori di campo su correnti di sconosciuta bellezza, voci che si cercano, fantasmi d'amore.
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« immagine » Daguerre ha imprigionato il tempo nelle immagini di rame ed elettroliti d'argento, con iodio, mercurio e sodio ha fissato la poesia su anonime lastre serrate nei cofanetti inchiavardati. Perché tutto fosse compiuto, ma ora mi chiedo sul selciato di San Marco, dopo l'arco dei Due Mori ...
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se...

09 giugno 2019 ore 00:01 segnala



Distinguo la pietà e il perdono dalla morale cattolica, per considerarli assolutamente laici. Probabilmente non convenienti alla dimensione di homo sapiens cui sono relegato, ma non tutto è da buttare. Forse.

Un vecchio ragno chiede
Se Dio protegge chi ha pietà
O forse aiuta.
se Dio…

Quindi allenta
La tela sfibrata
Da simulacri di vita.

Incolume la brezza
Declina istanti
Di stagioni inerti.

Antiche prede
Nuova pietà.
se Dio….
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« immagine » Da tanto non passavo, ma un attimo fa mi è venuta istintiva la voglia di scrivere qualcosa. La pietà, il perdono sono temi che mi hanno sempre affascinato nella contraddizione con cui li oppongo alla morale cattolica. Mi interessano nella misura in cui possono essere assolutamente la...
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In ricordo di Viller, NOIA.

04 luglio 2018 ore 23:44 segnala


Qualche mese fa Viller ci ha lasciato per sempre, era ammalato da molto, confinato in una immobilità crescente che forse avrà svelato alla sua mente ciò per cui mi scriveva …".vedere la verità… un solo istante e poi sparire.“ Però si muore soli, inevitabilmente,senza lasciare l’epilogo dei nostri ultimi pensieri. Allora che il tempo finisce e nessuno sa di quel viaggio senza ritorno. Ho conosciuto bene Viller, nell'ostinato Nick con cui si firmava NOIA, quasi a esprimere un conflitto tra le sue idealità e la tragica monotonia del vivere. Quanta poesia in questo amico che con le parole tracciava i sentieri inquieti, dove l'inerme nudità di cui siamo figli paga un prezzo voluto e consapevole. Ho conservato moltissimi scritti di Noia, alcuni passati per questa chat, altri in un libro che abbiamo giocosamente inventato, altri ancora trasmessi nel silenzio di questo schermo freddo che riduce distanze e diversità. Venti anni fa mi scriveva...

" Quando la mamma morì io avevo solamente 12 anni,il più piccolo dei fratelli ne aveva 4. Mia madre moriva all'età di 47 anni per cirrosi epatica,lasciando suo marito con sette figli da accudire e una pensione di invalidità di circa 600.000 lire bimensili con cui tirare avanti. Vivevamo in una casa fatiscente, si dormiva in 5 persone in un solo letto,la miseria marcata usciva da ogni crepa dei muri, fatti di sassi e calce dove l´umidità ti entrava dappertutto. Eravamo sette fratelli, precisamente 6 maschi e una femmina. Dopo la morte della mamma mia sorella a soli 14 anni diventò la donna di casa,ci lavava i vestiti…."


Viller, ci siamo incontrati due volte nella tua Carnia e i tuoi versi mantenevano la passione primordiale di quando ragazzo abbandonavi la tua terra, nella pioggia battente di una notte d'inverno. Le delusioni, la solitudine, la fatica degli anni sublimavano nella poesia che riscatta e sopisce la ferocia di esistenze circondate dal deserto. Ora concludo, in rete nessuno in fondo ama leggere, e io vorrei che almeno una voce dividesse questo ricordo con te. Non ti dimenticherò mai Viller, per quella tua semplice, forte e sobria essenzialità con cui hai diviso un pezzo di strada fatto insieme. Tutti conosciamo limiti e paure, talvolta insormontabili, ma ritrovarsi nell'affetto di un'amicizia sincera rende più forti e di questo ti ringrazio. Mandi ..amico caro, che i tuoi sogni durino per sempre e siano meravigliosi. :rosa

P.S. Ringrazio e saluto Valeria, cui mi lega un debito inestinguibile di gratitudine e affetto.


Lascio uno scritto di Viller del 2002, quando gli chiedevamo di presentarsi per la pubblicazione di Graffiti Chat.

Accidenti Silvano, mi chiedi di parlare di NOIA. Ma me lo dici come faccio ? Sai, io davvero non mi conosco, sei tu che sai " disegnarmi " bene accidenti....come dovrei iniziare io ? Me lo dici ?? Va be si va be io ci provo ma se non ti garba il contenuto mi raccomando mettici lo " zampino" ok ? NOIA....un dato di fatto!!! Nato a Paularo il 13.11.1956...Istruzione, mi sono fermato alla terza media...Ho un diploma comunque in mano di Elettricista, ma di quel mestiere ho esercitato ben poco. Sono un vagabondo, fare il solito e ripetitivo lavoro non fa per me, quindi ho cambiato diversi mestieri. Attualmente risiedo dal 1986 con la mia famiglia in Germania dove esercito la mansione di operaio ( aggiustatore meccanico ) Nel tempo libero ( e ne ho molto ) mi piace leggere libri di Fisica ( che adoro ) e di Astronomia. Mi diletto a scrivere, mi piace farlo, alle volte é un gioco, spesso una necessità, uno sfogo. Mi definisco "orso" sono per natura molto pigro ( anche mentalmente ) odio pensare..... adoro ragionare!!! Spesso tendo a isolarmi, a starmene in disparte non per necessità, ma perché non mi ritengo all´altezza. Non fanno per me la violenza,l´arroganza e l´ipocrisia.Fanno per me la polenta ......il risotto e il pesce.Un sogno nel cassetto ? Vivere !!!
Cmq sempre e solo ..............NOIA !!!



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« immagine » Qualche mese fa Viller ci ha lasciato per sempre, era ammalato da molto, confinato in una immobilità crescente che forse avrà svelato alla sua mente ciò per cui mi scriveva …".vedere la verità… un solo istante e poi sparire.“ Però si muore soli, inevitabilmente,senza lasciare l’epilo...
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Pasolini e il Cane

17 dicembre 2017 ore 00:18 segnala


Avvenne in una stagione di sole delle passate età.
Lasciata Roma attraverso l’agro che scende al mare, ci portammo verso il Lido di Ostia, meta Idroscalo. Tra catapecchie degradanti sulla spiaggia, cercavo un’impronta di Pasolini sopravvissuta al giorno dei morti del 1975. Mi chiamavano a quelle sabbie l'enigma della spigolosità di un volto, i fotogrammi di vecchie pellicole che inchiodano gelidi versi all'infetta solitudine del vivere. Un pastrocchio informe come quel corpo violentato dalla morte, dove genio e pulsioni marcivano in un terminale di grandezze e miserie. Pier Paolo Pasolini e la sua catarsi capovolta, usignolo della Chiesa cresciuto tra le tonache dei preti, poi la dissacrante libertà dei ragazzi di vita. Le baracche erano rimaste come allora, con fantasmi rivestiti di stracci. Le stesse espressioni dei racconti scellerati, toni gutturali, denti guasti, le antropologiche visceralità che se ne fottono della logica. Il monumento di circostanza, eretto a sua memoria, si dissolveva nelle stoppie incolte, con le ruggini e crepe di un cemento infelice. Più tardi, sulla strada del ritorno, un cane traballante si presentò sull'asfalto, mi fermai istintivamente, mentre con un guaito si accasciava al suolo. Lei subito cercò di soccorrerlo, nell'angoscia di quel soffrire affranto, la fermai strattonandola sulla spalla. Non toccarlo le dissi, potrebbe morderti, lei insisteva, lo voleva tra le braccia, per lenire il dolore, irradiare speranza. Allora sbottai… aspetta cretina... quindi con i guanti e dell’acqua ci accostammo lentamente. L’animale si riprese e subito fuggì, portando nei suoi occhi smarriti il tesoro di lacrime di chi avevo offeso. Tutto questo avvenne nel silenzio e poi ancora silenzio di una strada assolata, tra file di platani e fazzoletti di nuvole. All'ingresso di Roma, semaforo rosso, lei improvvisamente aprì la porta dell’auto e corse via. Mentre accostavo, dispiaciuto e indispettito per quella reazione, la vidi tornare con un girasole che aveva acquistato da un bancarella. Me lo porse come un richiamo al sorriso, alle parole, per scolpire nella memoria quel giorno passato insieme, perché diventasse infinito. Pasolini e quel povero cane ne furono testimoni inconsci, nel molteplice passare delle cose e dei pensieri, negli accostamenti di visioni e sensazioni che i fili misteriosi della vita uniscono, sia nella gioia che nella desolazione. Un giorno e un girasole che tornano puntuali nel tempo, per essere miei, per essere tuoi.
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« immagine » Fu in una stagione di sole della passata età. Lasciata Roma attraverso l’agro romano, ci portammo verso il Lido di Ostia, meta Idroscalo. Tra catapecchie degradanti sul mare, cercavo un’impronta di Pasolini sopravissuta al giorno dei morti del 1975. Mi dirigeva a quella spiaggia l'e...
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Il suonatore Jones

15 novembre 2017 ore 23:16 segnala

Una sola impronta del Grande Spirito unisce Utah, New Mexico, Colorado e Arizona, terre dalle vertigini ocra del Grand Canyon, con tamburi Navajo sulle piste di Monument Valley e cervi a Mesa Verde. La mia ombra respira la polvere del deserto dipinto,come un chiodo trafigge i polmoni e l'altitudine che percuote le tempie reclama diazepine. Oltre le nuvole bianche, affogate d'azzurro, suoni e ricordi diventano strade alberate, tumuli di grano, cortili assolati, cancelli di scuola con voci d'argento, nelle distese inquiete della mia vita. A palpebre chiuse inseguo i racconti di vecchi incartapecoriti su sedie impagliate e un cielo sfacciato mi accompagna sulle grandi pianure d'Illinois fino a Lewistown, e Petersburg, infine una collina di Springfield, dove scorre una torrente, Spoon River.


… e dov’è Jones, quel vecchio suonatore Che giocò con la vita per tutti i suoi novant’anni affrontando la tormenta a petto nudo. Bevendo e piantando casino. Senza mai un pensiero né alla moglie,né ai parenti,né all’amore, né al denaro, né al cielo?...

Unisco quei nomi all'origine del tempo, passi di ghiaia con platani e case bianche, non ha colline la mia terra, ma piane distese di fiumi, pietre e laguna. Eppure uomini e donne d'America hanno gli stessi volti di chi beveva il vino di nebbia, nell'aia densa di fisarmoniche e violini.


in un vortice di polvere gli altri vedevan siccità,a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa..

Jenny o forse era Denni, amata nel calore di un’estate che avvolgeva le nostre vite, e intorno il brulicare d’altri passi, un giudice, un ottico, un nano e poi un contadino, il muratore e il farmacista nel passare delle stagioni che liberano dal silenzio mille voci infinite. Vivono e parlano nella valle, dormono e parlano sulla collina.


libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro,a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato, per un fruscio di ragazze ad un ballo, per un compagno ubriaco….


Libertà fra cielo e tastiera, nel tocco vivente che si fa memoria e cerca incroci e speranze a illuminare le solitudini. Ricordi fragili nella penombra degli anni che perdonano la colpa e la menzogna. Libertà in un vecchio libro di Edgar Lee Masters.


… mentre la baciavo sulle labbra e l’anima d’improvviso mi fuggì…
finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto…
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« video » Una sola impronta del Grande Spirito unisce Utah, New Mexico, Colorado e Arizona, terre dalle vertigini ocra del Grand Canyon, con tamburi Navajo sulle piste di Monument Valley e cervi a Mesa Verde. La mia ombra respira la polvere del deserto dipinto,come un chiodo trafigge i polmoni e l...
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Lights

04 novembre 2017 ore 12:30 segnala


Se spengo la lampada, i quarzi schermati di nero rendono frequenze proprie, sono embrioni di luce che imprimono alla retina pulsazioni vive nelle tonalità dell’ultravioletto. Si accendono le rarefazioni del cromo, del rame e del nichel avvinghiate agli atomi di silicio e ossigeno nella danza misteriosa del tempo infinito. Sono memorie in lenta inesorabile trasformazione, equilibri tracciati su forme reticolari, piramidali o cristalline, prospettive di purezza esaltata dall'imperfezione dei contrasti. Le striature dell’ambra, le fessure smeraldo, le crepe dell’acquamarina, o le invisibili cicatrici del diamante diventano percorsi paralleli di un solo esistere, l’unica convergenza che le anima. Come uno sciame di fotoni, lo sguardo e il pensiero, i sensi e l’esatta coscienza che ci identifica, possono valicare le dimensioni ridotte della metamorfosi di cui siamo piccola parte. Per ansia o paura o nell'attesa ravvicinata del dopo, l’oscillazione tra il passato e quanto verrà è una dimensione in divenire che tutto include. Cambiano le percezioni nel moto incessante cui apparteniamo, e le vite, i secoli e i ricordi hanno la dolce cadenza di una quieta pioggia di colori che lacera le oscurità.
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« immagine » Se spengo la lampada, i quarzi schermati di nero rendono frequenze proprie, sono embrioni di luce che imprimono alla retina pulsazioni vive nelle tonalità dell’ultravioletto. Si accendono le rarefazioni del cromo, del rame e del nichel avvinghiate agli atomi di silicio e ossigeno nel...
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Nel segno de Leone

23 giugno 2017 ore 13:45 segnala


Le ombre del tramonto placavano la guerra di sole nella pace che regala la sera, quiete di finestre aperte sul brusio dei cortili, quasi un velo di seta che avvolge la fatica con voci e suoni consueti alla dolcezza delle mura di casa. Fuori e intorno, orti e strade di ghiaia, siepi e alberi circondavano aie affogate nella calura, in attesa dei riti d'acqua. Più tardi si spegnevano le ultime luci, affidando alle stelle di una notte d’estate le pulsazioni delle vite, come un universo che obbedisce alla quantistica dell’amore. Prima dell’alba, mia madre, accarezzata dagli impulsi di una vita incipiente, si affacciava sull'uscio di casa, oltre il prato udì dei rumori, e lei quasi divertita e intrepida chiamò mio padre. Dei ruba galline, dopo avere divelto la rete, stavano vuotando il pollaio della casa di fronte. Avvisarono i vicini, qualcuno strillò dove fosse il fucile, un altro minaccioso si rivolse agli ospiti inattesi apostrofandoli …via di qua, figli di cani ! Tutto si risolse in una rapida fuga dei malandrini e qualche pennuto già insaccato, che sarebbe poi mancato alla conta. Ridevano quei due ragazzi che aspettavano il loro bambino, era in ritardo rispetto ai tempi previsti, ma tutto procedeva bene. Mia madre disse, gliela racconteremo questa storia un giorno, al pigrone che non vuole arrivare, poi guardando l’orologio aggiunse , sono le tre, è ormai il trenta luglio, quindi di nascere il 29, come il Duce, non ne ha voluto sapere il furbacchione. Lui la baciò e considerò come questo dovesse essere considerato il mio primo dispetto. Dopo due ore, alle cinque, con la levatrice Gina precipitosamente trasportata sul motorino di papà, arrivavo in questa strana baracca che è la vita, tra le braccia eterne dei miei genitori. Mi chiamarono Silvano Costantino, nato nel segno zodiacale del Leone, ascendente Leone. Chissà, forse avrei voluto presentarmi con un ruggito...ma era solo un vagito.
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« immagine » Le ombre del tramonto placavano la guerra di sole nella pace che regala la sera, quiete di finestre aperte sul brusio dei cortili, quasi un velo di seta che avvolge la fatica con voci e suoni consueti alla dolcezza delle mura di casa. Fuori e intorno, orti e strade di ghiaia, siepi e...
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Chatta. it.......grazie

26 maggio 2017 ore 08:50 segnala


Confesso che mi è di consolazione frequentare questo sito da tanti anni, quasi un modo per condividere la canizie che non distingue. Nel frattempo fanciulle rampanti poco più che ventenni compiono il giro di boa dei primi anta, ragazzotti imberbi, ormai muniti di solido pelo, scrivono da affermati manager e padri di famiglia sono diventati nonni. Molti sono emigrati, altri sono arrivati e qualcuno ci ha lasciato per sempre, nello stupore tardivo che ci assale quando ricordiamo che ogni luogo d’incontro è semplicemente un tassello di vita. In questo contenitore magico che non ha geografia, tutto si compone e disarticola, riduce le distanze trasformandoci da osservatori a osservati e poi partecipi nei modi e nelle misure che solo la coralità delle voci sa creare. Siamo fotogrammi di un’infinita pellicola, dove resta impresso qualcosa di noi, nelle liti forsennate, negli amori che nascono e si dissolvono, nelle amicizie che durano, nelle infinite diatribe a cui restiamo avvinghiati, nonostante i mille distinguo. Come in un porto, franco dai troppi vincoli che il quotidiano impone, qui siamo poeti, politici, mercenari, guerrieri, mercanti, amanti, playboy, coraggiosi, vili, opportunisti, generosi, azzardati, volgari, contenuti, importuni, importunati, brutti e belli. In questa cosmogonia, inevitabilmente l’essere nick diventa un amor proprio che calza come una seconda pelle, una personalità distinta e precisa per quanto virtuale. Ma non è della fenomenologia web o di sociologia che intendo parlare, il tema è assolutamente dibattuto da sempre. Quanto m’interessa è ricordare in uno sguardo d’insieme e per quanto ne sono capace, i fondamentali in cui mi riconosco e di cui faccio parte per essere con voi. Nel corso degli anni, dalle chat affollate, alle bacheche silenziose e poi ai blog, alle musicalità sui testi, alle messaggerie, ai gruppi che si sono costituiti, a ciò che resta come esperienza o memoria o contatto, emerge un filo conduttore, un legame comunque riconducibile a un’esperienza unitaria che non va banalizzata. Potrei raccontare centinaia di episodi, infiniti aneddoti o parlare di moltissime persone che hanno caratterizzato tutto questo, sempre e comunque sotto un profilo squisitamente umano. La considero una ricchezza, una felice opportunità di cui voglio ringraziare. Tutti, infatti, abbiamo più o meno sacramentato per grafiche che non ci piacevano, su aggiornamenti tecnici criticati, di foto e censori che ci avrebbero colpito, dimenticando la fatica costante di chi ci ha sempre accolto da amici in una comunità che non è certamente occasionale ed effimera. Conosco gli autori di questo sito quasi da sempre, e spesso mi sono chiesto come possano sopportarci in troppe occasioni, quando tutti reclamiamo e protestiamo per esigere, senza sapere esattamente cosa, di più e subito. Sono certo, che per quanto il loro lavoro possa essere configurato in una attività, nulla sarebbe nato se non sorretto da una passione e da un impegno costanti. Grazie quindi Chatta.it , senza piaggerie o ragioni che non siano la semplice riconoscenza per avere reso possibili infiniti incontri. Fino a quando ci saremo nessuno lo sa, la vita è un’incognita assoluta e tuttavia che tutto sia eterno fin che dura.

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« immagine » Confesso che mi è di consolazione frequentare questo sito da tanti anni, quasi un modo per condividere la canizie che non distingue. Nel frattempo fanciulle rampanti poco più che ventenni compiono il giro di boa dei primi anta, ragazzotti imberbi, ormai muniti di solido pelo, scrivon...
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and time goes by

20 maggio 2017 ore 19:37 segnala


In Sunset Boulevard, William Holden guarda sul tavolo di un bar le impronte circolari lasciate dai bicchieri vuoti. In Casablanca altri calici infranti fissano un tempo introverso sull'indifferenza del mondo. A chi gli chiede …che hai fatto ieri sera ? Humphrey risponde...non ricordo, è passato molto tempo.. a chi lo incalza….stasera che farai ? Lui replica ….non lo so, non faccio mai programmi a lungo termine. A suo dire si era recato nel Sahara per una cura delle acque, ma evidentemente lo avevano male informato. Così si passa da gennaio a maggio, senza dover togliere i fogli del calendario, basta il vento che una bomba d’acqua sprigiona dalla finestra aperta e le carte che svolazzano. Sono farfalle d’inchiostro, scarabocchi tracciati nei percorsi obliqui delle contabilità obbligate. Dare qualcosa, ricevere altro, parlare, ascoltare, tutto qui e intorno scorrono oggetti, luoghi e persone, pause e movimenti nella dialettica sconosciuta di cui facciamo parte. In effetti disponiamo di autocoscienza smisurata, rispetto ai nostri piccoli ruoli. Manca sempre la controprova, la traccia precisa di continuità ripetibili per cui da gennaio ci si ritrova a maggio. L'immagine iniziale dei vetri vuoti è solo un labile indizio, non un fenomeno sperimentale, ma semplice ipotesi. Ricordo quando dissi con gioia ...è maggio, ma probabilmente anch'io ero male informato nel voler credere a cause ed effetti così ravvicinati, densi di uno stupore che potesse durare. Da bambino resistevo al sonno per cogliere l’esatto momento del suo giungere, afferrare i suoni e le immagini di una così diversa dimensione per trattenere il percorso di altre conoscenze. I meccanismi tuttavia non lo consentono e inevitabilmente alla veglia sopraggiunge il mattino, nel rinnovarsi di altre attese probabili e scontate. La via di fuga è talvolta la sensazione di sentirmi quasi levitare, staccato dalla stessa consuetudine di me stesso, come fossi un osservatore esterno senza parte in gioco. A maggio dovrebbero esserci le lucciole, fiorire le rose e le lunghe giornate definire i margini della luce con il cinguettio di uccelli. Alcuni amici mi hanno scritto, aggiungo quasi spontaneamente un post, percorro le stradine di campagna sotto il cielo di un azzurro africano, mi ricollego a me stesso.
E' davvero maggio.
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« immagine » In Sunset Boulevard, William Holden guarda sul tavolo di un bar le impronte circolari lasciate dai bicchieri vuoti. In Casablanca altri calici infranti fissano un tempo introverso sull'indifferenza del mondo. A chi gli chiede …che hai fatto ieri sera ? Humphrey risponde...non ricordo...
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Gennaio

06 gennaio 2017 ore 15:01 segnala


Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo dell'aria spezzava le volute di fumo di un tempo amato e perduto. Allora le campane avevano un suono che continua acceso in questo giorno d'inverno. Alle spalle le formule astruse e il calore degli enigmi che solo tu conosci. Respiro vicino dal sapore di un caffè bevuto insieme.
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« immagine » Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo de...
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