Diavolina

15 novembre 2016 ore 23:10 segnala
La ragazza seduta sul divano in salotto non dimostra quindic'anni.
La ragazza seduta sul divano in salotto è una donna fatta e finita.
«Quanti anni hai detto che ha?» mi chiede mia madre, sospettosa, non curandosi del fatto che dal salotto alla cucina lei ci potrebbe benissimo sentire.
«Mamma...»
«Sicura che è una tua compagna di classe? Dall'età direi più un'insegnante.»
«E' una cosa un po' complicata da spiegare.»
Getto un'occhiata al salotto dove Giulia è seduta compostamente sul divano e guarda fissa davanti a se la televisione spenta, sgranocchiando dei popcorn; la sua mente proiettava film stupendi in ogni posto e in ogni momento, e lei amava goderseli mangiucchiando qualcosa.
Volete sapere perchè e' una cosa così complicata da spiegare? La mia nuova compagna di classe Giulia è nata ventisei anni fa, ma ha la mia età. Quindici anni.
Si, è assurdo, lo so.
«Si può sapere che storia è questa?» chiede mio padre spazientito. Avevo il sospetto che i miei genitori si sarebbero fatti delle domande, ma non mi aspettavo un terzo grado.
«Perché fissa lo schermo in quel modo? Gesù, Erika, non si drogherà mica?»
«Mamma!» protesto io scandalizzata. Cazzo, come sono chiusi di mente!
«E allora spiegaci tutto. Chi è quella donna?»
Prima forse dovrei spiegarvi chi sono i miei genitori, o forse dovrei cominciare da me.
Il mio nome è Erika, ho quindici anni e frequento la seconda classe del liceo artistico della mia città; sono piuttosto brava col disegno, il mio insegnante di arte dice che ho una mano talentuosa; un giorno mi piacerebbe diventare una disegnatrice di fumetti, ho molta fantasia e sarebbe un sogno riuscire a rendere le storie che popolano la mia mente sotto forma di disegni e parole.
I miei genitori sono tutto l'incontrario di me. Per loro non sembra esserci posto per la fantasia nel mondo reale, sono conformisti, pensano soltanto al lavoro e ai beni materiali, e qualsiasi cosa esca dai loro schemi prestabiliti li spaventa a morte. Gli voglio bene intendiamoci, ma il fatto è che io sono l'ultima di quattro fratelli e la differenza di età a volte si fa sentire inesorabilmente.
Loro sono così chiusi, e io avrei così tante cose da dire di me stessa.
E questo ci porta a Giulia.
Giulia l'ho conosciuta tre mesi fa, all'inizio dell'anno scolastico. Lei è la nuova arrivata nella nostra classe, ed è una tipa molto particolare, basti pensare che alcuni dei professori sono nati il suo stesso anno o persino dopo.
Classe 1987, ma siamo nel 2013, e lei ha quindici anni.
Seduta sul divano, i capelli neri contrastano con la carnagione chiarissima del suo viso, dandole un aspetto quasi spettrale; la sua corporatura è estremamente esile, io mi vanto di essere magra, ma lei dà veramente l'impressione di poter volare via con un soffio di vento, e quando la abbraccio sto attenta a non stringerla troppo forte per non farle male.
Quando il suo ragazzo la abbracciava, invece, le faceva molto molto male. Io queste cose le so perché sua sorella me le ha raccontate, altrimenti nessuno saprebbe nulla. Giulia non se le ricorda.
Il suo fidanzato doveva essere veramente un grande bastardo. Non le faceva male solo quando la abbracciava. Le faceva male ad ogni occasione possibile. La picchiava se faceva un commento fuori luogo, la picchiava se era nervoso e doveva sfogarsi, la picchiava per divertirsi.
Un giorno sua sorella entrò in camera sua e la trovò nascosta sotto la scrivania che si succhiava il pollice con gli occhi sbarrati. Uno zigomo era completamente viola tendente ormai al nerastro e il sangue sulla fronte si era raggrumato appiccicandole i capelli alla tempia.
Quel giorno Giulia compiva diciassette anni.
Quel giorno Giulia compiva sei anni.
Psicologi, psichiatri e analisti erano concordi: Giulia era regredita di più di dieci anni, era assolutamente escluso che fingesse. Una serie di radiografie evidenziarono dei danni piuttosto estesi a diverse aree del cervello, dovute alle botte che il suo ragazzo continuava a darle. A quanto pare lo schifoso si accaniva sulla testa.
Vasti settori della sua memoria erano rimasti danneggiati. Prima di quella cosa, Giulia era stata un'ottima studentessa. La nuova Giulia era una studentessa della prima elementare in grado di svolgere un'interrogazione da otto sulla conferenza di Yalta ma del tutto incapace di fare una moltiplicazione, intrappolata nel corpo di una diciassettenne.
Secondo i medici lo shock era dovuto in parte alle botte che si erano accumulate nel tempo, ma a fare da innesco vero e proprio era stata una botta decisamente più forte. Giulia aveva un'ecchimosi sulla nuca compatibile con un colpo di un corpo contundente molto robusto, forse una mazza da baseball. Lei non ricordava niente e la sua famiglia aveva sporto denuncia al posto suo, ma il maiale doveva aver fiutato che tirava una brutta aria e si era dato alla macchia.
Giulia aveva sei anni e Giulia aveva diciassette anni e le si era bloccato il ciclo.
Tempo dopo, le vennero per la seconda volta le prime mestruazioni.
Quel giorno Giulia aveva dodici anni.
Quel giorno Giulia aveva ventitre anni.
Il suo ragazzo era ricercato in tutta Italia e forse vi ricorderete la sua testa rasata e la sua brutta faccia per averle viste ai telegiornali di pranzo e cena, e il giorno che la polizia finalmente lo beccò mentre si stava imbarcando su un aereo, Giulia aveva tredici anni e Giulia aveva ventiquattro anni, e il giorno che Giulia compì quattordici e venticinque anni ricevette due bei regali: un tribunale penale condannò il suo ragazzo a sette anni di prigione, e la sua assistente sociale diede l'ok al piano di reinserimento nella società.
Giulia poteva tornare a scuola, ripartendo dalla prima superiore.
A me e lei però il destino ci avrebbe fatto incontrare soltanto l'anno dopo.

«Quindi... quella ragazza...» dice inebetito mio padre. I miei genitori hanno ascoltato in silenzio la storia che io ho saputo da sua sorella, senza dire una parola e mostrandosi via via sempre più sbigottiti. Ora mia madre guarda verso il divano in salotto dove sta seduta quella strana via di mezzo tra donna e ragazzina, coprendosi la bocca con una mano.
«Non potevo immaginare che avesse passato quest'inferno. Povero tesoro!» Il suo modo ipocrita di levarsi i sensi di colpa verso quella che poco prima aveva già etichettato come una drogata.
«A scuola non si è fatta molti amici.» spiego. «Lei mentalmente è una quindicenne, ma si rende conto che il suo corpo non... non è quello di un'adolescente. Si sente a disagio.»
«Le devi stare vicino!» sentenzia mia madre con severità, e lei è sempre quella che Giulia la guardava con sospetto solo mezzo secondo fa. «Quella ragazza ha bisogno di un'amica sincera, e tu sei perfetta. Anche tu sei...»
«Mamma, non c'è bisogno che mi ricordi ogni volta che anch'io fino all'anno scorso non avevo mezzo amico!»
«Voglio solo dire che...»
«Non dare retta a tua madre, Eleonora» dice mio padre tirando fuori dal frigorifero una bottiglia di coca cola. «Vai dalla tua amica e divertitevi. Noi andiamo a letto.»
Coca cola come alle feste delle medie. Siamo grandi ormai. Ma il gesto d'affetto di mio padre mi riempie di malinconia. Lo osservo salire le scale inseguito da mia madre, con un'espressione corrucciata sul volto.
«Buonanotte Eleonora, e buonanotte anche a te Giulia. Divertitevi, ma non mettete la musica a tutto volume, mi raccomando!» scherza mio padre e Giulia fa un risolino timido e diventa tutta rossa.

Mi raggiunge in cucina, le porgo un bicchiere di cocacola e lei lo rifiuta garbatamente, andandosi ad appoggiare sul bancone.
«Allora, come ti sono sembrati?» chiedo.
«A tua madre non sto molto simpatica, l'ho capito subito. Tuo padre invece è un bel tipo» dice lei con un sorrisone.
«E' vero, all'inizio ti aveva giudicata una poco di buono, ma quando le ho raccontato la tua storia è cambiata da così a così. Avresti dovuto sentirla: Eleonora stai vicina a quella povera ragazza e aiutatevi a vicenda!»
Giulia sorride e apre il cassetto delle posate.
«Allora se la sono bevuta» dice.
Annuisco: «Da chi vuoi cominciare?»
«Tua madre» dice lei, tirando fuori un coltello lungo e affilato e specchiandosi nella lama.
«Perché ti ha dato della drogata?» 
«No, perché la sua carnagione è bella viva, segno che il suo sangue è ricco di zuccheri. Tuo padre invece sembra anemico.»
«Sono io quella anemica» le dico.
«Vorrà dire che ti terrò come dessert» dice lei e insieme scoppiamo a ridere.
Quando ci siamo calmate, ci avviamo su per la rampa di scale, lei col coltello e io le faccio strada reggendo tra le mani un bicchiere.
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La ragazza seduta sul divano in salotto non dimostra quindic'anni. La ragazza seduta sul divano in salotto è una donna fatta e finita. «Quanti anni hai detto che ha?» mi chiede mia madre, sospettosa, non curandosi del fatto che dal salotto alla cucina lei ci potrebbe benissimo...
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15/11/2016 23:10:02
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Commenti

  1. 1lucignolo2 16 novembre 2016 ore 10:46
    Quello che funziona di questo racconto è che il lettore si trova in un primo momento dalla parte della povera ragazza, a provare pena per lei che non può nemmeno capire il dolore arrecatole dal violento, e poi si ritrova dalla parte della vera vittima inconsapevole. Il rovesciamento delle premesse iniziali funziona perfettamente e rende il racconto credibile fino all'epilogo.
    Brava Milosevic.
  2. macredy 17 novembre 2016 ore 15:15
    bello.molto bello
    complimenti
  3. xx.NeverBackDown 21 novembre 2016 ore 09:37
    bel racconto...ma non si capisce se ti kiami erika o Eleonora XD

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