Alligator Pond

19 maggio 2017 ore 11:37 segnala


Golfo del Messico. La nave alla deriva, per risparmiare carburante. Un carico a bordo di trentamila tonnellate di olio combustibile.
Navighiamo alla “busca” come pirati di un tempo che secoli prima imperversavano proprio in queste acque. Pronti a ripartire e destinare il nostro “tesoro” al miglior offerente... In attesa...

E’ il mio turno di guardia, sul Ponte. Al Secondo Ufficiale tocca l’orario peggiore, da tradizione... Mezzogiorno – Sedici e Mezzanotte – Quattro.. Otto ore, esclusi gli straordinari.. tutti i giorni per quattro.. cinque.. o sei mesi. Un turno a cui non sono mai riuscito ad abituarmi... Devo solo tenere d’occhio la posizione sulla carta ed il radar... controllare che non vi siano altre imbarcazioni in rotta di collisione con noi... ma per miglia e miglia nè la vista, nè gli impulsi elettromagnetici rilevano alcunchè...

Il volo perfetto di gabbiani in cerca di preda mi ricorda comunque che non siamo poi così distanti dalla costa… Ed il marinaio di guardia con me e con il binocolo in mano, mi fa capire una volta di più che non sono solo come vorrei essere...
Sono le due del pomeriggio, una leggera brezza trova varco tra le porte di dritta e sinistra della plancia.. una corrente d’aria che dà sollievo a noi ed alle apparecchiature sofferenti sotto il sole impietoso… il caldo è opprimente, nonostante la stagione... e l’aria condizionata ha la stessa forza dell’alito di un neonato mentre dorme nella culla…
La radio di bordo, su quella che dovrebbe essere la frequenza di soccorso ma spesso usata incoscientemente per meri pettegolezzi da portinaia, gracchia conversazioni incomprensibili che nascono chissà dove…

Riesco ad isolarmi… ho ancora negli occhi le immagini di New Orleans, il porto da cui siamo partiti. Canal Street, Bourbon Street…
Amo questa città. Nella mente e nelle orecchie risuonano ancora le melodie cajun, blues, gospel, jazz, dixie, soul.. che mi hanno tenuto compagnia nel giro dei locali di quelle vie, anima pulsante di questa metropoli in Louisiana. Non chiedevo di meglio… un bicchiere di coca cola (zavorrata mio malgrado con chili di ghiaccio e più cara degli alcoolici , non ho mai capito il perché), musica, la conoscenza di persone nuove. E vita.
Per arrivarci via mare si deve percorrere, partendo dal delta, il Mississippi... ore di navigazione su un fiume ricco di storia e incorniciato da un paesaggio che riporta indietro nel tempo...
Non ci sono più ritornato dopo “Katryna”... ma ho la speranza che quella catastrofe non sia comunque riuscita a domare lo spirito di questi luoghi e di questa gente...
Provo a fischiettare “Oh when the Saints, go marchin’in” sentita suonare da un’orchestrina di ragazzi di colore sul marciapiede di Canal.. quanto erano bravi…

Sogni interrotti... dai passi sulle scale. Inconfondibili. Il Comandante.
“Master Z” per l’equipaggio. Ogni marittimo a bordo ha un soprannome, ed ognuno di noi sa quello degli altri, mai il proprio. Quello che ci viene affibbiato. Il marinaio con me è “Rufus” ad esempio, ma lui non lo sa.

La ciurma è composta da italiani, messicani e spagnoli. La Z deriva dalle iniziali del suo cognome. Non da Zorro. Di cui non ha nulla. Persona schiva, spesso collerica. Arrogante. Non risparmia punizioni a nessuno, anche quando non meritate. Temuto da tutti. Ma non da me. E’ sempre stato il mio difetto. La mancanza di diplomazia. Rispondo sempre a tono, anche quando non dovrei. E noncurante di chi mi sta di fronte. Spesso questo non mi ha aiutato nei rapporti col prossimo. Ma tant’è.. “Z” per me ha una sorta di predilezione, e non ne so il motivo. Forse apprezza il coraggio di non abbassare la testa. Nessuna ombra di servilismo. O forse perché ho la “erre” francese come lui. Me lo sono chiesto spesso.
Ho comunque un gran rispetto per lui. E’ davvero un bravo “marinaio”. E dormire tranquilli, a bordo, è una gran cosa. Ho imparato molto stando al suo comando, e lo ringrazio ancora oggi.

Arriva sul ponte insieme al marconista Carlos, di La Coruna, che tiene gli occhi bassi. Lui che è il compagnone di tutte le serate di bordo in mare, sempre pronto a raccontare una storia… divertentissimo… ...ma quando “Z” gli sta accanto sembra Sansone quando perde i capelli. Si affloscia. Tiene sempre i due classici piedi in uno stivale. Sembra quasi terrorizzato dal “Master”che ora tiene l’inconfondibile sagoma di un telex in mano.
Ci siamo, penso. Per salire qui a quest’ora, deve esserci stata comunicata la destinazione.
Infatti. Mi guarda serio.Siò, cominci a preparare le carte. Si fà rotta per Port Kaiser. Avvisi il Direttore di Macchina.

Port Kaiser ? Mai sentito. L’etimologia del nome sembrava però non lasciare dubbi.
In Germania, Comandante ?”. Non potevo nascondere la preoccupazione. Attraversare l’Atlantico, il Golfo di Biscaglia ed il Mare del Nord in quel periodo non sarebbe stata una passeggiata.
Come un bambino che trova il regalo sotto l’albero, “Z” sfodera un sorriso.. mi guarda.. e dice..No, Siò. Sbagliato. Giamaica”.

Stavolta me l’ha fatta. Nell’indovinare l’ubicazione delle varie destinazioni che abbiamo dovuto raggiungere in giro per il mondo di solito vincevo sempre io. Come quella volta che sul telex c’era scritto.. “Dirigete HOUSTON per caricazione, poi PANCAN – CALLAO per discarica”. Io e “Z” rimanemmo quasi un’intera mattinata a sfogliare carte, portolani, pubblicazioni per capire dove diavolo fosse stò Pancan. Una sorta di tacita gara a chi lo trovasse per primo. Chiamare la Compagnia per chiedere spiegazioni era assolutamente improponibile. Sarebbe stato umiliante. Fin quando, riguardando idealmente sulla carta la rotta tra Houston ed il Perù mi venne l’illuminazione. Pancan. Era l’abbreviazione per il Canale di Panama, che avremmo dovuto per forza attraversare, se non si voleva prolungare il viaggio di settimane passando da Capo Horn.
Maledetti telex. Dove ogni singola lettera è un costo e quindi la fantasia ricorre gli acronimi. Nola (New Orleans), Frisco (San Francisco) e tanti altri. Benedette le e-mail odierne. Per lui che ci era passato svariate volte, fu uno smacco.
Ma la vita insegna. A volte cerchiamo cose che abbiamo davanti agli occhi, ma non le vediamo.
Scommetto anche che prima di comunicarmi la destinazione, abbia fatto una ricerca da solo nel “sancta sanctorum” della sua cabina. Ma non lo saprò mai. E lui non me lo avrebbe mai confessato,nemmeno sotto tortura.

Tre giorni di navigazione.
Port Kaiser si trova nella costa meridionale dell’isola caraibica. Non c’ero mai stato. Nessuno di noi. Della Giamaica conosco solo per sentito dire la leggenda “rasta” e le bellissime melodie di Belafonte, che ha fatto conoscere questi luoghi splendidi nei testi poetici delle sue canzoni.
Ormeggiamo. Alla nostra vista un pontile di legno. Una serie di depositi. Vegetazione. Spiaggia. E poi il nulla. Non un edificio. Un bar. Una cabina telefonica.
Chi si era immaginato serate all’insegna del divertimento o della chiamata ai propri cari a casa è rimasto sicuramente deluso.

E’ mattina. Tra turno di guardia, manovra di ormeggio e le pratiche portuali d’obbligo non dormo da parecchie ore. Ma non sono stanco. Parto sempre dal presupposto che per dormire c’è tempo, in navigazione. Ma chi mi avrebbe riportato in posti come questi ? Nessuno. E quindi non dovevo perdermi nemmeno un istante di libere uscite a disposizione.
Dopo una doccia veloce, mi “armo” della videocamera che mi ha tenuto compagnia in quell’imbarco. Tanti ricordi e luoghi splendidi immagazzinati in una minuscola cassetta. Fu la prima ed ultima volta che portai la cam con me. Durante l’imbarco successivo, negli Emirati Arabi mi fu sequestrata di prepotenza. L’incubo di quel quarto d’ora me lo ricorderò per tutta la vita. Ma è un’altra storia.
Prima di sbarcare riguardo la carta nautica. Oltre a Port Kaiser, veniva riportato un nome qualche chilometro più a est... “Alligator Pond” ma non capivo se fosse un semplice stagno popolato da quei rettili e da cui stare alla larga oppure un centro abitato. Non vi erano disegnati “edifici”. Poco male. L’intenzione è quella di seguire la spiaggia, prendere un pò di sole e allontanarmi dalla nave per evitare di pensare al lavoro. Riprendere qualcosa di interessante da archiviare come ricordo di viaggio. Nulla più.

Il Primo Ufficiale, prima che io scenda, mi costringe a portarmi dietro anche un walkie talkie, una radiolina portatile. “Non si sa mai, Siò. Dietro le mangrovie potrebbero nascondersi la tribù dei “mao-mao”, e lei è carne giovane. Nel caso servisse aiuto... ci chiami. Ma anche nel caso avessimo bisogno di lei, la chiamiamo.” mi dice con un marcato accento molfettese ed un sorriso seminascosto da un baffo alla Sergente Garcia. Non so quanto scherzi.

Con lo sguardo fisso alla vegetazione mi incammino per la spiaggia. Il vento è una costante fissa, ma non solo qui. In quasi tutte le isole dei caraibi. Ne ho girate parecchie. Curacao, Cuba, Aruba, S.Maarten, S.Lucia, Haiti, e molte altre.. Non riuscirei a stare tranquillo sdraiato in spiaggia con il soffio costante dell’aria... Ma forse è quello il bello e sono io che non riesco ad apprezzare.

Avrò percorso forse cento metri. E sento un urlo.
Ecco, ci siamo. Mi volto verso la fonte di quella voce e porto la radiolina vicino alla bocca, pronto a calcolare quanto mi mancava per ritornare, anzi rivolare a bordo.
Ma invece del “cannibale”, vedo un ragazzo con la divisa del deposito costiero.
"Hey Man ! are You crazy ??” mi ripete con un accento inglese poco oxfordiano. Gesù.

Nemmeno messo piede a terra e già ho infranto qualche regola ? Mi raggiunge trafelato. Ci presentiamo a vicenda. Peter. In poche parole mi spiega che devo essere pazzo a camminare da solo sulla spiaggia, con la videocamera. Anche se non sembra, la delinquenza imperava anche li. Visto che ha finito il suo turno, mi propone di accompagnarmi in paese, Alligator Pond (allora E’ un centro abitato, penso). Prima però dovremmo passare dalla polizia locale per “presentarmi”, in modo che non pensino io possa essere un clandestino (e qui ho sorriso).

Peter è davvero gentile. Ho dovuto insistere per fargli accettare 20 dollari che avevo in tasca, per il favore che mi sta facendo. E mi prega inoltre di non riprenderlo. Non mi spiega il perché.

Montiamo su quella che definire macchina è un eufemismo. Assomiglia alla nostra vecchia fiat 124, di cui rimane però solo il telaio bianco, lo sterzo e, miracolosamente, due sedili. Sembrava fosse stata divorata dai piranha. La puzza tremenda di benzina che il caldo aumenta in modo esponenziale, mi fa pregare che il paese sia non vicino, ma vicinissimo. Ho quasi l’impressione di essere seduto sul serbatoio. Non oso accendermi una sigaretta. Su quelle strade da “Parigi - Dakar” ci mette dieci minuti. Dalla fretta di uscire dall’auto non ricordo se sono passato dalla portiera o dall’apertura dove un tempo c’era il finestrino.
La stazione di polizia assomigliava più ad un pollaio che ad un edificio pubblico. Lamiere di eternit che fungevano da tetto, pareti e divisori. Dentro, tre poliziotti con la camicia color kaki ed i gradi consumati presissimi da una partita di domino. Che poi vengo a sapere sia il gioco nazionale preferito dai giamaicani. Un odore fortissimo di rhum. E di qualcos’altro che mi ricorda l’incoscienza dei miei 18 anni. Peter gli biascica qualche frase in una lingua che non riconosco. Le “forze dell’ordine” lasciano quasi con sofferenza lo sguardo dal tavolo dove sono sparse miriadi di pedine. Mi scrutano per forse tre secondi. Dicono qualche parola a Peter. Poi ritornano a giocare, dimenticandosi di me e della mia “guida per caso”.
Che sembra soddisfatto. Ok, Paul.. it’s all okay. Avevo il permesso di girare il paesello.

Con la promessa che sarebbe ritornato a prendermi alle 11 per riportarmi a bordo, mi accomiato da lui... regalandogli un pacchetto di marlboro che fissava troppo spesso. Se poco dopo avessi sentito un esplosione, avrei saputo il perché. Vorrebbe dire che si è acceso una “bionda” alla guida.
La spiaggia è vicina. Il vento porta le onde sulla battigia. Scorgo la nave in lontananza e accarezzo la radiolina. Da qui mi possono sentire. Comincio a filmare... d’altronde sono venuto qui per questo...
Sulla sabbia, le barche variopinte tirate in secca fanno da coreografia a quello che sembra essere il mercato del pesce locale. Bambini.. donne.. uomini. Qualche pescatore tenta di vendermi le prelibatezze ittiche locali. Ma non me ne intendo. Sorridendo declino l’invito all’acquisto. Con il walkie talkie chiamo il bordo. Cesare, il carbonaio, è anche un bravissimo cuoco e adora il pesce. Lo faccio avvisare. Chissà che non mi raggiunga (tramite Peter, naturalmente).

Mi incammino su quella che dovrebbe essere la via principale del paese. Edifici bassi.. alcuni anche ben fatti. Altri simili a baracche messe in piedi alla meno peggio. Quanta gente, chi lo avrebbe mai detto. Molti mi guardano con curiosità, altri non mi notano nemmeno.
Avanzo sulla strada e da un locale sento improvvisamente della musica pop... è una specie di bar. La musica sembra sia un invito ad entrare e consumare. Più avanti un altro. Viene intonata “Dominique”, melodia a dir poco non consona al contesto.
Forse si è sparsa la voce di uno “straniero” in paese e tentano di trovare la chiave musicale per farmi cadere nelle tentazioni dell’alcool e, soprattutto del consumo in dollari. Purtroppo per loro, il mio essere astemio non li aiuta.
Tanto verde... il caldo... la sorpresa di quel villaggio... mi sto godendo ogni attimo della passeggiata... Non mi chiuderei per nulla al mondo tra 4 pareti...
Poi arrivo davanti a quella che viene chiamata la scuola primaria.. ci conto sei bimbi.. in età da asilo o elementare... E’ proprio vero... tutti i bimbi del mondo sono uguali... E’ il mondo in cui crescono che è diverso.
Mentre la musica continua ad essere vomitata dai vari locali come sirene per l'"Ulisse forestiero"... faccio un incontro. Anzi, sono le quattro donne ad incontrare me. P., Andra, Michelle e Beverly.

P. sembra il “capo” delle quattro. Mi promette una notte da “favola” e non oso contraddirla. Lavora in una discoteca (una discoteca? qui?). Mi invita. Le assicuro che stasera ci sarà molta gente. Penso che l’equipaggio sarà lieto di sapere che nonostante tutto, un paio d’ore in allegria si possono spendere.
Certo che... è proprio vero. Da quando è nato il mondo, dove ci son marittimi ci sono puttane, e viceversa. Riesco a svincolarmi dall’ “affetto” delle signorine... e proseguo la mia esplorazione.. C’è pure l’ufficio postale... chissà se hanno delle cartoline... o meglio, un telefono pubblico. Non sento mio padre da settimane... Ma nulla.

Non so che religione venga professata in Giamaica.. ma vedere le vacche tranquillamente appollaiate sulle tombe del cimitero... beh... mi fa ricordare la poesia, bellissima, di Totò... “A livella”.
Il caldo comincia a farsi sentire. Ed è quasi l’ora che torni a bordo. Sulla via del ritorno mi imbatto in quella che si è auto-nominata la mia fidanzata. P. E fortunatamente mi ha raggiunto anche Cesare.
Il carbonaio gigante, armadio a quattro ante che non farebbe del male nemmeno ad una mosca. Andiamo in franchigia spesso insieme, visto che abbiamo lo stesso turno di guardia. Ci aiutiamo reciprocamente. Lui conosce solo il genovese e quindi gli faccio da interprete. Lui invece non deve far nulla. La sola stazza è garanzia per qualsiasi malintenzionato che non ne conosca il suo carattere. Lo "uso" come guardia del corpo a sua insaputa.

Convinco P. a trattare l’acquisto del pesce per Cesare. Non si sa mai. Le fregature possono arrivare anche ai Caraibi.
Peter ha mantenuto la promessa. E’ tornato per portarci a bordo. La speranza è che abbia cambiato mezzo, ma si è subito spenta alla vista dei fari della 124 che sembrano quasi sorridere.
Stiamo per salutare la nostra accompagnatrice, quando vedo arrivare la figura ginnica di “Z“. Amante del footing a tutte le latitudini. Non ci rinuncia mai. Un paio di adidas, una t-shirt ed un paio di pantaloncini cortissimi. Spengo la videocamera. Anche lui, come Peter, non vuole essere inquadrato.
Senza fermare il ritmo di corsa ci guarda sudato come un acciuga, ma sorridente... Dai forza Signori. E’ l’ora di rientrare a bordo, siete di guardia... e sfila via senza voltarsi...
O Comandante, ma lo sa 'he visto da dietro unnè poi 'osì male ?” gli grido di rimando... Io e la mia mancanza di diplomazia...
La O’ di “vada a fare in culo, Siò” è arrivata parecchio dopo la V. Penso che in quel frangente sia riuscito a percorrere una cinquantina di metri.
Belìn Paolo, ma com’è che con te non si incazza mai ?” mi fa Cesare ancora allibito dal mio ardire linguistico.. Lo guardo, trattenendomi...
Perchè non sono piccolo e nero ?...”.
E ci facciamo una risata. A cui si unisce anche P., per contagio, mentre guarda “Z” allontanarsi. Pensando forse di inseguirlo....

Perchè questa storia ?
Avevo postato il video che vedete, così come altri relativi a quel viaggio, su Youtube parecchio tempo fa, per condividerlo con i miei compagni di avventura dell’epoca. E me ne ero quasi dimenticato.
Un messaggio nella posta me lo ha fatto ricordare... Una ragazza. Dal Canada. Mi scrive che si riconosce in una di quelle bimbe della scuola. Non mi dice quale delle sei. Poco dopo quel periodo, leggo, si è trasferita laggiù. Un bel salto.. Ha trovato il video per caso, e si è commossa. Mi ringrazia.
Non so se sia vero o no. Non importa. Ma forse sono io a doverla ringraziare, per aver fatto rivivere nei miei ricordi una bella avventura...
A proposito. Volete sapere come è andata a finire con P., quella sera ?
La risposta, chi mi conosce o presume di conoscermi... la sa.
Lascio con un pezzo molto bello e struggente di Belafonte... e permettetemi di dedicarla a chi ha avuto rispetto di ciò che sono. Di ciò che ho dentro...




Pubblicato da Odirke il 2012... in un giorno di pioggia.

Semper Fidelis.
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« video » Golfo del Messico. La nave alla deriva, per risparmiare carburante. Un carico a bordo di trentamila tonnellate di olio combustibile. Navighiamo alla “busca” come pirati di un tempo che secoli prima imperversavano proprio in queste acque. Pronti a ripartire e destinare il nostro “tesoro”...
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19/05/2017 11:37:44
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Commenti

  1. ombra.dargento 19 maggio 2017 ore 23:55
    ... in un giorno di pioggia... non mi meraviglia, nel video, tra le righe c'è sole ovunque. e c'è sole sui vestiti, sui corpi, sui sorrisi, nei pensieri di quella gente. sole che asciuga anche lacrime e scalda vite alla deriva. vite che rifioriscono.

    grazie per l'emozione, Skip :rosa
  2. Epi.centro 20 maggio 2017 ore 12:20
    ... se riesco ad emozionare te, guerriera, che nei tuoi racconti e nei tuoi versi riesci a far rivivere anche ad occhi chiusi i colori, i profumi, le sensazioni di una realtà che esiste ma non riusciamo a catturare come fai tu... bè.. forse qualcosa di buono c'è, in me.

    Grazie a te, Vivy. Per tutto. :rosa
  3. Elazar 20 maggio 2017 ore 19:44
    Aspettare che il vento conduca in porto necessita di pazienza. Aspettare il ritorno di un amico è una certezza paziente. Ciao Comandante, eccoci qua.
  4. Epi.centro 21 maggio 2017 ore 13:02
    ed il sapere aspettare è prerogativa di pochi... ciao Maestro, felice di ritrovarti.. come sempre.
  5. ombra.dargento 21 maggio 2017 ore 18:44
    capacità d'immedesimarsi e di provare emozioni è uguale per chi scrive e per chi sa leggere anche tra le righe, oltre le parole e i contenuti. è questo ciò che amo, l'esser compresa da chi non giudica dall'apparenza, da chi si dimostra scevro da pregiudizi e preconcetti. anime rare insomma, ma non rarissime... e colme di "buono".

    per tutto... :staff
  6. CavaliereArcano 21 maggio 2017 ore 22:00
    Il viaggio continua attraverso i ricordi e le emozioni che ci ha donato. Una meta da raggiungere, che sia dietro l'angolo o in capo al mondo, non ha importanza. Un'anima curiosa e un cuore che sappia scandire i battiti del tempo, non serve altro per renderlo speciale.

    Ciao Comandante
  7. Epi.centro 22 maggio 2017 ore 01:07
    e continuerò il viaggio insieme a voi, Cavaliere... Perchè non è importante la meta come disse qualcuno... ma il viaggio stesso e, aggiungo, con chi si compie.
  8. CavaliereArcano 22 maggio 2017 ore 09:34
    ... Sempre devi avere in mente Itaca –
    Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.
    Soprattutto, pero', non affrettare il viaggio;
    fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
    metta piede sull'isola, tu, ricco
    dei tesori accumulati per strada
    senza aspettarti ricchezze da Itaca.
    Itaca ti ha dato il bel viaggio,
    senza di lei mai ti saresti messo
    in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
    E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
    Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
    già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

    Itaca - Konstantinos Kavafis

    Grazie Comandante, anche da parte della lupacchiotta.

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