Facebook, un segreto inconfessabile

15 gennaio 2019 ore 11:32 segnala


Forse non tutti sanno che:
Facebook l'ho inventato io negli anni Ottanta (il 1985. Primavera del 1985. Un pomeriggio caldo e pieno di sole, per essere precisi).

Ero in classe, scuola superiore statale (Istituto Professionale per il Commercio - Analista contabile, quinto anno, turno pomeridiano per studenti lavoratori… ehm per essere precisi).

Ciondolo sul banco pensando a tutt'altro che alla noiosa lezione di diritto.

Una delle cose a cui penso sono i miei beniamini, gli Spandau Ballet, a com'erano fighi con quegli abiti damascati con spalline fuori ordinanza e il ciuffone (solo per aver formulato quell'abbozzo di pensiero potevo essere considerato diversamente maschio, quindi stavo rischiando molto).

Mentre penso, quasi in trance, scrivo sul banco verde oliva "Spandau Ballet", ma lo faccio senza secondi fini… così tanto per fare qualcosa.

Il pomeriggio seguente sotto la mia scritta ne trovo un'altra: Gold.

È un carattere arrotondato, potrebbe essere di una ragazza! Una del turno di mattina, una studentessa normale, voglio dire. Rilancio: scrivo Grande pezzo.

Il pomeriggio seguente, Lei: "Sono d'accordo".

Io: "Spandau - Ciao, sono Gianni e tu?".
Lei: "Spandau - Io sono ***** (praivasì)".

A questo punto comincia una chat durata vari giorni. Frasi brevi che condensano pensieri ed emozioni, sogni, battute, commenti. Insomma io e ***** diventiamo amici… forse… insomma… potrebbe anche…

Sì, oggi le chiedo di vederci sul lungomare per un gelato alla frutta e granella di nocciole seduti a un tavolino con tovaglia indaco e tovaglioli gialli (per essere precisi).

Il cuore a mille, il sudore, gola secca… insomma mi stavo innamorando di una sconosciuta…

Entro in classe emozionatissimo. Orrore! Il verde oliva non contiene nessun segno, niente, nemmeno un addio… no, come può essere? Sei sparita così, nel nulla? Senza dirmi nemmeno "ciao"?

Vedo alla porta una figura… Don Gennaro il bidello (all'epoca si chiamavano così, oggi non so) fa un cenno con la testa, mi porta fuori con fare misterioso, come un carbonaro pronto all'azione. Che sia un messaggio di lei recapitato a voce (anticipando di decenni i vocali di Uozzapps).

Mi sussurra sottovoce (ho il cuore pronto a saltare e urlare di gioia): «Guaglio', che mano usi per scrivere?». Non capisco ma rispondo: «La destra, perché?».

«Se trovo un'altra scritta sul banco, ti spezzo la sinistra così sentirai dolore ma potrai continuare a fare il compito di matematica. Ci siamo capiti guaglio'?».

Don Gennaro mio, vi siete perso l'occasione di dire che quello che ha inventato Feisbùk lo conoscevate di persona e, cosa ancor più grave, mi avete impedito di diventare vergognosamente ricco e famoso.

Un urlo nella notte

17 dicembre 2018 ore 16:05 segnala


Ore 00,15. 25 dicembre. Interno notte. Freddo. Buio. Silenzio.

Sono a letto e dormo. Al mio fianco, questa volta, c'è la bellissima Barbara. Sento uno scricchiolio dell'asse del pavimento. Lieve e impercettibile ma è da quando tornai dal Viet-nam che il mio sonno non è più lo stesso. Da allora ho sempre a portata di mano la mia Beretta calibro nove. La stringo fra le mani e richiudo gli occhi.

Un altro scricchiolio. Non può essere un caso. C'è qualcuno in casa. Scivolo dal letto come una pantera. Il colpo in canna. Pronto ad intervenire.

Scendo di soppiatto dal piano notte. Silenzioso e pronto a scattare. Mi accovaccio dietro al divano e… finalmente lo vedo. Il bastardo è sotto tiro. Travestito per camuffare il volto e un sacco carico di refurtiva. Sono pronto ad intimare l'alto là. Dietro di me un urlo squarcia la notte. Lo sparo di un fucile a pompa. L'intruso non è più. Disintegrato da una valanga di pallettoni di piombo.

Mi giro costernato, l'autrice dell'esplosione è lei, Barbara D'Urso. Il suo sguardo a metà fra quello di una bambina spaventata e di un killer a sangue freddo.

«Cristo santo Barbie, che cazzo hai combinato?».
«Era un intruso, tesoro, ho dovuto sparare, non avevo alternative».

Mi avvicino al fottuto intruso e mi si gela il sangue.
«Barbie. cazzo, chiama Alfonso Signorini».
«Ma perché amore, era un intruso con cattive intenzioni. Di notte. In casa. Con il Decreto Sicurezza non mi faranno nemmeno parlare con il magistrato. Sono a posto». Sorride.

«Ti ho detto chiama Alfonso, cazzo» mi giro verso di lei «Non era un fottuto albanese del cazzo, Barbi, hai sbriciolato il ventre di Babbo Natale».

Porta le mani alla bocca. È sgomenta. «E ora?».
«Chiama Alfonso ti ho detto, questa storia va insabbiata. Chiama anche quel parruccone di Platinette. Stasera dovrà vestirsi di rosso e fare un giro in macchina con me, abbiamo un po' di consegne da fare prima dell'alba».

La sento allontanarsi nel buio.
«Stanotte sarà una lunga notte» sussurro «stanotte mi tocca salvare il Natale».
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« immagine » Ore 00,15. 25 dicembre. Interno notte. Freddo. Buio. Silenzio. Sono a letto e dormo. Al mio fianco, questa volta, c'è la bellissima Barbara. Sento uno scricchiolio dell'asse del pavimento. Lieve e impercettibile ma è da quando tornai dal Viet-nam che il mio sonno non è più lo stesso...
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Adesso basta

14 dicembre 2018 ore 15:09 segnala


Ehi amici, stavolta avete rischiato grosso. Davvero.

Sapete, alti papaveri eruoburocrati del cazzo, gli italiani hanno una dignità. E sono pure un poco incazzosi, cioè prendono subito le critiche e le opinioni sgradevoli nei loro confronti, anche se generalizzate, come un'offesa personale e allora scatta l'embolo e, tutti insieme leghisti e terroni, panckabbestia e militanti di casapaunds, romanisti e laziali, vegani e carnivori, fanno fronte comune. Si alzano le maniche e vengono a sfracagnarvi di mazzate lì nei vostri eleganti uffici di Brussels.

Io lo dico per te, amico, a te che sei il capo indiscusso della banda. Quanto a parole sarai più pungente di una vespa ma sinceramente, Giunchers, non ti vedo come uno che sa come menare le mani. Fossi in te, rettificherei la mia dichiarazione sull'Italia, i relativi abitanti e lo sforamento deficit-Pil. La farei un po' più morbida… darei la colpa ai traduttori, direi una cosa tipo: «le mie dichiarazioni sono state travisate ed estrapolate dal contesto che se andate a vedere volevano dire l'esatto opposto, che poi io a voi del Sud vi adoro, ma ci mancherebbe…» (confronta ad esempio qualche rettifica di qualche bravo parlamentare italiano, fai tu, uno a piacere).

Insomma cercherei di metterci una pezza. Non dico per me ma per te, amico. Per la tua incolumità e quella dei tuoi sodali. Quanto a me, qui dalle mie parti lo sanno tutti, io sono un tipo tranquillo. Raramente m'incazzo e mai userei la violenza per far valer le mie idee (com'è quella cosa che non sono d'accordo con te ma darei la vita per farti esprimere liberamente la tua opinione…).

E poi, posso affermarlo con certezza assoluta, io ho fondato la mia vita su quattro pilastri incrollabili:

1. Reddito di cittadinanza.
2. Falanghina ghiacciata.
3. Mignotte.
4. Droga.


Quindi, in linea di massima, sono d'accordo con le tue critiche alla nostra Legge di Bilancio e all'uso scellerato del danaro pubblico, ma datevi una calmata, il 2,04 è il massimo, poi scatta la rissa. Quanto al resto, ti abbraccio caro amico mio e ora vado che nel bordello qui vicino casa mia hanno appena stappato una bottigliuccia di quello buono ma prima passo ad incassare il sussidio.

Una pacata protesta

05 dicembre 2018 ore 12:34 segnala


«Vaffanculo amico, dico sul serio Blatter, vaffanculo».

Quest'anno quelli dei poteri forti mi avevano assicurato il pallone d'oro.
Dice: «Apri un blog, scrivi cose leggere, non inimicarti politici o alti papaveri della finanza mondiale, fai qualche palleggio in pubblico, gioca un paio di partitelle a calcetto, guarda quante più gare di Scempion Ligg su Scai e vedrai che nel 2018 il trofeo sarà tuo».

«Io ti ho creduto, amico, e tu mi hai tradito. L'avessi dato a Ronnie avrei capito ma a Lucas, cazzo no! Un ex immigrato clandestino, ma allora vuoi sfottere. Lo sai come la penso».

Dice: «Sai in Italia c'è un casino con la Legge di bilancio, lo spread, il deficit. Una figura di merda dietro l'altra. Poi la crisi globale, il riscaldamento globale, le guerre. E Tramp, e i gilet gialli. Una serie di casini dietro l'altro. La ggente stava cominciando a guardare al mondo come si guarda a una "Casa albergo per anziani", ovvero un misto di pietà e disgusto, e allora dovevamo fare qualcosa di strepitoso, sviare l'attenzione dell'opinione pubblica visto che Asia e Fabrizio si sono mollati».

Ma non capisco, proprio a me dovevate soffiarmi il Pallone d'oro?
Dice: «Ti diamo Sanremo».
«E 'sti cazzi!» rispondo, che poi porta pure male.
«Allora ti diamo cinquanta milioni di dollari».
«Ma non è una questione di soldi, amico».
«Occhei Anguilla, siamo in debito con te, l'abbiamo fatta grossa, ti mettiamo su un piatto d'argento la presidenza dell'ONU. Eh, che te ne pare?».
«Mhhh».
«E anche l'Oscar® come miglior regista… dai lo so che stai sorridendo».
In effetti sorrido. «Vaffanculo amico, aggiungici anche un Toblerone e l'affare è fatto».

«È bello fare affari con te Anguilla».
«Vaffanculo Bla', fammi un altro scherzo del genere e ti riempio di piombo quel cazzo di testone che ti ritrovi».
«Non puoi amico» dice ridendo.
«E perché non posso?».
«Tu mi ami, amico».
«Amavo anche JFK… shhhhhh».
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« immagine » «Vaffanculo amico, dico sul serio Blatter, vaffanculo». Quest'anno quelli dei poteri forti mi avevano assicurato il pallone d'oro. Dice: «Apri un blog, scrivi cose leggere, non inimicarti politici o alti papaveri della finanza mondiale, fai qualche palleggio in pubblico, gioca un pa...
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Ciao Bernardo

27 novembre 2018 ore 11:13 segnala


Alla notizia della sua dipartita mi sono ricordato questo aneddoto che voglio condividere con tutti i miei lettori.

Era il 17 giugno del 1927 e stavo tranquillamente passeggiando lungo l'Hollywood Boulevard pensando ai fatti miei e meditando sul fatto che il popolo vuole pane e lavoro, non sciampagne e caviale e non riuscivo a capire questa contraddizione poiché chi chiede i primi due spesso fa una vita di fame e di stenti e di privazioni mentre chi chiede i secondi è solito passarsela egregiamente. Pensavo, ma se smettessero di ordinare pane e lavoro e cominciassero a ordinare sciampagne e caviale, non sarebbe meglio?

Mentre ero intento a dipanare queste elucubrazioni filosofico-finanziarie, circondato dai miei dodici follower che portavano con sé pani e pesci si avvicina al nostro gruppo un attempato signore distinto.

Il suo trench e il suo cappello me lo fecero catalogare come uomo al di sopra della media. Si mise a seguirci silenzioso e discreto. Ogni tanto mi guardava ma per brevi attimi per poi tornare a passeggiare con il suo viso arrossito dal caldo e dalla timidezza.

Piano piano lo vidi conquistare posizioni come uno stanco ma indomito maratoneta e avvicinarsi al mio fianco fino al punto da afferrare il mio braccio destro e camminare a braccetto con me in totale silenzio. Arrivammo, così stretti, sul prato della villetta di Bob De Niro, mio fraterno amico.

Prese coraggio e facendo cenno di avvicinare l'orecchio alla sua bocca, mi sussurro parole rotte dall'emozione: «tu hai ispirato tutto il mio lavoro, tutta la mia opera, ogni singola parola, dialogo, inquadratura. Tu sei l'artefice della mia fama e del mio successo ma c'è una cosa che desidero dirti più di ogni altra cosa… il monologo finale del Té nel deserto sono parole che copiai dalla tua agendina color indaco. Perdonami amico».

Sorrisi e tanta sincerità mi commosse. Gli strinsi la mano come si potrebbe fare con un vecchio e amato nonno: «Lo so Bernie. L'ho sempre saputo e ti ho già perdonato».

Ormai piangevamo senza freni e senza preoccuparci di Bob che in calzoncini cachi e canotta rosa ci guardava perplesso mentre innaffiava le begonie.

Ci abbracciammo forte e dopo esserci baciati le mani in segno di rispetto lui andò via verso la luce del sole che m'impedì di capire che direzione avesse preso. I miei dodici follower si guardavano stupefatti mentre io sorridendo a De Niro gli urlai: «Forza Bob, coglione, apri queste cazzo di birrette che ho sete».
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« immagine » Alla notizia della sua dipartita mi sono ricordato questo aneddoto che voglio condividere con tutti i miei lettori. Era il 17 giugno del 1927 e stavo tranquillamente passeggiando lungo l'Hollywood Boulevard pensando ai fatti miei e meditando sul fatto che il popolo vuole pane e lavo...
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Nazionale senza filtri - Una storia di riscatto

21 novembre 2018 ore 07:15 segnala



Il telegramma era chiaro e perentorio. "Necessario assumere comando. Stop. Gli uomini abbisognano di cambio al vertice. Stop. Attendoti a Coverciano. Stop.".

Quando il Presidente chiama, si sa, non ci sono altre risposte che "Sì, eccomi". E così preparai la mia borsa e salpai per la Toscana a bordo del mio veliero con l'esotico nome "Il crumiro". Un trecentoventidue metri di legno pregiato e finiture in ottone, una cosina giusto per andare a pesca di cefali.

Giunto a destinazione mi trovai in una situazione imbarazzante, una dozzina di giovinotti male assortiti che pendevano dalle mie labbra speranzosi che li avessi portati alla vittoria, finalmente. Uno spettacolo ripugnante.

Non volli scoraggiarli ma il materiale umano messomi a disposizione era già di per sé una fetenzia e la gestione Ventura-Mancini aveva dato il colpo mortale a quei poco più che adolescenti tiracalci. Sbuffai pensando a una soluzione: il 4-3-3, il 3-4-3 o il 3-4-2-1? Optai per il classico 1-1-8. Quei ragazzi non avevano speranze. Il suicidio era certo la soluzione più dignitosa e forse meno dolorosa.

Riuscii a imbastire uno schifo di strategia per contenere l'avversario ma lo sapevo che contro quei fottuti Marines avremmo fatto una pessima figura. Lacrime e sangue. A un'altra clamorosa sconfitta eravamo destinati o al massimo al solito sterile pareggio.

Quando toccammo il terreno di gioco, l'urlo dei cinquantasette tifosi, dico la verità, mi fece uno strano effetto. Sarà stata l'emozione, il calore del pubblico, la magnifica giornata di sole… ma per un attimo, solo per un breve attimo pensai che forse la vittoria non era poi così impossibile. Per un attimo. Guardai i miei ragazzi e mi preparai al peggio.

Per 137 minuti stringemmo i denti e, chiusi a difesa della porta, cominciammo a valutare lo zero a zero come il miglior risultato ottenuto in quel dannato pomeriggio di un giorno da cani.

Quel cazzo di fallo di mani in area ad opera del terzino sinistro al 184° frantumò i nostri sogni di gloria ma… ogni buon giocatore di poker sa benissimo che non è finita fino a quando hai un maledetto dollaro da puntare. E il nostro dollaro si chiamava Ascanio.

Il rigore era sacrosanto. Quando Johsonn partì con la rincorsa era certo di segnare, il karma non sbaglia ma Ascanio, cazzo se il karma sbaglia, quel giorno aveva fatto la manicure e con l'unghia posticcia del dito medio riuscì a respingerla sul palo.

Palo, traversa, palo, bandierina dell'angolo, palo, traversa, schiena di Jobim (con passaporto italiano), alluce di Ascanio, tacco di Amaranto, bandierina del segnalinee, naso di Underforth e goooool. Fischio finale e via tutti negli spogliatoi.

Fui, come si conviene, portato in trionfo dai miei ragazzi e mentre mi lanciavano in aria per riprendermi, come un novello influencer attivo su IuTubb, un pensiero profondo e dolorosamente commovente mi saliva dal cuore: "Ma che cazzo ci faccio qui fra undici uomini sudati ed esaltati. Io volevo fare solo la ballerina classica.".
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« immagine » Il telegramma era chiaro e perentorio. "Necessario assumere comando. Stop. Gli uomini abbisognano di cambio al vertice. Stop. Attendoti a Coverciano. Stop.". Quando il Presidente chiama, si sa, non ci sono altre risposte che "Sì, eccomi". E così preparai la mia borsa e salpai per l...
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Giallo-Rosa Napoletano

17 novembre 2018 ore 12:50 segnala


"È nel dedalo delle viuzze e dei vicoli di Napoli che ti rapirò".

Si trovò questo bigliettino nella borsa non sapendo minimamente come potesse esserci arrivato. Era ferma all'Autogrill La Macchia Ovest con suo marito e prendendo il portafogli lo vide. La grafia era gradevole, precisa, chiara. Chi aveva scritto quelle parole sapeva cosa voleva e lo avrebbe ottenuto. A tutti i costi.

Non ebbe paura ma sorrise. Improvvisamente il viaggio verso Napoli le sembrò non finire mai. Era impaziente ed eccitata. Si sentiva una ragazzina e, quella mattina, mentre sorseggiava il caffè, lo era veramente.

Arrivata nell'albergo del centro storico, una sistemazione romantica che catturava profumi e suoni di una città che non riposa mai, non vedeva l'ora che il tour cominciasse. Ma per quel giorno non era previsto altro che una cena in una tipica trattoria napoletana.

Non aveva fame. Mangiò di gusto per non destare sospetti, ma fremeva. Il tempo sembrava allungarsi a dismisura. Le risate e le chiacchiere del locale scivolavano attraverso le orecchie. Il cuore batteva sempre più velocemente. Desiderava solo che lui pagasse il conto e rientrassero in albergo per dormire.

Cartina alla mano, l'itinerario segnato, le cose da vedere erano tante e il tempo poco. Giusto il tempo di un caffè, avrebbero preso qualcosa da mangiare strada facendo. Desiderava uno di quei dolci fatti con ricotta e canditi… la sfogliatella. Si una scorza croccante con un cuore morbido e dolce, un po' le somigliava.

Il sole illuminava stradine, cose, persone. Napoli era viva e come la vita è un misto di sensazioni a tratti esaltanti e talvolta spaventose (soprattutto quando sobbalzava al rumore di motorini che sfrecciavano fra uomini, donne e bambini di ogni razza e lingua).

Uno sguardo alle bellezze nascoste nei vicoli, alle vetrine, alle donne (le vajasse come le chiamano qui) che squadrano ogni viso sconosciuto come per farsene un' idea, per ravvisare un nemico o un amico.

La folla. Tanta folla. Tanta confusione. Nei vicoli si cammina a fatica, ci si contende la strada, i centimetri, con gl'indigeni e gli stranieri (e' furastier'). Il cuore di lei batte sempre più forte, e l'ansia è a livelli insopportabili. Lui le cammina a fianco distratto. Tutti sono distratti, solo lei ha l'attenzione della preda nel territorio di caccia sbagliato.

Una mano la trattiene per un braccio ma non con violenza piuttosto con dolcezza. Un uomo, che afferrandola, comincia a rallentare e a rallentarla. La folla è tanta e li risucchia. Nessuno si accorge di nulla. Nemmeno lui che continua a chiacchierare e a guardare le bancarelle.

Pochi secondi e sono avvolti dalla folla come naufraghi in mare. Scompaiono. Lei non si gira, sorride e si lascia trascinare. Non sta annegando, sta respirando. Il cuore torna a battere ad un ritmo normale come non lo faceva da tempo.

Sono fermi e la folla gli scorre intorno. Scoglio nel mare. Ecco, ora può girarsi. Il più è fatto, La pazzia è compiuta. Si guardano come due ciechi che recuperano la vista. Sorridono.

In un punto della città, definito da precise coordinate geografiche in un mondo vasto come l'universo, due persone diverse fra loro, provenienti da due punti diversi della vita sono giunti finalmente a casa.
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« immagine » "È nel dedalo delle viuzze e dei vicoli di Napoli che ti rapirò". Si trovò questo bigliettino nella borsa non sapendo minimamente come potesse esserci arrivato. Era ferma all'Autogrill La Macchia Ovest con suo marito e prendendo il portafogli lo vide. La grafia era gradevole, precis...
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A VOLTE RITORNANO

16 novembre 2018 ore 09:07 segnala


Ehi amico, io lo sapevo che non eri morto. Lo capii subito. Il posto, la dinamica, il movente… non mi quadrava niente. In effetti il tuo cadavere c'era ma, non so, mi sembrava strano. Tutto troppo. Troppo grasso, troppo molliccio, troppo sudore.

Quando gli sbirri del SiEssAi mi rivelarono che eri proprio tu in quel fetido cesso di Memphis, mi resi conto che quel 12 agosto era cominciato veramente di merda. E tutte le mie vacanze a Sacrofano erano andate bellamente a puttane.

Le indagini furono brevi. In effetti mangiavi come una discarica abusiva il peggio del peggio dei cibi spazzatura, bevevi come un pozzo senza fondo qualunque cosa contenesse alcool, sempre stravaccato su un divano a usare in un giorno tutte le sostanze che vendono in un mese a Scampya… il coroner considerava un miracolo il fatto che tu fossi arrivato vivo al 1977.

Ma a me qualcosa non quadrava. Eravamo uguali noi due, stessa creatività, stesso movimento pelvico, stessa condotta scellerata e io non mi sarei lasciato morire lì, seduto sulla tazza del cesso. Piuttosto avrei fatto saltare tutta la villa con tonnellate di fuochi d'artificio. Avrei scelto, e anche tu, un finale ad effetto.

Avevo ragione, amico. Io lo sapevo che non eri morto. Ne ho avuto la conferma qualche giorno fa. Ero impegnato ad interrogare Guggòl su come costruire una bomba sporca e, all'improvviso mi compare una foto. A molti sarebbe sfuggita la somiglianza ma a me no. Fratello puoi fottere tutti ma non Anguilla o almeno non per sempre.

Il tuo cazzo di diabolico piano ora mi è chiaro, ma come avrò fatto a non pensarci. Tu, nella tua lucida perversione, stanco di fingerti morto e in crisi di astinenza di popolarità hai rapito e ucciso un attorucolo italiano buono solo per le pubblicità della carta igienica e ne hai preso il posto.

L'amico Urtis ti ha plasmato il volto con sapiente maestria, l'amico Nowzaradan ti ha fatto perdere quei duecento chili in eccesso e sei tornato alla ribalta. Prima con particine, poi con ruoli sempre più importanti fino a diventare un attore con la A maiuscola.

Sei un grande figlio di puttana ma io non posso fare a meno di volerti bene, fratello. Ora mi aspetto che in diretta televisiva mondiale da Barbara toglierai il velo e dirai la verità

Quel giorno aprirò quella famosa Macallan “M” del 1940 che rubammo a Tramps per bere alla tua salute, amico, e alla nostra amicizia.

Ti voglio bene amico. Il mio amico Esuils Presl.
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« immagine » Ehi amico, io lo sapevo che non eri morto. Lo capii subito. Il posto, la dinamica, il movente… non mi quadrava niente. In effetti il tuo cadavere c'era ma, non so, mi sembrava strano. Tutto troppo. Troppo grasso, troppo molliccio, troppo sudore. Quando gli sbirri del SiEssAi mi rive...
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Esprimi un desiderio e poi soffia

14 novembre 2018 ore 09:18 segnala


– Ciao Anguilla, devo chiederti un favore grosso, ma grosso veramente.

– Oh Carletto, auguri di cuore amico. Settanta se non vado errato.

– Grazie fratello, ecco, non un favore ma un regalo dovresti farmi.

– Dimmi tutto amico.

– Lei, sempre lei. Quella non molla amico, e io mi sono rotto di fare il primo in linea di successione, cazzo, voglio assumermi le mie responsabilità, diamine. Voglio comandare. Non possiamo fare in modo che le capiti un incidente, ho fatto il segno delle virgolette con le dita, e così me la tolgo dalle scatole… Per carità la amo da morire, è pur sempre mia madre ma, cazzo, c'avrà 127 anni…

– Carlo, guarda che fare il sovrano non è più come ai tempi di nonna, non è che metti tasse, riscuoti balzelli, raduni crociate, tagli teste a tuo piacimento, concubine a strafottere. Ormai è solo una carica burocratica.

– In che senso?

– Ehhh in che senso, son carte da firmare, foto da fare, mani da stringere, sorrisi pure quando non c'hai voglia. Una rottura di palle, credimi ci sono passato. Se c'è lei tu puoi fare il pensionato d'oro, viaggi, cavalli - non intendevo quella - ma i purosangue, aerei privati, cene eleganti - ho fatto il segno delle virgolette con le dita -, insomma la bella vita senza responsabilità.

– Oh cazzo, amico… Ehm annulla il regalo e mandami la solita bottigliuccia di quello buono. Povera mamma, speriamo campi altri cento anni.
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« immagine » – Ciao Anguilla, devo chiederti un favore grosso, ma grosso veramente. – Oh Carletto, auguri di cuore amico. Settanta se non vado errato. – Grazie fratello, ecco, non un favore ma un regalo dovresti farmi. – Dimmi tutto amico. – Lei, sempre lei. Quella non molla amico, e io mi so...
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Un colpo audace - Tratto da una storia vera

12 novembre 2018 ore 07:28 segnala


Quella giornata di fine agosto faceva veramente caldo, me lo ricordo molto bene. Io e la mia banda eravamo annoiati e a corto di danaro, come al solito. Eravamo in cinque ma eravamo appesantiti come se fossimo quindici.

Io, mio fratello Eduardo detto Eddy, Gianluigi Buffon, Enrico Mentana e Platinette. Brutti ceffi, inutile specificarlo. Quando camminavamo sul marciapiede con la stessa arroganza di Tony Manero, le mamme mettevano al sicuro i bambini e le vecchine si facevano il segno della croce.

Per passare il tempo decidemmo di fare un giro in città per schiarirci le idee e fare un piano per tirar su grana facile. Molta grana. Molto facile.

Volevo tenere un profilo basso quindi per non dare troppo nell'occhio presi in prestito la Cadillac rosa di quell'ubriacone di Fred Buscaglione e cominciammo a girare in tondo ma di idee nemmeno a parlarne.

Il mio sguardo fisso sulla strada e le mani al volante mi rendevano il capo benché fossi il più giovane. Mi schiarii la voce e dissi: «Ragazzi, la vedo nera. Qui ci tocca andare dal messicano se vogliamo fare soldi facili».

Eddy, mio fratello, senza nemmeno guardarmi disse sprezzante: «Il messicano da quando ha in ballo quell'affare a Roma è diventato irriconoscibile. Troppi soldi, troppo potere, una banda con un sacco di marrani. Quello nemmeno ci offre un bicchierino, ci lancia i suoi addosso e son dolori». Eddy, è sempre stato quello con in piedi ben ancorati al terreno. Ti amo fratello, mi mancherai quando ti sparerò in testa, cazzo. «Sì, tesoro, eviterei l'opzione messicano» gli fece eco Platinette. Codardo parruccone!

Il messicano era l'unico a poterci aiutare. Il messicano, che poi era argentino in realtà ma diceva che "messicano" faceva più roba di film di Sergio Leone e io lo rispettavo per questo, era l'unico con le palle capace di aiutarmi nel mio folle piano.

«Quest'idea piacerà al messicano, pensavo di metter su una riunione mondiale nazional-popolare a sfondo religioso ma con un occhio a giovani e musica rock».

Enrico sorrise, «può funzionare amico, sì certo che sì e con l'indotto c'è da tirar su una vagonata di dollari». «Almeno 200 milioni fratello» gli fece eco Gianluigi che non riusciva a non infilare le mani nei capelli senza forfora.

«Ragazzi, cazzo, non possiamo metter su un teatrino del genere e sperare che i servizi segreti non ci rompano le palle» Eddy, caro e vecchio fratello mio dovrò sistemarti in un pilone di cemento prima o poi e dire che sei andato in pensione.

Passarono venti minuti di silenzio, solo il rombo dell'auto. Da dietro, alla mia destra sento Enrico come in trance: «Un concistoro fratello, tu vuoi organizzare un cazzo di concistoro con il messicano come regista», non lo vedevo ma potevo avvertire il suo sorriso di ammirazione.

«Di più fratello, di più, voglio organizzare un giubileo straordinario». Buffon sprofondò nel sedile pensando a come spendere la sua quota di duecento milioni di dollari. Platinette ed Eddy rimasero impassibili ma sarebbero stati dei nostri perché se questa cosa si doveva fare solo il messicano ci garantiva la buona riuscita.

«Prendi il telefono Gigi e chiamalo, digli che ho avuto un'idea e che preparasse la tequila, ai sigari ci penso io». Gigi prese il motorola 42 12 e cominciò a comporre il numero. Una vigorosa sterzata a U e puntai verso Roma nel più assoluto silenzio perché in un falsetto straordinario Platinette, come a voler festeggiare la vittoria, intonò September degli ErtUindenFair. Settembre, infatti, ormai era alle porte e noi stavamo per fare qualcosa di veramente grosso.

Stiamo arrivando Frank, stiamo arrivando fratello. Prepara quel completino bianco che ti sta da Dio, all'artiglieria ci penso io.
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« immagine » Quella giornata di fine agosto faceva veramente caldo, me lo ricordo molto bene. Io e la mia banda eravamo annoiati e a corto di danaro, come al solito. Eravamo in cinque ma eravamo appesantiti come se fossimo quindici. Io, mio fratello Eduardo detto Eddy, Gianluigi Buffon, Enrico ...
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12/11/2018 07:28:08
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