Si 'nu juorne ...

23 aprile 2017 ore 07:17 segnala

Si ‘nu jurne tenisse voglie ‘e me sentì
chiammame pecchè pur’je te voglio sentì

Si ‘nu jurne siente assaje ‘a mancanza mia
E’ sapè ca pur’je me sto strurenne senza ‘e te

Si ‘nu jurne vuò chiagnere pecchè ce simme lasciate
Je sto già chiagnenne senza ‘e te

Si ‘nu jurne suonne ‘e fa l’ammore cummè
Je te sto già aspettanne sotte ‘e lenzole

Si ‘nu jurne… Si ‘nu jurne… fa che è oggi

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« immagine » Si ‘nu jurne tenisse voglie ‘e me sentì chiammame pecchè pur’je te voglio sentì Si ‘nu jurne siente assaje ‘a mancanza mia E’ sapè ca pur’je me sto strurenne senza ‘e te Si ‘nu jurne vuò chiagnere pecchè ce simme lasciate Je sto già chiagnenne senza ‘e te Si ‘nu jurne suonne ‘e fa ...
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Mi piace venire a casa tua quando non ci sei

21 aprile 2017 ore 07:31 segnala


Mi piace venire a casa tua quando non ci sei, è allora che riesco a parlare di più con te, riesco a dirti cose mai dette, mai scritte, a sentire o leggere cose che non mi hai mai detto, non mi hai mai scritto.
Come l’altro ieri che ho trovato un asciugamani per terra, l’ho raccolto e la prima cosa che ho fatto, stringendolo tra le mani, è stato portarlo al viso per sentire il tuo odore; nel fare questo ho chiuso gli occhi ed ho sentito il mio profumo, ho sorriso, mi hai detto che mi ami, non l’avevo ancora sentito.
In cucina hai quella tazzina, si quella comprata al mercatino di Portobello quando sei andata a Londra l’estate scorsa, sempre vicina a quella che usi abitualmente per te per prendere il caffè, mi dicesti che l’avevi comprata per una persona che amavi, per tuo padre, ma mi ci metti sempre il caffè quando sto lì, ma prima la lavi perché è sporca dalla volta precedente, mi hai detto che mi ami, non l’avevo ancora sentito.
Sul tuo letto, sempre ordinato, fa bella mostra di se un buffo orsacchiotto di peluche che vincemmo al Luna Park dopo una estenuante gara per vedere chi abbatteva più barattoli, con grande gioia da parte del baffuto proprietario; Dio come ridevi di gusto, non ti pareva vero di avermi sconfitto. Mi hai detto che lo tieni lì perché ti ricorda la sconfitta di un uomo, ma è tutto sporco di rossetto, mi hai ridetto che mi ami, non l’avevo ancora sentito.
Sì, mi piace venire a casa tua quando non ci sei.

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« immagine » Mi piace venire a casa tua quando non ci sei, è allora che riesco a parlare di più con te, riesco a dirti cose mai dette, mai scritte, a sentire o leggere cose che non mi hai mai detto, non mi hai mai scritto. Come l’altro ieri che ho trovato un asciugamani per terra, l’ho raccolto ...
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Virtual viandante

19 aprile 2017 ore 06:47 segnala

Virtual viandante
che passi per lo sito mio,
sofferma lo sguardo tuo benevolo
non sulla forma, che è dello studio,
ma sul contenuto, che è dell'anima.

Riposa gli stanchi polpastrelli
per lo troppo scrivere veloce
e rilassati alla lettura de lo racconto
scritto con divertimento, passione et amicizia.

Se lo scritto rallegra lo spirito tuo
o parimenti lo emoziona
lascia che lo commento sia pertinente,
ma se ciò non fosse
non mortificare lo spirito e lo intelletto mio
lasciando meco lo buongiorno
o la buonasera o una vana emoticon.

Augurotti di vivere in piena armonia
cum te stesso e cum lo creato
et possa tu trascorrere la jurnata che più te aggrada

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« immagine » Virtual viandante che passi per lo sito mio, sofferma lo sguardo tuo benevolo non sulla forma, che è dello studio, ma sul contenuto, che è dell'anima. Riposa gli stanchi polpastrelli per lo troppo scrivere veloce e rilassati alla lettura de lo racconto scritto con divertimento, passi...
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Passione di chat: l'inizio ... la fine

17 aprile 2017 ore 08:27 segnala

Per il primo incontro, sono andato a casa sua, mi sono presentato con una bottiglia di Bue Apis, il vino che più amo.
Lo fanno con una vigna centenaria che si trova alle pendici del Monte Taburno, nel Sannio beneventano. L'odore ricorda le more e il ribes, ma il gusto, ciò che resta alla fine, un sapore di tabacco e di caffè tostato, un vino robusto, maschio, vigoroso, coinvolgente.
Ho evitato i fiori, li trovavo sdolcinati, scontati, banali per questa occasione.
Lei mi accoglie con un sorriso a 32 denti, e la fossettina che ha sulla guancia sembra illuminarsi; mentre prende la bottiglia che le porgo, mi bacia sulla guancia, si sofferma un attimo, giusto il tempo perché possa sentire il suo profumo, delicato che. non copre per niente quello della pelle che sa di mandorla e albicocca.
Riesco solo a sussurrarle “sei bellissima … finalmente”. Lei mi sorride e annuisce compiaciuta.
Mi fa entrare in un salone dove fa bella mostra un camino in marmo rosa, di fronte un comodo divano e a terra, tra il divano e il camino, una tappeto peruviano.
Il fuoco del camino spande un piacevole tepore tutto intorno e crea un’accattivante atmosfera per un incontro da tanto desiderato.
Resto incantato da una consolle in noce dell'800 napoletano, ben tenuta, sormontata da una specchiera ovale in ciliegio, semplicissima, senza alcun ricamo.
Lei sembra accorgersene e non so se con fare malizioso o meno, ma si dirige verso la consolle e appoggiandosi ad essa incomincia a specchiarsi.
Non posso fare a meno di soffermarmi a guardare il suo fondoschiena, un mandolino napoletano perfetto, ben disegnato, uno dei capolavori dei maestri artigiani Calace; d'impulso mi avvicino a lei mentre, guardandosi allo specchio, si sta aggiustando una ciocca di capelli ribelle.
Ha un maglioncino leggero con collo alla dolce vita, attillato quanto basta per far intravedere le forme di un seno ben sodo incastonato in un corpo ben fatto e ben tenuto.
Le sono dietro, so che può andarmi male, prendermi un ceffone, ma qualcosa mi dice che non è un azzardo; me lo dicono i nostri pour parler fatti di ore di dialoghi virtuali e di lunghe telefonate ad ore improbabili.
Aderisco al suo corpo, lei non si sottrae, mi guarda attraverso lo specchio, i riflessi della luce mi impediscono di vedere i particolari dello sguardo; con mano sicura le scosto il maglioncino là dove si congiunge con i capelli e poso le mie labbra sul collo, un tocco leggero, quasi impercettibile, timoroso, insicuro.
Ripeto con più decisione il gesto, ora sento il sapore della pelle, ne avverto il profumo nella sua intensità, ho gli occhi chiusi per non perdermi niente di quelle sensazioni, avverto che lei inclina il capo e lo gira verso di me, le piace, mi offre il collo e tutta se stessa.
Sento che preme il suo corpo sul mio ed io sul suo, avverte tutto il desiderio che è in me, vorrebbe girasi, ma trova un ostacolo in me, apro gli occhi la guardo attraverso lo specchio, i capezzoli da sotto la maglietta sembra vogliono bucarla; le mie mani ora si muovono sicure, si insinuano sotto il maglioncino, avvertono la sensibilità della su pelle mentre tenta di mettermi le mani nei capelli.
Per fare questo alza le braccia, sembra un perfetto assist per me perché ne approfitto di quel movimento per sfilarle il maglioncino e … mi appare in tutto il suo splendore. Ora è tra le mie braccia, avvinti da una passione libera da ogni vincolo e logiche convenzionali, senza tempo, consumiamo un lungo e appagante amplesso sulla consolle.
Senza mai staccarci, senza mai smettere di comunicare con i nostri occhi e le nostre mani, ci dirigiamo verso il tappeto; è lì che ci stanano le prime luci dell'alba, non sazi, ancora affamati e assetati l'uno dell'altra.
Ci siamo amati intensamente per tre giorni e tre notti, poi, consapevoli di quello che siamo, sono uscito dal suo sogno, lei dal mio.
Il viaggio di ritorno … un’eternità

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« immagine » Per il primo incontro, sono andato a casa sua, mi sono presentato con una bottiglia di Bue Apis, il vino che più amo. Lo fanno con una vigna centenaria che si trova alle pendici del Monte Taburno, nel Sannio beneventano. L'odore ricorda le more e il ribes, ma il gusto, ciò che resta ...
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Scetato 'e notte

16 aprile 2017 ore 07:25 segnala

Pure stanotte me sento l’inferno,
me giro e m’arrevoto dinto a ‘sto lietto.
Mille pensieri me girano pa’ capa,
nun saccio a quale ‘e loro dà retta:
'a famiglia, ‘o lavoro, l’ammore,
mica cose ‘e poco, me levano ‘o respiro.
L’ammore? Chillo nun è chiù pe' te,
che te 'mporta, lassa stà, nun ‘o dà retta.
Tutti i pensieri di colpo s’arretreno
e resto ‘n’ata vota sulo dinto a ‘sto lietto.

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« immagine » Pure stanotte me sento l’inferno, me giro e m’arrevoto dinto a ‘sto lietto. Mille pensieri me girano pa’ capa, nun saccio a quale ‘e loro dà retta: 'a famiglia, ‘o lavoro, l’ammore, mica cose ‘e poco, me levano ‘o respiro. L’ammore? Chillo nun è chiù pe' te, che te 'mporta, lassa stà,...
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Randagio di notte

15 aprile 2017 ore 19:59 segnala

E' una serata di fine estate, mi aggiro per i vicoli della città in cerca di lei.
Una lampada accesa in una edicola votiva situata sulla facciata di un vecchio palazzo parla al vento di un miracolo non andato a buon fine; dentro, la Madonna, braccia conserte, sembra dire "Nenné, non ce l'ho fatta, scusa".
Mi fermo un attimo, alzo lo sguardo quasi a cercare un altro miracolo, il mio … “ma che vuoi che sia il tuo, è cosa 'e niente” dice una voce dentro di me. “Ma comme, 'a sofferenza 'e core nun è sofferenza? E che d'è? Mannaggia a morte, sento l'aria che mi manca, ‘o core che mi sbatte a mille all'ora e non è sofferenza?”
“Calmati guagliò, statte quiete, queste sofferenze passano, ma quella per cui è stata accesa quella lampada, quella, non passa, non si smorza, te la porti appiccicata addosso per tutta la vita, e fa male, male assaje.”
Mi alzo il bavero, è il primo fresco, la giacca non mi aiuta granché, ora mi sento un po' coglione, sminuito da quella triste lampada.
Guardo la Madonna con gli occhi di un cane bastonato “chiedo scusa Signò, non è cosa a mia, pensate all'ate (agli altri), a me è cose 'e niente” e mentre penso a questo mi faccio 'o segno da croce.
Soprapensiero continuo a camminare, a sinistra un portone enorme, vecchio di qualche secolo, è un poco mangiato dal tempo e dall'incuria, ma fa ancora il suo dovere: nasconde, con severità, l'ingresso principale di un palazzo di fine settecento, sicuramente di qualche nobile signore.
Maronna, un'ombra dietro una colonna, 'o core me zompa 'nganna ( il cuore sale in gola) sarà lei, 'a femmena mia ... macchè è il lenzuolo steso dalla signora del basso a fianco alla colonna.
Triste e sconsolato si spegne anche il lampioncino che dava un poco di luce: manco 'na cannela (neanche una candela), nè riflesso 'e luna, nè fuoco 'e sigaretta, brancolo nel buio, e mo addò vaco...a vucella, prima zitta e silenziosa, dicette dinte a nu suspire "si nun a circa primme dinte 'o core tuoje, sta femmena nun 'a truvarraja mai" ("se non la cerchi prima nel tuo cuore, questa donna non la ritroverai mai").
Dinte 'o scure 'e 'na notte di fine settembre, me so assettate (mi sono seduto) sopra un gradino, rannicchiato dinte 'e spalle, me so messo a penzà a quelle parole, e piano piano, pensando pensando, con la testa poggiata sopra ‘nu parapetto, mi sono addormentato.
Accussì mi ha trovato un netturbino: signurì, signurì, scetateve (svegliatevi), ve fa male a durmì ca fora (vi fa male dormire in mezzo alla strada). Mi alzo, un cenno del capo per ringraziare quell'uomo, ma non mi basta, lo abbraccio e lo chiamo fratello: forse ma pigliate pe’ ricchione.
Mi allontano lasciandomi dietro i ricordi di ieri.
Di lei? Di lei nessuna traccia, non l'ho trovata da nessuna parte, ma non l’ho trovata più neanche dentro di me.

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« immagine » E' una serata di fine estate, mi aggiro per i vicoli della città in cerca di lei. Una lampada accesa in una edicola votiva situata sulla facciata di un vecchio palazzo parla al vento di un miracolo non andato a buon fine; dentro, la Madonna, braccia conserte, sembra dire "Nenné, non ...
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Figura 'e mmerda

15 aprile 2017 ore 07:28 segnala

Una sera d’estate, davanti a una trattoria del Rione Sanità a Napoli: io, lui e lei.
Lei dice a lui a gran voce: “Uèèèè bellillo, sai che ti dico? Che due sono le cose, o la vita è ‘na chiavica e tu si 'a vita mia, oppure tu si 'na chiavica e basta.”
Lui c'è rimasto molto male perché non sapeva se era meglio la prima o la seconda ipotesi.
Io, che ho assistito al misfatto, come amico, ma soprattutto come persona informata dei fatti (non mi faccio mai mancare i cazzi degli altri) gli ho suggerito, dandogli una pacca sulle spalle:”Pascà (sì, si chiama Pasquale) chiavattille a libretto (non reagire, accettala sta cosa, insomma falla tua) e se fossi al tuo posto opterei per la seconda soluzione, accussì non rovini la vita di nessuno.
Pasquale non solo non se l'è messa a libretto, anzi, aizanne 'e spalle ricette a gran voce (alzando le spalle disse a gran voce):”Io non sono una chiavica, tu non sai chi sono io, ho nobili origini che credi, mica sono figlio di una serva comme a te, io sono un NOBILEEEEEE.
A quel punto da dietro a un vicoletto partì una pernacchia che ancora la tengo dentro alle orecchie, tanto forte e potente che rimbalzò per tutto 'o Rione Sanità.
Pasquale si fece rosso, paonazzo, verde, blu, insomma assunse tutti i colori immaginabili e anche quelli inimmaginabili, mentre lei rideva con le lacrime.
“Pascà - dissi io, con un sorrisetto appena accennato che faceva presagire la partenza di una crisommola (bombe potenti che si sparano a Natale, ma anche una qualità di albicocche, ma non è questo il caso) - hai fatto ‘n'ata figura 'e ‘mmerda dinto a sto vicoletto, e chesta pure te le ‘a chiavà a libretto.”


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« immagine » Una sera d’estate, davanti a una trattoria del Rione Sanità a Napoli: io, lui e lei. Lei dice a lui a gran voce: “Uèèèè bellillo, sai che ti dico? Che due sono le cose, o la vita è ‘na chiavica e tu si 'a vita mia, oppure tu si 'na chiavica e basta.” Lui c'è rimasto molto male perché ...
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La sbornia

14 aprile 2017 ore 11:53 segnala

Tutto incominciò per caso. Mi ero pesantemente addormentato sulla spiaggia dopo una sbronza colossale. Mi svegliai che da poco era sorto il sole, la testa mi faceva così male che non ricordavo neanche chi io fossi e dove mi trovassi, però mi diceva anche che ero ancora vivo. Una raggio di sole si trattenne nei miei occhi come se mi volesse buttare giù dal letto, ma quale letto? Mi alzai lentamente, con non poche difficoltà, la schiena era tutta indolenzita e mi colava anche il naso, eh sì l'umidità.
Avevo un pantalone nero ed una camicia che sembrava fosse stata bianca, di quelle che portavano i teatranti, ma anche i pirati.
Dove ero rimasto...ah sì mi colava il naso.
Cercai i fazzolettini, macché niente; feci allora come fanno i bambini, adoperai il braccio incamiciato a mo' di organetto e mi ripulii.
Con andatura instabile mi diressi verso una capanna semi abbandonata fatta di legno, palme e paglia. In alto, su un cartello, si leggeva appena "Welcome to Keraman", tra parentesi, nitidamente, (Mompracem).
Sbiancai e feci qualche passo indietro, non riuscivo a mettere a fuoco niente, la testa mi sembrava stesse sotto uno schiacciasassi, mentre echi di tamburo amplificavano il dolore.
Come cazzo ci sono arrivato qui, pensai ... sono forse un pirata uscito dal libro "Le tigri di Mompracem"? Mi passarono nella testa, come un film, le immagini delle scorrerie dei tigrotti, i loro arrembaggi alle navi inglesi, il desiderio di impadronirsi della loro isola, il mio volto in mezzo ai loro volti.
Mentre scorrevano queste immagini e tentavo di mettere a fuoco la mia identità, barcollando e bestemmiando in tutte le lingue, compreso il malese, l'aramaico e il tamil, furente dalla rabbia, mi ero avventurato nella foresta circostante fino alle rive di un ruscello. Avevo la gola più secca del deserto di sale, feci per tuffare la testa per affogarla d'acqua, in quel preciso istante vidi la mia immagine riflessa nell'acqua...capelli lunghi e irsuti, barba incolta, avevo l'aspetto di un lupo marsicano, altre immagini, i lupi...un bagliore ... un urlo (o forse un ululato)...svenni.
Mi ritrovai su un lettino d'ospedale con una flebo attaccata ad un braccio, mentre un dottore mi dava colpetti sul viso per farmi risvegliare.
Intorno a me gente non molto allegra, con qualche lacrimuccia sparsa qua e là, o forse là e qua, ma anche qui e lì, ero conciato davvero male.
Giurai a loro e a me stesso che mai più avrei bevuto più di una bottiglia di Cardenal per volta.
Da allora, il pirata e il lupo mi sono rimasti appiccicati addosso come una seconda pelle.
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« immagine » Tutto incominciò per caso. Mi ero pesantemente addormentato sulla spiaggia dopo una sbronza colossale. Mi svegliai che da poco era sorto il sole, la testa mi faceva così male che non ricordavo neanche chi io fossi e dove mi trovassi, però mi diceva anche che ero ancora vivo. Una raggi...
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Passione (quasi) virtuale

11 aprile 2017 ore 20:46 segnala
Ero di fronte a lei, i suoi occhi erano di un verde che cambiava tonalità con la presenza del sole e con le sfumature di verde degli abeti che ci circondavano. Il volto illuminato da un accenno di sorriso che ne esaltava i lineamenti e lo faceva apparire dolce e intrigante allo stesso tempo.
Non sapevo cosa fare, avevo paura di compromettere quello splendido rapporto che si era creato tra noi, prima virtuale (io, luposolitario, lei, damanera), poi pseudoreale, attraverso sms, telefonate, lunghi scambi epistolari. Ora finalmente l’incontro, l’incontro reale che meno ti aspetti, che hai sognato e pensavi irrealizzabile. Ero partito alle 6 di sera da Napoli, mi aspettavano 800 km di autostrada, una lunga e veloce corsa come se dovessi incontrarla quella sera, ma il tutto era fissato per il mattino, eppure divoravo la strada con una concentrazione da pilota di formula 1, più strada divoravo e più avevo voglia di farne altra, quasi con rabbia, come se volessi annullare il tempo che mi separava da lei, finalmente a mezzanotte giunsi a Pordenone, sicchè quella tensione accumulata si chetò quasi del tutto.
Ero lì, di fronte a lei, imbranato più che mai, peggio di un ragazzino al suo primo incontro. Credo di aver farfugliato qualcosa di indecifrabile o di ridicolo perchè improvvisamente il suo sorriso perse i connotati del solo accenno per trasformarsi in qualcosa di gioioso, che presto contagiò l’intero volto. Abbassai per un attimo lo sguardo, quasi per nascondere il mio imbarazzo, ma fu solo un attimo, poi i miei occhi fissi nei suoi, quasi a voler leggere il futuro di quella mattina, di quell’incontro.
Lei aveva capito il mio imbarazzo perchè con dolcezza mi sussurrò una frase liberatoria, la madre di tutte le frasi, qualcosa che avrebbe avuto da lì a poco lo stesso effetto di una nave rompighiaccio su una sottile lastra al Polo nord "Lupo ho tanta voglia di..." Non finì la frase che già eravamo avvinghiata in un lungo, interminabile, dolcissimo, passionale bacio. Il resto non conta, se non che il sogno tanto immaginato si era materializzato e la realtà aveva superato il sogno.
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Ero di fronte a lei, i suoi occhi erano di un verde che cambiava tonalità con la presenza del sole e con le sfumature di verde degli abeti che ci circondavano. Il volto illuminato da un accenno di sorriso che ne esaltava i lineamenti e lo faceva apparire dolce e intrigante allo stesso tempo. Non...
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Core 'ngrato

17 marzo 2017 ore 00:10 segnala
Annascunnute dinte a sto pietto
me staje strurenne pe' dispietto.
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Annascunnute dinte a sto pietto me staje strurenne pe' dispietto.
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