New Orleans - Tribute to PepTide

28 luglio 2017 ore 20:58 segnala
"Doc, la memoria mi ha tradito, ma non cerco scuse. Colpa mia.
Sai quanto io sia restìo a fare dediche personali, se non in casi eccezionali... però, per farmi perdonare, e non potendo fare di più, e non avendo matite esotiche, ti regalo questo racconto.
Lo regalo a te che sei una persona veramente speciale, e che meriti di vedere realizzati i tuoi sogni. E non lo dico tanto per dire.. lo sai. Così come non serve vedersi.. frequentarsi... per dare una giustificazione all'empatia reciproca. C'è e basta. Magari passeranno altri mesi prima di leggerci ancora... ma per adesso... Auguri di cuore..."


New Orleans. Solo così ne percepisci l’anima. Solo così ti entra dentro e ti fluisce nelle vene alimentando sensi e percezioni che ti proiettano nella dimensione degli Stati del Sud.

Nel Golfo del Messico lasci alle spalle centinaia di piattaforme che le Sette Sorelle hanno fatto crescere nel nome del profitto, strutture che segnano una carreggiata immaginaria e che ti accompagna nel delta del Mississippi.

Solo così. Navigando.

Dal Perù, attraverso Panama, l’organismo ha già assimilato i fusi orari, dannazione di chi viaggia in aereo.

Non ti accorgi di essere nella foce di quel fiume leggendario finché l’orizzonte di fronte a te non si restringe in una cornice formata da due lingue di terra che segnano il letto di quel corso d’acqua maestoso.

“Ferma le macchine”.

L’attesa del Pilota non disturba l’attenzione vigile di chi è sul ponte su tutte le navi e imbarcazioni che intorno a te sciamano risalendo o ridiscendendo il fiume, in uno specchio d’acqua obbligato così ristretto che ti viene voglia di scappare. Navi, motoscafi, velieri, e bettoline incredibilmente lunghe e colme di carbone in fila indiana come fosse una processione al Dio del Mare.
La corrente trascina le acque una volta limpide del Lago Itasca, seimila chilometri più a nord nelle terre del Minnesota e dell’Illinois, fino alle acque dell’oceano Atlantico… quasi uno sposalizio tra acqua dolce e salata che trova il suo apogeo nel Delta…

E noi questa corrente la risaliamo, con la prua ben ferma a tagliare il flusso del fiume…

“Half ahead”... avanti mezza. La voce del Pilota è perentoria.

Le due sponde ai nostri lati offrono sempre uno spettacolo diverso, tutte le volte che lo ammiriamo…
Cavalieri che lanciano al galoppo il proprio ronzino in una sorta di gara con il nostro bastimento… croci che ricordano le anime di coloro che hanno voluto essere sepolti accanto a ciò che è stato simbolo e vita nel percorso terreno… piccole canoe che spuntano dai Bayous laterali guidati dai veri figli della Louisiana… mangrovie che celano la fauna locale come barriera invisibile di un mondo sconosciuto… case di legno e di un’architettura elegante e che solo li puoi vedere, di cui percepisci i segni delle innumerevoli ricostruzioni causate dagli uragani…

“Slow ahead”… avanti adagio.

Otto ore dall’imbocco del fiume sono quasi volate.. I moli di Algiers e i battelli a ruota, delizia dei turisti, ci riportano alla realtà… New Orleans.

Mettiamo i piedi a terra dopo venti giorni di navigazione… ed il rituale è sempre lo stesso quando attracchiamo qui… il primo bar, la telefonata a casa incuranti della differenza d’orario… il bicchiere di coca-cola che non capisci come mai costa più di una bottiglia di Brunello, ed è condito non con cubetti di ghiaccio ma con iceberg stile calotta antartica. Mi dimentico sempre di dire la magica frase… “uidaut ais plis”… E poi il taxi. Destinazione centro città. L’autista vola sulla sopraelevata che domina lo skyline e lo stadio dei Saints…

Amo questa città. E con me la amano i due compagni di franchigia. Ignazio, il giovanotto di macchina di soli 19 anni e con alle spalle un divorzio ed un figlio mai conosciuto… giovane all’anagrafe ma temprato come un sessantenne. Piero, il secondo di macchina, dall’aspetto truce ma con il cuore d’oro…
Mi considero.. ci consideriamo… marittimi veri. Non come quelli impomatati, arroganti e coperti da una divisa immacolata e la cui preoccupazione è quella di offrire un drink alla passeggera di turno.
Il mondo noi lo visitiamo dalla porta di servizio, attraccando nei posti più lontani dalla civiltà… le petroliere e chi le conduce sono viste dai benpensanti come il diavolo, salvo agognarne il contenuto alla stregua di cocainomani… Ma tant’è. Non ce ne frega nulla.

L’autista attraversa la notte portandoci dove abbiamo chiesto… La dove la possiamo, per una sera, dimenticarci della solitudine in mare.

Bourbon Street ed i suoi locali situati in ciò che sembra un caos organizzato alla perfezione ci abbaglia con le sue luci.. i suoi neon.. il predicatore di non so quale religione ci guarda con occhi iniettati di sangue sputandoci addosso passi della Bibbia che evocano la paura… la gente… la moltitudine di gente accalcata ci spinge come fosse la corrente del Mississippi lungo la strada… le bellissime donne seminude, sedute all’esterno ammiccano con fare erotico invitandoci ad entrare… e poi la musica… la musica che esce da ogni pertugio degli edifici intorno a noi… cajun, gospel, blues, jazz, rock… hai solo l’imbarazzo della scelta… artisti di strada talmente bravi che potrebbero trovare lavoro in un qualsiasi spettacolo televisivo nostrano…

Come topolini ipnotizzati dal pifferaio magico entriamo nel bar dove un gruppo blues sta suonando una melodia accattivante… ci sediamo davanti al bancone dove sopra di esso, una splendida ragazza vestita di solo un minuscolo slip segue le note a passi di danza voluttuosa… io ed i miei compagni, seguendo l’esempio di tutti gli altri avventori, infiliamo una banconota da 5 dollari tra la pelle vellutata di quella gamba e l’elastico della giarrettiera… Automaticamente il sorriso della donna si spegne e prosegue alla ricerca del prossimo benefattore…

Il tempo di bere un bicchiere e poi di nuovo fuori… troppe cose da vedere… da respirare… stare chiusi tra 4 mura nonostante lo spettacolo non fa per noi…
La musica Cajun.. l’adoro… seduto sullo sgabello dell’ennesimo bancone, ammiro i 15 musicisti che intonano note coinvolgenti ad un ritmo piacevole… sulla mia destra un ring pieno di fango dove due ragazze si sfidano con cruenza che non sembra recitata…
Questa è New Orleans… dove fare amicizia a Canal Street è facile come fare un nodo piano…

Ma New Orleans è anche altro…
E’ facile perdersi di vista nella calca… e così non troviamo Ignazio… per poi ritrovarlo un quarto d’ora dopo ad uno dei tanti incroci, bianco come un cencio … ci racconta della pistola puntata alla schiena…del trascinamento in una viuzza laterale.. la rapina.. i soldi, 700 dollari appena presi a bordo come parte dello stipendio… la catenina d’oro… il tutto in pochi secondi… Un’altra prova per quel ragazzo dagli occhi ormai vuoti…

Fare la denuncia ad una delle varie pattuglie che circolano senza sosta è improponibile… si rischierebbe di non tornare a bordo in tempo per la partenza… E così decidiamo, io e Piero, di fare una colletta… che sarà completata dal resto dell’equipaggio, ne siamo sicuri…

Ormai la serata non ha più senso di proseguire… fermiamo un taxi… torniamo a bordo…
Chi guida forse conosce delle scorciatoie… non rifacciamo la stessa strada dell’andata… attraversiamo quartieri bui… abbandonati… noto la pistola sul cruscotto del tassista nero che, vedendo il mio sguardo, sorride rassicurandomi “tranquillo fratello, qui è normale averla”… Rifletto ancora sulle sue parole guardando attraverso il parabrezza… bidoni da cui escono fiamme illuminano gli occhi di coloro che stanno intorno per riscaldarsi… Il bianco dei bulbi oculari seguono il nostro passaggio facendoci drizzare il pelo sul collo….

Si, anche questa è New Orleans.
Scendo dalla macchina e mi fermo davanti allo scalandrone di bordo… le valvole di sfogo delle cisterne, le press vac, stanno intonando una cacofonia che mi ricorda qualcosa… si… sembra quasi che vogliano invitarmi a cantare….

“Oh when the Saints… go machin ‘in…”




Semper Fidelis
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"Doc, la memoria mi ha tradito, ma non cerco scuse. Colpa mia. Sai quanto io sia restìo a fare dediche personali, se non in casi eccezionali... però, per farmi perdonare, e non potendo fare di più, e non avendo matite esotiche, ti regalo questo racconto. Lo regalo a te che sei una persona veramente...
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28/07/2017 20:58:46
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Il generale

07 luglio 2017 ore 10:52 segnala
Non solo mare... il mio “vissuto” è legato anche a splendide montagne che avvolgono come un mantello la terra in cui sono nato. Legato soprattutto ad una città...

Cara vecchia zia... vorrei poterti vedere più spesso, nonostante le miglia che ci dividono.
Già.. e quando ci riesco è come se tornassi bambino.

Mi affaccio dalle finestre di casa tua ricordando ancora amicizie di un’età fanciulla e d'improvviso le narici vengono concupite dal profumo delle zagare e degli aromi di quella terra che ami così tanto, creando un contrasto netto con le nevi che vedo fuori, facendo tornare in mente, ed in una specie di caleidoscopio, i lineamenti di Trinacria.
Non so come tu riesca dopo tanti anni a tenere vivo in casa una sorta di “biosistema” che di alpino non ha nulla...

I profumi... sono forse la parte più importante di questo mondo... percepirli mi fa viaggiare con la mente laddove ho avuto la fortuna di aver lasciato un’orma... o una scia.

Legato anima e corpo a tanti luoghi e a nessuno, un paradosso che mi fa sentire come un apolide. Senza Patria e senza Nazione. Ma qui da te è come fosse un tornare a casa, anche se casa non è.

Amo sentire le tue storie... tantissime... sempre le stesse... raccontate come fosse la prima volta, sintomo di un male che ti fa ricordare come fosse uno schermo nitido il passato, ma ti fa dimenticare il presente...

Adoro osservare le vecchie fotografie e stampe ingiallite che a periodi alterni trovi nel profondo dei tuoi cassetti, e appendi al muro del corridoio...

Tu, dalla poltrona rossa della cucina, segui il mio sguardo compiaciuta mentre mi soffermo ad ammirare immagini di un’epoca ormai lontana... E sai leggermi nel pensiero... come hai fatto sempre...

“ti ho mai raccontato dello sbarco degli americani?”

Mi volto.. sorrido... erano proprio di quell’avvenimento le immagini, mai viste prima, che stavo guardando.

Si, lo hai fatto un sacco di volte, zia...

“No tata, raccontamela dai”. La chiamo ancora così... l’ho sempre chiamata così.

Quel giorno avevi 18 anni...

“ricorderò sempre quel 10 luglio dalla terrazza del paese non si riusciva più a vedere il blu del mare da quante navi c’erano...”

“...sapevamo che qualcosa doveva succedere... i tedeschi erano quasi tutti spariti qualche giorno prima, lasciando gli italiani smarriti, non sapevano cosa fare...”

La storia scorre precisa di ogni dettaglio... come se fosse ancora li presente e stesse raccontando in diretta ciò che vedeva...

“le chiacchiere in paese, dicevano che don Luciano dall’America avesse preparato la strada, ma io e tuo nonno non ci credevamo...”

“la mia vecchia maestra, la signorina Maria, tutta vestita di bianco e con un ombrellino altrettanto candido capitò nella piazza Umberto proprio mentre bombe e granate massacravano l’asfalto... tuo zio e tuo nonno corsero a portarla al sicuro... lei diceva ogni secondo ma che sta succedendo?? venisse con noiautri maestra! e la trascinarono al sicuro... quanto abbiamo riso, dopo, al pensiero di quella scena...”



“sono sbarcati quasi senza resistenza... quei pochi soldati italiani rimasti sono rimasti uccisi poverini ... o prigionieri... ne conoscevo tanti di loro... chissà che fine hanno fatto...”


Continuo a guardarla con un sorriso e ad ascoltarla...

“le divise degli americani erano strane.. anche gli elmetti... ma erano molto gentili... non riuscivo a comunicare molto con loro... conoscevo solo il francese ed il tedesco... ma mani e piedi riuscivamo a capirci..”

“c’era un americano, poi, che sembrava vestito come un soldato... lo distingueva solo un binocolo appeso al collo... ma doveva essere una persona importante perchè tutti si rivolgevano a lui con deferenza... mi è toccato rincorrere tuo padre che era ancora un bambino ed era vestito da balilla.. andò dallo yankee a chiedergli la cioccolata e temevo che lo avrebbe rimproverato. Invece lo prese in braccio con un sorriso e gliene regalò una barretta... davvero gentile...”




Mi volto e guardo la stampa appesa al muro. Vedo il generale Patton in posa tutt’altro che marziale, quasi timoroso del fotografo. Ma dai. E’ stato lui a prendere in braccio mio padre? Tante volte avevo sentito quella storia... ma solo ora comprendo.

Finisce il racconto... ed inizia l’ennesimo rituale del caffè, in religioso silenzio.

Cara vecchia zia...
so per certo che chi di noi due rimarrà... sarà come l’ultimo dei Mohicani... Troppo simili io e te... nei pensieri, sogni, azioni... nella voglia di afferrare il mondo...
Molti che abbiamo amato non ci sono più...
I nostri figli hanno intrapreso altre strade ormai... all’inseguimento di altre visioni... ed è un bene, forse...

Fino allora... ti terrò stretta nei miei pensieri... nel mio abbraccio...

“Ti ho mai raccontato di quella volta che....?”

Sorrido ancora... “No, tata, racconta dai”...

Semper Fidelis
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Non solo mare... il mio “vissuto” è legato anche a splendide montagne che avvolgono come un mantello la terra in cui sono nato. Legato soprattutto ad una città... Cara vecchia zia... vorrei poterti vedere più spesso, nonostante le miglia che ci dividono. Già.. e quando ci riesco è come se...
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Figli

30 giugno 2017 ore 14:02 segnala
Spesso mi viene chiesto da chi il mare lo vive solo su un pedalò durante le vacanze...
“ma come fate a stare per così molto tempo lontano da casa... dagli affetti...?”
e sempre di più mi rendo conto che non esiste il passepartout che possa dare accesso allo scrigno delle risposte. Chi, come me, ha scelto questa vita lo ha fatto per i motivi più disparati...

L’amore per il mare... fuggire dal proprio passato... allontanarsi da dolori che lacerano l’anima... necessità di mantenere una famiglia... spirito di avventura... voglia di conoscere un mondo che non sia quello che, sempre uguale, ci vede nascere e morire...

In più di trent’anni in cui il mio orizzonte è stato lambito dal blu del cielo a quello delle onde, ho avuto l’onore di conoscere uomini veri... sia che tenessi in mano la redazza per pulire i ponti oppure il compasso per tracciare le rotte, sono stato al fianco di persone che mi hanno regalato la loro storia. La loro esperienza. Hanno condiviso con me gioie e dolori. Attimi di euforia e giornate di malinconia.

Un mondo, il nostro, in cui non importa quale sia la latitudine o la longitudine in cui ci troviamo. Non desideriamo continenti piuttosto che atolli. Sappiamo adeguarci allo stesso modo sia alla burrasca che alla calma piatta.
Un mondo in cui svisceriamo il nostro animo ai cristalli di sale che brillano attaccati ai traversini del ponte sotto i raggi del primo sole, così come lo sveliamo a chi ci sta accanto ad ascoltare. Non fa differenza se la persona la conosci da un giorno o da sempre. Sai che quel qualcuno, un giorno, potrebbe salvarti la vita... e soprattutto sai che se è li con te, molto probabilmente porta il tuo stesso bagaglio. Il tuo stesso peso.

A dire il vero non amo molto raccontare al prossimo ciò che tengo chiuso nel cuore e nell’anima. E’ raro che mi apra. Forse ho esternato più in questo blog che a monitor spento. Molti, invece, lo hanno fatto e lo fanno tuttora con me. In questi anni, mio malgrado, sono stato preso per mano ed accompagnato attraverso i sentieri più celati dell’essenza umana. Sia che fossero risplendenti di luce gioiosa che tormentati dal buio.
Non so perché abbia goduto di cotanta fiducia. Forse perché so ascoltare. O forse perché hanno sentito e percepito che so mantenere un segreto...

Ed è in queste storie che ho scoperto, nel tempo, l’esistenza di un filo conduttore che le accomuna. L’amore per i figli.

Lo strazio di esserne lontani, misto all’orgoglio della loro crescita. L’impotenza di fronte alla consapevolezza di non poter partecipare ai loro progressi, unita alla felicità al pensiero di un abbraccio, dopo lo sbarco.

I figli.

Dio solo sa cosa farei io per i miei. Per loro mi sono sacrificato, e continuerò a farlo. Per loro ho rinunciato, e continuerò a rinunciare.

Guardo la mia “bimba” seduta accanto a me sul divano ...

Stringo più forte l’abbraccio che ci unisce... e le sussurro...
“... io e te e tuo fratello siamo imbarcati sulla stessa nave... e non ci sarà tempesta che possa abbandonarla... nemmeno per un istante...”




Semper Fidelis
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Spesso mi viene chiesto da chi il mare lo vive solo su un pedalò durante le vacanze... “ma come fate a stare per così molto tempo lontano da casa... dagli affetti...?” e sempre di più mi rendo conto che non esiste il passepartout che possa dare accesso allo scrigno delle risposte. Chi, come me, ha...
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E se domani...

20 giugno 2017 ore 20:21 segnala



E se domani... dirottassi la mia nave verso mari lontani...

... se ne prendessi il timone, occhi all'orizzonte e mente alle stelle...

... acque placide nel cuore in tempesta...

E se domani... dove tutto inizia, e tutto finisce... dovessi festeggiare....

... amarezze, illusioni, sogni da inseguire...

E se domani... voltassi le spalle a ciò che è già scritto... rotte deviate...

venti ingannati... forse...

Forse... darei un senso al domani.

Odirke... grazie. Ora tocca a me.


Semper Fidelis. Fui.
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« immagine » E se domani... dirottassi la mia nave verso mari lontani... ... se ne prendessi il timone, occhi all'orizzonte e mente alle stelle... ... acque placide nel cuore in tempesta... E se domani... dove tutto inizia, e tutto finisce... dovessi festeggiare.... ... amarezze, illusioni, ...
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Il bianco... il nero.

20 giugno 2017 ore 14:03 segnala


Oggi, in terra di Fiandre, ho assistito ad un episodio che mi ha fatto tornare alla memoria un filmato che avevo postato anni fa su Youtube, come ricordo di viaggio...
Un corvo nero che inseguiva un gabbiano bianco, probabilmente a difesa del proprio nido o del “territorio”. Non so.
Qualsiasi marittimo di esperienza, nella propria storia, può raccontare di incontri avuti con la fauna di qualsiasi genere. Uccelli, mammiferi marini, pesci, rettili... Ho avuto il privilegio di vedere le foche in Perù, gli albatri nel Pacifico, le balene in Atlantico, le anaconde in Venezuela, le fregate in Colombia, i pescecani nell’Oceano Indiano, i delfini in Giappone... Ma solo una volta avevo assistito ad un duello tra volatili. Al largo dell’Ecuador. Ed ero riuscito a filmarli.
Sul Ponte di Comando delle navi tradizionali, tenere le porte aperte significa poter fare circolare l’aria e difendersi dal caldo. Ma questo comporta, a volte, l’intrusione di uccelli che poi non riescono a trovare più la via di uscita e che nel tentativo di sfuggire agli “umani” sbattono in continuazione sulle vetrate di plancia, facendosi veramente del male. Quando capita, chi è sul posto rimane immobile per non spaventare il volatile e spera che questi trovi l’uscita da solo. Altrimenti lo si deve aiutare, spaventandolo ancora di più.
Ricordo di una notte afosa, al largo di Curacao, in cui un “essere” si fiondò come un missile all’improvviso dentro la plancia. Io ed il marinaio di guardia ci spaventammo a morte. Le ombre proiettate dai led degli strumenti di navigazione lo fecero sembrare un condor. In realtà era un uccelletto un pò più grosso di un passero. Si appollaiò sul radar di dritta. Era grigio, col petto robusto tutto nero e la testa dello stesso colore. Non sono mai stato un esperto in materia ,e non saprei dire che razza fosse. L’unica cosa certa fu che era sfinito.
Quando, io e il marinaio riprendemmo coraggio, ci avvicinammo piano piano ma l’animale non fece nemmeno la mossa di allontanarsi. Anzi. Si fece pure accarezzare. Il primo nostro istinto fu di nutrirlo. Mandai il marinaio a prendere acqua e briciole di pane. Ma Apollo (così lo chiamammo ma non chiedetemi il perché), non ne volle sapere.
Passarono due giorni ed il nostro amico continuava a rifiutare il cibo. Il Comandante mal digeriva il fatto che quel volatile stesse li come una statua sul “suo” radar. Ma non ebbe il coraggio di prenderlo e di farlo volare forzatamente. Con la promessa che avrei pulito io lo strumento di navigazione dal guano che nonostante tutto Apollo produceva, riuscii a farlo stare a bordo.
Dal porto del Costarica da cui eravamo partiti, ci portammo come clandestini anche una miriade di mosche. Fu guardando una di queste che mi venne l’idea, ispirata forse inconsciamente da qualche documentario visto in passato. Uccisi l’insetto e l’avvicinai al becco dell’uccelletto. Non feci in tempo a togliere le dita che Apollo aveva divorato il suo pasto e beccato il mio indice. Da quel momento in poi a bordo si diffuse la caccia alla mosca. Partecipò tutto l’equipaggio che ormai avevano adottato il pennuto come una mascotte. Per le mosche non ci fu scampo. Finirono tutte nello stomaco del passerotto cresciuto, che sembrava un pozzo senza fondo.

Passarono sei giorni, la costa si stava avvicinando. E lui prese il volo. Da solo. Senza preavviso. Uscì da dove era entrato senza nemmeno sbattere sui vetri. Noi ce lo aspettavamo, ma nonostante tutto quando se ne andò ci si strinse il cuore.
Così come mi si strinse il cuore nel vedere quel duello aereo.
Il nero contro il bianco. Evoluzioni acrobatiche di attacco e di difesa. Niente a che vedere con la gioia festosa del branco di delfini visti due giorni prima.
Ne seguivo e filmavo i movimenti cercando di non perderli. Mi sentivo impotente, avrei voluto fare qualcosa. Facevo il tifo per il bianco, naturalmente, e c’è stato un attimo di smarrimento quando non riuscii più ad inquadrarlo. Il nero, prepotente, rimase interdetto. La sua preda sembrava scomparsa. Rassegnato si dileguò.
Il bianco invece era li. A bordo. Mimetizzato con le ringhiere dello stesso colore. Sfinito, con il fiatone frutto della fuga per la vita. Ma salvo. Rimase anche lui sulla nave, come passeggero, per diversi giorni. Ma a differenza di Apollo non si fece avvicinare.
Non ho mai capito se la mimetizzazione fosse stata una sua furbizia o se si fosse arreso attendendo il nemico. Non lo saprò mai.
Il "bianco" ed il "nero". La consapevolezza che non sempre il male riesce a vincere.

Pubblicato da Odirke... in tempi in cui la memoria era ben accolta...


Semper Fidelis. Fui.
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« video » Oggi, in terra di Fiandre, ho assistito ad un episodio che mi ha fatto tornare alla memoria un filmato che avevo postato anni fa su Youtube, come ricordo di viaggio... Un corvo nero che inseguiva un gabbiano bianco, probabilmente a difesa del proprio nido o del “territorio”. Non so. Qu...
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Under Keel Clearance

13 giugno 2017 ore 11:42 segnala
UNDER KEEL CLEARANCE




Quante volte nel nostro linguaggio comune usiamo come metafora dei termini legati al mare… vento in poppa, tenere la rotta, promesse da marinaio…
Ve ne voglio regalare un altro. Usato solo dagli addetti ai lavori, ma che potrà servirvi… forse...

Cos’è l’under keel clearance ? Spiegarlo in poche parole non è semplice.
La traduzione letteraria vera e propria non avrebbe senso.
Quei tre vocaboli, insieme, indicano lo spazio libero al di sotto della chiglia.
La pianificazione del viaggio è un compito fondamentale che ogni Ufficiale di Rotta ed ogni Comandante devono svolgere prima che la propria nave salpi dal porto. Che sia da Messina a Reggio Calabria… o da Genova a San Francisco… la rotta va tracciata, il percorso studiato.
In questa file si inseriscono una quantità enorme di dati, riferimenti e calcoli. Ed un elemento fondamentale è rappresentato dall’UKC.
Una nave, un pedalò o qualsiasi tipo di natante che non sia un materassino senza passeggero, quando è in galleggiamento si immerge nell’acqua per una determinata lunghezza. La distanza dal livello del mare alla chiglia è chiamato “pescaggio”.
Se la stessa nave “pesca”, ad esempio, 5 metri… certamente non può navigare in acque dove il fondale è minore o uguale a quella misura. Quindi è cura di chi pianifica assicurarsi di tracciare sulla carta rotte che passino su batimetriche maggiori di 5 metri.
Ma il pescaggio in sé non è sufficiente. Bisogna tenere conto di molti altri fattori… maree, sbandamenti della nelle accostate, cambiamenti di assetto legato ai consumi di carburante, l’effetto squat (altro termine la cui spiegazione meriterebbe un capitolo a parte), la densità dell’acqua che varia, le presumibili altezze del moto ondoso che andremo ad incontrare…
L’insieme di tutti questi elementi, per sicurezza, fanno aumentare il mio pescaggio virtuale da 5 a 6 metri ad esempio. A questo aggiungiamo (il 20% del pescaggio virtuale, di norma) per maggiore tranquillità. Ovvero un metro e venti.
Questa misura determina il mio UKC.
Nel disegnare la rotta dovrò quindi cercare batimetriche maggiori di 7 metri e venti. Se navigo dove il fondale è 10 metri, il mio UKC è 2,80 metri. Se fossi costretto a passare in fondali minori, mi verrò a trovare in una situazione di pericolo. O, peggio, mi incaglierei.
UKC. Metafora di vita.

Nel “navigare” la mia esistenza, traccio una rotta che tiene conto di molti fattori. Non una pianificazione vera e propria che naturalmente non è possibile fare per i capricci del destino, ma una assicurazione sul mio benessere. La vita mi ha insegnato nel tempo a calcolare il “mio” UKC tenendo conto di lutti, false amicizie, distacchi, persone che entrano ed escono dalla mia esistenza a loro piacimento, lavoro, difficoltà vere o presunte… tutto ciò che potrebbe rappresentare uno scoglio nel mio cammino.
Il mio margine di sicurezza.
Così riesco a veleggiare senza la paura di spiaggiarmi. E guardare avanti.
Incagliarsi può essere fatale, se il fondale non è sabbioso e la marea non ti aiuta.
Solo le tempeste improvvise potrebbero sconvolgere il tutto....
Calcolatevi il vostro UKC. Fatelo con la maggiore accuratezza possibile. E forse… dico forse… riuscirete a stare a galla.

È l'alba e guardi il mare.
È il tramonto e guardi il mare.
È notte e guardi il mare...
Povero Robinson. (Flavio Oreglio).


Pubblicato da Odirke... quando credeva di poter stare a galla.

Semper Fidelis
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UNDER KEEL CLEARANCE « immagine » Quante volte nel nostro linguaggio comune usiamo come metafora dei termini legati al mare… vento in poppa, tenere la rotta, promesse da marinaio… Ve ne voglio regalare un altro. Usato solo dagli addetti ai lavori, ma che potrà servirvi… forse... Cos’è l’under...
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Zicchillo (....Nuvola)

05 giugno 2017 ore 10:10 segnala
Scritto anni fa... solo per raccontare... ora dedicato ad una persona a me cara, che aveva trovato in un cane tutto ciò che difficilmente si trova in un essere umano. Lealtà. Coraggio. Amore. Fiducia.


Me ne innamorai subito, non appena la vidi.
La bestiola era in braccio a Giuseppe che stava salendo lo scalandrone per tornare a bordo, e sembrava un batuffolo di pelo con due occhi vispissimi.
“O questo da dove arriva ?” gli chiesi, riferendomi al cucciolo di cane che sbucava dalla giacca in cui era avvolto.
Comandà, l’ho trovato sulla salita per Ortona che sembrava perso, non potevo lasciarlo li !” mi rispose con occhi imploranti, ben sapendo come la pensassi sull’argomento animali a bordo.
Le regole sanitarie sulle navi sono molto severe e, soprattutto sulle petroliere, non c’era posto per gli animali. Stavamo mollando gli ormeggi, e non ci sarebbe stato il tempo di affidare il cagnolino a qualcuno.
“Peppe, questa un giorno me la paghi. Sicuro che l’hai trovato ?” gli domandai seriamente.
“Glieloggiuro Comandà!”. Mantenni lo sguardo severo, ma in cuor mio ero felice di accogliere quella creatura. La presi in braccio e la portai all’interno. Ai problemi che sarebbero sicuramente nati in seguito, ci avrei pensato in un secondo momento.

Mezz’ora prima era abbandonato. Ora aveva trovato di colpo 15 amici che facevano a gara per coccolare la “creatura”. Il primo ordine del giorno, in navigazione, fu quello di trovargli un nome. Io mi astenni, lasciando decidere l’equipaggio che dopo tre ore di estenuanti trattative trovò un accordo.

Zicchillo.
Fu Benito, il famoso marinaio di Torre del Greco a spuntarla. Non ricordo se quell’appellativo avesse un significato preciso nello slang delle sue terre, ma sicuramente non era né il migliore o peggiore nome che fu proposto in quella votazione.
Eravamo tutti innamorati del cucciolo. Nonostante fosse così piccolo aveva una vitalità e una forza sorprendente. Notai le zampe, e capii subito che non sarebbe stato un cane di piccola taglia.
Al porto successivo, dopo aver fatto giurare tutti quelli di bordo che non una sola parola doveva trapelare in Compagnia del nostro “segreto” lo portai da un veterinario.
“Complimenti, Comandante. E’ sano e robusto. Ha quattro mesi ed è un incrocio tra un pastore tedesco ed un dobermann”. E così lo vaccinò.



Non potevo prendermelo a carico e registrarlo. Anche volendo non avrei avuto la possibilità di tenerlo a casa mia. Ne io ne tutti gli altri a bordo. Decidemmo comunque di “arruolarlo” sulla nave fino a quando lo avessimo affidato a qualcuno, serio, che lo avesse adottato.

Ma intanto il tempo passava.
E Zicchillo cresceva a vista d’occhio. Cresceva di fisico e di intelligenza, veramente notevole. Più di una volta ci lasciava stupiti con la sua furbizia.
Il Direttore di Macchina, i primi tempi, gli costruì una cuccia a due piani fatta di legname recuperato dai pellet ed imbottita all’interno con la stoppa. La cuccia stava lontana dagli occhi indiscreti dei vari visitatori di bordo che ammiravano incuriositi il nostro meticcio. Fino al giorno in cui il cane si incastrò all’ingresso della stessa, per via della sua mole. Decidemmo quindi di lasciarlo dormire, a turno, su un materassino davanti alle cabine dell’equipaggio, dove comunque entrava di soppiatto nottetempo andando a leccare il viso dei marittimi insonnoliti.
Ognuno a bordo era responsabile nei suoi confronti per qualche cosa. Io lo portavo a passeggio durante le soste in porto. E a dire il vero era lui che portava a spasso me. Senza che nessuno gli insegnasse, sapeva perfettamente quando era il momento della camminata, presentandosi davanti alla mia cabina con il guinzaglio in bocca. Il primo giorno ricordo che tirava come un bue, così forte che facevo fatica a tenerlo. Ci vollero solo un paio di minuti per fargli capire il passo che doveva tenere. E lo mantenne sempre, da quel momento in poi.
Il cuoco provvedeva alla sua alimentazione. Un marinaio a farlo giocare. Il Giovanotto di Macchina a sistemargli il materassino.
Il Nostromo alla toeletta, che era un momento epico.
Tutte le domeniche, quell'uomo legava Zicchillo con il guinzaglio sotto la lancia di salvataggio. Poi prendeva la manichetta di acqua dolce e lo sciacquava. Insaponata. E risciacquo finale. In quei momenti il cane stava fermo in piedi, la coda tra le gambe e le orecchie basse come un bambino che mette il broncio per una attività che non gli piace. Quando il Nostromo lo slegava, cominciava lo show.
Zicchillo cominciava a correre come un ossesso ma, essendo la nave di ferro, le sue zampe bagnate non facevano presa, sicché mulinava le zampe come un levriero per rimanere però sul posto. Quando i cuscinetti alle estremità degli arti si asciugavano e quindi facevano grip sul “terreno” lo vedevamo saettare come una freccia verso prora. Dove, dopo essersi scrollato l’acqua dal pelo, si infilava tra i cavi di ormeggio (dove faceva anche i suoi bisogni) strusciandosi per asciugarsi. Da quel momento, per un’ora, non era possibile avvicinarlo. Quei pochi che osavano, scappavano di gran carriera alla vista dei denti digrignanti che non avevano nulla da invidiare ad un mannaro. Una volta asciugato per bene ritornava ad essere l’amicone di tutti. Fu quasi da subito che, la domenica mattina (e solo di domenica), si nascondeva dalle prime luci del giorno negli anfratti di bordo per non farsi trovare, come quella volta che lo pescammo con la testa infilata in una manica a vento e il culo di fuori in bella vista.

Piano piano divenne comunque il “padrone” della nave. Conosceva il punto esatto dove meno si sentivano gli effetti di rollio e beccheggio. La "Grotta del Cane", come viene chiamata sulla Vespucci. Nonostante alcune zone fossero a lui inaccessibili (come la sala macchine) riusciva a intrufolarsi ovunque.
Una mattina un marinaio vide la sua zampa tutta colorata di rosso e, pensando che fosse andato nella cala pittura a giocare e fare danni, prese il diluente e cercò di ripulirlo. I guaiti disperati del cane gli fecero capire che non era vernice quella sul pelo ma sangue, frutto di una leggera ferita che si era procurato tra gli scaffali. Zicchillo non reagì al marittimo. Ma appena questi mollò la presa si precipitò di nuovo a prua, in mezzo ai cavi. Il suo rifugio. Dopo un’ora si lasciò curare.
In navigazione durante il giorno saliva sul ponte di comando a fare compagnia all’Ufficiale di guardia, accucciandosi tranquillo sotto il tavolo da carteggio. Oppure correva a prua ad abbaiare festoso ai delfini che piroettavano intorno al bulbo della nave.
Alle 12 in punto rancio servito a poppa, nella sua ciotola.
Quando era ancora cucciolo entrò senza permesso in cucina. Io lo vidi e gli gridai di uscire. Lui ubbidì subito. E non ci mise più zampa. Anzi. Un giorno lo mettemmo alla prova. In un giorno tranquillo di fonda, entrammo tutti in cambusa e lo chiamammo a gran voce. Lui arrivò di corsa, ma frenò senza oltrepassare il confine invisibile che divideva la mensa dalla cucina. Si accucciò e posò il muso sullo stipite e non entrò, nonostante i nostri inviti. Nemmeno l’osso finto ed il suo pallone sbandierati dal 1°Uff.le lo convinse. Straordinario.

Ormai passavano le settimane ed il cane cominciò ad essere una celebrità anche ad ogni porto che toccavamo. Era ben voluto da tutti. O quasi.
Come riuscisse a distinguere i marittimi, dagli ospiti occasionali rimase sempre un mistero. Un giorno salirono a bordo contemporaneamente un marinaio che doveva imbarcare e un ispettore del pontile. Non aveva mai visto nessuno dei due. Ma ringhiò solo all’ispettore che sbiancò come una mozzarella.
E le voci arrivarono nostro malgrado fino agli Uffici della nostra Compagnia. Ora era impossibile tenerlo nascosto.
Fortunatamente non ci fu reazione negativa da parte dell’Armatore. Solo un silenzio assenso che, a parer nostro, ci permetteva di tenere ancora il cane a bordo.

Quando sbarcai mi si strinse il cuore, non sapendo se sarei tornato e, soprattutto, se avessi ritrovato il trovatello.
Passarono due mesi e mi destinarono invece ancora su quella nave. Lui era ancora li.
Nell'istante in cui mi rivide abbaiò come un ossesso e mi saltava addosso leccandomi da tutte le parti. Ma la gioia era reciproca. Ad essere onesti la sua era la festa di benvenuto che riservava a tutti i marittimi che conosceva a bordo, che sbarcavano e che ritornavano.

Poi avvenne l’impensabile. A Civitavecchia.
Saremmo dovuti partire la sera, ma ritardi sulle operazioni di discarica ci fecero arrivare alla mattina successiva. Eravamo tutti molto stanchi. Diedi l’ordine di partire il più presto possibile, ci stavano già aspettando in terra spagnola.
Fu ritirata la scala, collegati i rimorchiatori e cominciammo la manovra di uscita.
Eravamo quasi all’imboccatura di uscita.
Ad un tratto, dal ponte, sentii delle urla in coperta. L’imperativo, sulle petroliere, è il detto “non si grida e non si corre” e se qualcuno aveva disobbedito al dogma doveva essere solo per un grave motivo. Mi si gelò il sangue. Zicchillo stava correndo in banchina abbaiando come un pazzo al nostro indirizzo. Era rimasto a terra. Come fosse successo, nessuno lo sapeva. Tutti davano per scontato che fosse a bordo. Probabilmente, non visto da alcuno, era sceso dalla scala andando a curiosare nel porto o forse perché attratto da qualcuna della sua specie.
Fatto sta che ormai era impossibile tornare indietro, perché avrebbe creato delle ripercussioni impossibili da giustificare, sia dal punto di vista giuridico che pecuniario.

La navigazione da Civitavecchia a Huelva parve a tutti un incubo. Io ero a pezzi. Tutti facevano mille ipotesi sul futuro del nostro cane ma nessuno pronunciò mai la parola canile, anche se sono convinto fosse stampata a lettere di fuoco nella mente di tutti noi.
Le navi come le nostre, sempre alla busca, non hanno una linea di navigazione da seguire ma vengono inviate là dove c’è da mettere a bordo un carico. Poteva essere in qualsiasi parte del mondo. Le possibilità di ritornare nel porto laziale erano minime.
Quando, dopo 4 giorni, mi arrivarono gli ordini per il viaggio successivo capii una volta di più che il destino di tutti noi è scritto. La destinazione era Civitavecchia. Ancora.

Alla notizia, tutto l’equipaggio esultò. Forse c’era una speranza.
Attraccammo 10 giorni dopo. Alla stessa banchina.

E lui era li, che ci aspettava. Le nostre urla ed i suoi latrati si fusero insieme in una sinfonia, e non ricordo musica più bella che sia entrata nel cuore
Come fu calata la scala, l’animale si precipitò di corsa a bordo e noi ci precipitammo su di lui.
Abbracci, leccate, scodinzolamenti, lacrime. Dalla contentezza Zicchillo se la fece letteralmente addosso.

L’equipaggio era di nuovo al completo.
Gli operatori della banchina raccontarono che dal momento della nostra partenza, il cane si nascose in mezzo agli immensi collettori del porto petrolifero. Ne usciva solo se attraccava una nave, tornando comunque in quel meandro, deluso, quando capiva che non era la “sua”. Loro stessi si offrirono di portargli da mangiare ma non riuscirono mai ad avvicinarlo. Lasciavano cibo ed acqua in una ciotola poco distante dal suo nascondigio che consumava solo di notte, quando la solitudine ammantava il porto. Nessuno di loro se la sentiva di chiamare l’accalappiacani. E lo avrebbero sfamato finchè fosse rimasto li.
Non finii mai di ringraziare la loro generosità, e da quel giorno diventarono miei ospiti fissi a pranzo e a cena.

Il cane fu però talmente scioccato da quella esperienza che si rifiutava di scendere da solo, se non al guinzaglio con qualcuno di noi.
Questo mi fece riflettere molto. Mi resi conto che Zicchillo meritava di più e che, forse, la nostra ostinazione di tenerlo a bordo fosse solo un atto egoistico. In effetti aveva 15 amici, ma nessun padrone.
Non volevo che accadesse ancora. Un altro distacco come quello non lo avrei sopportato.

Così, con la morte nel cuore, prendemmo tutti una decisione.
A Napoli c’era un finanziere vedovo, che abitava in campagna con altri cani, innamorato di Zicchillo ed il cane, unico caso di non marittimo, era visibilmente affezionato a lui. Una questione di alchimia, credo.
L’occasione si presentò quasi un anno dopo il ritrovamento di Ortona.

Nella città partenopea, una volta ormeggiati, ci fu l’addio.
Il militare prese il guinzaglio e portò l’ignaro Zicchillo, che trotterellava contento dietro a lui, verso l’uscita del porto.
Fu l’ultima volta che lo vidi.

L’amarezza del distacco fu addolcita dalle notizie che regolarmente il nuovo padrone ci inviava. Zicchillo era felice della sua nuova casa. Della sua nuova compagna. E dei cuccioli che con essa ha procreato.

Mi mancò per parecchio tempo, e a pensarci bene mi manca ancora. E non soltanto a me.

Semper Fidelis
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Scritto anni fa... solo per raccontare... ora dedicato ad una persona a me cara, che aveva trovato in un cane tutto ciò che difficilmente si trova in un essere umano. Lealtà. Coraggio. Amore. Fiducia. Me ne innamorai subito, non appena la vidi. La bestiola era in braccio a Giuseppe che stava...
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Venezuela, te quiero recordar de esta manera...

01 giugno 2017 ore 17:56 segnala



…il richiamo è forte…

… come brezza proveniente all’improvviso, carica di quelle sensazioni… quegli odori… che penetrano nei pensieri evocando libertà e fierezza d’essere.

Brezza che sorge sull’increspare delle onde, attraversa fiumi, accarezza gli alberi… proveniente da ogni parte del mondo… il mondo che ho conosciuto… la terra che ancora sogno…

Risvegli di ricordi assopiti ma mai dimenticati… lasciati li a riposare negli anfratti glabri di incertezza odierna. Illesi da logiche incomprensibili a cui non voglio assoggettarmi…

Mi basta chiudere gli occhi… richiami…

… uno dei tanti…

La baia di Maracaibo… Puerto Miranda…

…Claudio è uno dei tre fuochisti di bordo. Un’amicizia nata immediatamente, senza se e senza ma. Spontanea.

…Claudio, uno degli innumerevoli personaggi incrociati nel mio cammino.

…Claudio è anche il barbiere di bordo. Una vita avventurosa. Una vita che non era nata per il mare. Socio di un parrucchiere a Montecarlo, sperpera una fortuna nel casinò. Un vizio che non lo ha mai abbandonato.

La fuga dai creditori, il rifugio a cavallo delle onde. Lontano dalle sale da gioco. Abbandonando tutto e tutti si reinventa fuochista. Al prezzo di una birra taglia i capelli dell’equipaggio con arte e maestria. Una fortuna averlo a bordo.

…Claudio ha una vena di pazzia che si risveglia quando meno te lo aspetti. Buttandosi da cinque metri nella minuscola piscina della nave o cantando a squarciagola melodie di chansonniers francesi.

…Claudio disprezza la gerarchia. Diventando la disperazione del Direttore di Macchina a cui non fa mancare epiteti da vero scaricatore di porto. Ma è un ottimo meccanico. E ama il suo lavoro come nessun altro. Se c’è da buttarsi nella sentina piena di olii, morchie e liquami per aggiustare qualcosa non aspetta di essere chiamato. Ci si tuffa e basta.

… Claudio e una singolarità inquietante. Nei suoi precedenti viaggi al servizio di altre Compagnie, poco dopo lo sbarco per fine turno, alla nave su cui era stato ospite succedeva qualcosa. Un incendio. Un incaglio. E un affondamento… anche la Tito Campanella ha apprezzato i suoi servigi poco prima di sparire nelle acque.

… Claudio e un patto d’acciaio. Se sbarca lui, sbarco anch’io. Non sono superstizioso, ma non si sa mai.

… Claudio e un’amicizia che riesce a regalare solo a me. Ne sono onorato.
La franchigia con lui nelle terre venezuelane non è mai uguale…

… tassisti improvvisati che inseriscono sirene uguali a quelle della polizia per poter sfrecciare a tutta velocità attraverso gli incroci disegnati in quelle terre di frontiera a cui sono relegati gli emarginati di quella società ed i marittimi di petroliere… per fare più in fretta… perché non si perda nemmeno un secondo di libera uscita…

… profumo di mangrovie che penetra nelle narici ammantata di umida aria tropicale… zanzare ed insetti che sciamano percependo l’aroma di una pelle diversa…

… le donne, splendide, in quei campi improvvisati a bordelli, che tra un passo di salsa ed un boccone di carne mechada ti fanno sentire come a casa… regalando e non vendendo calore ed affetto non richiesti… le incursioni della Policia Nacional in quegli stessi campi… in cerca di spacciatori… lunghi machete il cui filo uccide solo a sfiorare… Violenza a cui non siamo sottoposti perché stranieri, e soprattutto perché italiani e.. forse... amati…

… i colori vivi e sgargianti che creano una scenografia mirabolante riflessa nei raggi del sole allo zenit…

… le contraddizioni di un Paese che potrebbe regalare benessere a molti e non solo a pochi eletti…

… e Maracaibo… con la sua storia disegnata e scolpita su murales e statue abbandonate a se stesse, schiave del tempo e dei gabbiani che ne hanno fatto dimora…

… Maracaibo ed i suoi bar…

“Paolo, entriamo che ti offro una birra”.
“O Claudio, qui ?? masseimatto ?”

“eccerto!!”
... Rispondeva sempre così, ad ogni domanda.

Mi fidavo del suo istinto e della sua esperienza. E ci indovinava sempre.

Un locale. Un amico. E due baristi di una gentilezza estrema. Semplici. Lo splendido Juke Box conservato come una reliquia da un lenzuolo consunto, riesumato in nostro onore… da cui uscivano note meravigliose che sembravano provenire da un’altra epoca, evocando nostalgia, ricordi e sogni di una vita che non sarebbe più stata.

“Il peggiore bar di Caracas”… il refrain pubblicitario mi risuona ancora in mente… e non posso fare a meno di sorridere…

“Il migliore bar di Maracaibo”. Si. Dove gesti semplici, poche parole, mi ricordano ancora che alcuni valori non moriranno mai. Ma che qui vedo disintegrarsi di ora in ora.

Quattro mura, due sedie... le canzoni recitate in un'idioma che amo avvolta da una melodia dolce e armoniosa.

Non mi servirebbe altro. E non lo cambierei nemmeno per mille "maschere animate"...

Il richiamo è forte… Si.

Semper Fidelis
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« video » …il richiamo è forte… … come brezza proveniente all’improvviso, carica di quelle sensazioni… quegli odori… che penetrano nei pensieri evocando libertà e fierezza d’essere. Brezza che sorge sull’increspare delle onde, attraversa fiumi, accarezza gli alberi… proveniente da ogni parte d...
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01/06/2017 17:56:32
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Il quadro

29 maggio 2017 ore 23:16 segnala
La giornata primaverile, illuminata dal primo sole del mattino, prometteva alla fauna ed agli abitanti di quel luogo un tepore rassicurante. Il Conte decaduto aspettava, seduto sulla sua vecchia poltrona di pelle, che i raggi fasciassero come un foulard di seta il giardino del parco ben curato che si estendeva sotto la sua visuale.
La sua stanza in Villa Martinengo era da anni ormai il suo rifugio solitario. Non ricordava più l’ultima volta che uscì da quelle mura. Anni. Decenni. La scenografia di quel locale rispecchiava il fallimento della sua vita, che in passato era stata vissuta con gloria ed intensità. Un televisore. Attraverso il quale guardava solo i suoi film preferiti, e che amava. L’epopea western era per lui un mito che lo accompagnava dalla sua giovinezza. Odiava le trasmissioni di questa epoca vuote e senza senso, ed ancor di più i telegiornali forieri di notizie prefabbricate ed orrori quotidiani. Un dvd con Dustin Hoffman stava girando nel lettore, rilasciando immagini e dialoghi che il Conte però, in quel momento, non percepiva. Un letto in disordine. Uno specchio annerito dagli anni. Un armadio troppo grande per contenere i suoi miseri averi.

Un quadro. Originariamente raffigurava il volto di una donna. Il Nobile ricordava bene quando lo comprò, anni prima, a Parigi. Frequentando i “salotti bene” della capitale francese ebbe modo di conoscere molti letterati, artisti, pittori. Non doveva insistere per farsi invitare. Era ricercato da tutti. Tutti volevano il Conte nei loro convivi. Come testimonianza della propria importanza, un sigillo da apporre sui pettegolezzi mondani che come un cancro avrebbero invaso le copertine patinate delle riviste più lette. Quelle stesse persone che oggi, come fosse un lebbroso, ne hanno dimenticato il nome e non ne sopporterebbero la vicinanza.

In uno di quegli incontri conobbe un pittore assai famoso all’epoca. Quando egli fece visitare al blasonato ospite la sua galerie, questi rimase folgorato da un dipinto. La donna raffigurata assomigliava in maniera impressionante a colei che gli rubò il cuore mesi prima. Non fece nessuna obiezione sul prezzo dell’opera. La fama del pittore contribuì notevolmente alla spesa esosa. Ma il valore di quella tela andava ben al di là del mercato, per il Conte.

Quella donna fu una dannazione per lui. Lo era ancora. Quando lei sparì senza motivo e senza una spiegazione plausibile, ne cancellò il volto dalla tela. La rabbia. Ma non solo. Disse a se stesso che se veramente aveva amato quella donna, ne avrebbe comunque ricordato i suoi occhi color ghiaccio, lo sguardo timido il naso perfetto i lineamenti da Principessa.

E così fu. Gli anni passavano ma quel viso era come una fotografia impressa nella memoria. Non serviva ridipingerla. Il giorno che non l’avrebbe più immaginata... avrebbe staccato il quadro dal muro. E lo avrebbe riposto per sempre nell’angolo più buio della villa.



Osservando il parco, i ricordi gli tornavano in mente come un caleidoscopio colorato. Rivide se stesso forte e fiero che teneva al guinzaglio una pantera, frutto di un viaggio nelle foreste africane. Circondato da persone che al tempo considerava amiche ma che lo portarono lentamente alla rovina, sanguisughe pronte a suggere senza ritegno dalla linfa vitale del suo patrimonio.

Vide gli ospiti degli innumerevoli ricevimenti che spesso calpestavano quel prato ma di cui non rammentava più i nomi. Tenendo stretta tra le mani la Settimana Enigmistica gli arrivarono i ricordi del Principe Sisini, uno dei pochi amici veri e sinceri della sua esistenza. Quella rivista gli arrivava puntualmente ogni settimana da decenni, in virtù di un abbonamento vitalizio che lo stesso Principe si era permesso di regalare al Conte, in segno di affetto.

Ormai era diventato un esperto. Gli schemi di Bartezzaghi li trovava troppo semplici. Si limitava a compilare gli “incroci Obbligati normali e sillabici”, “enigmi senza schema” e le “cornici concentriche”.

Stava completando anche l’ultima edizione, ma gli sfuggiva ancora la risposta ad una definizione, che faceva si che l’incrocio obbligato fosse ancora irrisolto. “Durante la partita non fa che parlare”. Non riusciva a capire quale potesse essere la soluzione. Aveva una settimana di tempo per pensarci, fino al prossimo numero. Dove avrebbe letto, se si fosse arreso, la soluzione.
Non avrebbe mai “barato” cercando nell’enciclopedia della Villa. No, troppo orgoglioso. Preferiva la resa.

Il palazzo, che aveva ospitato svariate generazioni della sua famiglia prima di lui, era diventato da anni proprietà del Comune di Sale Marasino. Il Sindaco, insieme alla Giunta unanime, gli permisero di rimanervi alloggiato fino a che avesse avuto vita. Un omaggio ad un personaggio che era comunque un simbolo della gente di quella Comunità. Gli affidarono una persona che lo curasse. I pasti gli venivano regolarmente forniti dalla mensa scolastica. Avrebbero voluto fare di più. Ma il Conte non lo avrebbe permesso, mai.

Già. La gente. I paesani. Bistrattati quando era un potente. Pronti a soccorrerlo quando si ritrovò in rovina. Non capì mai il perchè. Avrebbe restituito segretamente il favore fino a quando lo sosteneva il respiro. Con tutti i mezzi, se pur pochi, a disposizione. Nonostante tutto, qualche amicizia riconoscente gli era ancora rimasta.

L’ultimo tassello di quel mosaico di gratitudine era costituito dal figlio di colui che un tempo era il suo fattore. Un ragazzo disoccupato che, dopo la morte del padre, cercava disperatamente lavoro per poter far sopravvivere la madre e la sorella. Il fattore fu una delle tante vittime del suo crollo finanziario. Ritrovatosi dopo anni a non avere più un’occupazione, morì di crepacuore. Il senso di colpa per il Conte era ossessionante. Fu pensando a lui che girò lo sguardo verso il lago d’Iseo.

Splendido e placido come non mai. Acque che lui non ebbe mai il coraggio di toccare. Ne era terrorizzato e di conseguenza non aveva mai imparato a nuotare. Un paradosso per un uomo che in gioventù era pronto a lanciarsi col paracadute, o ad arrampicarsi sulle vette più impervie.

Vide il ragazzo. Sapeva che arrivava in paese con il primo traghetto della giornata, dopo la ricerca di occupazione in città. Ogni giorno.

Si. Ce l’aveva fatta. Al posto dei soliti jeans sdruciti e della t-shirt improponibile, indossava una divisa. Non ricordava il nome della catena commerciale. Ma il sorriso radioso del ragazzo non lasciava adito a dubbi. Sorriso che cercava di scorgere il Conte dietro le finestre della Villa, per ringraziarlo, perché in cuor suo sapeva… chi ringraziare.

Si. L’ultima promessa è stata assolta. Ma avrebbe voluto offrirgli di più.
Oggi è un bel giorno per morire”... il Conte si voltò. La Tv. Il film. Il pellerossa stava parlando a suo nipote. Sorrise. Guardò per l’ennesima volta il quadro.

Non riusciva più a immaginarla. Come se un velo nero e buio si fosse avvolto sull’unico ricordo bello della sua vita. Rimase a lungo a fissare il quadro. Per la prima volta vedeva la tela per quella che era. Staccò il dipinto con delicatezza dalla parete. Lo accarezzò. Lo ripose nell’armadio.

Prese il cappello. Il bastone. Appoggiò la settimana enigmistica sulla poltrona, con il suo cruciverba che non si sarebbe mai completato.

Il pontiletto sul lago lo stava aspettando.


Si. Oggi è proprio un bel giorno per morire.


Scritto tempo fa... in un giorno come un altro...



Semper Fidelis
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La giornata primaverile, illuminata dal primo sole del mattino, prometteva alla fauna ed agli abitanti di quel luogo un tepore rassicurante. Il Conte decaduto aspettava, seduto sulla sua vecchia poltrona di pelle, che i raggi fasciassero come un foulard di seta il giardino del parco ben curato che...
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Alligator Pond

19 maggio 2017 ore 11:37 segnala


Golfo del Messico. La nave alla deriva, per risparmiare carburante. Un carico a bordo di trentamila tonnellate di olio combustibile.
Navighiamo alla “busca” come pirati di un tempo che secoli prima imperversavano proprio in queste acque. Pronti a ripartire e destinare il nostro “tesoro” al miglior offerente... In attesa...

E’ il mio turno di guardia, sul Ponte. Al Secondo Ufficiale tocca l’orario peggiore, da tradizione... Mezzogiorno – Sedici e Mezzanotte – Quattro.. Otto ore, esclusi gli straordinari.. tutti i giorni per quattro.. cinque.. o sei mesi. Un turno a cui non sono mai riuscito ad abituarmi... Devo solo tenere d’occhio la posizione sulla carta ed il radar... controllare che non vi siano altre imbarcazioni in rotta di collisione con noi... ma per miglia e miglia nè la vista, nè gli impulsi elettromagnetici rilevano alcunchè...

Il volo perfetto di gabbiani in cerca di preda mi ricorda comunque che non siamo poi così distanti dalla costa… Ed il marinaio di guardia con me e con il binocolo in mano, mi fa capire una volta di più che non sono solo come vorrei essere...
Sono le due del pomeriggio, una leggera brezza trova varco tra le porte di dritta e sinistra della plancia.. una corrente d’aria che dà sollievo a noi ed alle apparecchiature sofferenti sotto il sole impietoso… il caldo è opprimente, nonostante la stagione... e l’aria condizionata ha la stessa forza dell’alito di un neonato mentre dorme nella culla…
La radio di bordo, su quella che dovrebbe essere la frequenza di soccorso ma spesso usata incoscientemente per meri pettegolezzi da portinaia, gracchia conversazioni incomprensibili che nascono chissà dove…

Riesco ad isolarmi… ho ancora negli occhi le immagini di New Orleans, il porto da cui siamo partiti. Canal Street, Bourbon Street…
Amo questa città. Nella mente e nelle orecchie risuonano ancora le melodie cajun, blues, gospel, jazz, dixie, soul.. che mi hanno tenuto compagnia nel giro dei locali di quelle vie, anima pulsante di questa metropoli in Louisiana. Non chiedevo di meglio… un bicchiere di coca cola (zavorrata mio malgrado con chili di ghiaccio e più cara degli alcoolici , non ho mai capito il perché), musica, la conoscenza di persone nuove. E vita.
Per arrivarci via mare si deve percorrere, partendo dal delta, il Mississippi... ore di navigazione su un fiume ricco di storia e incorniciato da un paesaggio che riporta indietro nel tempo...
Non ci sono più ritornato dopo “Katryna”... ma ho la speranza che quella catastrofe non sia comunque riuscita a domare lo spirito di questi luoghi e di questa gente...
Provo a fischiettare “Oh when the Saints, go marchin’in” sentita suonare da un’orchestrina di ragazzi di colore sul marciapiede di Canal.. quanto erano bravi…

Sogni interrotti... dai passi sulle scale. Inconfondibili. Il Comandante.
“Master Z” per l’equipaggio. Ogni marittimo a bordo ha un soprannome, ed ognuno di noi sa quello degli altri, mai il proprio. Quello che ci viene affibbiato. Il marinaio con me è “Rufus” ad esempio, ma lui non lo sa.

La ciurma è composta da italiani, messicani e spagnoli. La Z deriva dalle iniziali del suo cognome. Non da Zorro. Di cui non ha nulla. Persona schiva, spesso collerica. Arrogante. Non risparmia punizioni a nessuno, anche quando non meritate. Temuto da tutti. Ma non da me. E’ sempre stato il mio difetto. La mancanza di diplomazia. Rispondo sempre a tono, anche quando non dovrei. E noncurante di chi mi sta di fronte. Spesso questo non mi ha aiutato nei rapporti col prossimo. Ma tant’è.. “Z” per me ha una sorta di predilezione, e non ne so il motivo. Forse apprezza il coraggio di non abbassare la testa. Nessuna ombra di servilismo. O forse perché ho la “erre” francese come lui. Me lo sono chiesto spesso.
Ho comunque un gran rispetto per lui. E’ davvero un bravo “marinaio”. E dormire tranquilli, a bordo, è una gran cosa. Ho imparato molto stando al suo comando, e lo ringrazio ancora oggi.

Arriva sul ponte insieme al marconista Carlos, di La Coruna, che tiene gli occhi bassi. Lui che è il compagnone di tutte le serate di bordo in mare, sempre pronto a raccontare una storia… divertentissimo… ...ma quando “Z” gli sta accanto sembra Sansone quando perde i capelli. Si affloscia. Tiene sempre i due classici piedi in uno stivale. Sembra quasi terrorizzato dal “Master”che ora tiene l’inconfondibile sagoma di un telex in mano.
Ci siamo, penso. Per salire qui a quest’ora, deve esserci stata comunicata la destinazione.
Infatti. Mi guarda serio.Siò, cominci a preparare le carte. Si fà rotta per Port Kaiser. Avvisi il Direttore di Macchina.

Port Kaiser ? Mai sentito. L’etimologia del nome sembrava però non lasciare dubbi.
In Germania, Comandante ?”. Non potevo nascondere la preoccupazione. Attraversare l’Atlantico, il Golfo di Biscaglia ed il Mare del Nord in quel periodo non sarebbe stata una passeggiata.
Come un bambino che trova il regalo sotto l’albero, “Z” sfodera un sorriso.. mi guarda.. e dice..No, Siò. Sbagliato. Giamaica”.

Stavolta me l’ha fatta. Nell’indovinare l’ubicazione delle varie destinazioni che abbiamo dovuto raggiungere in giro per il mondo di solito vincevo sempre io. Come quella volta che sul telex c’era scritto.. “Dirigete HOUSTON per caricazione, poi PANCAN – CALLAO per discarica”. Io e “Z” rimanemmo quasi un’intera mattinata a sfogliare carte, portolani, pubblicazioni per capire dove diavolo fosse stò Pancan. Una sorta di tacita gara a chi lo trovasse per primo. Chiamare la Compagnia per chiedere spiegazioni era assolutamente improponibile. Sarebbe stato umiliante. Fin quando, riguardando idealmente sulla carta la rotta tra Houston ed il Perù mi venne l’illuminazione. Pancan. Era l’abbreviazione per il Canale di Panama, che avremmo dovuto per forza attraversare, se non si voleva prolungare il viaggio di settimane passando da Capo Horn.
Maledetti telex. Dove ogni singola lettera è un costo e quindi la fantasia ricorre gli acronimi. Nola (New Orleans), Frisco (San Francisco) e tanti altri. Benedette le e-mail odierne. Per lui che ci era passato svariate volte, fu uno smacco.
Ma la vita insegna. A volte cerchiamo cose che abbiamo davanti agli occhi, ma non le vediamo.
Scommetto anche che prima di comunicarmi la destinazione, abbia fatto una ricerca da solo nel “sancta sanctorum” della sua cabina. Ma non lo saprò mai. E lui non me lo avrebbe mai confessato,nemmeno sotto tortura.

Tre giorni di navigazione.
Port Kaiser si trova nella costa meridionale dell’isola caraibica. Non c’ero mai stato. Nessuno di noi. Della Giamaica conosco solo per sentito dire la leggenda “rasta” e le bellissime melodie di Belafonte, che ha fatto conoscere questi luoghi splendidi nei testi poetici delle sue canzoni.
Ormeggiamo. Alla nostra vista un pontile di legno. Una serie di depositi. Vegetazione. Spiaggia. E poi il nulla. Non un edificio. Un bar. Una cabina telefonica.
Chi si era immaginato serate all’insegna del divertimento o della chiamata ai propri cari a casa è rimasto sicuramente deluso.

E’ mattina. Tra turno di guardia, manovra di ormeggio e le pratiche portuali d’obbligo non dormo da parecchie ore. Ma non sono stanco. Parto sempre dal presupposto che per dormire c’è tempo, in navigazione. Ma chi mi avrebbe riportato in posti come questi ? Nessuno. E quindi non dovevo perdermi nemmeno un istante di libere uscite a disposizione.
Dopo una doccia veloce, mi “armo” della videocamera che mi ha tenuto compagnia in quell’imbarco. Tanti ricordi e luoghi splendidi immagazzinati in una minuscola cassetta. Fu la prima ed ultima volta che portai la cam con me. Durante l’imbarco successivo, negli Emirati Arabi mi fu sequestrata di prepotenza. L’incubo di quel quarto d’ora me lo ricorderò per tutta la vita. Ma è un’altra storia.
Prima di sbarcare riguardo la carta nautica. Oltre a Port Kaiser, veniva riportato un nome qualche chilometro più a est... “Alligator Pond” ma non capivo se fosse un semplice stagno popolato da quei rettili e da cui stare alla larga oppure un centro abitato. Non vi erano disegnati “edifici”. Poco male. L’intenzione è quella di seguire la spiaggia, prendere un pò di sole e allontanarmi dalla nave per evitare di pensare al lavoro. Riprendere qualcosa di interessante da archiviare come ricordo di viaggio. Nulla più.

Il Primo Ufficiale, prima che io scenda, mi costringe a portarmi dietro anche un walkie talkie, una radiolina portatile. “Non si sa mai, Siò. Dietro le mangrovie potrebbero nascondersi la tribù dei “mao-mao”, e lei è carne giovane. Nel caso servisse aiuto... ci chiami. Ma anche nel caso avessimo bisogno di lei, la chiamiamo.” mi dice con un marcato accento molfettese ed un sorriso seminascosto da un baffo alla Sergente Garcia. Non so quanto scherzi.

Con lo sguardo fisso alla vegetazione mi incammino per la spiaggia. Il vento è una costante fissa, ma non solo qui. In quasi tutte le isole dei caraibi. Ne ho girate parecchie. Curacao, Cuba, Aruba, S.Maarten, S.Lucia, Haiti, e molte altre.. Non riuscirei a stare tranquillo sdraiato in spiaggia con il soffio costante dell’aria... Ma forse è quello il bello e sono io che non riesco ad apprezzare.

Avrò percorso forse cento metri. E sento un urlo.
Ecco, ci siamo. Mi volto verso la fonte di quella voce e porto la radiolina vicino alla bocca, pronto a calcolare quanto mi mancava per ritornare, anzi rivolare a bordo.
Ma invece del “cannibale”, vedo un ragazzo con la divisa del deposito costiero.
"Hey Man ! are You crazy ??” mi ripete con un accento inglese poco oxfordiano. Gesù.

Nemmeno messo piede a terra e già ho infranto qualche regola ? Mi raggiunge trafelato. Ci presentiamo a vicenda. Peter. In poche parole mi spiega che devo essere pazzo a camminare da solo sulla spiaggia, con la videocamera. Anche se non sembra, la delinquenza imperava anche li. Visto che ha finito il suo turno, mi propone di accompagnarmi in paese, Alligator Pond (allora E’ un centro abitato, penso). Prima però dovremmo passare dalla polizia locale per “presentarmi”, in modo che non pensino io possa essere un clandestino (e qui ho sorriso).

Peter è davvero gentile. Ho dovuto insistere per fargli accettare 20 dollari che avevo in tasca, per il favore che mi sta facendo. E mi prega inoltre di non riprenderlo. Non mi spiega il perché.

Montiamo su quella che definire macchina è un eufemismo. Assomiglia alla nostra vecchia fiat 124, di cui rimane però solo il telaio bianco, lo sterzo e, miracolosamente, due sedili. Sembrava fosse stata divorata dai piranha. La puzza tremenda di benzina che il caldo aumenta in modo esponenziale, mi fa pregare che il paese sia non vicino, ma vicinissimo. Ho quasi l’impressione di essere seduto sul serbatoio. Non oso accendermi una sigaretta. Su quelle strade da “Parigi - Dakar” ci mette dieci minuti. Dalla fretta di uscire dall’auto non ricordo se sono passato dalla portiera o dall’apertura dove un tempo c’era il finestrino.
La stazione di polizia assomigliava più ad un pollaio che ad un edificio pubblico. Lamiere di eternit che fungevano da tetto, pareti e divisori. Dentro, tre poliziotti con la camicia color kaki ed i gradi consumati presissimi da una partita di domino. Che poi vengo a sapere sia il gioco nazionale preferito dai giamaicani. Un odore fortissimo di rhum. E di qualcos’altro che mi ricorda l’incoscienza dei miei 18 anni. Peter gli biascica qualche frase in una lingua che non riconosco. Le “forze dell’ordine” lasciano quasi con sofferenza lo sguardo dal tavolo dove sono sparse miriadi di pedine. Mi scrutano per forse tre secondi. Dicono qualche parola a Peter. Poi ritornano a giocare, dimenticandosi di me e della mia “guida per caso”.
Che sembra soddisfatto. Ok, Paul.. it’s all okay. Avevo il permesso di girare il paesello.

Con la promessa che sarebbe ritornato a prendermi alle 11 per riportarmi a bordo, mi accomiato da lui... regalandogli un pacchetto di marlboro che fissava troppo spesso. Se poco dopo avessi sentito un esplosione, avrei saputo il perché. Vorrebbe dire che si è acceso una “bionda” alla guida.
La spiaggia è vicina. Il vento porta le onde sulla battigia. Scorgo la nave in lontananza e accarezzo la radiolina. Da qui mi possono sentire. Comincio a filmare... d’altronde sono venuto qui per questo...
Sulla sabbia, le barche variopinte tirate in secca fanno da coreografia a quello che sembra essere il mercato del pesce locale. Bambini.. donne.. uomini. Qualche pescatore tenta di vendermi le prelibatezze ittiche locali. Ma non me ne intendo. Sorridendo declino l’invito all’acquisto. Con il walkie talkie chiamo il bordo. Cesare, il carbonaio, è anche un bravissimo cuoco e adora il pesce. Lo faccio avvisare. Chissà che non mi raggiunga (tramite Peter, naturalmente).

Mi incammino su quella che dovrebbe essere la via principale del paese. Edifici bassi.. alcuni anche ben fatti. Altri simili a baracche messe in piedi alla meno peggio. Quanta gente, chi lo avrebbe mai detto. Molti mi guardano con curiosità, altri non mi notano nemmeno.
Avanzo sulla strada e da un locale sento improvvisamente della musica pop... è una specie di bar. La musica sembra sia un invito ad entrare e consumare. Più avanti un altro. Viene intonata “Dominique”, melodia a dir poco non consona al contesto.
Forse si è sparsa la voce di uno “straniero” in paese e tentano di trovare la chiave musicale per farmi cadere nelle tentazioni dell’alcool e, soprattutto del consumo in dollari. Purtroppo per loro, il mio essere astemio non li aiuta.
Tanto verde... il caldo... la sorpresa di quel villaggio... mi sto godendo ogni attimo della passeggiata... Non mi chiuderei per nulla al mondo tra 4 pareti...
Poi arrivo davanti a quella che viene chiamata la scuola primaria.. ci conto sei bimbi.. in età da asilo o elementare... E’ proprio vero... tutti i bimbi del mondo sono uguali... E’ il mondo in cui crescono che è diverso.
Mentre la musica continua ad essere vomitata dai vari locali come sirene per l'"Ulisse forestiero"... faccio un incontro. Anzi, sono le quattro donne ad incontrare me. P., Andra, Michelle e Beverly.

P. sembra il “capo” delle quattro. Mi promette una notte da “favola” e non oso contraddirla. Lavora in una discoteca (una discoteca? qui?). Mi invita. Le assicuro che stasera ci sarà molta gente. Penso che l’equipaggio sarà lieto di sapere che nonostante tutto, un paio d’ore in allegria si possono spendere.
Certo che... è proprio vero. Da quando è nato il mondo, dove ci son marittimi ci sono puttane, e viceversa. Riesco a svincolarmi dall’ “affetto” delle signorine... e proseguo la mia esplorazione.. C’è pure l’ufficio postale... chissà se hanno delle cartoline... o meglio, un telefono pubblico. Non sento mio padre da settimane... Ma nulla.

Non so che religione venga professata in Giamaica.. ma vedere le vacche tranquillamente appollaiate sulle tombe del cimitero... beh... mi fa ricordare la poesia, bellissima, di Totò... “A livella”.
Il caldo comincia a farsi sentire. Ed è quasi l’ora che torni a bordo. Sulla via del ritorno mi imbatto in quella che si è auto-nominata la mia fidanzata. P. E fortunatamente mi ha raggiunto anche Cesare.
Il carbonaio gigante, armadio a quattro ante che non farebbe del male nemmeno ad una mosca. Andiamo in franchigia spesso insieme, visto che abbiamo lo stesso turno di guardia. Ci aiutiamo reciprocamente. Lui conosce solo il genovese e quindi gli faccio da interprete. Lui invece non deve far nulla. La sola stazza è garanzia per qualsiasi malintenzionato che non ne conosca il suo carattere. Lo "uso" come guardia del corpo a sua insaputa.

Convinco P. a trattare l’acquisto del pesce per Cesare. Non si sa mai. Le fregature possono arrivare anche ai Caraibi.
Peter ha mantenuto la promessa. E’ tornato per portarci a bordo. La speranza è che abbia cambiato mezzo, ma si è subito spenta alla vista dei fari della 124 che sembrano quasi sorridere.
Stiamo per salutare la nostra accompagnatrice, quando vedo arrivare la figura ginnica di “Z“. Amante del footing a tutte le latitudini. Non ci rinuncia mai. Un paio di adidas, una t-shirt ed un paio di pantaloncini cortissimi. Spengo la videocamera. Anche lui, come Peter, non vuole essere inquadrato.
Senza fermare il ritmo di corsa ci guarda sudato come un acciuga, ma sorridente... Dai forza Signori. E’ l’ora di rientrare a bordo, siete di guardia... e sfila via senza voltarsi...
O Comandante, ma lo sa 'he visto da dietro unnè poi 'osì male ?” gli grido di rimando... Io e la mia mancanza di diplomazia...
La O’ di “vada a fare in culo, Siò” è arrivata parecchio dopo la V. Penso che in quel frangente sia riuscito a percorrere una cinquantina di metri.
Belìn Paolo, ma com’è che con te non si incazza mai ?” mi fa Cesare ancora allibito dal mio ardire linguistico.. Lo guardo, trattenendomi...
Perchè non sono piccolo e nero ?...”.
E ci facciamo una risata. A cui si unisce anche P., per contagio, mentre guarda “Z” allontanarsi. Pensando forse di inseguirlo....

Perchè questa storia ?
Avevo postato il video che vedete, così come altri relativi a quel viaggio, su Youtube parecchio tempo fa, per condividerlo con i miei compagni di avventura dell’epoca. E me ne ero quasi dimenticato.
Un messaggio nella posta me lo ha fatto ricordare... Una ragazza. Dal Canada. Mi scrive che si riconosce in una di quelle bimbe della scuola. Non mi dice quale delle sei. Poco dopo quel periodo, leggo, si è trasferita laggiù. Un bel salto.. Ha trovato il video per caso, e si è commossa. Mi ringrazia.
Non so se sia vero o no. Non importa. Ma forse sono io a doverla ringraziare, per aver fatto rivivere nei miei ricordi una bella avventura...
A proposito. Volete sapere come è andata a finire con P., quella sera ?
La risposta, chi mi conosce o presume di conoscermi... la sa.
Lascio con un pezzo molto bello e struggente di Belafonte... e permettetemi di dedicarla a chi ha avuto rispetto di ciò che sono. Di ciò che ho dentro...




Pubblicato da Odirke il 2012... in un giorno di pioggia.

Semper Fidelis.
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« video » Golfo del Messico. La nave alla deriva, per risparmiare carburante. Un carico a bordo di trentamila tonnellate di olio combustibile. Navighiamo alla “busca” come pirati di un tempo che secoli prima imperversavano proprio in queste acque. Pronti a ripartire e destinare il nostro “tesoro”...
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19/05/2017 11:37:44
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