Nazionale senza filtri - Una storia di riscatto

21 novembre 2018 ore 07:15 segnala



Il telegramma era chiaro e perentorio. "Necessario assumere comando. Stop. Gli uomini abbisognano di cambio al vertice. Stop. Attendoti a Coverciano. Stop.".

Quando il Presidente chiama, si sa, non ci sono altre risposte che "Sì, eccomi". E così preparai la mia borsa e salpai per la Toscana a bordo del mio veliero con l'esotico nome "Il crumiro". Un trecentoventidue metri di legno pregiato e finiture in ottone, una cosina giusto per andare a pesca di cefali.

Giunto a destinazione mi trovai in una situazione imbarazzante, una dozzina di giovinotti male assortiti che pendevano dalle mie labbra speranzosi che li avessi portati alla vittoria, finalmente. Uno spettacolo ripugnante.

Non volli scoraggiarli ma il materiale umano messomi a disposizione era già di per sé una fetenzia e la gestione Ventura-Mancini aveva dato il colpo mortale a quei poco più che adolescenti tiracalci. Sbuffai pensando a una soluzione: il 4-3-3, il 3-4-3 o il 3-4-2-1? Optai per il classico 1-1-8. Quei ragazzi non avevano speranze. Il suicidio era certo la soluzione più dignitosa e forse meno dolorosa.

Riuscii a imbastire uno schifo di strategia per contenere l'avversario ma lo sapevo che contro quei fottuti Marines avremmo fatto una pessima figura. Lacrime e sangue. A un'altra clamorosa sconfitta eravamo destinati o al massimo al solito sterile pareggio.

Quando toccammo il terreno di gioco, l'urlo dei cinquantasette tifosi, dico la verità, mi fece uno strano effetto. Sarà stata l'emozione, il calore del pubblico, la magnifica giornata di sole… ma per un attimo, solo per un breve attimo pensai che forse la vittoria non era poi così impossibile. Per un attimo. Guardai i miei ragazzi e mi preparai al peggio.

Per 137 minuti stringemmo i denti e, chiusi a difesa della porta, cominciammo a valutare lo zero a zero come il miglior risultato ottenuto in quel dannato pomeriggio di un giorno da cani.

Quel cazzo di fallo di mani in area ad opera del terzino sinistro al 184° frantumò i nostri sogni di gloria ma… ogni buon giocatore di poker sa benissimo che non è finita fino a quando hai un maledetto dollaro da puntare. E il nostro dollaro si chiamava Ascanio.

Il rigore era sacrosanto. Quando Johsonn partì con la rincorsa era certo di segnare, il karma non sbaglia ma Ascanio, cazzo se il karma sbaglia, quel giorno aveva fatto la manicure e con l'unghia posticcia del dito medio riuscì a respingerla sul palo.

Palo, traversa, palo, bandierina dell'angolo, palo, traversa, schiena di Jobim (con passaporto italiano), alluce di Ascanio, tacco di Amaranto, bandierina del segnalinee, naso di Underforth e goooool. Fischio finale e via tutti negli spogliatoi.

Fui, come si conviene, portato in trionfo dai miei ragazzi e mentre mi lanciavano in aria per riprendermi, come un novello influencer attivo su IuTubb, un pensiero profondo e dolorosamente commovente mi saliva dal cuore: "Ma che cazzo ci faccio qui fra undici uomini sudati ed esaltati. Io volevo fare solo la ballerina classica.".
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