Una inaspettata giornata di sole

10 maggio 2019 ore 19:18 segnala


Quando Anguilla entrò al Ritz Hotel di Place Vandôme la vide seduta con lo sguardo perso nel vuoto. Aveva il suo caffè ma era nella tazza in attesa delle sue labbra.

Lei era seduta lì, ferma. Da troppo tempo.

Era stata a fasi alterne triste, arrabbiata, furiosa, preoccupata. E ora era lì, aspettava. Pensava. Non beveva il caffè.

Quando la vide gli tremarono le gambe. Aveva letto il suo messaggio in codice (smarrita gattina a Parigi). Era un messaggio triste e dolce, decise di correre il rischio e andare da lei. Spiegarle quello che era accaduto.

Anguilla le si sedette davanti, all'improvviso. Lei pensava fosse uno scocciatore. Alzò svogliatamente lo sguardo pronta a dire: «sparisci verme». Ma la frase le morì in gola. Troppe volte aveva immaginato quel momento ed ogni volta aveva una reazione diversa. Ora era realtà. Lui era davanti ai suoi occhi.

Il suo braccio destro partì per sferrare uno schiaffo potente (energia accumulata in mesi di logorante attesa). Ma lui lo fermò bloccandole il polso e posandole la mano sul tavolino del Ritz. Aveva un sorriso che la mandò in bestia e immediatamente partì il braccio sinistro. Ma Anguilla riuscì a fermare anche quello.

La lingua era libera e la usò: «Brutto figlio di puttana, dove, dove cazzo sei stato tutto questo tempo? Nemmeno una parola, un cenno per farmi sapere se eri vivo, morto, su una qualche cimiciosa spiaggia a passeggiare come un brutto figlio di puttana senza cuore… Ti odio Anguilla, ti odio profondamente».
«Quei maledetti russi – accennò lui – erano sulle mie tracce, la mia copertura era bruciata, e potevano facilmente arrivare a te, non volevo rischiare, mettere in pericolo anche te, non me lo sarei mai perdonato».

Lei si calmò ma era pronta ad aggredirlo ancora se avesse continuato a fare quel sorrisetto da… da… sì, da figlio di puttana. «Ora che si fa? – disse lei – I russi sono sempre sulle tue tracce?». «Sì – rispose lui – ma non avere paura, nessuno mi ha seguito». «Non ho paura, idiota, è solo per sapere cosa hai pensato di fare!». La fissò negli occhi senza sorridere. «Ti ho pensata molto, ma non potevo rischiare che ti scoprissero. È stata dura ma credo di esserci riuscito a non portarli diritti a te quei figli di puttana. Saperti al sicuro mi rende felice, lo sai».

«Sei uno stupido figlio di puttana, e ora pensi di cavartela così? Con quattro parole senza senso? E io, tutto il mio tempo sprecato? Le mie ansie? Le mie preoccupazioni? Sei un fottutissimo idiota!».

«C'è un volo fra due giorni, e uno il giorno dopo. Caracas e poi via a Nassau. Parto prima io e poi tu, se vuoi. Ti aspetterò lì per tre giorni e poi andrò alle Bahamas e ogni giorno farò una passeggiata sulla nostra spiaggia sperando di sentire profumo di felci».

Le strinse le mani e si alzò per andare… ma ebbe un tentennamento si abbassò verso di lei come per dirle un'ultima cosa all'orecchio. Un bacio leggero e delicato all'angolo della bocca. «Spero di passeggiare con te sulla sabbia di Grace Bay». Andò via.

Lo guardò confondersi tra la folla, come fumo nella nebbia. Lei sorrise, si alzò, mise gli occhiali da sole, uscì sapendo che non sarebbe più tornata al Ritz. Respirò l'aria fredda di una Parigi piena di sole. Sarebbe partita? Non lo sapeva ancora, ma ora non voleva pensarci, voleva solo godersi una inaspettata giornata di sole.
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« immagine » Quando Anguilla entrò al Ritz Hotel di Place Vandôme la vide seduta con lo sguardo perso nel vuoto. Aveva il suo caffè ma era nella tazza in attesa delle sue labbra. Lei era seduta lì, ferma. Da troppo tempo. Era stata a fasi alterne triste, arrabbiata, furiosa, preoccupata. E ora ...
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Discorsi sullo stato delle cose

30 aprile 2019 ore 07:14 segnala


Ieri ho incontrato Dio. No, non è stata una cosa trascendentale, niente pruni ardenti o robe scoppiettanti. Niente effetti speciali tipo film di fantascienza. È stato un incontro casuale e piuttosto tranquillo.

Cammino per il lungomare di Gaeta quando, solitario su una spiaggia, incontro questo vecchio pescatore. Barba lunga bianca e molto curata. Aveva l'aspetto di un pensionato che a stento arriva alla fine del mese.

Mi avvicino per vedere cosa avesse pescato e Lui mi fa: «Vieni figliolo, siediti che ti stavo aspettando».
«Salve, preso niente?». «Mah, giornata fiacca» mi fa Lui.

«Ti aspettavo Anguilla». Lo guardo perplesso: "Sarà un agente del Mossad", penso. «No non sono del Mossad» mi dice sorridendo. Sono preoccupato ma non più di tanto, ho la mia Beretta con il colpo in canna.

«Sono Dio». Ne sono stupito ma non posso trattenere la domanda: «Ebbene, Amico, perché cazzo peschi se puoi moltiplicarli?». Mi guarda perplesso come per chiederSi: “Già, perché?". Distoglie lo sguardo e prosegue: «Beh figliolo, non ero qui per pescare ma per riflettere». Mi siedo e prendo una birra dalla borsa frigo al Suo fianco. «Riflettere su cosa, Signore?».

Mi fa: «Hai sentito la storia di quei due che si sono presi a sediate in chiesa a Catania? Due omini del Comune che distruggono tutto». Sospira: «Prima, cazzo, erano i saraceni e mettere a ferro e fuoco le mie proprietà, oggi bastano due operai del catasto, cazzo! Come siete caduti in basso». Gli occhi si fanno lucidi.

Vorrei consolarlo ma effettivamente che cazzo Gli dici? Ha ragione su tutti i fronti. Tento con: «Beh Amico, forse è per questo che gl'infedeli dell'Isis non ci hanno ancora colpito, hanno affidato l'opera distruttiva a un esercito di impiegati comunali, ma quelli, con i miei uomini, possiamo monitorarli meglio e tenere la situazione sotto controllo».

Mi guarda con uno sguardo grato. Stappa una birra e brindiamo al poco tempo che resta all'umanità: «All'Apocalisse, figliolo». «All'Apocalisse, Amico».

La canna comincia a vibrare e Lui mi passa la Sua bottiglia e afferra il mulinello e comincia a tirare. Dev'essere qualcosa di grosso considerata la trazione che Lo tiene impegnato.

Dico: «Speriamo sia un cefalo bello grosso, Amico». È una spigola di almeno tre chili. Sono lievemente deluso. Lui mi sorride e mi dice: «Ti piacciono i cefali, figliolo? No problem».

Afferra il retino e cattura il pesce, me lo passa e sorridendo mi fa: «Non problem, figliolo, no problem».

Sorridiamo e brindiamo al cefalo appena catturato.
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« immagine » Ieri ho incontrato Dio. No, non è stata una cosa trascendentale, niente pruni ardenti o robe scoppiettanti. Niente effetti speciali tipo film di fantascienza. È stato un incontro casuale e piuttosto tranquillo. Cammino per il lungomare di Gaeta quando, solitario su una spiaggia, inc...
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La sofferenza di un vegano - Tratto da una storia vera

19 aprile 2019 ore 09:33 segnala


Non mi vergogno di dichiararlo pubblicamente anche se ciò mi fa soffrire.

Mi chiamano o' Vegano e mi tengono ai margini con toni di scherno e offese sussurrate alle orecchie degli altri commensali.

Sì, mi chiamano o' Vegano con l'intento di offendermi e farmi smettere con le mie convinzioni. Ma io non odio nessuno né cerco di fare proseliti disquisendo sulle ragioni della mia scelta. È un modo di vivere che ho scelto e ne rivendico il diritto a comportarmi secondo le mie convinzioni.

Mi chiamano o' Vegano perché quando mi arriva in tavola il piatto di braciata mista di carne sono l'unico della compagnia che mangia anche la rucola di guarnizione. Questo fa di me un vegano?

Ebbene, io non me ne vergogno, echeccazzo.
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« immagine » Non mi vergogno di dichiararlo pubblicamente anche se ciò mi fa soffrire. Mi chiamano o' Vegano e mi tengono ai margini con toni di scherno e offese sussurrate alle orecchie degli altri commensali. Sì, mi chiamano o' Vegano con l'intento di offendermi e farmi smettere con le mie co...
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Degenere umano - tratto da una storia vera

17 aprile 2019 ore 09:08 segnala


Presi coscienza della cattiveria del genere umano durante una proiezione estiva in un cinema all'aperto del film "Profondo rosso".

Le luci si erano appena spente quando sentii la brusca frenata di un'auto che procedeva a velocità elevata. Dal finestrino aperto un uomo urlò con tutto il fiato che aveva in gola: «L'assassinooooo è 'a mamma».

Avevo circa 13 anni.
Quella sera diventai uomo.
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« immagine » Presi coscienza della cattiveria del genere umano durante una proiezione estiva in un cinema all'aperto del film "Profondo rosso". Le luci si erano appena spente quando sentii la brusca frenata di un'auto che procedeva a velocità elevata. Dal finestrino aperto un uomo urlò con tutto...
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Alta velocità, il foro della discordia

13 marzo 2019 ore 08:40 segnala


Lo sapevo benissimo che quel fottuto buco in quella fottuta montagna avrebbe portato solo rogne. Fottute rogne.

Tutto filava abbastanza liscio, certo qualche rissa si era verificata in quella turbolenta unione a tre, ma erano fisiologiche. Ognuno di noi tre voleva averla sempre vinta e quindi qualche scazzottata era inevitabile. Ma bastava una buona bevuta e qualche medicazione e si andava avanti.

Quel caldo pomeriggio, seduti al tavolo unto e bisunto di quella fetida taverna, capii subito che le cose si sarebbero messe male, anzi malissimo. Matt e Luis giocavano svogliatamente a poker e io versavo whisky di pessima marca tenendoli d'occhio pronto a scattare al minimo accenno di rissa. Ma non ci fu alcuna rissa e questo mi confermò che le cose stavano andando di male in peggio.

Matt soffiò in alto il fumo del suo sigaro e sputacchiò tabacco. Luis bevve un sorso per prendere coraggio e disse: «Non ci sarà alcun buco, il danaro serve per altro».

Matt sghignazzò: «col cazzo, fratello, il buco si farà. In questa storia non mollo di un pollice. A costo di far saltare tutto, amico, ma il foro lo faremo a costo di prendere picconi e pale e lavorarci tutta la fottuta notte con i miei uomini».

«Fanculo Matt, ho ceduto sulla storia dello sceriffo e del processo ma ora basta, i miei fratelli stanno diventando nervosi. Il buco in quella cazzo di montagna non lo farai».

Un sorso di quella schifezza che il barista si ostinava a chiamare whisky e cominciai a pontificare: «Cazzoni, ma come ve lo devo dire che dobbiamo trovare un punto d'accordo, un'intesa. Qui rischiamo tutti la forca. Oggi troveremo la soluzione e andremo avanti con il lavoro serio».

Mi guardarono entrambi con odio e capii che era giunto il momento della resa dei conti. Tirammo dalle fondine logore le nostre colt 45 e ce le puntammo l'uno contro l'altro. Il locale era vuoto, i beoni che solitamente lo frequentavano capirono che quel pomeriggio sarebbe diventato troppo caldo per i loro gusti e si dileguarono.

In quel silenzio assordante ognuno di noi puntava sull'altro un cannone luccicante e voglioso di fare boom. Il sudore colava a gocce grosse sulle nostre facce irsute. Le mani erano ferme e lo sguardo di ghiaccio. Il cuore pulsava a mille. Nessuno avrebbe ceduto. La situazione era grave. Bastava un niente per scatenare l'inferno.

Joe entrò con la calma di un serpente consapevole che una minima scossa avrebbe fatto partire una sparatoria mortale. «Ehi, fratelli, che cazzo state facendo? Mettete giù quei cannoni e risolviamola da persone mature».

Senza distogliere lo sguardo da Luis e Matt mi rivolsi al ragazzo: «Figliolo, se non te ne fossi accorto, noi qui siamo in riunione. Come potrai notare siamo bloccati in un cazzo di stallo alla messicana, quindi se non hai cose rilevanti da comunicare, sarebbe bene che tu andassi fuori, figliolo, e aspettassi che questa faccenda del fottuto buco del cazzo si risolva».

«Il buco???» Il giovane Joe prende un sospiro e poi comincia a dire con voce tremante: «ho la soluzione, un'idea geniale ed economica che non scontenterà nessuno».

«Parla, figliolo, e fa che sia una buona idea perché qui le cose si sono messe abbastanza male».

«Okay, Anguilla. Luis non vuole il buco. Matt vuole il buco. A te non frega un cazzo, tu vuoi solo il potere… ebbene, ho un amico, un artista. Gli facciamo dipingere sulla facciata di quella fottuta montagna un tunnel, tanto non ci passerà mai un cazzo di treno e tutti sarete soddisfatti. Nessuno vince ma… nessuno perde».

Cazzo, l'idea poteva funzionare. Matt sorrise. Luis sorrise. Io sorrisi. Il ragazzo sorrise. Ci puntavamo ancora i cannoni ma la tensione si stava allentando. Io ero il più vecchio del gruppo e quindi toccava a me chiudere la faccenda: «Ehi, bastardo di un oste, portaci una bottiglia di acqua di fuoco e quattro bicchieri che dobbiamo brindare al ragazzo e alla sua cazzo di una fottutissima idea geniale».

Fu così che tutto il paese comincio a respirare un'aria nuova. L'aria della ripresa. L'aria della riconciliazione. L'aria dell'amore.
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« immagine » Lo sapevo benissimo che quel fottuto buco in quella fottuta montagna avrebbe portato solo rogne. Fottute rogne. Tutto filava abbastanza liscio, certo qualche rissa si era verificata in quella turbolenta unione a tre, ma erano fisiologiche. Ognuno di noi tre voleva averla sempre vint...
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First class woman - Otto marzo 2019

08 marzo 2019 ore 07:42 segnala


Io vi amo, oh donne.
Vi sposerei tutte, se potessi ma già l'ho fatto due volte e… insomma… direi che non sia il caso di continuare. Lo dico per voi, neh.

Le caramelle geleé al limone erano finite, quei dannati di TrenItalia le hanno acquistate tutte per farne omaggio alle donne che viaggiano in prima classe.
Un biglietto = una caramella-

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« immagine » Io vi amo tutte, oh donne. Vi sposerei tutte, se potessi ma già l'ho fatto due volte e… insomma… direi che non sia il caso di continuare. Lo dico per voi, neh. Le caramelle geleé al limone erano finite, quei dannati di TrenItalia le hanno acquistate tutte per farne omaggio alle donn...
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Strani amori

14 febbraio 2019 ore 12:18 segnala


Oggi è San Valentino e si festeggia l'amore, ebbene, in questo romanticissimo giorno voglio raccontarvi di una storia d'amore bellissima e travagliata. Una di quelle storie che raramente finiscono bene ma che nonostante tutto non potranno mai essere cancellate dal cuore dei protagonisti.

Vado a raccontare.

Ok, mi arriva questo sms che non leggo subito. Diamine erano le 3 e 40 di un venerdì mattino del marzo 1961. Avrei dovuto lavorare duro quel fine settimana, c'erano un paio di crisi internazionali da risolvere, e quei maledetti cubani… sempre pronti a menar le mani.

Era la mia carissima amica Briscitt, una francesina bellissima.

«Voglio farti conoscere due tipi che suonano meravigliosamente, organizziamo una festa? Suonate tutta la notte per me…». All'epoca ero un batterista piuttosto famoso.

Pur volendo, come facevo a dire di no a quel delizioso accento parigino? Ma vi rendete conto? A quel faccino come fai a dire "no"?

E fu così che l'8 aprile del 1961 conobbi Deriloll e Gionozz. E rimanemmo amici per tanto, tanto tempo. Suonavamo come forsennati pezzi scritti da me o Gionozz (Deriloll purtroppo non sapeva scrivere perché per motivi di famiglia si era fermato alla seconda elementare e farci capire un intero brano con mmmmmm era veramente complicato quindi lui era esentato dalla fase creativa).

Tutti e tre volevamo disperatamente farla innamorare. Ma… voi l'avete vista bene Briscitt, e avete visto bene noi tre? Non avevamo alcuna speranza.

Solo di una cosa eravamo certi quella memorabile notte, centinaia di uomini potevano conquistarla ma nessuno sarebbe riuscito a farla sorridere come facemmo noi quando attaccammo con… Eeeee… uan, tu, uan, tu, tri.

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« immagine » Oggi è San Valentino e si festeggia l'amore, ebbene, in questo romanticissimo giorno voglio raccontarvi di una storia d'amore bellissima e travagliata. Una di quelle storie che raramente finiscono bene ma che nonostante tutto non potranno mai essere cancellate dal cuore dei protagoni...
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Horror Festival - Tratto da una storia vera

07 febbraio 2019 ore 09:44 segnala


Da quando non gli avevano rinnovato il contratto Beppe non era più lo stesso. Diceva che si sentiva messo da parte dopo tutto quello che aveva fatto. Le nuove leve, le chiamava così queste orde di giovani ignoranti e senza Dio, le odiava a morte ma mai avrei pensato che si spingesse a tanto. Non era immaginabile, quella mattina prima di fare colazione insieme, che avrebbe fatto un viaggio all'inferno portandosi dietro anche me.

Il Festival procedeva tranquillamente ma Beppe lo vedevo agitato, per questo motivo gli sconsigliai con tutte le mie forze di recarci a Sanremo. Diceva che respirare aria di mare gli avrebbe fatto bene. Rivedere quei luoghi in cui era stato felice gli avrebbe calmato il cuore. Decisi di accompagnarlo perché, diamine, gli amici non si lasciano soli. Lui, Beppe, avrebbe fatto lo stesso con me.

Gironzolavamo come due attempati perdigiorno in attesa del famoso e fumoso Reddito di Cittadinanza e al calar della sera ci ritrovammo all'esterno del teatro. C'era una calca terribile. Fan ululanti in attesa dei loro beniamini. Adorazione allo stato puro.

Beppe era stranamente calmo e disinteressato. Pensai che forse stava guarendo. Mai pensiero fu più sbagliato. Nel giro di pochi minuti il mio caro amico diventò Satana in persona.

Aprì il suo cappottone e sganciò un AK47 con un doppio caricatore, mi guardò con un sorriso ammaliante e urlò: «Amico, goditi la festa». Cominciò a sparare raffiche precise mirando alle star che stavano all'ingresso.

Ogni raffica era seguita da un urlo: «Bastardi, morite, avete rubato il mio palco, avete infangato la mia musica» e giù un'altra. Lo guardo ma non lo riconosco affatto, il mio caro, vecchio, timido amico Beppe.

Mentre inserisce un altro caricatore lancia in rapida successione due granate e mi urla: «Stai giù coglione», poi mi lancia un altro AK47 e mi fa cenno di sparare. Sono bloccato. «Coglione, spara. Su quel palco dovevo starci io e ti avrei portato con me a dirigere il Festival».

Sarà stata l'adrenalina, la mia voglia di presentare al posto di Claudio ma comincio a premere il grilletto e a fare fuoco anch'io urlando: «Bastardi, il Festival era nostro».

Ma ecco che, tra il fumo, le fiamme e le urla vedo uscire Pippo Baudo. L'odio e il furore sono i miei padroni assoluti. Miro al vecchio spilungone e sparo un intero caricatore. Il vegliardo marcia senza scomporsi verso di noi con due occhi scintillanti da pazzo. Beppe smette di sparare mentre io ricarico e continuo a fare fuoco.

Pippo si avvicina inesorabilmente e io non capisco… non muore. Lo colpisco ma non muore. Il siciliano apre il suo smoking e tira fuori una katana e la fa roteare sopra la testa. Sorride. «Il tuo amico non ti ha detto che sono immortale?» mi giro verso Beppe che mi guarda sconsolato. «Non sai che sono un highlander, coglione?».

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« immagine » Da quando non gli avevano rinnovato il contratto Beppe non era più lo stesso. Diceva che si sentiva messo da parte dopo tutto quello che aveva fatto. Le nuove leve, le chiamava così queste orde di giovani ignoranti e senza Dio, le odiava a morte ma mai avrei pensato che si spingesse ...
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Lo faccio o non lo faccio

01 febbraio 2019 ore 12:51 segnala


Il Missisippi è meraviglioso in questo periodo dell'anno. Amavo pescare nelle sue acque limacciose e calde. Da innumerevoli anni la mia famiglia (intendo tutti i rami) aveva un conto in sospeso con quel bastardo di Jack, un pescegatto di almeno 50 chili di cattiveria e furbizia.

Fu Jack a mangiarsi il piede destro di zio Joe, un bastardo vecchiardo più cattivo del pescegatto ma meno furbo. Lo odiavamo a morte Jack (anche zio Joe ma siccome era della famiglia non potevamo non vendicarlo).

Quel sabato mattina ero a pesca ma era solo un pretesto. La famiglia mi aveva designato a parlare con il cugino Matthew (del ramo dei Salveenee delle pianure del Montana) per capire le sue intenzioni riguardo i guai con lo sceriffo.

Aveva deciso di consegnarsi e affrontare il giudice Snacke, altro figlio di puttana, bastardo e cattivo come Jack, forse un po' di più. Ma poi all'ultimo momento con la baldanza tipica della nostra famiglia si tira indietro. «Che mi vengano a prendere lo sceriffo e i suoi maledetti scagnozzi, io non mi faccio processare finché ho piombo nel mio Winchester».

Questa situazione stava creando non pochi problemi alla famiglia, si rischiava una spaccatura insanabile e nonno Frank non avrebbe sopportato questo dolore.

Alla quinta birra decisi che era il momento giusto per parlare: «Allora Matt, figlio di puttana, che pensi di fare con lo sceriffo. In famiglia siamo tutti preoccupati, dovresti consegnarti e farti processare da Snacke. Noi saremmo al tuo fianco e ne usciresti a testa alta. Nonno Frank, lo sai, ti vuole più forte e più autorevole soprattutto ora che dobbiamo vedercela con la famiglia Goofie per la questione del debito».

Matt, beve, guarda il fiume e non dice parola. Restiamo così ancora un paio di birre poi si gira verso di me, sorride e mi dice: «No amico, io non mi faccio processare. Vaffanculo lo sceriffo e quel frocio di Snacke. Io sono un altro rispetto a quando ho detto che avrei affrontato la giustizia».

«In che senso sei un altro, fratello?».

Non parla, guarda il fiume, stappa una lattina e dopo una lunga sorsata mi mostra un documento di riconoscimento. Lo guardo attentamente. Leggo il nome. Alfred Zicowsky. Incrocio i suoi occhi perplesso.

Il suo sorriso si allarga di altri venti centimetri. «Me lo ha fatto avere un mio amico italo-brasiliano, un certo Cesare. Dice che starò tranquillo per almeno una pacchettata di anni girando col nome di Zicowsky. Alfred Zicowsky».

Si gira verso di me con l'aria furbetta di chi sa che anche stavolta la passerà liscia e mi dice: «Alfred Zicoswsky… ma tu puoi chiamarmi Al». Prese il suo zufolo e comincio a suonare.

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Memoria

27 gennaio 2019 ore 09:41 segnala


Oggi si celebra "La Giornata della Memoria" in modo improprio poiché, a dire il vero, la stragrande maggioranza non si ricorda un cazzo!
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