Alligator Pond

19 maggio 2017 ore 11:37 segnala


Golfo del Messico. La nave alla deriva, per risparmiare carburante. Un carico a bordo di trentamila tonnellate di olio combustibile.
Navighiamo alla “busca” come pirati di un tempo che secoli prima imperversavano proprio in queste acque. Pronti a ripartire e destinare il nostro “tesoro” al miglior offerente... In attesa...

E’ il mio turno di guardia, sul Ponte. Al Secondo Ufficiale tocca l’orario peggiore, da tradizione... Mezzogiorno – Sedici e Mezzanotte – Quattro.. Otto ore, esclusi gli straordinari.. tutti i giorni per quattro.. cinque.. o sei mesi. Un turno a cui non sono mai riuscito ad abituarmi... Devo solo tenere d’occhio la posizione sulla carta ed il radar... controllare che non vi siano altre imbarcazioni in rotta di collisione con noi... ma per miglia e miglia nè la vista, nè gli impulsi elettromagnetici rilevano alcunchè...

Il volo perfetto di gabbiani in cerca di preda mi ricorda comunque che non siamo poi così distanti dalla costa… Ed il marinaio di guardia con me e con il binocolo in mano, mi fa capire una volta di più che non sono solo come vorrei essere...
Sono le due del pomeriggio, una leggera brezza trova varco tra le porte di dritta e sinistra della plancia.. una corrente d’aria che dà sollievo a noi ed alle apparecchiature sofferenti sotto il sole impietoso… il caldo è opprimente, nonostante la stagione... e l’aria condizionata ha la stessa forza dell’alito di un neonato mentre dorme nella culla…
La radio di bordo, su quella che dovrebbe essere la frequenza di soccorso ma spesso usata incoscientemente per meri pettegolezzi da portinaia, gracchia conversazioni incomprensibili che nascono chissà dove…

Riesco ad isolarmi… ho ancora negli occhi le immagini di New Orleans, il porto da cui siamo partiti. Canal Street, Bourbon Street…
Amo questa città. Nella mente e nelle orecchie risuonano ancora le melodie cajun, blues, gospel, jazz, dixie, soul.. che mi hanno tenuto compagnia nel giro dei locali di quelle vie, anima pulsante di questa metropoli in Louisiana. Non chiedevo di meglio… un bicchiere di coca cola (zavorrata mio malgrado con chili di ghiaccio e più cara degli alcoolici , non ho mai capito il perché), musica, la conoscenza di persone nuove. E vita.
Per arrivarci via mare si deve percorrere, partendo dal delta, il Mississippi... ore di navigazione su un fiume ricco di storia e incorniciato da un paesaggio che riporta indietro nel tempo...
Non ci sono più ritornato dopo “Katryna”... ma ho la speranza che quella catastrofe non sia comunque riuscita a domare lo spirito di questi luoghi e di questa gente...
Provo a fischiettare “Oh when the Saints, go marchin’in” sentita suonare da un’orchestrina di ragazzi di colore sul marciapiede di Canal.. quanto erano bravi…

Sogni interrotti... dai passi sulle scale. Inconfondibili. Il Comandante.
“Master Z” per l’equipaggio. Ogni marittimo a bordo ha un soprannome, ed ognuno di noi sa quello degli altri, mai il proprio. Quello che ci viene affibbiato. Il marinaio con me è “Rufus” ad esempio, ma lui non lo sa.

La ciurma è composta da italiani, messicani e spagnoli. La Z deriva dalle iniziali del suo cognome. Non da Zorro. Di cui non ha nulla. Persona schiva, spesso collerica. Arrogante. Non risparmia punizioni a nessuno, anche quando non meritate. Temuto da tutti. Ma non da me. E’ sempre stato il mio difetto. La mancanza di diplomazia. Rispondo sempre a tono, anche quando non dovrei. E noncurante di chi mi sta di fronte. Spesso questo non mi ha aiutato nei rapporti col prossimo. Ma tant’è.. “Z” per me ha una sorta di predilezione, e non ne so il motivo. Forse apprezza il coraggio di non abbassare la testa. Nessuna ombra di servilismo. O forse perché ho la “erre” francese come lui. Me lo sono chiesto spesso.
Ho comunque un gran rispetto per lui. E’ davvero un bravo “marinaio”. E dormire tranquilli, a bordo, è una gran cosa. Ho imparato molto stando al suo comando, e lo ringrazio ancora oggi.

Arriva sul ponte insieme al marconista Carlos, di La Coruna, che tiene gli occhi bassi. Lui che è il compagnone di tutte le serate di bordo in mare, sempre pronto a raccontare una storia… divertentissimo… ...ma quando “Z” gli sta accanto sembra Sansone quando perde i capelli. Si affloscia. Tiene sempre i due classici piedi in uno stivale. Sembra quasi terrorizzato dal “Master”che ora tiene l’inconfondibile sagoma di un telex in mano.
Ci siamo, penso. Per salire qui a quest’ora, deve esserci stata comunicata la destinazione.
Infatti. Mi guarda serio.Siò, cominci a preparare le carte. Si fà rotta per Port Kaiser. Avvisi il Direttore di Macchina.

Port Kaiser ? Mai sentito. L’etimologia del nome sembrava però non lasciare dubbi.
In Germania, Comandante ?”. Non potevo nascondere la preoccupazione. Attraversare l’Atlantico, il Golfo di Biscaglia ed il Mare del Nord in quel periodo non sarebbe stata una passeggiata.
Come un bambino che trova il regalo sotto l’albero, “Z” sfodera un sorriso.. mi guarda.. e dice..No, Siò. Sbagliato. Giamaica”.

Stavolta me l’ha fatta. Nell’indovinare l’ubicazione delle varie destinazioni che abbiamo dovuto raggiungere in giro per il mondo di solito vincevo sempre io. Come quella volta che sul telex c’era scritto.. “Dirigete HOUSTON per caricazione, poi PANCAN – CALLAO per discarica”. Io e “Z” rimanemmo quasi un’intera mattinata a sfogliare carte, portolani, pubblicazioni per capire dove diavolo fosse stò Pancan. Una sorta di tacita gara a chi lo trovasse per primo. Chiamare la Compagnia per chiedere spiegazioni era assolutamente improponibile. Sarebbe stato umiliante. Fin quando, riguardando idealmente sulla carta la rotta tra Houston ed il Perù mi venne l’illuminazione. Pancan. Era l’abbreviazione per il Canale di Panama, che avremmo dovuto per forza attraversare, se non si voleva prolungare il viaggio di settimane passando da Capo Horn.
Maledetti telex. Dove ogni singola lettera è un costo e quindi la fantasia ricorre gli acronimi. Nola (New Orleans), Frisco (San Francisco) e tanti altri. Benedette le e-mail odierne. Per lui che ci era passato svariate volte, fu uno smacco.
Ma la vita insegna. A volte cerchiamo cose che abbiamo davanti agli occhi, ma non le vediamo.
Scommetto anche che prima di comunicarmi la destinazione, abbia fatto una ricerca da solo nel “sancta sanctorum” della sua cabina. Ma non lo saprò mai. E lui non me lo avrebbe mai confessato,nemmeno sotto tortura.

Tre giorni di navigazione.
Port Kaiser si trova nella costa meridionale dell’isola caraibica. Non c’ero mai stato. Nessuno di noi. Della Giamaica conosco solo per sentito dire la leggenda “rasta” e le bellissime melodie di Belafonte, che ha fatto conoscere questi luoghi splendidi nei testi poetici delle sue canzoni.
Ormeggiamo. Alla nostra vista un pontile di legno. Una serie di depositi. Vegetazione. Spiaggia. E poi il nulla. Non un edificio. Un bar. Una cabina telefonica.
Chi si era immaginato serate all’insegna del divertimento o della chiamata ai propri cari a casa è rimasto sicuramente deluso.

E’ mattina. Tra turno di guardia, manovra di ormeggio e le pratiche portuali d’obbligo non dormo da parecchie ore. Ma non sono stanco. Parto sempre dal presupposto che per dormire c’è tempo, in navigazione. Ma chi mi avrebbe riportato in posti come questi ? Nessuno. E quindi non dovevo perdermi nemmeno un istante di libere uscite a disposizione.
Dopo una doccia veloce, mi “armo” della videocamera che mi ha tenuto compagnia in quell’imbarco. Tanti ricordi e luoghi splendidi immagazzinati in una minuscola cassetta. Fu la prima ed ultima volta che portai la cam con me. Durante l’imbarco successivo, negli Emirati Arabi mi fu sequestrata di prepotenza. L’incubo di quel quarto d’ora me lo ricorderò per tutta la vita. Ma è un’altra storia.
Prima di sbarcare riguardo la carta nautica. Oltre a Port Kaiser, veniva riportato un nome qualche chilometro più a est... “Alligator Pond” ma non capivo se fosse un semplice stagno popolato da quei rettili e da cui stare alla larga oppure un centro abitato. Non vi erano disegnati “edifici”. Poco male. L’intenzione è quella di seguire la spiaggia, prendere un pò di sole e allontanarmi dalla nave per evitare di pensare al lavoro. Riprendere qualcosa di interessante da archiviare come ricordo di viaggio. Nulla più.

Il Primo Ufficiale, prima che io scenda, mi costringe a portarmi dietro anche un walkie talkie, una radiolina portatile. “Non si sa mai, Siò. Dietro le mangrovie potrebbero nascondersi la tribù dei “mao-mao”, e lei è carne giovane. Nel caso servisse aiuto... ci chiami. Ma anche nel caso avessimo bisogno di lei, la chiamiamo.” mi dice con un marcato accento molfettese ed un sorriso seminascosto da un baffo alla Sergente Garcia. Non so quanto scherzi.

Con lo sguardo fisso alla vegetazione mi incammino per la spiaggia. Il vento è una costante fissa, ma non solo qui. In quasi tutte le isole dei caraibi. Ne ho girate parecchie. Curacao, Cuba, Aruba, S.Maarten, S.Lucia, Haiti, e molte altre.. Non riuscirei a stare tranquillo sdraiato in spiaggia con il soffio costante dell’aria... Ma forse è quello il bello e sono io che non riesco ad apprezzare.

Avrò percorso forse cento metri. E sento un urlo.
Ecco, ci siamo. Mi volto verso la fonte di quella voce e porto la radiolina vicino alla bocca, pronto a calcolare quanto mi mancava per ritornare, anzi rivolare a bordo.
Ma invece del “cannibale”, vedo un ragazzo con la divisa del deposito costiero.
"Hey Man ! are You crazy ??” mi ripete con un accento inglese poco oxfordiano. Gesù.

Nemmeno messo piede a terra e già ho infranto qualche regola ? Mi raggiunge trafelato. Ci presentiamo a vicenda. Peter. In poche parole mi spiega che devo essere pazzo a camminare da solo sulla spiaggia, con la videocamera. Anche se non sembra, la delinquenza imperava anche li. Visto che ha finito il suo turno, mi propone di accompagnarmi in paese, Alligator Pond (allora E’ un centro abitato, penso). Prima però dovremmo passare dalla polizia locale per “presentarmi”, in modo che non pensino io possa essere un clandestino (e qui ho sorriso).

Peter è davvero gentile. Ho dovuto insistere per fargli accettare 20 dollari che avevo in tasca, per il favore che mi sta facendo. E mi prega inoltre di non riprenderlo. Non mi spiega il perché.

Montiamo su quella che definire macchina è un eufemismo. Assomiglia alla nostra vecchia fiat 124, di cui rimane però solo il telaio bianco, lo sterzo e, miracolosamente, due sedili. Sembrava fosse stata divorata dai piranha. La puzza tremenda di benzina che il caldo aumenta in modo esponenziale, mi fa pregare che il paese sia non vicino, ma vicinissimo. Ho quasi l’impressione di essere seduto sul serbatoio. Non oso accendermi una sigaretta. Su quelle strade da “Parigi - Dakar” ci mette dieci minuti. Dalla fretta di uscire dall’auto non ricordo se sono passato dalla portiera o dall’apertura dove un tempo c’era il finestrino.
La stazione di polizia assomigliava più ad un pollaio che ad un edificio pubblico. Lamiere di eternit che fungevano da tetto, pareti e divisori. Dentro, tre poliziotti con la camicia color kaki ed i gradi consumati presissimi da una partita di domino. Che poi vengo a sapere sia il gioco nazionale preferito dai giamaicani. Un odore fortissimo di rhum. E di qualcos’altro che mi ricorda l’incoscienza dei miei 18 anni. Peter gli biascica qualche frase in una lingua che non riconosco. Le “forze dell’ordine” lasciano quasi con sofferenza lo sguardo dal tavolo dove sono sparse miriadi di pedine. Mi scrutano per forse tre secondi. Dicono qualche parola a Peter. Poi ritornano a giocare, dimenticandosi di me e della mia “guida per caso”.
Che sembra soddisfatto. Ok, Paul.. it’s all okay. Avevo il permesso di girare il paesello.

Con la promessa che sarebbe ritornato a prendermi alle 11 per riportarmi a bordo, mi accomiato da lui... regalandogli un pacchetto di marlboro che fissava troppo spesso. Se poco dopo avessi sentito un esplosione, avrei saputo il perché. Vorrebbe dire che si è acceso una “bionda” alla guida.
La spiaggia è vicina. Il vento porta le onde sulla battigia. Scorgo la nave in lontananza e accarezzo la radiolina. Da qui mi possono sentire. Comincio a filmare... d’altronde sono venuto qui per questo...
Sulla sabbia, le barche variopinte tirate in secca fanno da coreografia a quello che sembra essere il mercato del pesce locale. Bambini.. donne.. uomini. Qualche pescatore tenta di vendermi le prelibatezze ittiche locali. Ma non me ne intendo. Sorridendo declino l’invito all’acquisto. Con il walkie talkie chiamo il bordo. Cesare, il carbonaio, è anche un bravissimo cuoco e adora il pesce. Lo faccio avvisare. Chissà che non mi raggiunga (tramite Peter, naturalmente).

Mi incammino su quella che dovrebbe essere la via principale del paese. Edifici bassi.. alcuni anche ben fatti. Altri simili a baracche messe in piedi alla meno peggio. Quanta gente, chi lo avrebbe mai detto. Molti mi guardano con curiosità, altri non mi notano nemmeno.
Avanzo sulla strada e da un locale sento improvvisamente della musica pop... è una specie di bar. La musica sembra sia un invito ad entrare e consumare. Più avanti un altro. Viene intonata “Dominique”, melodia a dir poco non consona al contesto.
Forse si è sparsa la voce di uno “straniero” in paese e tentano di trovare la chiave musicale per farmi cadere nelle tentazioni dell’alcool e, soprattutto del consumo in dollari. Purtroppo per loro, il mio essere astemio non li aiuta.
Tanto verde... il caldo... la sorpresa di quel villaggio... mi sto godendo ogni attimo della passeggiata... Non mi chiuderei per nulla al mondo tra 4 pareti...
Poi arrivo davanti a quella che viene chiamata la scuola primaria.. ci conto sei bimbi.. in età da asilo o elementare... E’ proprio vero... tutti i bimbi del mondo sono uguali... E’ il mondo in cui crescono che è diverso.
Mentre la musica continua ad essere vomitata dai vari locali come sirene per l'"Ulisse forestiero"... faccio un incontro. Anzi, sono le quattro donne ad incontrare me. P., Andra, Michelle e Beverly.

P. sembra il “capo” delle quattro. Mi promette una notte da “favola” e non oso contraddirla. Lavora in una discoteca (una discoteca? qui?). Mi invita. Le assicuro che stasera ci sarà molta gente. Penso che l’equipaggio sarà lieto di sapere che nonostante tutto, un paio d’ore in allegria si possono spendere.
Certo che... è proprio vero. Da quando è nato il mondo, dove ci son marittimi ci sono puttane, e viceversa. Riesco a svincolarmi dall’ “affetto” delle signorine... e proseguo la mia esplorazione.. C’è pure l’ufficio postale... chissà se hanno delle cartoline... o meglio, un telefono pubblico. Non sento mio padre da settimane... Ma nulla.

Non so che religione venga professata in Giamaica.. ma vedere le vacche tranquillamente appollaiate sulle tombe del cimitero... beh... mi fa ricordare la poesia, bellissima, di Totò... “A livella”.
Il caldo comincia a farsi sentire. Ed è quasi l’ora che torni a bordo. Sulla via del ritorno mi imbatto in quella che si è auto-nominata la mia fidanzata. P. E fortunatamente mi ha raggiunto anche Cesare.
Il carbonaio gigante, armadio a quattro ante che non farebbe del male nemmeno ad una mosca. Andiamo in franchigia spesso insieme, visto che abbiamo lo stesso turno di guardia. Ci aiutiamo reciprocamente. Lui conosce solo il genovese e quindi gli faccio da interprete. Lui invece non deve far nulla. La sola stazza è garanzia per qualsiasi malintenzionato che non ne conosca il suo carattere. Lo "uso" come guardia del corpo a sua insaputa.

Convinco P. a trattare l’acquisto del pesce per Cesare. Non si sa mai. Le fregature possono arrivare anche ai Caraibi.
Peter ha mantenuto la promessa. E’ tornato per portarci a bordo. La speranza è che abbia cambiato mezzo, ma si è subito spenta alla vista dei fari della 124 che sembrano quasi sorridere.
Stiamo per salutare la nostra accompagnatrice, quando vedo arrivare la figura ginnica di “Z“. Amante del footing a tutte le latitudini. Non ci rinuncia mai. Un paio di adidas, una t-shirt ed un paio di pantaloncini cortissimi. Spengo la videocamera. Anche lui, come Peter, non vuole essere inquadrato.
Senza fermare il ritmo di corsa ci guarda sudato come un acciuga, ma sorridente... Dai forza Signori. E’ l’ora di rientrare a bordo, siete di guardia... e sfila via senza voltarsi...
O Comandante, ma lo sa 'he visto da dietro unnè poi 'osì male ?” gli grido di rimando... Io e la mia mancanza di diplomazia...
La O’ di “vada a fare in culo, Siò” è arrivata parecchio dopo la V. Penso che in quel frangente sia riuscito a percorrere una cinquantina di metri.
Belìn Paolo, ma com’è che con te non si incazza mai ?” mi fa Cesare ancora allibito dal mio ardire linguistico.. Lo guardo, trattenendomi...
Perchè non sono piccolo e nero ?...”.
E ci facciamo una risata. A cui si unisce anche P., per contagio, mentre guarda “Z” allontanarsi. Pensando forse di inseguirlo....

Perchè questa storia ?
Avevo postato il video che vedete, così come altri relativi a quel viaggio, su Youtube parecchio tempo fa, per condividerlo con i miei compagni di avventura dell’epoca. E me ne ero quasi dimenticato.
Un messaggio nella posta me lo ha fatto ricordare... Una ragazza. Dal Canada. Mi scrive che si riconosce in una di quelle bimbe della scuola. Non mi dice quale delle sei. Poco dopo quel periodo, leggo, si è trasferita laggiù. Un bel salto.. Ha trovato il video per caso, e si è commossa. Mi ringrazia.
Non so se sia vero o no. Non importa. Ma forse sono io a doverla ringraziare, per aver fatto rivivere nei miei ricordi una bella avventura...
A proposito. Volete sapere come è andata a finire con P., quella sera ?
La risposta, chi mi conosce o presume di conoscermi... la sa.
Lascio con un pezzo molto bello e struggente di Belafonte... e permettetemi di dedicarla a chi ha avuto rispetto di ciò che sono. Di ciò che ho dentro...




Pubblicato da Odirke il 2012... in un giorno di pioggia.

Semper Fidelis.
ba3acfaf-c9d4-4cdd-8357-097ae118da70
« video » Golfo del Messico. La nave alla deriva, per risparmiare carburante. Un carico a bordo di trentamila tonnellate di olio combustibile. Navighiamo alla “busca” come pirati di un tempo che secoli prima imperversavano proprio in queste acque. Pronti a ripartire e destinare il nostro “tesoro”...
Post
19/05/2017 11:37:44
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment
    8

Il diario

14 maggio 2017 ore 14:47 segnala
Prologo



Castello di Falconara, 27 marzo A.D. 1328
La carrozza reale, trainata da due splendidi cavalli pezzati, proveniva dalla Contea di Butera e procedeva lentamente sul sentiero sconnesso in quella giornata di sole primaverile.
La Principessa Isabel Consuelo d’Aragona era raggiante. Accanto a lei la sua dama di compagnia, e amica d’infanzia Pilar, era contagiata dal suo entusiasmo. All’esterno il corteo era completato da uno scrivano, in groppa ad un asino, dai soldati della scorta e da alcuni cortigiani che avanzavano a piedi.
Ma ciò che destava l’attenzione della Nobile, ben attenta a non farsi scorgere e fingendo di ammirare tra gli spiragli delle tendine lo splendido campo di girasoli che adorava, era il Capitano delle Guardie, Joan Pablo Arnau. Forte e fiero dentro la sua lucente armatura che rifletteva come saette i raggi del sole, il soldato avanzava in testa al corteo in groppa ad un magnifico stallone color ebano con lo sguardo attento, pronto a recepire ogni eventuale segnale di pericolo. La triste guerra che fu chiamata dei “Vespri” era terminata ormai da qualche anno, ma le tregue spesso e volentieri venivano infrante anche per un semplice capriccio.
Isabel d’Aragona era segretamente innamorata del Capitano, più grande di lei, già da qualche anno. Lo conosceva da quando egli fu assegnato alla sua scorta. Crescendo con lui, si accorse che il rapporto di gerarchia stava lentamente trasformandosi in qualcosa di diverso. Dolce. Appassionante. Quando il suo corpo aveva ormai le fattezze di una donna, abbandonando quelle di fanciulla, non riusciva a spiegarsi le fiamme che sentiva ardere dal ventre fin su al cuore e poi al viso ogni volta che lo vedeva. Un giorno, casualmente, nel palazzo reale di Barcellona, sorprese una serva che, senza alcuna veste addosso e sdraiata sul fieno della stalla, veniva coperta da un soldato. Rimase a guardare, non vista, il loro amplesso selvaggio. Non riusciva a staccare gli occhi da quella scena che la inebriava di una sensazione sconosciuta. Fu come una rivelazione per lei. Nel suo inconscio desiderava fare la stessa cosa con Joan. Da molte lune. Ma poi i pensieri la portarono immediatamente alle orrende storie sentite sui metodi rigorosi della Santa Inquisizione e su ciò che era ritenuto peccato. Ne stava commettendo anche lei ? Fuggì terrorizzata verso i suoi alloggi. Col tempo, invece, si rese conto che quelle sensazioni erano dettate solo dall’amore. Vero, puro, semplice amore.
Sentimento, il suo, che doveva rimanere segreto. Il padre, Re Federico III d’Aragona non avrebbe mai permesso una tale unione, e se solo avesse sospettato per chi battesse il cuore della figlia, avrebbe certamente fatto giustiziare il Capitano. Solo Pilar ne era al corrente. E solo Pilar sapeva consolarla nei momenti in cui la mancanza del soldato, magari impegnato in spedizioni belliche, faceva versare alla sua amica fiumi di lacrime di disperazione.
Ma quel giorno era decisa. Stringeva forte nel petto il diario che da tempo ormai veniva riempito quotidianamente solo di parole d’amore per Joan. Glielo avrebbe regalato. Gli avrebbe confessato ciò che provava per lui. Non le importava cosa sarebbe successo in seguito, ma doveva dirglielo. A dispetto di tutto. L’unica sua paura era che quel sentimento non fosse ricambiato. Non avrebbe sopravvissuto a tanta delusione. Ma dentro di lei, “sentiva” che Joan provava le stesse emozioni.
Erano rari i momenti in cui Isabel Consuelo poteva rimanere da sola con il Capitano. La visita al Castello di Falconara era uno di quelli.
Joan Pablo Arnau era nato nelle alture di Montserrat, nei pressi del Monastero Benedettino, da una famiglia umile di contadini, religiosi e devoti.
Il suo spirito d’avventura e doti spiccate di combattente lo portarono ad arruolarsi nell’esercito degli Aragonesi, in piena guerra contro gli Angioini. Il suo valore fu subito notato e la carriera che ne seguì fu rapida. Il Re in persona lo onorò con la propria fiducia consegnando la vita di una delle sue figlie nelle sue mani. E lui avrebbe certamente dato la sua per proteggerla.
La vide per la prima volta che era una bambina. Ora era una donna meravigliosa, un sorriso che riusciva ad illuminare più delle giornate di sole estive ed un viso sempre incorniciato da una risata che era musica cristallina alle sue orecchie. L’amava alla follia. Ma era un segreto che doveva tenere custodito gelosamente, pena la propria vita e quella di Isabel. Il Re non avrebbe perdonato un simile scandalo.
E mai avrebbe tradito la fiducia che gli era stata concessa. Joan però sospettava che la Principessa lo guardasse in modo diverso come si potrebbe guardare un proprio soldato. Come se provasse qualcosa che andasse oltre alla semplice cortesia d’etichetta. No, non lo riteneva possibile. Ma sognare d’altronde... lo faceva sentire vivo.
E finchè fosse stato accanto a lei, nulla al mondo lo avrebbe fatto stare meglio. Il Capitano teneva appoggiato al braccio un falco incappucciato e dal piumaggio stupendo grigio, di proprietà di Isabel, e motivo per quella sortita nelle terre siciliane. Lo accarezzava con dolcezza, ringraziandolo mentalmente per avergli dato la possibilità di rimanere qualche ora solo con la donna che amava.
Finalmente giunsero a destinazione. Il Castello di Falconara si ergeva in tutto il suo splendore, affacciato sul Mediterraneo a protezione di quelle contrade. Joan Pablo conosceva tutti i segreti di quel maniero a cui assistette alla costruzione. E li trasmise alla Principessa nelle precedenti occasioni in cui la fortezza li accolse.



Il Capitano aiutò Isabel a scendere dalla carrozza e l’accompagnò, insieme allo splendido rapace, in cima alla torre che dominava quel tratto di mare e la piana circostante. I pochi soldati rimasero a guardia dei carri ed a protezione dei cortigiani alla base del castello. Questi ultimi temevano il falco, dopo un increscioso incidente che costò l’occhio destro di uno di loro, e per questo stavano a debita distanza. Pilar invece trovò una scusa per non seguire i due giovani, mettendosi a chiacchierare amabilmente sui pettegolezzi di Corte con un armigero. Nessuno trovò sospetta la cosa perché tutti erano a conoscenza dell’infatuazione di Pilar per quel soldato.
In cima al bastione soffiava una leggera brezza che faceva sventolare la bandiera del Regno e scompigliava i capelli, che arrivavano quasi alle spalle, della Principessa. Era raggiante nel suo bellissimo abito color turchese che ne fasciava come una carezza il corpo perfetto. Guardava il suo falco in volo con gli occhi verdi smeraldo che brillavano sotto la luce del sole. Accanto a lei il Capitano la guardava come fosse un miracolo di bellezza. Era felice.
Lei, che sentiva premere il suo diario nascosto dalle vesti sul petto, pensava... “Ara. Ara ès el moment. He de dir-li. He de trobar el coratge (adesso. adesso e’ il momento. devo dirglielo... devo trovare il coraggio)”. Ma i suoi pensieri vennero interrotti da un grido che proveniva dal convoglio reale.
“ALARMA! CAPITÀ ! PIRATES!! (ALLARMI ! CAPITANO! PIRATI !!”)
No ! Non adesso pensò Joan. Maledetti, da dove erano arrivati ? Si affacciò con prudenza dal bastione. Erano Angioini. Ed erano troppi ! Senza perdere un attimo di tempo, prese per un braccio la Principessa e la trascinò all’interno del maniero. Lei, terrorizzata, lo seguì giù per le scale fin quando arrivarono ad un pianerottolo semi nascosto. Aprì velocemente il passaggio segreto e vi fece entrare la sua amata. “Princesa ...vostè sap on porta la manera, segueix fins al fons i romandre hi i espera (Principessa, lei sa dove conduce il passaggio, lo percorra fino in fondo e resti li’ ad aspettarmi)”. Lei era ancora sgomenta. Gli occhi pieni di pianto. Il Capitano indugiò. Poi prese una decisione. Con un gesto impugnò un oggetto che portava da una vita, e la mise nelle mani della donna. La guardò negli occhi con un sorriso amaro. Poi cominciò a chiudere il passaggio. “Joan! Joan esperat he de dir...” ( Joan ! Joan ! aspetta devo dirti...) non finì in tempo la frase, la porta si chiuse davanti a lei e si ritrovò sola.
Appena in tempo. Mentre stava infuriando la battaglia introno alla carrozza, quattro pirati armati fino ai denti salirono velocemente le scale con le spade sguainate ed incrociarono il Capitano che stava allontanandosi dal punto in cui aveva messo in salvo Isabel Consuelo.
“Où est la princesse bâtarde ?? (dov’e’ la principessa, bastardo ?? )”. Quindi erano qui per lei. Joan non perse tempo a rispondere. Colto da una furia cieca lanciò un grido terrificante, in un solo movimento estrasse il suo falcione e con una rotazione di impressionante velocità decapitò la testa di netto di un pirata che aveva commesso l’imprudenza di avvicinarsi troppo. Il Capitano era allenato ed addestrato. Ma lo erano anche gli avversari che non si persero d’animo, ed uno di loro riuscì a colpire con un’ascia il braccio sinistro di Arnau. Pur sanguinando copiosamente, egli però non sentiva dolore. Alzò il braccio ferito, armato di una daga, e l’affondò nella gola del secondo nemico che cadde a terra di schianto con un rantolo. I due superstiti però gli erano addosso. Cominciarono a tempestarlo di pugni e coltellate, pieni d’odio e resi ancor più furiosi per vedersi sfuggire la preda più ambita. Joan cascò a terra sotto i colpi, ed il peso dell’armatura lo teneva giù come fosse zavorra. Vide la spada di uno dei pirati uccisi a terra, accanto a lui. Smise di difendersi e con uno sforzo immane la prese a due mani e la conficcò nel petto del terzo assalitore. Che cadde rivolto all’indietro con gli occhi pieni di stupore, prima di morire. Il quarto angioino, vedendo tale forza in quell’uomo si spaventò. Pensava che l’aragonese fosse indiavolato. Arretrò di qualche passo, pronto ad allontanarsi. Il Capitano si alzò faticosamente in ginocchio. Percepiva il sangue scendere dalle numerose ferite... si sentiva debole... non riusciva più a muovere le mani... era questa la morte ?
A quest’ora la Principessa è sicuramente in salvo, pensò... Poi gli vennero in mente le ultime parole di Isabel. Chissà cosa doveva dirgli… Lo aveva chiamato per nome, e non era mai successo… Un’estasi indescrivibile lo percorse con un fremito facendogli dimenticare la sofferenza... e così non si accorse dell’ultimo pirata superstite che, ripreso coraggio, mirò con la balestra alla gola scoperta di quel valoroso soldato... mentre scoccava la freccia il bandito si chiese perchè il Capitano stesse sorridendo...
Per Joan Pablo Arnau fu il buio.


Castello di Falconara, 25 novembre, oggi.

Il Maresciallo dei Carabinieri stava sistemando nel baule della macchina d’ordinanza, una Punto che aveva visto anni migliori, una cassetta di uova fresche, che Compare Salvatore gli aveva appena venduto. Già gli veniva l’acquolina al pensiero delle omelettes che ne sarebbero scaturite.
Proprio in quel momento arrivò una chiamata al cellulare. Guardò il display. Era il Tenente. Prima di rispondere si lisciò la divisa e la pulì da una piuma di gallina che si era attaccata come ventosa mentre aveva percorso l’aia di quella fattoria. “Comandi!” . Il suo superiore lo informò che poco distante da dove si trovava il Maresciallo era avvenuto un atto di vandalismo e, visto appunto che era in zona, gli ordinò di andare ad indagare e raccogliere le testimonianze.
Ma che bellezza. Proprio di domenica, e proprio mentre stava per smontare dal servizio. Il Maresciallo guardò le uova e sperò fortemente che non diventassero frittata prima del dovuto. “Nedo ! vieni dobbiamo andà”.
Nedo era il suo sottoposto, un ragazzo alla prima esperienza nell’arma. Un cuore d’oro ed una gentilezza senza pari, ma allo stesso tempo possedeva l’ingenuità ed il candore di un bambino. Proveniva da Livorno, come il Maresciallo. Ma mentre per “l’anziano” la scelta di Butera fu volontaria, per Nedo era l’unico posto disponibile. Al suo arrivo in Sicilia fu subito messo in turno con il sottufficiale con la scusa dell’ “essere concittadini”. Ma la realtà era che nessuno voleva fare coppia con il giovane labronico. Gli altri colleghi se ne sarebbero vergognati. “Arrivo Maresciallo !” .
Si avvicinò alla macchina seguito dall’adorabile meticcio che aveva trovato abbandonato per strada un mese prima. Un misto tra un dobermann ed un pastore tedesco. Solo che era in miniatura. In caserma lo adottarono subito e gli trovarono immediatamente un nome. “Toppìno”. Era perfetto come nomignolo. Un pò perchè il cagnolino era effettivamente grande come un tappo, un pò perchè Nedo usava spesso la frase “mettici un toppìno” di labronica fattura. I superiori gli permisero di tenere la bestiola con la speranza che questa trasmettesse un minimo di scaltrezza al suo nuovo padrone.
Al volante si mise il Maresciallo, che non permetteva a nessuno di guidare al posto suo. Avrebbe messo la vita in mano ai colleghi in qualsiasi conflitto a fuoco, ma mai in una macchina. La destinazione era un albergo - ristorante, sulla costa. C’era già stato un anno prima, come invitato al matrimonio di un collega. Non era mai riuscito ad abituarsi alla generosità di quel popolo e di quelle terre. Ricordava quel pranzo come un incubo senza fine. Portate su portate, balli, vini, ed ancora leccornìe. Un pranzo che conglobava anche la cena e la colazione al mattino successivo. Promise a se stesso che se mai lo avessero invitato ad un altro sposalizio, sarebbe partito volontariamente per un altro turno di servizio in Afghanistan. “Maresciallo, s’accende la sirena ?”. “No, oggi no, Nedo”.
Era la domanda che faceva tutti i giorni, e ad ogni rifiuto metteva sempre il broncio. Poi il più anziano dei due contò mentalmente fino a tre. 1,2,3…“Maresciallo, preparo la mitraglietta ? ” . “No pellamordiddio, oggi no, Nedo” , sorridendo dentro di se. Le sue domande inopportune erano sempre uguali e precise come un orologio svizzero. “Accendi la radio invece, dai. Quella della musica, però” gli disse.
Mentre Adele intonava le splendide note di “One and Only” e la Punto percorreva la provinciale, il Maresciallo ripensava alla sua vita. Anni regalati al servizio dello Stato. Prima Napoli, poi Torino, Palermo e Milano. Piazze importanti e simbolo dell’ambizione di tanti suoi commilitoni. E del fallimento del proprio matrimonio. Le missioni all’estero. La nausea di tanta, troppa violenza vissuta sulla propria pelle. Una rapida carriera a cui pose fine lui stesso chiedendo il trasferimento a Butera, terra vicina a quella dei suoi avi. Con i risparmi comprò una casetta a Manfria, sul mare. Una spiaggia splendida e poco frequentata. Da dove poteva ammirare quelle navi in arrivo ed in partenza da Gela, che erano il suo sogno di bambino. Non che rinnegasse l’Arma. Assolutamente, era fiero di farne parte. Ma i sogni lo portavano immancabilmente sulla scia di quei bestioni che solcavano i mari. Adorava viaggiare.
Il termine di quei pensieri coincise con l’arrivo a “Villa Chiaromonte Bordonaro”, uno splendido Resort concepito all’interno delle antiche mura del Castello di Falconara e spesso luogo di feste e ricevimenti luculliani.
Scesero dalla macchina e Nedo indossò gli occhiali da sole a specchio (nonostante la giornata grigia), si sistemò prima la divisa e poi la pistola ed infine mise a Tappìno il foulard dei Carabinieri facendolo sembrare il figlio illegittimo del Commissario Rex. “’ndiamo a fà trionfà la giustizia, Tappìno” disse serio muovendosi a passi lunghi e ben distesi verso l’ingresso dell’albergo. Il Maresciallo alzò gli occhi al cielo. “Ri’ordami che ti devo parlà, Nedo, eh. Ma ti par d’esse a CSI Carrap.....” . Non finì di dire la frase che vide Nedo allungare in modo innaturale la gamba d’appoggio per poi prendere il volo come il mitico Pelè in una delle sue migliori rovesciate. Il giovane atterrò sulla schiena con un colpo sordo, facendogli espellere tutto il fiato dai polmoni in un sol colpo. Gli occhiali rimasero miracolosamente al loro posto. Tappìno dallo spavento si nascose dietro un cespuglio abbaiando come un forsennato. Ma Nedo si rialzò più lesto di un gatto. “Uimmena che botta dè !!” si lamentò, tenendosi la schiena a due mani. “Tuttapposto ?” gli domandò il collega, un pò in apprensione. Nedo non gli rispose nemmeno, stava già indagando sulla causa di quel volo. La ragione era semplice ed era nelle fauci del cane che si era avventato su una macchinina, probabilmente abbandonata nel viale di ingresso da un bambino ospite del matrimonio che si era celebrato il giorno precedente, e che è stata il vettore per il fenomenale carpiato di pochi istanti prima. “Come si fa presto a passà da Miami Vice a Gianni e Pinotto, eh Nedo ?”. "Dè, mettici un toppìno, ora" rispose lui" La risata fu spontanea e sincera da parte di tutti e due i militi. Tolta “l’arma del delitto” dalla bocca del trovatello che a sentire il suo nome placò la propria "furia", si avviarono verso la reception.
Il trambusto fece uscire dall’edificio Zì ‘Ntonio. Un vecchietto di cui nessuno sapeva l’età ma ancora vispo come un giovanotto. Era uno degli inservienti dell’albergo, conosciuto da tutti, e ormai simbolo di quel posto. A pensarci bene non c’era nemmeno una persona che ne conoscesse la storia, le origini. Per quanto si sapeva non aveva nemmeno un parente. Era solo, e per questo la Proprietà, forse, non ha mai avuto il coraggio di mandarlo via.
“Salutamu Maresciallo, trasite, trasite” . All’ingresso i due carabinieri notarono un signore sui trent’anni ancora sconvolto in viso e pieno di fasciature. Era seduto su di un divano antico letteralmente trasandato, visibilmente reduce da una sbornia piuttosto pesante e causa della denuncia ai Carabinieri. “Chistu iè u giovanotto che sfasciò a stanza” lo apostrofò l’anziano inserviente.
Il Maresciallo ascoltò il racconto del vecchio. Il pranzo di nozze, il giorno prima, era andato a meraviglia. Fino a notte inoltrata. Poi gli ospiti, che venivano da lontano, andarono a dormire tranquillamente nella camera messa a loro disposizione. Evidentemente quel signore non era riuscito a smaltire bene, ed era andato in escandescenze.
“Meschìna a direttrice, iè u sò primo jornu di travagghio e iè u sò compleanno pure. Bene incominciò, povera carusa noddica!"disse Zì ‘Ntonio. Il Maresciallo sentiva delle voci dietro la porta della Direzione, uomini e donne che parlavano in maniera concitata e con accento lombardo. Decise quindi di lasciare lì Nedo a raccogliere le deposizioni e di andare direttamente a controllare i danni nella stanza incriminata. Tappìno lo seguì diligentemente trotterellando felice su per le scale.
Si ricordava del gestore precedente, un milanese piuttosto antipatico ma efficiente. Però alla fine non resistevano mai alla mentalità di quella gente e se ne tornavano al nord. Non capiva come mai il Barone Gabriele Chiaramonte Bordonaro Alliata, padrone della struttura, insistesse ad affidare la gestione di quell’azienda a persone e mentalità del settentrione. Il modello di efficienza meneghino era difficile da impiantare in quelle terre, se non lo si coniugava con il cuore ed il calore del sud. Avrebbero dovuto capirlo ormai.
Arrivò alla stanza 14. Era ricavata nella parte più antica del castello che negli anni era stato ristrutturato ed ampliato più volte, ed era una delle più belle. “Cristo Santo...”
Quello che vide davanti agli occhi sembrava il frutto di un’incursione di corsari. Come avesse potuto quel disgraziato, da solo, fare uno scempio simile non lo avrebbe mai capito. Il Tenente non aveva esagerato nel spiegargli il caso, al telefono. Anzi. Il contrario.
Le quattro sedie d’epoca avevano tutte le gambe spezzate ed erano ammucchiate sul balcone vista mare. Il lampadario, usato come cima d’abbordaggio, era semi-staccato dal supporto e stava appeso per miracolo al soffitto. Ogni soprammobile era stato scaraventato a terra e distrutto. I quadri sfondati a pugni. L’alare del caminetto usato come ariete contro le pareti che sembravano reduci da un mitragliamento in Bosnia. Il parquet coperto da ciò che restava delle lenzuola e delle coperte. Una valigia appesa ad una finestra, che era sfondata. Del televisore Samsung era rimasto solo il telecomando. Il letto matrimoniale in ferro battuto spezzato esattamente a metà.
Entrò in bagno. Gli specchi non esistevano più ed al loro posto chiazze di sangue. Anzi manate. Non sarebbe stato difficile prendere le impronte digitali. Tenda della doccia appallottolata e infilata nel water, il phon staccato dal supporto giaceva semidistrutto in quello che doveva essere il bidet. Nonostante la mente allenata alle indagini, gli riusciva difficile immaginare modi e cronologia di quello che poteva essere successo.
Si augurò solo che l’albergo avesse una buona assicurazione. A occhio e croce l’idiota, autore di quel disastro, non aveva così tanto denaro per rimborsare il Barone.
La giornata di riposo domenicale era bell’andata. Ci sarebbero volute ore per redigere il rapporto. Al diavolo il divieto di fumo. Prese l’accendino e si accese una sigaretta.. Sconsolato, stava già ritornando sui suoi passi per raggiungere Nedo e controllare non facesse ulteriori “danni” quando vide Tappìno sdraiato sulle zampine che ringhiava col musetto infilato in un anfratto dietro il battiscopa distrutto. S’era scordato di lui. Buttò via la sigaretta appena iniziata nel portacenere del corridoio. “Dai briciola, vieni, lascia stà le formiche”.
Fece quasi fatica a tirarlo via. Ma notò un luccichio proveniente da quel buco. Incuriosito si appiattì per terra come il cane per vedere cosa lo provocava. C’era un oggetto. Si. Con l’aiuto dell’alare scavò i mattoni per allargare l’apertura, mentre il cane lo guardava attento. Soddisfatto del lavoro, infilò la mano e tirò fuori il contenuto. Un libricino. Con la copertina dai risvolti dorati. Aveva l’aspetto molto antico. Era incredibilmente conservato bene. Lo aprì e guardò il contenuto. V’erano scritte parole in una lingua che pensava fosse spagnolo, ma non ne era sicuro. Riuscì a leggere Joan... Amor... ma tutto il resto era scritto in maniera fitta e con una calligrafia di altri tempi. “E bravo Tappìno segugio…” gli disse accarezzandolo. L’animale, come se avesse capito, si mise seduto ed assunse un’aria orgogliosa. In quel momento alle sue spalle sopraggiunse Nedo. “Boiadè che casino viddentro !!”.
"Fammi un favore, torna giù e fa salì la Direttrice” gli disse il Maresciallo. “Agli ordini !” rispose. E si allontanò nuovamente.
Stava ancora tentando di decifrare il libro, quando sentì il rumore inconfondibile di un paio di tacchi ed un gradevolissimo profumo da donna. Senza nemmeno voltarsi, il Maresciallo iniziò: “Direttrice, penso che questo appartenga a voi e...” . Nel frattempo s’era girato. E ciò che vide lo lasciò senza fiato.
La donna era di incantevole bellezza, vestita con la divisa dell’albergo. Una gonna corta, nera, cercava di coprire le gambe affusolate e ben tornite coperte da calze di seta nera anch’esse. Una camicetta bianca Armani le avvolgeva il petto con eleganza. Il viso solare abbagliato dal verde smeraldo degli occhi. I capelli perfettamente stirati, di un castano brillante e tagliati all’altezza della spalla. Uno splendore. Aveva quasi la sensazione di averla già vista, ma non ricordava dove. ... durante il servizio a Milano forse ?....
Lei sentiva lo sguardo del milite addosso, e si sentì arrossire. Lo guardava negli occhi, verdi scuri come il tratto di mare che si poteva ammirare da quelle finestre... Non riusciva a muoversi... Una sensazione di deja vù le dava l’impressione di avere già visto quell’uomo.... ma dove ?...

Castello di Falconara, 25 novembre A.D. 1328

Isabel riusciva a sentire ancora nella mente gli echi della battaglia che infuriò pochi mesi prima dentro quelle mura. Il fato volle che un drappello di soldati del Re, per puro caso poco lontani dal Castello, fossero giunti in soccorso respingendo i nemici e salvando la Nobile. Ma troppo tardi per Joan. Era inginocchiata nel punto in cui vide per l’ultima volta l’amore della sua vita. Piangeva e non riusciva a fermarsi. Pilar, accanto a lei, e che era miracolosamente sopravvissuta al vile agguato nascondendosi a riparo dei girasoli, piangeva anch’essa cercando di consolarla. Il ricordo era ancora troppo doloroso e non l’avrebbe mai abbandonata. Così come avrebbe custodito gelosamente la collana che il Capitano le regalò prima di chiudere il passaggio segreto. Vi aveva inciso il suo nome. Joan Pablo. E quello di lei. In quel momento aveva capito che il suo amore era ricambiato ! Unico raggio di sole in tanta disperazione...
Fuori dal castello l’attendeva la folta carovana che l’avrebbe accompagnata alla Corte di Barcellona. E da li sarebbe partita per le terre germaniche.
Quel giorno compiva 18 anni ed era stata promessa in sposa al Duca Stefano di Baviera II. Suo padre, Re Federico III d’Aragona, per il “bene” del suo Regno, aveva trovato il modo di stringere alleanze politiche sulla pelle ed il cuore della figlia.
Isabel Consuelo di Aragona pregò.

Déu
Sé que Joan ès del Paradìs.
Vaig a obeir tota la seva vida.
Per tal d'expiar els meus pecats
i ser acceptats en el cel també.
Fes que jo pugui trobar ell.
Fes que es quedaria amb ell per tota l'eternitat.
Si us plau, meu Deu.
(Signore
so che Joan è in Paradiso.
Ti obbedirò per tutta la vita.
In modo da espiare i miei peccati
ed essere accolta anch'io lassù.
Fà che io possa ritrovarlo.
Fà che possa rimanere con lui per l'eternità.
Ti prego Signore)

Si… avrebbe esaudito il volere del padre e di Dio.
Con le lacrime che ancora le scorrevano sul viso, aprì una nicchia segreta, nota solo a lei ed al Capitano, dove nascose per sempre il suo amato diario. E la richiuse. E con essa il suo cuore. Fino a quel giorno, se Dio avesse voluto.


Castello di Falconara, 25 novembre, oggi.

“Mi scusi, che idiota, non mi sono ancora presentato... Piacere, Paolo. A proposito, Auguri!”
“Grazie, molto gentile… Piacere mio... Consuelo”


Si strinsero la mano. Ed in quello stesso istante il Maresciallo sentì che non l’avrebbe mai lasciata....

Si strinsero la mano. Ed in quello stesso istante la Direttrice sentì che la sua vita stava cambiando....

Si stavano ancora guardando.... le mani ancora strette....

“Ehm... Maresciallo... tuttapposto ? “ Nedo era ancora li, imbarazzatissimo.
“Si. Oggi si. Meravigliosamente si” rispose il Maresciallo con la felicità nel cuore.
Zì ‘Ntonio vide la scena non osservato dagli altri, e aprì il volto rugoso in un enorme sorriso. Si voltò e cominciò a scendere le scale, togliendosi i guanti. Guardò il Crocefisso appeso alla parete della hall e poi verso il cielo… sussurrando disse... “ Ho esaudito le tue preghiere… Sii felice, ora, Principessa…”.
Quella stessa sera il vecchio sparì, e nessuno mai ne ebbe più notizie....

FINE


questo post.. pubblicato nel 2012.. lo scrissi per gioco. Un gioco che coinvolgeva vari autori di blog che forse sono ancora all’interno di questo circo... Si. Fu solo per gioco.
Lo ripropongo oggi, invece, per dedicarlo a te. Si, a te. Perchè te lo avevo promesso. Perchè non mi è rimasto altro.. Che vivere di ricordi

Semper Fidelis
d6360e49-21da-49c7-806c-61f45541037f
Prologo « immagine » Castello di Falconara, 27 marzo A.D. 1328 La carrozza reale, trainata da due splendidi cavalli pezzati, proveniva dalla Contea di Butera e procedeva lentamente sul sentiero sconnesso in quella giornata di sole primaverile. La Principessa Isabel Consuelo d’Aragona era...
Post
14/05/2017 14:47:38
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
  • commenti
    comment
    Comment
    5

Rami secchi...

11 maggio 2017 ore 12:30 segnala


La maggior parte degli uomini è come una foglia secca, che si libra nell'aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c'è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.



Imparare a cancellare dalla propria mente parole, ricordi, persone... è un esercizio che ho appreso con maestria. Lo testimoniano le cicatrici che avvolgono il mio animo come la Bougainville le case di Aruba... e che lo hanno abbellito.

Il sangue e le lacrime versate, raccolte nel Santo Graal della mia esperienza e modo d’essere.

Si, lo so fare bene.

Non importa il motivo. Non ce n’è uno in particolare per farlo. Succede e basta. Come un cavo d’ormeggio che si spezza, e non sai a chi attribuirne la causa. La marea, il vento, il passaggio di un’altra nave, l’usura.

Salvaguardare.
Me stesso o gli altri, non ha rilevanza.

Tagliare i rami secchi. Quando meno te lo aspetti. O quando ciò che è scritto lo rende inevitabile.

Un taglio netto. Si, sono un maestro.

Qualcuno mi dirà... impossibile... se hai un cuore, è impossibile...

Io gli risponderò... forse non ho un cuore...

... o, forse, un cuore ce l’ho... ed è per questo paradosso che non ho difficoltà...

Altri diranno... proverai rimpianto per tutta la vita...

A loro risponderò... non si può aver rimpianto per qualcosa che per te non esiste più...

Altri ancora non se ne accorgeranno nemmeno... come quando con gli occhi si guarda, ma non si vede...

Ma a tutti ricorderò... Non sono nessuno.

(Pubblicato da O.Dirke il 23/09/13)

Semper Fidelis
2731d9b2-08fd-42bf-b27f-aa17e836f446
« immagine » La maggior parte degli uomini è come una foglia secca, che si libra nell'aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c'è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino. Imparare ...
Post
11/05/2017 12:30:42
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    6
  • commenti
    comment
    Comment
    6

Petta reddast

10 maggio 2017 ore 20:48 segnala


Petta reddast... alla fine tutto si aggiusta.
Riprendere... risalire la corrente...

Riprendere da quei Mari del Nord che un tempo mi erano amici... e a cui avrei dovuto costruire altra diga, per fermare il tempo... le ragioni... il cuore.

Risalire... risalire me stesso... con racconti che un tempo erano di O.Dirke e che non percepisco ancora miei.. come fossero estranei...

Un passo alla volta...

Semper Fidelis
ca444538-9108-480f-9664-80d93f983983
« immagine » Petta reddast... alla fine tutto si aggiusta. Riprendere... risalire la corrente... Riprendere da quei Mari del Nord che un tempo mi erano amici... e a cui avrei dovuto costruire altra diga, per fermare il tempo... le ragioni... il cuore. Risalire... risalire me stesso... con racco...
Post
10/05/2017 20:48:42
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
  • commenti
    comment
    Comment
    1